“Eraserhead” – La sostanza di cui sono fatti gli incubi

Articolo di Giorgia Loi

La Cineteca di Bologna, si sa, è un’eccellenza a livello mondiale nel campo del restauro di pellicole datate.

Tra le ultime fatiche c’è “Eraserhead”, di David Lynch, che è stato proiettato per tutto il mese di settembre 2017.

Se lo definisco “la pasta di cui sono fatti gli incubi”, lo faccio in maniera letterale: sapete quando vi svegliate, dopo aver fatto un sogno inquietante, e non riuscite a ricordarne la trama ma avete una sensazione estremamente vivida e tangibile di quel sogno? Ecco, questo film riesce a riproporre questa sensazione in maniera superba. Il disagio è sommo, ma il prodotto è eccezionale.

Ma andiamo con ordine nel cercare di parlare di questa pellicola che penso si possa amare, odiare, ma non ignorare.

Innanzitutto, si tratta del primo lungometraggio di Lynch, girato in bianco e nero in un lungo lasso di tempo, tra il 1972 e il 1977. Probabilmente c’è voluto un qualche intervento provvidenziale perchè questo regista, ai tempi giovanissimo sconosciuto con solo qualche cortometraggio alle spalle, ottenesse di poter realizzare e distribuire un prodotto così forte e complesso. Ci troviamo di fronte ad un Lynch orrorifico, primordiale, simbolista all’estrema potenza ma anche estremamente intimo, personale.

L’aspetto horror in Eraserhead va dritto allo stomaco, fondendo un senso di inquietudine ed angoscia profondissima con immagini disgustose, ma così disgustose da disgustare il disgusto. Nei giorni successivi alla visione del film, ho consigliato a molte persone di guardarlo “lontano dai pasti”, ed ero serissima. Durante un paio di scene mi sono dovuta voltare per evitare reazioni fisiche indesiderate, oltre ad aver provato per gran parte del film un fastidio di tipo più concettuale, ma con un riflesso altrettanto fisico quasi intollerabile. Questo primo impatto così forte, letteralmente “di pancia”, per me ha inizialmente un po’ sovrastato il resto, non permettendomi di apprezzare immediatamente Eraserhead.

Ci ho dovuto dormire su: l’ho dovuto “digerire”, immagino, per percepirne la grandezza.

La mattina dopo averlo visto, mi sono svegliata innamorata del film.

La mattina dopo averlo visto, mi sono resa conto della genialità della regia. Sia nel dipingere l’incubo, come accennavo, sia nell’uso del suono, che, in alcuni passaggi, sostituisce quasi l’aspetto visivo, mentre in altre scene (in particolare quelle in cui il protagonista, Henry, è all’esterno e cammina per la città irreale, alienante e spettralmente post industriale in cui è ambientata la storia), ricalca un film muto, sostituendo i rumori ambientali con della musica di sottofondo.

La mattina dopo sono riuscita a recuperare una presa più chiara sul simbolismo della vita familiare, apprezzandone le sfumature estremamente drammatiche.

La metafora della vita familiare come prigione mostruosa è subito evidente. Fin dalle prime scene nella casa di Mary, la futura moglie di Henry, veniamo posti di fronte ad un nucleo agghiacciante in cui domina la follia, ed al quale fa da specchio la famiglia di cani da cui si ergono latrati inquietanti.

Quando poi si viene a sapere che Mary ha partorito il figlio di Henry (ma non risulta mai chiaro se Henry abbia mai avuto rapporti con lei, quindi forse la responsabilità che gli piomba sulla testa non è nemmeno conseguenza di momenti di gioia), e ci viene mostrata la creatura in questione, non vi sono più dubbi. Il “bambino” è una sorta di alieno orripilante, un aborto senza arti e con un’enorme testa informe, che guaisce tremendi lamenti continuamente, giorno e notte, impedendo alla coppia di vivere la propria vita, fino a quando Mary, presa dalla disperazione, se ne va.

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L’unica via di fuga di Henry, invece, pare essere all’interno del radiatore della propria claustrofobica stanza-casa, dove lo aspetta una donna dal viso tumefatto che, cantando soavemente “In Heaven everything is fine”, schiaccia con gioia enormi spermatozoi che piovono dal cielo, e sono incredibilmente simili al bambino-mostro di Henry. Pare che la signorina tumefatta rappresenti la morte, e, con essa, l’unica effettiva via di fuga alla prigione della vita familiare.

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La domanda che mi sono posta prima di vedere il film, e anche vedendo il film (beh, una delle molte domande poste durante, ovviamente), è “perchè Eraser-head? Quale mente, cosa cancella?” La risposta pare giungere in un’altra scena che è un incubo perfettamente confezionato. Quella in cui Henry perde la testa, letteralmente. La sua testa viene sbalzata via e sostituita da quella del bambino-mostro (chiara, no, la metafora della perdita d’identità causata dall’esperienza totalizzante della genitorialità, qui?), e quello che ne rimane viene poi raccolto da un altro bambino, che la consegna ad un produttore di matite, che proprio dal cranio estrapola la materia per costrurne una.

Una di quelle matite con la gommina alla fine. La gomma= eraser. La genialità di Lynch: essere squisitamente letterale e completamente simbolico allo stesso tempo.

Mi fermo qui nel parlare di questa pellicola incredibile, anche se su di essa si potrebbero spendere infinite parole: i simboli sono talmente tanti, e le scene magistralmente girate anche di più. Ma preferisco ripetere il consiglio di guardarlo (solo a stomaco vuoto, mi raccomando).

Se qualcuno avesse un’interpretazione dell’uomo pieno di cicatrici che si vede all’inizio ed alla fine, un’interpretazione che va al di là della presa di consapevolezza che tutto il film è un enorme, agghiacciante incubo fatto di incubi, e quindi dove non tutto ha necessariamente senso, per favore, mi scriva: io ancora non sono riuscita a elaborare una teoria.

Buona visione!

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