“Don Jon” – La bellezza del “trovarsi”

Articolo di Andrea Vallese

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Una qualità che apprezzo molto di un autore di cinema (e non solo) è il coraggio di affrontare temi delicati e controversi, sfidando molti tabù. Se l’autore in questione, poi, è al suo esordio alla regia, come nel caso di Joseph Gordon Levitt con Don Jon (2014), la mia ammirazione in questione diventa esponenziale. Decidere di dedicare il primo lungometraggio al problema della porno-dipendenza, scegliendo come genere la commedia, è una sfida a cui anche cineasti di lungo corso mostrerebbero delle perplessità. Invece, il nostro autore (che è anche attore protagonista) non solo riesce nel suo intento, ma utilizza questa tematica come “veicolo” per far riflettere sulle difficoltà di comunicazione tra uomini e donne, un problema che, prima o poi, tutti gli individui (consumatori di porno e non) affrontano.

Il protagonista è Jon Martello (soprannominato “Il Don” per la sua abilità nell’arte del rimorchio), ragazzo semplice la cui vita ruota attorno a poche e semplici cose: famiglia, casa, macchina, palestra, amici, donne e…porno. Quest’ultima componente rappresenta la sua più alta forma di piacere, tanto da ammettere (in un continuo dialogo con lo spettatore) di preferirlo al sesso. Nella sua vita capita, all’improvviso, Barbara (Scarlett Johansson), bellissima e formosa ragazza, per la quale scatta il colpo di fulmine. Nella mente di Jon si balena insistentemente la possibilità che sia quella giusta (ovvero quella che gli permetterà di avere una vita sessuale più soddisfacente del porno). Purtroppo anche con Barbara le aspettative vengono disattese, anche perché la ragazza ha un’attrazione morbosa per i film romantici che ritiene associabili alla vita vera. L’incontro con Esther (Julianne Moore), donna più matura con alle spalle un doloroso segreto, rappresenterà per Jon la possibilità di vivere un rapporto in cui dare e avere si equiparano (o, come dice lui, si perdono l’un l’altro) creando i presupposti per una relazione vera e appagante.

Ciò che colpisce subito di quest’opera è la schiettezza, non solo dei dialoghi, ma anche delle situazioni. I ricorrenti primi piani delle espressioni sul viso di Jon quando guarda filmati porno, ma anche di Barbara mentre si lascia incantare dalle scene romantiche al cinema, sono emblematici della grande responsabilità che i media hanno sulla distorsione della realtà, non solo riguardante il sesso, ma anche sui rapporti di coppia in generale. Jon e Barbara credono di cercare l’anima gemella, ma, senza saperlo, investono nell’altro la speranza di aver trovato nella vita vera ciò che ossessivamente guardano nei filmati di cui sono consumatori.

Lo sviluppo di queste dinamica relazionale permette allo spettatore di allontanarsi dalla questione morale legata alla porno-dipendenza, mettendo in luce un problema molto più ampio, ovvero la capacità delle persone di “sentirsi” reciprocamente, liberandosi delle proprie aspettative (spesso stereotipate dai media) e lasciando che gli altri ci diano quello che di autentico hanno da offrire. Sono questi, come dice Esther a Jon, i rapporti a doppio senso che fanno la differenza tra “scopare” e “fare l’amore”, dove per amore s’intende “io e te” senza la scenografia rosa dei film romantici.

E’ impressionante notare come le persone che riescono ad arrivare a questa autenticità nei sentimenti (come Esther) sono quelle che affrontano, senza inibizioni, argomenti-tabù o discorsi su cui la morale e la religione mettono un veto. Le persone più fragili e insicure, invece, a causa di questi tabù, sono costrette a soddisfare le proprie curiosità utilizzando forme di comunicazione sbagliate e distorte. Sia le une che le altre finiscono sempre col ritrovarsi sole e incomprese, le prime perché giudicate immorali, le seconde perché non sanno affrontare la realtà. Personalmente considero questo film come un inno alla bellezza del “trovarsi”, una sensazione stupenda ed appagante, sia dentro che fuori dal letto.

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