“Ti do i miei occhi”- A cautionary tale

Articolo di Giorgia Loi

In occasione della celebrazione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne”, la Consulta delle Donne del Comune di Budrio ha deciso di affrontare il tema attraverso una riflessione condivisa e la visione del film “Ti do i miei occhi (te doy mis ojos)” della regista ed attrice spagnola Iciar Bollain.

“Ti do i miei occhi” è una storia come molte, la storia di un matrimonio all’interno del quale lui è un uomo insicuro, possessivo e violento, e lei è una donna che non c’è più, che ha dato tutta se stessa a quest’uomo e ora non si riesce più a vedere.

Ha dato i suoi occhi, così come le sue orecchie, il suo naso, la sua bocca, le sue gambe, il suo seno, Pilar. Li ha donati ad Antonio, nella perfezione dell’idillio del loro amore, perché lui glieli ha chiesti. Ma poi l’idillio si è sgretolato, in pochi minuti, e lui ha tenuto tutto, pretendendo di poterne fare uso a suo piacimento.

La storia inizia con la fuga di Pilar, che una notte decide di prendere il figlio e scappare dal marito, andando a rifugiarsi dalla sorella. Questo tentativo di fuga verrà però reso vano non solo dalle insistenze romantiche del marito, che “non può vivere senza di lei”, ma anche dalle pressioni sociali e familiari, che le faranno apparire normale il ritorno a casa.

Con la consapevolezza dello spettatore, seguiamo con orrore tutti i gesti, ascoltiamo tutte le parole che portano Pilar a fidarsi di nuovo di Antonio. Regali recapitati al lavoro, che fanno dire alle persone: “Accidenti, quanto ti ama!”. Promesse, “Cambierò, nulla sarà più come prima”. Un percorso di riabilitazione psicologica per uomini violenti, che lo porta a ragionare sulla rabbia, analizzarla, scriverne in un diario. Vediamo però anche come ogni interazione con Pilar risulti fisicamente e verbalmente violenta. Il corpo di Pilar viene “marcato” da ogni gesto dell’uomo,mentre la sua mente viene confusa da dichiarazioni vittimistiche e svilenti, volte a farle abbandonare ogni aspetto di se stessa e della sua vita che non ruoti attorno a lui.

hqdefault

Vediamo Pilar lasciarsi di nuovo andare a quello che ritiene essere amore, ma al contempo iniziare una vita nuova, fatta di cose che scopre di amare, tra cui l’arte.

L’arte, lo studio di essa, un nuovo e ritrovato amore per la cultura la rendono di fatto una donna nuova. Ed è questa la donna che torna a casa da Antonio, dopo un periodo di separazione. La ritrovata fiducia in se stessa, l’uscire di casa per andare a lavorare senza volerne rendere conto al marito e senza essere continuamente raggiungibile, e, infine, la capacità di parlare del corpo della donna attraverso l’arte, innescano in Antonio una (prevedibilissima) spirale di violenza, per porterà alla rottura definitiva.

Trovo bellissima e molto rilevante la scena in cui, al museo dove Pilar ha seguito un corso per diventare guida culturale, Antonio si introduce per assistere ad una sua spiegazione di un dipinto classico. Quello che vede è una donna felice, preparata, e parla di eros al femminile senza alcuna remora: una donna che non riconosce come “sua”, perché ha smesso di appartenergli nel modo che lui pretende, perchè parla di libertà e di corpo femminile senza tabù, perchè è libera nella mente e nel corpo.

te-doy-mis-ojos

Impossibile, per l’uomo insicuro che pretende di dominare questa mente e questo corpo, comprendere che solo nella libertà si può amare davvero.

Pilar invece lo capisce, e nel momento in cui si rende conto di non essere libera, si rende anche conto di non amare (o non amare più), ed è solo allora che può andarsene, davvero e per sempre.

Nella narrazione spiccano certamente i vari personaggi femminili, ognuno dei quali riesce a far risaltare gli altri con le proprie peculiarità.

Abbiamo Ana la sorella, che è certamente la donna che vogliamo essere (e magari siamo): personalmente appagata, in una relazione felice con un uomo che lava i piatti, con la capacità di superare le tradizioni imposte e decidere per la propria vita. Il suo limite è quello di non comprendere che per Pilar le cose non sono così semplici, ma è senza dubbio la “donna nuova” che si fa strada nel mondo.

Abbiamo poi invece, a fare da (im)perfetto contraltare, la madre delle due, simbolo della “donna tradizionale”, quella che non solo si è lasciata sottomettere dal marito per tutta lavita, ma ci tiene che le figlie si sposino in chiesa e, se per caso hanno sposato un violento, se lo tengano e lavino i panni sporchi dietro le porte chiuse della casa. Si tratta di una vittima dei propri tempi e, probabilmente, di troppo dolore, che riesce in parte a redimersi trovando il coraggio di vedere per un attimo la realtà della figlia, e dicendole le parole che la spingeranno alla liberazione definitiva.

Parole che Ana, non comprendendo realmente la situazione, non è stata in grado di dire, rimanendo fissa nell’ovvia correttezza delle proprie posizioni, ma senza fare i conti con gli effetti reali della violenza sulla psiche, che non si scardinano in un giorno.

Vi sono infine le donne che fanno parte della nuova vita che Pilar intraprende quando trova lavoro al museo: sono “donne nuove”, anche loro, libere, emancipate. Pilar non si confida con loro, sente che il loro è un mondo diverso, probabilmente si vergogna della verità. Ma, nel momento della vera presa di coscienza della necessità di un cambiamento,sono queste le donne che l’accompagneranno ad affrontare il marito un’ultima volta e che, proteggendola e mettendo lui di fronte a quello che realmente è, l’aiuteranno a fare il passo definitivo.

Ci sono anche alcuni uomini, oltre ad Antonio. Ci sono gli uomini del suo centro di riabilitazione, che danno voce alle più basse pulsioni del patriarcato violento, che raccontano tutto di sé, non lasciandoci dubbi sul fatto che “quello non è amore”, “quello non è essere un uomo”, “quella donna ha bisogno di essere supportata per andarsene”. Lo psicologo moderatore del gruppo, per quanto analizzi in maniera accurata l’insicurezza ed il bisogno di possedere la donna per rivendicare virilità, non spicca in positivo. Almeno a mio parere, non fa (e non dice) abbastanza.

C’è poi un ultimo uomo, sul quale mi dispiace non ci si concentri maggiormente. E’ il figlio di Pilar e Antonio, che è un bambino, sì, ma presto sarà un uomo. E’ certamente traumatizzato, molto silenzioso mentre in alcuni momenti si cerca di usarlo come scusa, in altri come “spia”, ed in altri ancora semplicemente lo si vuole lasciare fuori dal ring. Pilar dichiara di volerlo portare con sé quando sarà tornata a conoscere e riconoscere se stessa. Questo forse è l’unico regalo che può fargli per il futuro, mostrargli come una donna deve essere, libera, felice.

Non voglio tirare le somme su questo film, ma invito a vederlo, perchè ritengo che abbia qualcosa da lasciare, sia a chi studia e ragiona sull’argomento da tempo, sia a chi non ha l’abitudine di ragionarci.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...