“The Queen”Una sfida tra potere secolare e potere mediatico

Articolo di Andrea Vallese

queen

Da sempre il cinema ha cercato di dare una definizione al termine “potere”. Questo concetto nel corso della storia ha subito una mutazione di significato. Se un tempo esso contrassegnava la capacità di una persona di imporre la sua volontà, oggi lo si usa per capire l’abilità dell’individuo di trovare consenso da parte dei suoi simili. In sostanza, non più una dimostrazione di forza, quanto un’attitudine (soprattutto comunicativa) nel rendere legittima la propria autorità.

Considero il film “The Queen” the Stephen Frears (2006), come emblematico nella trattazione di questo argomento, così come lo è la protagonista, Elisabetta II d’Inghilterra, tutt’oggi massima esponente di una forma di potere che nel corso del tempo ha cambiato il suo significato, ma che permane tutt’ora, dal momento che nella cultura inglese la tradizione è il valore capostipite.

La trama racconta il momento in cui il potere della regina ha rischiato seriamente di vacillare, ovvero la settimana seguente alla tragica morte della Principessa Diana nel 1997. La scomparsa di quest’ultima, figura controversa per la famiglia reale, ma, allo stesso tempo, molto amata dal popolo britannico, getta l’intero regno nello sconforto e, di fatto, lo blocca. La Regina cercando di seguire il protocollo, come ha sempre fatto, tenta invano di mantenere privata la faccenda (dato che Diana non è più un membro della famiglia reale), ma la risonanza mediatica della nuora/rivale, resa ancora più forte dalla drammaticità della sua fine, faranno apparire la sovrana fredda e insensibile agli occhi dei suoi sudditi, delegittimando un potere che per mezzo secolo nessuno ha mai messo in discussione. Grazie all’aiuto del neo-eletto Primo Ministro Tony Blair, detto “il modernizzatore”, la Regina e la famiglia reale usciranno dal rifugio e si concederanno al “circo mediatico”, recuperando il consenso e il rispetto.

E’ evidente quanto sia difficile per i “non inglesi” comprendere una vicenda simile, soprattutto per un paese come l’Italia, dove il potere politico non rischia di vacillare neanche per fatti molto più seri di un “eccesso di conservatorismo”. Il regista dimostra un uso sapiente delle immagini di repertorio televisivo di Diana. Esse sono un intelligente contraltare alla narrazione delle vicissitudini della casa reale. Grazie a questa contrapposizione, lo spettatore assiste ad un vero e proprio duello: da una parte Diana, la “principessa del popolo”, forte della sua assenza, che con la sua morte diventa l’emblema di una sfida democratica al vecchio ordinamento, e, dall’altra, la Regina, figura stoica e inflessibile, sempre presente nel film e magistralmente interpretata da Helen Mirren (premiata con l’Oscar), che ha saputo cogliere il lato umano di una figura apparentemente rigida, ma in realtà “intrappolata” dal ruolo istituzionale e dai doveri costituzionali che le impediscono di esprimere davvero sé stessa, neanche nel messaggio di cordoglio televisivo che tutti conoscono. Attraverso gli occhi di Tony Blair (Michael Sheen), lo spettatore riesce a comprendere quanto modernità e tradizione siano concetti speculari uno dell’altro e, soprattutto, quanto sia importante che queste due idee convivano insieme per mantenere l’equilibrio.

Da persona giovane, che (si suppone) dovrebbe essere pro-modernità, debbo dire che questo film mi ha aperto gli occhi. Certo, non posso reputarmi un conservatore, ma ho molto rispetto per chi ha l’ingrato compito di tenere alta la tradizione. Sì, è un compito ingrato al giorno d’oggi, soprattutto perché c’è una tendenza esibizionistica nella realtà attuale che lascia ben poco spazio all’intimità, togliendo, poco a poco, veridicità ad ogni dimensione umana. La Regina ce lo dimostra contrapponendo alla sua “fasulla” partecipazione al funerale pubblico di Diana, un sobrio, ma sentito, omaggio alla morte del bellissimo cervo imperiale. Solo questo dimostra ancora una volta che la forma è sostanza e che il contegno e la dignità non sono valori obsoleti, ma qualità indispensabili che formano il carattere e che legittimano un vero leader.

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