Chiamami col tuo nome

di Marilisa Mainardi

locandina

Non potevamo esimerci dal parlarvi del film del momento, per lo meno per quanto riguarda il panorama italico: Chiamami con il tuo nome, di Luca Guadagnino.

E’ estate e siamo in una splendida villa lombarda, Elio, diciassettenne italoamericano passa le vacanze coi suoi genitori, la madre ereditiera e il padre professore universitario. A interrompere la monotonia della tranquilla estate tipica delle pause scolastiche dell’adolescenza, interviene Oliver, brillante studente americano quasi trentenne che giunge come ospite in quanto vincitore di una sorta di borsa di studio organizzata dal professore stesso.

Il film, che ha la durata di 132 minuti, non è che la narrazione dell’educazione sentimentale di Elio; una fotografia scattata in quelle settimane estive. Appare non casuale la scelta del momento, la ripresa, cara al cinema italico, del topos delle estati eterne dell’infanzia.

Non è possibile raccontare la trama del film in sè e per sè, forse si potrebbe dire addirittura che non vi sia affatto. Ciò che giganteggia è la costruzione dialogica intorno alla quale ruotano le vicende. Consiglio, per chi avesse voglia e modo, di vederlo in lingua originale per poter godere del suo espressionismo quasi gaddiano, di certo non casuale in una pellicola di questo tipo.

Il film è candidato all’Oscar nella categoria principe, proprio quella di “miglior film”. Personalmente ho l’impressione che potrà vincerlo molto difficilmente. Per quanto non scevro da una profonda poesia, probabilmente troppe scene appariranno scomode all’Academy.

Ma a noi poco importa. A noi interessa vedere un film nel quale si torna all’elogio del ritmo lento, della narrazione pura, del profilo psicologico dei personaggi. Elogio che assume ancora più valore in una cinematografia attuale nella quale si privilegiano azione e velocità e contro una proposta sempre più fitta di serie televisive nelle quali le vicende si consumano in pochi minuti (40-45 al massimo).

Chiamami col tuo nome  ti costringe a fermarti, a capire, a godere di un’esperienza che somiglia molto di più alla lettura di un libro che alla visione di un film. Ti trascina nel suo mondo, concreto e persino famigliare tanto quanto immaginifico e altro.  

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Non è un film semplice. Personalmente l’ho apprezzato moltissimo ma mi rendo conto che non sia facile da vedere nè immediatamente appetibile, soprattutto per via della durata.  

Tra le critiche lette sul web una delle più frequenti riguarda la questione su se questo film abbia – almeno come connotazione principale- la tematica omosessuale. Dal mio punto di vista essa non è centrale nella storia. Non viene né enfatizzata né è foriera di problematiche che abbiano centralità nel film. E’ una narrazione più “alta”, che va al di là del mero fatto o scandalo, che si pone al di sopra della sessualità propria dei personaggi andando a descrivere invece la sessualità dell’essere umano tutto, di un adolescente qualunque che si fa simbolo di altri adolescenti come lui.

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Infine, una menzione speciale va alla colonna sonora che fa da perfetto contorno alle vicende e aiuta a trascinare lo spettatore negli anni ‘80, periodo nel quale la vicenda è ambientata. Non a caso, la canzone Mistery of love è candidata all’Oscar nella categoria di riferimento.

Sempre tra le candidature all’Oscar c’è quella del protagonista, Timothée Chalamet, eccellente nella parte affidatagli.

La sceneggiatura è stata tratta dal romanzo omonimo e riadattata da James Ivory, maestro del cinema che ci ha abituato ai tempi dilatati e alla riflessione.

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A mio parere questo film è imperdibile e merita di essere visto al cinema, possibilmente in lingua originale.

Buona visione!

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