Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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