Splatter e maestria ne “Quella villa accanto al cimitero” di Lucio Fulci

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Prima di cimentarmi nella recensione di questo film devo dire che ho un profondo rispetto per Lucio Fulci e per tutta la sua opera; lo ritengo un maestro del genere e un attento osservatore della realtà, cosa che, quando ci si cimenta in un horror, assume un’importanza fondamentale.  

Faccio questa premessa perchè “Quella villa accanto al cimitero” è, detto con molta onestà, un film brutto.

Nasce come il terzo episodio della cosiddetta “Trilogia della Morte” che Fulci girò tra il 1980 e il 1981. In esso vi si trovano componenti di thrilling, di horror e splatter.

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Se il film si apre con alcune sequenze piuttosto inquietanti, complici l’atmosfera retrò e la colonna sonora accattivante, sin dal momento del primo omicidio si resta perplessi di fronte ad una scena che con benevolenza potremmo definire comica. Un misterioso assassino pugnala al cranio una ragazza; il coltello – una lama di poco più di 15 cm- le esce fuori dalla bocca, uccidendola. Davvero imbarazzante. Parimenti imbarazzante è il cognome affibbiato al pericoloso non-morto segreto abitante della magione, il dottor Freudstein, risultato di una innocente e assai ridicola unione fra Freud e Frankenstein.

Il film ha per protagonista un bambino dall’aspetto etereo che si vede costretto a trasferirsi da New York ad una villa isolata vicino Boston a causa del lavoro del padre, Norman Boyle, che viene incaricato di concludere le ricerche del suo professore universitario e mentore. Il bambino, pur essendo stato messo in guardia dei futuri pericoli da una misteriosa bambina che gli compare di tanto in tanto accompagnata da una malconcia bambola, non potrà fare a meno di seguire i suoi genitori nella triste magione campagnola. Appena la famiglia giunge nella nuova cittadina compaiono una serie di indizi sullo svolgersi della trama tra cui frequenti languidi sguardi tra la baby sitter (interpretata da Ania Pieroni), il fatto che tutti pensino che il professor Boyle non sia la prima volta che giunge nella città, la curiosa figura del bibliotecario (per altro, uno degli attori migliori del film, Daniel Douglas). Dal loro trasferimento nella casa si avvia una sequela di omicidi inquietanti e sempre più splatter, il cui culmine è quello dell’agente immobiliare che rimane incastrata con una gamba in una lapide funeraria che si trova in salotto; l’arrivo del feroce assassino che la pungola con una sorta di ferro per il caminetto è un vero tripudio di sangue. Così, uno ad uno, il perverso e assetato di sangue dottor Freudstein eliminerà chiunque gli si pari innanzi.  

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Memorabile la scena in cui il padre del bambino viene attaccato da un ferocissimo pipistrello e lo infilza almeno quattrocento volte per ucciderlo. Così come uno spettatore non può non chiedersi come queste persone siano riuscite a vivere al di sopra di una cantina contenente svariati cadaveri squartati senza immaginare nemmeno la loro presenza. Persino l’orribile professor Freudstein è deliziosamente posticcio essendo una sorta di tronco di legno dalla mobilità molto rallentata con dei pezzi di carne putrefatta attaccati.

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Ora, non mi fraintendete, sono anch’io del parere che la visione di un film sia un momento di relax e non vada per forza analizzato secondo per secondo, ma penso che per girare un bel film horror occorra stare sempre molto attenti a non distaccarsi dalla realtà. D’altra parte, se ciò che narriamo non rappresenta qualcosa che potrebbe succedere, possiamo averne davvero paura?

Detto questo, non riesco mai completamente a buttare via un film di Fulci, anche di quelli peggiori. C’è sempre qualcosa che rivela, fra le pieghe della pellicola, una maestria che va necessariamente riconosciuta al regista romano. Sarà che in alcune scene il thrilling è palpabile, sarà che la fotografia è ben curata e persino la scelta della location ha un certo fascino.

Non è possibile negare però che il cast non sia dei migliori, probabilmente il migliore fra tutti è proprio Giovanni Frezza, che interpreta il piccolo Bob Boyle.

Per il resto ammetto di avere più dubbi che entusiasmi per una pellicola che resta intrigante e considero comunque da vedere, se non altro per strappare un sorriso e mettere un tassello nella storia del cinema horror italiano.

Buona visione!

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