La magia del non-detto. Non si sevizia un paperino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Non posso dimenticare la prima volta in cui vidi questo film. Era l’estate di qualche anno fa: caldo, zanzare, lo scorrere delle auto, il russare dei vicini. Insomma, tipica notte d’insonnia agostana. Ebbene, accendo la televisione nella mia cameretta, scorro i vari canali e tac, mi imbatto in una scena tipica dei film horror. Un bambino, perso in una foresta, viene assassinato da un losco figuro, ovviamente irriconoscibile.

Sono sempre stata attratta dai film horror. Li ho sempre guardati, anche quando ero troppo piccola per non rimanerne impressionata e dormire la notte serenamente. Non c’è nulla da fare, a me l’horror piace. Volevo persino fare la criminologa!

Al di là di questo, il film prosegue e la storia, architettata alla perfezione, mi cattura immediatamente. C’è tensione, c’è suspense, c’è soprattutto il non-detto. C’è questo paesino del sud Italia – Accendura- un luogo ideale, non reale ma tanto simile a uno qualunque di quei posti così.

Mura bianche, vicoli, ponti sospesi fra le montagne, simbolo di una modernità chiassosa in un mondo ancora retrogrado. Aa Accendura si crede nella magia, si è superstiziosi, maligni e nonostante questo ci si raccoglie tutti insieme la domenica, a messa.

Ad Accendura c’è Patrizia una ricca, giovane e bellissima ragazza (Barbara Bouchet) che viene spedita dal padre nel piccolo paese nella convinzione di poterla far vivere lontana dalle seduzioni della grande città contaminata. E arriverà anche Andrea (Tomas Milian) giornalista di nera attratto da un fatto avvenuto nel paese, il rapimento di un bambino con conseguente richiesta di riscatto. Immediatamente scattano le ricerche ma non ci vorrà molto tempo per scoprire che in realtà il bambino è stato ucciso e che la richiesta di riscatto era di certo un depistaggio. Si inizia così una caccia all’uomo, mentre queste immagini vengono intervallate dalla presenza di una donna che infilza con spilloni delle bambole dall’aspetto di bambini e ne seppellisce una. Questo misterioso personaggio è la maciara, interpretata da una sempre meravigliosa Florinda Bolkan. Vive ai margini della società e viene tacciata di essere una strega e quindi emarginata e derisa, mal vista da tutti, soprattutto dalle donne.

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Purtroppo non posso parlare fino in fondo delle tematiche che lo attraversano perché altrimenti rivelerei il finale e, in questo caso, è bello che lo spettatore arrivi da solo a capire quale storia perversa si celi dietro al velo del perbenismo di Accendura. Posso solo dirvi che il finale non è scontato. E Non lo è soprattutto nell’Italia del 1972.

Posso dirvi che una delle scene più belle e brutali del film è quella in cui la maciara viene selvaggiamente linciata all’interno del cimitero. L’abbacinante bellezza di Florinda Bolkan, la leggerezza delle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, la pruriginosa violenza perpetrata a opera di uomini che non hanno nemmeno il coraggio di finirla ma che la faranno arrivare sino al ciglio della strada, dove macchine di famiglie di vacanzieri la lasciano morire, probabilmente senza nemmeno vederla.

E’ una scena forte, davvero forte. Non lo nascondo. Provo ancora un certo fastidio misto a rabbia e ad indignazione nel vederla. Quindi se non ve la sentite non guardate questo filmato.

https://www.youtube.com/watch?v=LjdKdsdi__Q

Poi c’è la scena dello scandalo, quella in cui una meravigliosa e completamente nuda Barbara Bouchet cerca di sedurre Michele, un ragazzino sui dieci o dodici anni, in una casa ultramoderna che da sola basterebbe come manuale di design d’interni dell’epoca. E’ un erotismo sfacciato e sottile allo stesso tempo, conturbante ed eccessivo ma perfettamente inserito nel contesto.

Insomma, il nostro Fulci è un regista che osa. E osa dall’inizio alla fine, con una coerenza ineccepibile. Osa proponendo un thriller alla tersa luce del mezzogiorno, lo ambienta in un paesino del sud sfiorato dalla modernità ma ancora arroccato in antiche superstizioni, osa coi protagonisti pur non creandone alcuno, legge fra le righe delle piaghe più nascoste di un Italia all’apparenza troppo per bene.

Anche in questo caso, come in molti altri casi, il titolo non rende giustizia al film. Pochissimi ne sarebbero attratti. Ed è un vero peccato perché Lucio Fulci realizza, ritengo, il suo film migliore. E non si tratta solo di un bel film, è soprattutto coraggioso, drammaticamente poetico, storicamente potente.

Come sempre, buona visione!

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