Pupi Avati e l’horror gotico. “L’arcano incantatore”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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Si dice – e non si è ancora stati smentiti- che Pupi Avati faccia un solo film horror per decennio e su questo blog, a questo punto, ci manca solo Zeder.

Del 1976 è “La casa dalle finestre che ridono”, capolavoro assoluto e a tuttora insuperato; del 1983 è Zeder, che affronterò con calma perché non amo molto gli zombie; del 2007 “Il nascondiglio” e, del 1996 il film di cui parleremo in questo articolo che è “L’arcano incantatore”.

La vicenda narrata riguarda il giovane Giacomo che è costretto ad allontanarsi da Bologna per evitare di essere condannato per aver ingravidato e costretto ad abortire una ragazza. Come seminarista, trova rifugio presso la casa di un Monsignore, in un luogo non ben definito dell’appennino tosco-emiliano. Si tratta di un suggestivo casolare isolato la cui conformazione ricorda, per lo meno nella parte della biblioteca, il labirinto di libri de “Il nome della rosa”.

Qui, il Monsignore che vi abita compie strani riti di stampo satanico basandosi su un libro le cui copie sono andate – in teoria – distrutte. Questi riti si accompagnano alla redazione di numerosi fogli che si compongono di numeri dal valore non noto ma che comunque si intuisce essere demoniaco. Fra il protagonista e il monsignore si instaura un rapporto di fiducia, quasi di amicizia, ambiguo e complesso. Il protagonista avrà rapporti anche con il vicino convento che serve il Monsignore, sarà lì che verranno insinuati nella sua mente i primi dubbi su quanto accaduto al suo predecessore, Nerio. Pare che questi sia stato sepolto volutamente in una terra non consacrata e che in un qualche modo non sia realmente morto. Sulla figura misteriosa del defunto assistente si concentrano anche i sospetti relativi alla scomparsa di due novizie delle quali non si ha più notizia da molti anni.

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Questo di Pupi Avati è un film nel quale la componente gotica e ben dosata e presente, la si avverte nei paesaggi, nei dialoghi, nelle penombre che costituiscono gran parte delle scene. La recitazione è buona, seppur non sempre eccellente, non deludono Stefano Dionisi e Carlo Cecchi mentre risultano un po’ più scarsi gli altri interpreti. Gli effetti speciali risultano essere ben riusciti anche se all’occhio di un moderno spettatore possono sembrare assai naif.

Per quanto non risulti il miglior film di Pupi Avati e sia anzi ben lontano da esperimenti meglio riusciti, risulta essere molto godibile e interessante dal punto di vista culturale. L’ambientazione è sapiente, vi si riscontrano vari studi relativi alla letteratura esoterica dell’epoca.

Perla del film è la citazione dell’opera “Rosa di rose e fiore di fiori” di Alfonso il Savio, re di Castiglia e di Lèon nel XIII secolo, più noto come artista che come capo di stato. L’utilizzo è così ben riuscito che dopo l’uscita del film se ne fece anche una canzone dance che se non risulta essere molto diversa dalle altre del genere ci dà un’idea di quanto il film avesse riscosso un certo successo all’epoca della sua uscita.

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Visto che le giornate sono ancora piovose, non posso che consigliarvi di godervi questo film comodi comodi sul divano e con un bel plaid.

Buona visione!

 

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