L’esordio del cinema horror in Italia – “I vampiri” di Riccardo Freda

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Si dice e si legge che questo di Riccardo Freda del 1957 sia il primo dei film horror italiani.

Questa pellicola, poco nota al grande pubblico ma molto apprezzata dagli amanti del genere, racchiude in sé diverse particolarità e caratteristiche stilistiche che la rendono non solo molto attuale ma anche particolarmente godibile al pubblico contemporaneo.

La prima cosa che colpisce è il ritmo del film, incalzante sin dalla prima ripresa. Esso ha in sé diversi tratti del poliziesco a tinte fosche unite ad elementi più tipici dell’horror tra i quali di certo l’ambientazione gotica e il ricorso a una tematica cara al genere.

Il titolo appare piuttosto fuorviante poiché i protagonisti del film non sono di certo i vampiri pallidi e dai canini appuntiti appartenenti all’immaginario comune. Pare piuttosto trarre ispirazione da fatti di cronaca reali, in questo caso l’ispirazione rimanda direttamente alla contessa Erzsébet Bathory e ai suoi ormai piuttosto noti bagni a base di sangue di fanciulle. L’abitazione stessa della contessa del film, Marguerite du Grand e della nipote Giselle, risulta trarre maggiori ispirazioni dalle architetture della Romania o dell’Ungheria anziché dalla lussuosa e scintillante Parigi degli anni Cinquanta.

Allo stesso modo si scorge anche un richiamo a “Frankenstein” e ad altri film del genere, anche di Freda stesso, affascinato dal mondo della morte e dal mito dell’eterna giovinezza. Allo spettatore più attento non sfuggirà nemmeno la citazione al “Nosferatu” di Murnau, ulteriore volontario collegamento alla cinematografia di genere.

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La storia prende avvio dal rinvenimento di numerosi cadaveri di ragazze completamente dissanguati ritrovati a Parigi. Proprio per questa caratteristica delle sue vittime il serial-killer viene etichettato con la nomea di il vampiro. A far la cronaca di questi delitti per la stampa cittadina troveremo il protagonista del film, Pierre Lanvin, un affascinante giornalista sulla trentina, interpretato da Dario Michaelis. Lanvin, che ha sì delle intuizioni ma viene spesso osteggiato, riesce solo sul finale a rendersi credibile alla polizia e a dimostrare le sue ragioni. Il giornalista viene corteggiato in maniera molto esplicita dalla contessa Giselle, ereditiera del gotico castello nel quale vive insieme all’anziana zia, Marguerite. Giselle corteggia Pierre memore – o così sembra- della antica storia d’amore fra il padre di lui e la sua stessa anziana zia, un amore mai dimenticato e mai del tutto sopito.

A fare da contorno a questa storia d’amore contrastata sta l’apparato orrorifico che hanno messo in piedi Marguerite e alcuni suoi collaboratori, tra i quali un luminare della scienza, noto per i suoi esperimenti di genetica. Questo medico e i suoi scagnozzi sperimentano in laboratori segreti siti all’interno del castello la formula per l’eterna giovinezza. Per farlo, eseguono una sorta di trasfusioni tra un corpo all’altro, tra i corpi delle vittime e il corpo dell’anziana contessa.

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Dalla trama si evince come, in effetti, si tratti solo in maniera molto marginale il tema del vampirismo e che esso valga solo in senso lato. Quello che attrae sono di certo le ambientazioni gotiche, la trama che per quanto fantastica narra di incubi reali, l’attualità della tematica della paura dell’invecchiare.

Riccardo Freda è un autore piuttosto sottovalutato che fatica ancora a essere annoverato fra i maestri del cinema italiano. E’ vero che molto probabilmente questo deriva dal suo eclettico sperimentalismo ma è altrettanto vero che i suoi contributi al cinema di genere sono estremamente significativi. “I vampiri”, come anche “L’orribile caso del Dr.Hichcock”, trattano tematiche scabrose e mai banali e sono film dal ritmo sostenuto e piacevole.

Importante contributo agli effetti speciali – ancora molto artigianali ma davvero apprezzabili – è di Mario Bava, qui direttore della fotografia e, a due settimane dalle riprese, anche regista non ufficiale. Sua è l’idea per la mirabile trasformazione di Gianna Maria Canale (Marguerite/Giselle) da bellissima giovane ad anziana realizzata senza stacchi di ripresa e di montaggio ma, banalmente quanto genialmente, attraverso la sovrapposizione di due tipi di trucco, uno blu sul quale erano state disegnate delle rughe rosse illuminato da due proiettore. Con il proiettore blu acceso, il volto risulta giovane, con quello rosso invece invecchiato. Il graduale passaggio dall’una all’altra tonalità unito alla ripresa su pellicola in bianco e nero hanno reso possibile un trucco da maestro veramente notevole e degno del migliore Bava.

La prova di recitazione è buona per alcuni quanto scarsa per altri, soprattutto per coloro che sono impegnati in ruoli minori.

Bella l’ambientazione parigina ma di certo la più suggestiva è quella del castello; davvero memorabili le scene all’interno del palazzo, durante il ballo di gala, quasi un “Il Gattopardo” ante-litteram in versione gotica.

In linea generale si tratta di un ottimo film che merita di essere visto anche se quest’anno compie sessant’anni e possa apparire ai più piuttosto datato.

Buona visione!

 

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