Il Signore degli Anelli- Una maratona di tradizione, bellezza e umanità

Articolo di Andrea Vallese

anello

Anche queste feste natalizie sono finite. Come per la maggior parte delle persone, anche per me Natale è un momento di stacco e di raccoglimento con i propri cari. E la cosa sicuramente più interessante è che mi lascia molto tempo per (ri)vedere tanti film.

Natale è anche sinonimo di tradizione e il cinema, rispetto a questo, non fa eccezione. Basti pensare ai film che tutti gli anni in questo periodo invadono i canali televisivi (Il Piccolo Lord, Una poltrona per due, Miracolo nella 34° Strada, Gremlins, Mamma ho perso l’aereo…) o a quelli che si ripropongono nelle sale cinematografiche (un cine-panettone, un film Disney, un film con Richard Gere…).

Per non essere da meno, anche io, da ormai dieci anni, ho creato la mia tradizione natalizia, ritagliandomi una giornata da dedicare alla trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson (2001-2003). Sono talmente fedele a questo rituale che non ho permesso alla più recente (e, purtroppo, deludente) trilogia dello Hobbit (2012-2014) di inserirsi (ne tantomeno di sostituirsi).

Un altro significato che richiama il Natale è amore. Si sa, a Natale siamo (o dovremmo essere) tutti più buoni con gli altri, ma, anche in questa circostanza, non dobbiamo dimenticarci di noi stessi. Quindi, in sostanza, dedicare una giornata alla visione di questa meravigliosa trilogia è un atto d’amore verso me stesso.

Ho perso il conto di quante volte ho visto le avventure della Terra di Mezzo, ma, di sicuro, ogni volta è come se fosse la prima. Non metterei il fantasy tra i miei generi preferiti. Essendo figlio degli anni ’80, sono sempre stato abituato ad un certo tipo di film di questa categoria come La Storia Infinita (1984), Ladyhawke (1985), Willow (1988), ottimi prodotti d’intrattenimento, ma niente di più. Il Signore degli Anelli fa un balzo enorme avvicinandosi all’epos dei grandi kolossal del passato. Classificare i tre film (La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri, Il Ritorno del Re) come fantasy è quasi riduttivo, dal momento che all’interno convivono combattimenti degni di Braveheart o Il Gladiatore, drammi esistenziali e scene molto splatter. In sostanza, il Signore degli Anelli è l’esempio lampante di come una buona sceneggiatura, che ha saputo trasporre fedelmente le pagine dell’omonimo libro di J. R. R. Tolkien, possa essere il fulcro dall’arte di scenografi, costumisti, musicisti e tecnici di effetti speciali d’avanguardia, e non il contrario.

Il motivo per cui quest’opera mastodontica tocca le corde del mio cuore sta nel grande spazio che viene dato alla psicologia e alle dinamiche dei vari personaggi, facendo passare le oltre nove ore di visione in un lampo. Gli attori, da Elijah Wood (Frodo) a Viggo Mortensen (Aragorn), passando per Ian McKellen (Gandalf), Sean Astin (Sam), Liv Tyler (Arwen) e Andy Serkis (Gollum, la prima grande interpretazione motion capture), sono riusciti a dare ai personaggi una connotazione reale. Lo spettatore può davvero provare l’angoscia di Frodo nel portare l’Anello, il dissidio interiore di Gollum e di Bilbo nell’esserne ossessionati, ammirare il coraggio di Sam o di Aragorn, riconoscere la paternità (e la modernità) dei consigli di Gandalf (possiamo soltanto decidere cosa fare col tempo che ci viene concesso). E’ più facile trovare questo spessore in un’opera di Shakespeare che in un fantasy. Eppure c’è.

La convivenza (spesso difficile) tra le varie creature della Terra di Mezzo, uomini, elfi, nani e hobbit diventa, alla fine, una lezione su quanto sia importante trovare la chiave per instaurare una convivenza pacifica tra persone e popoli di cultura diversa. E’ un messaggio di grande attualità e perfettamente incline, sia con lo spirito natalizio, sia con i buoni propositi per l’anno nuovo.

A distanza di dieci anni Il Signore degli Anelli è l’unico film che riesce a strapparmi ancora qualche lacrima e di questo non provo imbarazzo o rimorso perché, come dice Gandalf, non tutte le lacrime sono un male.

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