“Eraserhead” – La sostanza di cui sono fatti gli incubi

Articolo di Giorgia Loi

La Cineteca di Bologna, si sa, è un’eccellenza a livello mondiale nel campo del restauro di pellicole datate.

Tra le ultime fatiche c’è “Eraserhead”, di David Lynch, che è stato proiettato per tutto il mese di settembre 2017.

Se lo definisco “la pasta di cui sono fatti gli incubi”, lo faccio in maniera letterale: sapete quando vi svegliate, dopo aver fatto un sogno inquietante, e non riuscite a ricordarne la trama ma avete una sensazione estremamente vivida e tangibile di quel sogno? Ecco, questo film riesce a riproporre questa sensazione in maniera superba. Il disagio è sommo, ma il prodotto è eccezionale.

Ma andiamo con ordine nel cercare di parlare di questa pellicola che penso si possa amare, odiare, ma non ignorare.

Innanzitutto, si tratta del primo lungometraggio di Lynch, girato in bianco e nero in un lungo lasso di tempo, tra il 1972 e il 1977. Probabilmente c’è voluto un qualche intervento provvidenziale perchè questo regista, ai tempi giovanissimo sconosciuto con solo qualche cortometraggio alle spalle, ottenesse di poter realizzare e distribuire un prodotto così forte e complesso. Ci troviamo di fronte ad un Lynch orrorifico, primordiale, simbolista all’estrema potenza ma anche estremamente intimo, personale.

L’aspetto horror in Eraserhead va dritto allo stomaco, fondendo un senso di inquietudine ed angoscia profondissima con immagini disgustose, ma così disgustose da disgustare il disgusto. Nei giorni successivi alla visione del film, ho consigliato a molte persone di guardarlo “lontano dai pasti”, ed ero serissima. Durante un paio di scene mi sono dovuta voltare per evitare reazioni fisiche indesiderate, oltre ad aver provato per gran parte del film un fastidio di tipo più concettuale, ma con un riflesso altrettanto fisico quasi intollerabile. Questo primo impatto così forte, letteralmente “di pancia”, per me ha inizialmente un po’ sovrastato il resto, non permettendomi di apprezzare immediatamente Eraserhead.

Ci ho dovuto dormire su: l’ho dovuto “digerire”, immagino, per percepirne la grandezza.

La mattina dopo averlo visto, mi sono svegliata innamorata del film.

La mattina dopo averlo visto, mi sono resa conto della genialità della regia. Sia nel dipingere l’incubo, come accennavo, sia nell’uso del suono, che, in alcuni passaggi, sostituisce quasi l’aspetto visivo, mentre in altre scene (in particolare quelle in cui il protagonista, Henry, è all’esterno e cammina per la città irreale, alienante e spettralmente post industriale in cui è ambientata la storia), ricalca un film muto, sostituendo i rumori ambientali con della musica di sottofondo.

La mattina dopo sono riuscita a recuperare una presa più chiara sul simbolismo della vita familiare, apprezzandone le sfumature estremamente drammatiche.

La metafora della vita familiare come prigione mostruosa è subito evidente. Fin dalle prime scene nella casa di Mary, la futura moglie di Henry, veniamo posti di fronte ad un nucleo agghiacciante in cui domina la follia, ed al quale fa da specchio la famiglia di cani da cui si ergono latrati inquietanti.

Quando poi si viene a sapere che Mary ha partorito il figlio di Henry (ma non risulta mai chiaro se Henry abbia mai avuto rapporti con lei, quindi forse la responsabilità che gli piomba sulla testa non è nemmeno conseguenza di momenti di gioia), e ci viene mostrata la creatura in questione, non vi sono più dubbi. Il “bambino” è una sorta di alieno orripilante, un aborto senza arti e con un’enorme testa informe, che guaisce tremendi lamenti continuamente, giorno e notte, impedendo alla coppia di vivere la propria vita, fino a quando Mary, presa dalla disperazione, se ne va.

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L’unica via di fuga di Henry, invece, pare essere all’interno del radiatore della propria claustrofobica stanza-casa, dove lo aspetta una donna dal viso tumefatto che, cantando soavemente “In Heaven everything is fine”, schiaccia con gioia enormi spermatozoi che piovono dal cielo, e sono incredibilmente simili al bambino-mostro di Henry. Pare che la signorina tumefatta rappresenti la morte, e, con essa, l’unica effettiva via di fuga alla prigione della vita familiare.

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La domanda che mi sono posta prima di vedere il film, e anche vedendo il film (beh, una delle molte domande poste durante, ovviamente), è “perchè Eraser-head? Quale mente, cosa cancella?” La risposta pare giungere in un’altra scena che è un incubo perfettamente confezionato. Quella in cui Henry perde la testa, letteralmente. La sua testa viene sbalzata via e sostituita da quella del bambino-mostro (chiara, no, la metafora della perdita d’identità causata dall’esperienza totalizzante della genitorialità, qui?), e quello che ne rimane viene poi raccolto da un altro bambino, che la consegna ad un produttore di matite, che proprio dal cranio estrapola la materia per costrurne una.

Una di quelle matite con la gommina alla fine. La gomma= eraser. La genialità di Lynch: essere squisitamente letterale e completamente simbolico allo stesso tempo.

Mi fermo qui nel parlare di questa pellicola incredibile, anche se su di essa si potrebbero spendere infinite parole: i simboli sono talmente tanti, e le scene magistralmente girate anche di più. Ma preferisco ripetere il consiglio di guardarlo (solo a stomaco vuoto, mi raccomando).

Se qualcuno avesse un’interpretazione dell’uomo pieno di cicatrici che si vede all’inizio ed alla fine, un’interpretazione che va al di là della presa di consapevolezza che tutto il film è un enorme, agghiacciante incubo fatto di incubi, e quindi dove non tutto ha necessariamente senso, per favore, mi scriva: io ancora non sono riuscita a elaborare una teoria.

Buona visione!

“Arrival”, fantascienza e linguistica a servizio dell’umanità.

Articolo di Giorgia Loi

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“Arrival” è un film che fa la felicità di un linguista. Essendo io una linguista, quindi, sono molto felice di poterne parlare.

SI tratta di un film di fantascienza, ma, oserei dire, un film di fantascienza “delicato”, molto concettuale, con un interessante twist filosofeggiante.

La recensione contiene spoiler, non è possibile farne a meno se si vuole affrontare la questione centrale.

La narrazione inizia con un tuffo nella vita di Louise (interpretata da Amy Adams) e di sua figlia, che, nelle prime scene del film, vediamo nascere, crescere, ammalarsi e morire prematuramente.

La scena si sposta subito alla vita professionale di Louise, docente universitaria di linguistica, che vorrebbe introdurre i suoi allievi nel meraviglioso mondo del portoghese, “una lingua romanza con un suono così diverso da quello delle altre lingue romanze”, quando si viene a scoprire che 12 enormi oggetti non identificati, navicelle aliene che vengono subito ribattezzate “gusci” a causa della loro forma che ricorda quella di gigantesche uova allungate, sono atterrate in altrettanti punti dislocati su tutta la superficie terrestre.

Louise mantiene un notevole sangue freddo, anche quando, il giorno successivo, unica persona ad essersi recata all’università, viene trovata dal Colonnello Weber, con il quale aveva in passato collaborato con un’importante traduzione dal sanscrito in una missione anti terrorismo, che le chiede di aiutare l’esercito a tradurre e comprendere questo linguaggio.

Lavorerà insieme allo scienziato Hawkeye Ian Donnelly (Jeremy Renner),il quale ritiene che la scienza sia la forza più potente nelle mani dell’umanità. Louise se la ride sotto i baffi, facendogli sottilmente notare che non esiste scienza senza linguaggio, e quindi la sua specializzazione vince (yay, linguista for president!).

Insieme, saranno portati dentro all’astronave, e incontreranno, con molta emozione e molta paura, separati da un vetro protettivo, gli alieni stessi: enormi calamaroni neri alti qualche metro, che vivono in un ambiente di nebbia fittissima, e sono stati chiamati “eptopodi” per la presenza di sette arti/tentacoli.

Ho molto apprezzato il fatto che gli alieni siano stati dipinti, in questa pellicola, in maniera per nulla antropomorfa, ma, per quello che ne sappiamo dell’evoluzione, plausibile. Pensare che esista un pianeta abbastanza simile da aver sviluppato forme di vita intelligente, che si sono evolute dai cefalopodi anzichè dalle scimmie, a ben pensarci, sembra sensato.

Nell’arco di due incontri con gli alieni, la professoressa farà quelli che a mio parere sono passi da gigante incredibili e sorprendenti, rendendosi conto che non sarà possibile interpretare il loro linguaggio orale, e portando con sè una lavagnetta per introdurre il linguaggio scritto. Gli eptapodi risponderanno subito, per iscritto, utilizzando l’inchiostro contenuto delle manine tentacolo dei loro arti tentacolo (ovviamente!).coverlg_home

E, mentre lo spettatore, assolutamente affascinato, pensa “Cavoli, questa donna è un genio, è riuscita a comunicare con una specie aliena completamente diversa da noi già dal secondo incontro!”, il colonnello Weber la prende da parte e le dice “Bisogna che chieda loro perchè sono qui, non possiamo perdere tempo con le parole di base!”.

Ma, fortunatamente, Louise non solo ha ragione, ma riesce anche a trasmetterlo, spiegandogli, come si farebbe con un bambino scemo (come appunto il colonnello appare, almeno a me-linguista, in quel momento) che non è possibile utilizzare un linguaggio per esprimere concetti astratti quando non vi sono le basi di comprensione del linguaggio stesso.

Il lavoro quindi procede, per settimane, mentre la linguista e lo scienziato analizzano e comprendono sempre meglio l’”eptapodese”, facendo “amicizia” con i due alieni che hanno, simpaticamente, ribattezzato Tom e Jerry, essendo i loro reali nomi un po’ troppo impossibili da capire..

La cosa interessante di questo linguaggio, come subito viene sottolineato, è come esso venga scritto in maniera circolare e simultanea. Ogni “frase”, infatti, si sviluppa attraverso protuberanze attorno ad un cerchio perfetto, e viene scritto con un solo getto d’inchiostro.

Non c’è bisogno di sforzarsi per capire la particolarità di questa scrittura, ce lo spiega Louise: per scrivere in questo modo, è necessario che prima di iniziare l’eptapode abbia già piena coscienza di tutta la frase. Come se noi scrivessimo con due mani, con una partendo da destra e con l’altra da sinistra, fino a ricongiungere i caratteri al centro. Si tratta, quindi, di una civiltà estremamente intelligente e con capacità a noi ignote, in pratica.

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Mentre le menti evolute di Louise, Ian, Tom e Jerry lavorano insieme in pace, però, il mondo, che è mediamente fatto di cervelli molto meno sviluppati, si fa prendere dal panico.

Il perchè, guardando la scena “dall’alto”, sfugge: gli alieni non hanno fatto assolutamente, assolutamente nulla tranne comunicare dall’interno dei loro gusci.

Ma la Cina ha deciso che li deve attaccare, prima che attacchino loro. La Russia a quel punto non potrebbe essere da meno, molte altre nazioni si stanno attrezzando, e gli Stati Uniti…beh, gli Stati Uniti.

E’ abbastanza deprimente e, purtroppo, molto in linea con la depressione che si prova di questi tempi navigando i social network, pensare che questa sia un’ipotesi accurata di come reagirebbe il genere umano ad un incontro di questo genere.

Louise e Ian si decidono a fare la domanda cruciale “che intenzioni ha la vostra specie sul nostro pianeta?”, ma, come si poteva sospettare, la risposta non è sufficientemente chiara, e, oltretutto, menziona un’arma, creando naturalmente il panico.

E, mentre l’esercito cinese si schiera, un soldato “x” in Nevada carica una bomba sulla piattaforma che trasporta Louise e Ian dagli alieni, che esplode nel momento in cui i due stanno cercando di comprendere bene il significato dell’ultima comunicazione, ma non prima che siano riusciti a registrare l’immagine di una complessissima scritta fatta di migliaia di simboli circolari, che gli eptapodi scrivono tutti in una volta riempiendo tutto lo spazio visivo.

Quando la bomba esplode, si ha la chiara percezione del fatto che, mentre Tom si ritira velocemente, Jerry “lanci” Ian e Louise fuori dall’astronave, ed è chiarissimo che l’intento sia quello di proteggerli.

Naturalmente nessuno dei governanti ed eserciti mondiali concepisce l’ipotesi che, nonostante siano stati attaccati gratuitamente, gli eptapodi non abbiano *comunque* intenti belligeranti. Ed invece è proprio così. I gusci si limitano ad allontanarsi un po’ dalla terra, ma appare evidente che non hanno alcuna intenzione di punire un’intera razza di esseri viventi perchè ne hanno incontrato uno violento.

Nel mentre Ian capisce, attraverso un ragionamento matematico (sì,diamo un po’ di soddisfazione anche alla matematica, che la linguistica ne ha tante in questo film), che i simboli mostrati tutti insieme fanno riferimento al concetto di tempo, e comprende anche che, per avere una risposta completa, è necessario mettere insieme i simboli “offerti” da tutte e dodici le navi.Il messaggio è (sarebbe..) chiaro: le nazioni, per comprendere il messaggio, devono cooperare. Peccato che queste abbiano, invece, fatto a gara negli ultimi giorni a chi chiudeva prima le comunicazioni con le altre basi.

A questo punto devo tornare indietro e riprendere una parte di trama, che si sviluppa orizzontalmente durante il film: Louise fa dei sogni, e ha delle visioni. Di sua figlia, della sua vita privata, e, ad un certo punto, di un incontro vis a vis con uno degli eptapodi. Queste esperienze semi-oniriche iniziano, di fatto, dopo il primo contatto con gli alieni.

Man mano che i sogni si fanno più articolati, ci rendiamo conto che il padre di sua figlia è uno scienziato. Ci rendiamo anche conto che probabilmente questi non sono affatto ricordi. Che, probabilmente, il padre della bambina di Louise, è Ian, e si tratta di visioni del futuro. 

Dopo l’esplosione della bomba, Tom, che scopriamo essere l’unico dei due eptapodi sopravvissuto (sigh, RIP. Jerry), manda un piccolo guscio a prelevare Louise, la quale sale senza paura, e si lascia portare nell’astronave, questa volta senza vetro protettivo, all’interno dell’ambiente nebuloso, dove vede Tom in tutta la sua enorme possenza.

L’ha portata lì per rivelarle che l’”arma” non è altro che un dono che stanno facendo all’umanità, uno strumento che permetterà alla razza umana di evolversi e di superare la propria limitata concezione del tempo: ed altri non è che (ci siamo arrivati, a questo punto, vero?) il loro linguaggio.

Quel linguaggio circolare, che permette di vedere la realtà da tutti i suoi lati, e che, a quanto pare, ha permesso a Louise di guardare il proprio futuro.

Tom rivela che gli eptapodi avranno bisogno dell’aiuto degli umani tra 3000 anni, in cambio di questo straordinario dono (che, si suppone, avrà anche il potere di aiutare la razza umana ad essere realmente d’aiuto).

Come farà la nostra eroina, adesso, a trasmettere in maniera efficace questo messaggio, prima che la Cina bombardi, prima che scoppi una guerra globale contro questa specie pacifica, prima che il pianeta vada a farsi benedire per nessun motivo?

Ma è ovvio: con uno sguardo sul futuro! (no, non racconterò anche questo)

 

Qui si apre il capitolo finale del film, con una riflessione sul tempo, sulla vita, sulle scelte. La domanda fondamentale è: se sapessi già come andrà a finire, vivresti comunque allo stesso modo?

Se sapessi già che tua figlia morirà di cancro, giovanissima, t’innamoreresti comunque di suo padre? Lo sposeresti? Diresti di sì quando, danzando nella vostra cucina, ti chiederà di fare un bambino?

La riflessione è complessa, ed il ragionamento sul fatto di poter superare il concetto di tempo lineare pone anche questioni sul libero arbitrio.

Ad esempio, pare evidente che Tom e Jerry sapessero che sarebbe esplosa una bomba. Che sapessero che Jerry, scegliendo di rimanere vicino alla detonazione per salvare i due umani, non sarebbe sopravvissuto. Essendo una specie estremamente evoluta, possiamo dedurre che sia stata una libera scelta, un sacrificio fatto in onore della propria specie, anche se l’”investimento” non vedrà i suoi frutti prima di 3000 anni.

Ma avrebbe potuto tirarsi indietro? Il futuro era scritto perchè in esso era già scritta anche la sua scelta?

Inoltre, vediamo Louise avere visioni del futuro solo all’interno della propria vita. E sorge spontanea una domanda lievemente più nerd: gli eptapodi conoscono il futuro fino a oltre 3000 anni in avanti perchè hanno una vita incredibilmente lunga, o perchè l’estrema evoluzione del loro sistema linguistico permette di superare anche quel limite? Personalmente, penso si tratti di questa seconda opzione.

 

Tirando le somme, per me rimane eccezionale la scelta di mostrare l’importanza del linguaggio, che può dare forma, o dare una nuova forma, ad una civiltà, e di impostare un intero film su questo, riducendo lo spazio per i topoi di genere (comunque non assenti).

E’ un film godibile, con immagini che rimangono impresse, con bravi attori e che impone un pochino di riflessione sia sulla società umana, sia su questioni più “alte”, che non fa mai male!

“The night of the hunter” quando una fiaba si trasforma in incubo.

Articolo di Giorgia Loi

Sono tra i fortunati che hanno avuto il piacere di assistere alla versione ristrutturata del film del 1955, di Charles Laughton, “The night of the hunter”, tradotto in italiano con “La morte corre sul fiume” (traduzione, a mio parere, francamente poco condivisibile).

Ammetto la mia ignoranza, non avevo mai visto questo film e sinceramente non sapevo molto di esso.

È stata una meravigliosa scoperta, per la quale ringrazio ancora una volta la Cineteca della mia stupenda città, Bologna, che è sempre in prima linea nel recuperare e restaurare meravigliosi film altrimenti spesso dimenticati.

Questo film mi ha colpita molto, in particolare, per due cose: l’atmosfera assolutamente impeccabile di una fiaba noir, e la meravigliosa recitazione non solo di Robert Mitchum ma, in particolare, del bambino protagonista. Non mi dilungherò su questo secondo aspetto, limitandomi a riportare quello che è stato sottolineato in sala grazie all’introduzione curata dalla Cineteca stessa: il film è stato diretto da Charles Laughton, un famosissimo attore che, nella sua carriera, si è dedicato alla regia soltanto in questa occasione; è stata sottolineata la sua particolare capacità di dirigere altri attori, probabilmente dovuta alla sua lunga carriera nella recitazione.

Dal momento che sono tornata a casa con la colonna sonora appiccicata in testa e la sensazione di trovarmi davanti uno dei personaggi del film ogni volta che vedevo un’ombra, ci tengo invece a dire alcune cose rispetto all’atmosfera ed alla stupenda fotografia.

Senza dubbio, la colonna sonora è una delle carte vincenti di questa pellicola: ce ne rendiamo conto subito, dal momento che il film inizia su un canto di bambini che rappresenta una sorta di premonizione di quanto sta per succedere.

Già nelle prime strofe, sentiamo tutto il sapore di questa favola thriller, di questo noir infantile, di questo sogno/incubo. Insieme alle voci dei bambini, che vanno a narrare alcuni punti salienti di questa vicenda, spicca implacabile il motivetto cantato dal predicatore, l’antieroe di questo film. Si tratta di una canzone religiosa, profondamente legata alla storia culturale americana, e certamente molto nota oltreoceano, ma che nasconde nel suo testo qualcosa di tragico e macabro. Questa stessa dualità la troviamo nel personaggio stesso, il quale per altro non ne fa mistero. Immagine iconica del film sono infatti i tatuaggi che porta sulle mani: da un lato “Love” (amore), dall’altro “Hate” (odio).

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Insieme alle musiche, un altro aspetto che va a sottolineare non solo i momenti salienti, ma anche la personalità dei protagonisti, sono le ombre. Gran parte del film è girato in notturna, e le ombre che si scagliano contro le pareti o contro la linea dell’orizzonte rappresentano un punto di vista importante sulle vicende. E, spesso, si tratta del punto di vista dei bambini. La narrazione di questo film è, infatti, prevalentemente incentrata sullo sguardo dei bambini sulle vicende del mondo degli adulti.

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Non voglio anticipare troppo a chi volesse godersi questo film, perché anche la trama, sebbene si tratti di un film così vecchio, è tutta da scoprire. Mi limito a consigliarlo molto calorosamente. Se possibile, visto al cinema, in una serata d’estate, ed in lingua originale.

“Logan – The Wolverine” I film di genere crescono

Articolo di Andrea Vallese

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Mi è già capitato, in un post precedente, di parlare di quanto i film sui supereroi siano stati, e sono tutt’ora importanti per la mia “crescita cinematografica”. Crescendo con loro mi sono reso conto di quanto le loro qualità più umane (alle quali nel corso degli anni i narratori di queste storie hanno dato più accezione che alle loro gesta) siano riconducibili a quelle di tanta gente del mondo reale che io stimo e ammiro. Quest’evoluzione ha aumentato notevolmente la somiglianza tra questo genere di pellicole e quelle classiche. Si definiscono classiche quelle opere che, spesso e volentieri, soprattutto a Hollywood, sembrano create apposta per puntare a vincere qualche premio prestigioso (Oscar e compagnia bella), mentre i film di supereroi e altre pellicole di genere come il fantasy, lo sci-fi, possono solo ambire ad un “riconoscimento di pubblico”.

Logan – The Wolverine di James Mangold, ultimo film dedicato alla saga degli X-Men e al suo “pezzo da novanta”, Wolverine per l’appunto, è il più recente tentativo di “abbattimento” della distinzione sopra citata e di rivendicazione di una dignità e qualità filmica che merita rispetto e (perchè no?) anche qualche riconoscimento ufficiale. La storia si svolge in un futuro non troppo lontano dove i mutanti si stanno lentamente estinguendo e i pochi sopravvissuti vivono ai margini della società, nascondendosi da quegli umani che un tempo li temevano, mentre ora vogliono trarre vantaggio dal loro genoma X. Wolverine, o meglio, Logan (Hugh Jackman, un attore che non ha mai tradito la sua totale devozione al personaggio che lo ha reso celebre) ci appare più invecchiato e stanco. Vive vicino al confine col Messico. Il suo fattore di guarigione si sta indebolendo e accanto a lui è rimasto solo Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart), ormai novantenne e incapace di controllare la sua telepatia a causa di una forte demenza senile. Quando a Logan viene chiesto di prendersi cura di Laura (Dafne Keen), una bimba-mutante che, curiosamente, è dotata di artigli e di una forza di “wolveriana” memoria, i tre mutanti intraprendono un viaggio verso la frontiera canadese per scortare l’ “innocente creatura” ad una delle poche comunità di mutanti sopravvissute per metterla al sicuro dalle grinfie di militari ferocemente addestrati e da scienziati senza scrupoli.

L’ultima impresa dell’eroe dagli artigli di adamantio è una commistione di generi cinematografici che va dal road movie al western crepuscolare. Di sicuro ciò che meno contraddistingue questo film è il genere a cui appartiene (o dovrebbe appartenere). Non mancano certo le scene d’azione, anzi, ce ne sono di notevoli, ma la forza di questo film sta in altri elementi. C’è un forte richiamo all’attualità (quella post-Trump con i mutanti al posto dei migranti). La violenza e la truculenza di alcune scene aumenta nello spettatore la consapevolezza del realismo e delle sfumature che contraddistinguono la lotta tra il bene e il male (e la citazione dal film Il cavaliere della valle solitaria è azzeccatissima). La vera forza narrativa, però, è nel rapporto tra Logan e Laura caratterizzato, non tanto dall’affinità dei loro super poteri, quanto dal senso di complementarietà umana che li avvicina sempre di più. Una visione che rincuora noi comuni mortali che, anche senza super-poteri, sappiamo di poter percepire l’eroismo non nei plausi e nell’elogio delle masse, ma negli occhi delle persone che per noi sono speciali.

Logan – The Wolverine fa parte di quel ristretto gruppo di film che sono in grado di ridefinire le attese del pubblico di massa, promuovendo quell’effetto-sorpresa che al cinema si sogna, ma che nella vita si cerca. La mia speranza è di poter vedere un giorno un film come questo nella lista dell’Oscar al Miglior Film, non solo perché se lo merita, ma anche perché i suoi spettatori possano sentirsi parte di un target quantitativamente più ampio e qualitativamente più alto.

“Don Jon” – La bellezza del “trovarsi”

Articolo di Andrea Vallese

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Una qualità che apprezzo molto di un autore di cinema (e non solo) è il coraggio di affrontare temi delicati e controversi, sfidando molti tabù. Se l’autore in questione, poi, è al suo esordio alla regia, come nel caso di Joseph Gordon Levitt con Don Jon (2014), la mia ammirazione in questione diventa esponenziale. Decidere di dedicare il primo lungometraggio al problema della porno-dipendenza, scegliendo come genere la commedia, è una sfida a cui anche cineasti di lungo corso mostrerebbero delle perplessità. Invece, il nostro autore (che è anche attore protagonista) non solo riesce nel suo intento, ma utilizza questa tematica come “veicolo” per far riflettere sulle difficoltà di comunicazione tra uomini e donne, un problema che, prima o poi, tutti gli individui (consumatori di porno e non) affrontano.

Il protagonista è Jon Martello (soprannominato “Il Don” per la sua abilità nell’arte del rimorchio), ragazzo semplice la cui vita ruota attorno a poche e semplici cose: famiglia, casa, macchina, palestra, amici, donne e…porno. Quest’ultima componente rappresenta la sua più alta forma di piacere, tanto da ammettere (in un continuo dialogo con lo spettatore) di preferirlo al sesso. Nella sua vita capita, all’improvviso, Barbara (Scarlett Johansson), bellissima e formosa ragazza, per la quale scatta il colpo di fulmine. Nella mente di Jon si balena insistentemente la possibilità che sia quella giusta (ovvero quella che gli permetterà di avere una vita sessuale più soddisfacente del porno). Purtroppo anche con Barbara le aspettative vengono disattese, anche perché la ragazza ha un’attrazione morbosa per i film romantici che ritiene associabili alla vita vera. L’incontro con Esther (Julianne Moore), donna più matura con alle spalle un doloroso segreto, rappresenterà per Jon la possibilità di vivere un rapporto in cui dare e avere si equiparano (o, come dice lui, si perdono l’un l’altro) creando i presupposti per una relazione vera e appagante.

Ciò che colpisce subito di quest’opera è la schiettezza, non solo dei dialoghi, ma anche delle situazioni. I ricorrenti primi piani delle espressioni sul viso di Jon quando guarda filmati porno, ma anche di Barbara mentre si lascia incantare dalle scene romantiche al cinema, sono emblematici della grande responsabilità che i media hanno sulla distorsione della realtà, non solo riguardante il sesso, ma anche sui rapporti di coppia in generale. Jon e Barbara credono di cercare l’anima gemella, ma, senza saperlo, investono nell’altro la speranza di aver trovato nella vita vera ciò che ossessivamente guardano nei filmati di cui sono consumatori.

Lo sviluppo di queste dinamica relazionale permette allo spettatore di allontanarsi dalla questione morale legata alla porno-dipendenza, mettendo in luce un problema molto più ampio, ovvero la capacità delle persone di “sentirsi” reciprocamente, liberandosi delle proprie aspettative (spesso stereotipate dai media) e lasciando che gli altri ci diano quello che di autentico hanno da offrire. Sono questi, come dice Esther a Jon, i rapporti a doppio senso che fanno la differenza tra “scopare” e “fare l’amore”, dove per amore s’intende “io e te” senza la scenografia rosa dei film romantici.

E’ impressionante notare come le persone che riescono ad arrivare a questa autenticità nei sentimenti (come Esther) sono quelle che affrontano, senza inibizioni, argomenti-tabù o discorsi su cui la morale e la religione mettono un veto. Le persone più fragili e insicure, invece, a causa di questi tabù, sono costrette a soddisfare le proprie curiosità utilizzando forme di comunicazione sbagliate e distorte. Sia le une che le altre finiscono sempre col ritrovarsi sole e incomprese, le prime perché giudicate immorali, le seconde perché non sanno affrontare la realtà. Personalmente considero questo film come un inno alla bellezza del “trovarsi”, una sensazione stupenda ed appagante, sia dentro che fuori dal letto.

“La forza del campione”. Il presente come forma tangibile di felicità

Articolo di Andrea Vallese

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 Il film di cui parlo in questo articolo in Italia non è mai uscito al cinema. E’ una pellicola del 2006 che nel nostro paese è uscita in DVD solo nel 2010. Io sono arrivato a conoscerlo guardandolo su Youtube, grazie alla gentile segnalazione di un’amica. E’ un peccato che la maggior parte della gente non lo conosca, se non altro per il grande messaggio umano ed esistenziale di cui è portatore.

La Forza del campione” di Victor Salva, in originale intitolato Peaceful Warrior (titolo decisamente migliore, come spesso accade nelle traduzioni inglese-italiano) è tratto dal romanzo semi-autobiografico di Dan MillmanLa via del guerriero di pace”. Dan (Scott Mechlowicz) è un giovane e molto promettente ginnasta, in procinto di partecipare alle Olimpiadi, che conduce una vita apparentemente felice. Bello, ricco, promettente negli studi, circondato da amici, attorniato da ragazze, passa la sua vita tra allenamenti e feste, impegnandosi, anima e corpo, ad essere sempre un vincente, il numero uno. Nonostante tutto, c’è qualcosa che lo turba e non lo fa dormire. Nei suoi vagabondaggi notturni incontra un anziano benzinaio che ha, però, un’ottima capacità atletica (insieme ad una non comune dialettica), cosa che cattura l’attenzione di Dan. Quest’uomo (magistralmente interpretato da un grande caratterista come Nick Nolte), dal nome fittizio Socrate, obbligherà il giovane atleta a porsi dei seri interrogativi sul reale significato della sua vita, appesa unicamente al raggiungimento dei suoi obiettivi agonistici. Attraverso un allenamento interiore, riconducibile ad una filosofia Zen, ma con un approccio più pragmatico, Dan impara ad assaporare il valore delle piccole cose che gli succedono intorno e ad apprezzare la vita per quello che è. Nel momento in cui Dan subisce un incidente motociclistico tale da compromettere la sua carriera olimpionica, egli riuscirà, con l’aiuto di Socrate, a lavorare sul superamento della mania del controllo degli eventi e a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni del momento. E sarà così che, nonostante lo scetticismo di tutti, Dan riuscirà a gareggiare alle Olimpiadi.

La bellezza di quest’opera sta nel rapporto “insegnante-discepolo” che si crea tra i due protagonisti. Come il suo famoso omonimo, Socrate utilizza il dialogo e frasi brevi, ma incisive per permettere a Dan di cambiare la sua prospettiva di vita. Un’espressione che mi ha particolarmente colpito è “elimina la spazzatura dalla tua vita”, dove per spazzatura s’intende tutti quei pensieri, timori e sensazioni (spesso indotti da altri) che influiscono sul pensiero e sull’azione del singolo, impedendogli di viversi la vita attimo per attimo. Credo che sia questo il significato dell’essere un “guerriero di pace”, ovvero sapersi battere per trovare l’amore e la felicità in ciò che si fa. Infatti, per gli antichi greci, il concetto di felicità è riconducibile ad uno stato d’animo di tranquillità, di pace.

Questo film, anche se non ha un grande peso cinematografico, è un manifesto importante del “qui ed ora”, un concetto a cui, a mio parere, la gente non presta la dovuta attenzione. Se ci si pensa questa cosa è alquanto bizzarra, poiché il “qui ed ora”, ossia il presente è ciò che abbiamo sempre vicino. Eppure l’uomo ripone troppa attenzione nel passato e nel futuro, forse perché crede che abbandonandosi ad un bel ricordo (che non c’è più) o immaginando la realizzazione di un sogno (le cui variabili sono molteplici e in balia degli eventi) si possa trovare la felicità. E’ solo il presente, però, l’unica cosa che possiamo toccare con mano, ma l’unico modo per farlo è vivere, nel senso di essere capaci di percepire il tempo come successione illimitata di istanti in cui si svolgono gli eventi, tutti portatori di diversi stati d’animo. Il presente è percezione sensoriale e solo dando valore alle nostre sensazioni che possiamo trovare la strada per un’esistenza serena e felice.

“(500) Giorni insieme” L’oscillazione continua tra “aspettativa” e “realtà”

Articolo di Andrea Vallese

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Ecco un film che mi sta molto a cuore. Oserei dire un film “terapeutico”. A distanza di tempo, (il 2009, per essere precisi) sono sempre più convinto che quest’opera prima di Marc Webb mi ha “fatto del bene”. Ogni volta che lo rivedo (ormai ho perso il conto) capisco sempre qualcosa in più di me stesso e del mio stare al mondo. L’unica pecca che ha è sicuramente il titolo “affibbiatogli” in Italia, (500) Giorni Insieme, al posto di (500) days of Summer. Solo vedendo il film si può capire perché il titolo originale ha molta più singolarità ed attrattiva, ma, si sa, i distributori italiani, quando si tratta di prodotti esteri “meno di massa” e “più di nicchia”, non hanno molta fiducia nelle capacità di comprensione del pubblico. Questo, però, è un altro discorso.

I protagonisti di questa storia sono Tom (Joseph Gordon Levitt), brillante neolaureato in Architettura, che lavora in un’azienda editrice di biglietti di auguri, creando formule per varie tematiche, e Sole, in originale Summer (Zooey Deschanel), la neo-assunta segretaria del capo di Tom. Quando lui incontra lei, ne è fortemente attratto e, dopo qualche goffo tentativo di approccio, i due decidono di frequentarsi. Detto così questo incontro non sembrerebbe diverso dalle tante storie che spesso i film (e la vita di tutti i giorni) rappresentano, ma il regista all’inizio è molto chiaro e netto: questa non è una storia d’amore. Tom e Sole, nell’iniziare questa “relazione complicata”, sono molto diversi caratterialmente, addirittura antitetici rispetto agli stereotipi che contraddistinguono il sesso di cui fanno parte. Tom è romantico, sognatore e crede nell’amore vero, quello che dura per sempre ed è convinto di aver trovato in Sole l’anima gemella. Sole, invece, è una ragazza moderna, che vuole farcela da sola, nasconde la sua dolcezza in un carattere forte e determinato e da Tom non si aspetta niente di serio.

Il regista racconta questa storia non in maniera cronologica, ma avanza e indietreggia nell’arco di questi 500 giorni, alternando momenti in cui Tom e Sole vivono situazioni di grande complicità ad altri in cui Tom si strugge fino alla depressione tentando di capire e superare la fine del rapporto con Sole. Grazie a questo stratagemma narrativo, lo spettatore può essere partecipe delle contraddizioni che una stessa scena può presentare a seconda del significato che i due protagonisti le attribuiscono. In quest’ordine sparso di scene Tom fa molta tenerezza, in quanto cerca con tutte le sue forze di veder realizzate le sue aspettative, ma al tempo stesso si rende conto (anche con l’aiuto degli amici e della sorella “minore”) che i suoi valori si addicono di più ai messaggi dei suoi bigliettini di auguri che alla realtà concreta delle cose. Inevitabilmente, quando quest’ultima gli si presenta per quello che è, l’impatto è devastante.

Il vero “rapporto di coppia” di questo film è quello tra le aspettative di Tom e la dura realtà della vita. Sono due dimensioni (entrambe presenti in ognuno di noi) che più tentano di unirsi e rimanere ancorate, più rischiano di farsi (e farci) male. Tante volte rimaniamo scottati nello scoprire che qualcosa di cui eravamo certi si è rivelato tutt’altro. Il film, però, ci invita a trarre spunto da queste rivelazioni per valorizzare la nostra forza interiore, che è una risorsa preziosa per il nostro animo, per fargli acquisire forza e vigore, giorno dopo giorno. Se riusciamo a capire questo, sarà la realtà stessa ad emozionarci e a regalarci quella bellezza che le nostre aspettative tante volte immaginano soltanto. Tom ci è riuscito ed io lo auguro a me stesso e a tutti.

“I ragazzi stanno bene”-La semplicità del “non convenzionale”

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Qualche sera fa mi è capitato di rivedere questo piccolo film “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko (2010). Avevo voglia di qualcosa di leggero, ma alla fine mi ero reso conto che la leggerezza che stavo cercando non era nel film in quanto tale, ma nella sua chiave di lettura. Sono settimane, infatti, che i media ci bombardano di notizie su cosa è normale e cosa no, in quale famiglia è meglio far crescere dei figli, facendoci credere che queste discussioni siano talmente importanti da condizionare la tenuta socio-politica del nostro Paese e dei suoi valori.

Il film ci mostra una famiglia in cui i genitori sono una coppia gay, Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore, bravissime e perfettamente in sintonia), con due figli, Joni (Mia Wasikowska) e Laser (Josh Hutcherson), avuti tramite inseminazione artificiale con lo stesso seme e ormai adolescenti. In questi anni questa famiglia si è ben consolidata e la reciprocità dei suoi componenti è ben consolidata, com’è giusto che sia. Nel momento in cui Joni diventa maggiorenne e prossima a trasferirsi al college, Laser le chiede di contattare la banca del seme per rintracciare il loro padre biologico. Questi è Paul (Mark Ruffalo), ristoratore single e dongiovanni, che cattura subito l’attenzione dei ragazzi, costringendo le due madri ad inserirlo nel nucleo familiare. L’arrivo di Paul obbliga, in qualche modo, genitori e figli a mettere in discussione la propria vita e il proprio ruolo nella famiglia. Questo avviene soprattutto nel rapporto tra Nic e Jules, che, nonostante l’amore sincero e profondo che le lega, hanno sempre faticato a trovare un equilibrio nel loro matrimonio. Quando Jules cede al fascino di Paul, tradendo Nic, le due donne dovranno faticare per poter ritrovare quel sentimento che ha dato origine alla loro famiglia.

Il film rifiuta chiaramente di dare uno schieramento politico e sociale a questa famiglia. Essa non è il simbolo di una realtà alternativa che dichiara guerra alla società, né il manifesto di una lotta per i diritti delle famiglie non tradizionali. Credo che sarebbe persino sbagliato definirla normalità perché si correrebbe il rischio di aprire un altro noioso e insensato dibattito su cosa è normale e cosa no. Essa è uno spaccato della realtà, come ce ne sono tanti. L’introduzione del padre biologico non è qualcosa che destabilizza la famiglia in quanto tale, ma mette scompiglio nel matrimonio di due persone, cosa che succede per tante coppie. E anche questa coppia, dopo questo evento, riesce a tenere duro e a uscirne più forte e determinata nell’andare avanti, con la consapevolezza che (parole di Jules) “il matrimonio è difficile”.

Trovo che la regista sia stata molto intelligente ed acuta nell’aver trattato una tematica “non convenzionale” attraverso una narrazione che, tutto sommato, è abbastanza lineare e senza colpi di scena eclatanti. Non c’è nessuna volontà di trasgredire. L’intento è, semmai, dimostrare che i valori tradizionali e consolidati (come il matrimonio e l’educazione dei figli) possono essere divulgati e trasmessi da tutti, anche da chi, nel comune pensiero, non è degno di farne parte. Personalmente credo che oggi non ha più molto senso capire cosa è tradizionale e cosa alternativo. Credo piuttosto che capire cosa si è ed apprezzarsi per la propria unicità sia già il grosso traguardo di un percorso che nessuno (persona o istituzione) ha il diritto di fermare.

La grande scommessa- Una lezione di economia (e di vita) alla portata di tutti

Articolo di Andrea Vallese

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Sarò sincero. Se “La Grande Scommessa” di Adam McKay non avesse ottenuto tante nomination agli Oscar non credo che avrebbe avuto la mia attenzione. L’economia e la finanza sono argomenti lontani anni luce dal mio interesse e non li ho mai ritenuti temi adatti allo spettacolo e all’intrattenimento. Comunque, dato che ripongo grande fiducia nelle scelte dell’Academy Award (cosa che mi ha sempre esposto alle critiche di molti), mi sono fatto coraggio e mi sono addentrato “nel fantastico mondo di Wall Street”.

La pellicola è ambientata nel periodo antecedente al crollo finanziario del 2008, anno in cui le strutture del capitalismo hanno cominciato a cedere per arrivare alla crisi economica che, prima in America, poi nel resto del mondo, ha segnato per sempre il destino di molti (se non di tutti). In questo scenario il film segue tre vicende. La prima è quella di Michael Blurry (un notevole Christian Bale), eccentrico e non convenzionale manager di un fondo d’investimento che, dopo aver notato la presenza eccessiva e sospetta di mutui ad alto rischio, decide di scommettere contro l’intero mercato immobiliare, mettendosi contro tutti gli investitori. Da questa scoperta il trader Mark Baum (Steve Carell), su segnalazione dell’impiegato bancario Jared Vennett (Ryan Gosling), scopre che nel mercato immobiliare le banche stanno vendendo in maniera spropositata delle obbligazioni di debito con la complicità (implicita o meno) delle agenzie di rating, mettendo a rischio tutto il sistema economico. A questa manovra si interessano due giovani investitori Charlie e Jamie che si faranno aiutare dal banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt) per entrare nell’operazione e scommettere così contro il sistema economico americano. Alla fine tutte le intuizioni dei personaggi si riveleranno azzeccate e ciascuno ne trarrà un grande profitto. Purtroppo ne conseguirà l’amara consapevolezza che il loro successo significherà la rovina economica e sociale di tanta gente.

Non è stato facile seguire tutte queste vicende, soprattutto per l’uso ingente di un linguaggio specifico fatto di termini conosciuti solo agli esperti di alta finanza. Nonostante questo “inconveniente tecnico”, prestando alla storia la dovuta attenzione ho assistito a un film interessante, ma anche piacevole, dove si alternano momenti drammatici e situazioni comiche. Ciò che ne viene fuori è una commedia che parla di eventi drammatici, ma con ironia. L’intuizione più riuscita è affidare alcune spiegazioni tecniche a personaggi famosi e non di mestiere (l’attrice Margot Robbie, il cuoco Anthony Bourdain, la cantante Selena Gomez), per dimostrare che la terminologia della finanza può essere illustrata a chiunque con gli esempi giusti. Grazie a questo espediente, i protagonisti della storia possono essere visti nel loro lato più umano e il regista ha potuto lavorare sul loro conflitto interiore, generato dal loro essere al tempo stesso profeti e “profittatori” dell’apocalisse dell’economia mondiale.

Più che essere spettatore di un film, mi sono sentito come cavia di un esperimento. Credo che “la grande scommessa” del regista sia dimostrare che tutto può essere compreso se diamo al nostro cervello la possibilità (e la fiducia) nel prestare attenzione. Non nego che quando sono uscito dal cinema sono rimasto un po’ frastornato, ma sono felice di aver “superato la prova”. Ho capito quanto sia importante soffermarsi sulle cose e capire ciò che succede, stando molto attenti a tutte le distrazioni a cui quotidianamente siamo sottoposti dai media (cartelloni pubblicitari, videoclip). Ovviamente ciascuno di noi è (e deve sentirsi) libero di impiegare la propria mente in ciò che gli interessa di più, ma è fondamentale sapere che la sua scelta può orientarsi tranquillamente su qualsiasi argomento.

Il Signore degli Anelli- Una maratona di tradizione, bellezza e umanità

Articolo di Andrea Vallese

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Anche queste feste natalizie sono finite. Come per la maggior parte delle persone, anche per me Natale è un momento di stacco e di raccoglimento con i propri cari. E la cosa sicuramente più interessante è che mi lascia molto tempo per (ri)vedere tanti film.

Natale è anche sinonimo di tradizione e il cinema, rispetto a questo, non fa eccezione. Basti pensare ai film che tutti gli anni in questo periodo invadono i canali televisivi (Il Piccolo Lord, Una poltrona per due, Miracolo nella 34° Strada, Gremlins, Mamma ho perso l’aereo…) o a quelli che si ripropongono nelle sale cinematografiche (un cine-panettone, un film Disney, un film con Richard Gere…).

Per non essere da meno, anche io, da ormai dieci anni, ho creato la mia tradizione natalizia, ritagliandomi una giornata da dedicare alla trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson (2001-2003). Sono talmente fedele a questo rituale che non ho permesso alla più recente (e, purtroppo, deludente) trilogia dello Hobbit (2012-2014) di inserirsi (ne tantomeno di sostituirsi).

Un altro significato che richiama il Natale è amore. Si sa, a Natale siamo (o dovremmo essere) tutti più buoni con gli altri, ma, anche in questa circostanza, non dobbiamo dimenticarci di noi stessi. Quindi, in sostanza, dedicare una giornata alla visione di questa meravigliosa trilogia è un atto d’amore verso me stesso.

Ho perso il conto di quante volte ho visto le avventure della Terra di Mezzo, ma, di sicuro, ogni volta è come se fosse la prima. Non metterei il fantasy tra i miei generi preferiti. Essendo figlio degli anni ’80, sono sempre stato abituato ad un certo tipo di film di questa categoria come La Storia Infinita (1984), Ladyhawke (1985), Willow (1988), ottimi prodotti d’intrattenimento, ma niente di più. Il Signore degli Anelli fa un balzo enorme avvicinandosi all’epos dei grandi kolossal del passato. Classificare i tre film (La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri, Il Ritorno del Re) come fantasy è quasi riduttivo, dal momento che all’interno convivono combattimenti degni di Braveheart o Il Gladiatore, drammi esistenziali e scene molto splatter. In sostanza, il Signore degli Anelli è l’esempio lampante di come una buona sceneggiatura, che ha saputo trasporre fedelmente le pagine dell’omonimo libro di J. R. R. Tolkien, possa essere il fulcro dall’arte di scenografi, costumisti, musicisti e tecnici di effetti speciali d’avanguardia, e non il contrario.

Il motivo per cui quest’opera mastodontica tocca le corde del mio cuore sta nel grande spazio che viene dato alla psicologia e alle dinamiche dei vari personaggi, facendo passare le oltre nove ore di visione in un lampo. Gli attori, da Elijah Wood (Frodo) a Viggo Mortensen (Aragorn), passando per Ian McKellen (Gandalf), Sean Astin (Sam), Liv Tyler (Arwen) e Andy Serkis (Gollum, la prima grande interpretazione motion capture), sono riusciti a dare ai personaggi una connotazione reale. Lo spettatore può davvero provare l’angoscia di Frodo nel portare l’Anello, il dissidio interiore di Gollum e di Bilbo nell’esserne ossessionati, ammirare il coraggio di Sam o di Aragorn, riconoscere la paternità (e la modernità) dei consigli di Gandalf (possiamo soltanto decidere cosa fare col tempo che ci viene concesso). E’ più facile trovare questo spessore in un’opera di Shakespeare che in un fantasy. Eppure c’è.

La convivenza (spesso difficile) tra le varie creature della Terra di Mezzo, uomini, elfi, nani e hobbit diventa, alla fine, una lezione su quanto sia importante trovare la chiave per instaurare una convivenza pacifica tra persone e popoli di cultura diversa. E’ un messaggio di grande attualità e perfettamente incline, sia con lo spirito natalizio, sia con i buoni propositi per l’anno nuovo.

A distanza di dieci anni Il Signore degli Anelli è l’unico film che riesce a strapparmi ancora qualche lacrima e di questo non provo imbarazzo o rimorso perché, come dice Gandalf, non tutte le lacrime sono un male.