La parola ai giurati – La realtà ricoperta dai pregiudizi

Articolo di Andrea Vallese

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Non è che io mi creda di essere “chissà chi”, intendiamoci. Dato il mio rapporto “simbiotico” col cinema, però, ho sempre raggruppato i film in due macro-categorie: quelli realizzati prima che io nascessi e quelli realizzati dopo. Nella prima categoria ci sono dei film che vedo come un’eredità personale che ha contribuito a plasmare i miei valori e la mia cultura. Non che i film più recenti non lo facciano, ma un film appena uscito al cinema deve “farsi le ossa” per poter entrare di diritto tra i “Grandi Classici”. Invece un film del passato, come una persona anziana, al di là del giudizio critico, impone fin da subito un certo rispetto, in quanto ha avuto modo di comunicare il suo messaggio a generazioni diverse fino ad acquisire un valore storico. E senza la storia nessuno di noi avrebbe modo di capire chi è e dove sta andando.

Questa premessa serve per dire che il film del (mio) passato che occupa la pole position è “La Parola ai giurati” di Sidney Lumet , del 1957. E’ un film considerato, per l’epoca, singolare. In un periodo in cui si sfornavano kolossal epici, tipo “I Dieci comandamenti” o “Il Ponte sul fiume Kwai”, non deve essere stato facile far emergere un film ambientato in un’unica stanza dove tutto gioca sulla bravura dell’attore.

La trama è piuttosto semplice: 12 uomini, componenti di una giuria, sono chiamati a riunirsi, alla fine di un processo, per decidere sulla colpevolezza o innocenza di un giovane accusato dell’omicidio del padre. I giurati devono produrre un verdetto unanime, affinché il processo risulti valido, e sanno che, se il ragazzo sarà dichiarato colpevole, sarà condannato alla pena capitale. Se all’inizio del dibattimento sembra esserci, da parte di tutti i giurati, l’intenzione di dichiarare l’imputato colpevole, il n. 8 (un grande Henry Fonda), chiede agli altri membri di analizzare in profondità gli elementi del processo. I 12 giurati, che non si conoscono tra loro, inizieranno un’animata discussione con toni spesso molto accesi. Di volta in volta, ciascuno di loro, dopo aver esaminato ogni singola prova, si pronuncerà in favore dell’innocenza del ragazzo, arrivando così alla sua piena assoluzione.

I personaggi di questa storia sono diversissimi tra loro e l’interazione che si genera è un esempio perfetto di come si delineano le “dinamiche di gruppo”. Il percorso che porta la giuria a modificare la sentenza da “colpevole” ad “innocente” mette in evidenza, in alcuni di loro, quanto certe convinzioni siano il frutto di pregiudizi e superficialità piuttosto che di un attento ragionamento dei fatti. Ed è qui che sta la modernità di questo film.

Credo che sia capitato a tutti quanti di affidarsi agli stereotipi e ai pregiudizi per giudicare una persona o una situazione. E’ sicuramente la strada più facile e veloce. La gente non ha sempre tempo (e voglia) di guardare in profondità. E’ molto impegnativo e spesso si rischia un coinvolgimento emotivo che non tutti sono intenzionati a reggere. Il giurato n. 8, non adeguandosi alla maggioranza, costringe il gruppo ad abbandonare questa dinamica superficiale, perché crede che in alcune situazioni (come la vita di un individuo) sia più giusto analizzare a fondo per capire meglio.

A mio avviso, anche nella realtà odierna (cioè dopo quasi sessant’anni dal film) dove tutto è più veloce e “liquido”, risulta più facile categorizzare persone e cose piuttosto che fermarsi a conoscerle. Non è certo mia intenzione dire che approfondire sia un atto dovuto. Penso, però, che quando si decide di farlo si ha l’opportunità di intrecciare delle relazioni interessanti che ci arricchiscono, ma che, soprattutto, ci consentono di capire qualcosa di più su noi stessi. E credo che, verso sé stesso, nessuno ha interesse ad essere superficiale.

Il Cavaliere Oscuro e il ruolo sociale dei supereroi

Articolo di Andrea Vallese

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Ho sempre amato molto i film sui supereroi. Sono come i guerrieri dei poemi greci e romani. Hanno le stesse qualità, gli stessi difetti. In particolare, si può percepire la loro complessità di far coesistere l’umano e il “divino”.

Da quando ho visto Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, ho capito che ci sarebbe stata un’“era prima” e un’“era dopo” i film sui supereroi, un po’ come disse Otto Preminger rispetto a Roma Città Aperta e la storia del cinema. Paragone azzardato?

Per rendersene conto basterebbe guardare i due film di Tim BurtonBatman (1989) Batman-Il Ritorno (1992) (quelli di Joel Schumacher non li nomino neanche). Grandi ambientazioni dark, personaggi iconici (Jack Nicholson/Joker e Michelle Pfeiffer/Catwoman su tutti). Tuttavia, la lotta tra il bene e il male aveva dei confini netti e ai personaggi minori, il maggiordomo Alfred o il commissario Gordon, non veniva dato alcuno spessore. Inoltre c’era la sensazione di voler rendere gli antagonisti più interessanti e simpatici dell’eroe pipistrello. Quindi due prodotti cinematografici di puro intrattenimento dove il buono affronta il cattivo e salva la città.

Con Christopher Nolan si cambia registro. Già lo si è visto nel 2005 con Batman Begins, che era, sostanzialmente un film su Bruce Wayne (l’alter ego di Batman), un personaggio tragico e cupo. Tuttavia, ancora non c’era spazio per poter mettere in scena ciò che Nolan voleva davvero raccontare: il Bene e il Male come sono realmente oggi.

Nel Cavaliere Oscuro (già è rivoluzionario non menzionare il nome dell’eroe nel titolo), Batman (Christian Bale) è già il protettore di Gotham City che riesce a tenere a bada la criminalità e che lavora con il commissario Gordon (Gary Oldman) per consegnare i boss mafiosi che la comandano alla giustizia. Tuttavia, cerca di “riporre il mantello al chiodo”, non solo per il desiderio di una vita normale, ma anche perché non ritiene giusto che un uomo, seppur onesto, agisca oltre i confini della legalità per combattere il crimine. Stesso problema ha il commissario Gordon, che non esita a collaborare con poliziotti corrotti o corruttibili pur di sconfiggere la mafia. Nella lotta al crimine si unisce Harvey Dent (Aaron Eckhart), il procuratore distrettuale, uomo integerrimo, coraggioso e di sani principi, che rappresenta per Batman la speranza di poter affidare la protezione di Gotham ad un eroe “con un volto”. C’è solo un problema, è fidanzato con Rachel (Maggie Gyllenhaal), la procuratrice di cui Batman è innamorato già dal primo film.

Questi sono i buoni. Il male invece è rappresentato dal Joker (un superlativo Heath Ledger, premiato postumo con l’Oscar), uno psicopatico con la faccia da clown, assoldato dai mafiosi per risolvere il problema Batman. All’inizio viene sottovalutato da tutti, sia buoni che cattivi, ma nel corso della storia accrescerà la sua capacità di incidere il corso degli eventi. Questo perché, come sostiene il maggiordomo Alfred (Michael Caine), è un uomo che non si può comprare né dominare perché vuole solo veder bruciare il mondo.

Joker vuole far diventare Gotham City un luogo senza legge ne regole, cercando di dimostrare che in fondo tutti gli uomini sono pronti a sbranarsi tra di loro. Per fare questo riesce a “servirsi” anche di Batman che, nel momento in cui deve scegliere se salvare Dent (paladino di giustizia) o Rachel (suo interesse amoroso), sceglie quest’ultima. Sempre per colpa del Joker, non solo non riesce a salvare Rachel, ma fa sfigurare Dent che diventa Due Facce (ovvero il simbolo della coesistenza tra bene e male). Così l’emblema dell’incorruttibilità si trasforma in un killer che decide di uccidere o meno le persone col lancio di una monetina.

Joker alla fine verrà trovato e arrestato, ma Batman, per trovarlo, dovrà violare la privacy dei cittadini tracciando i loro cellulari. Inoltre, sarà costretto ad uccidere Dent/Due Facce e a farsi carico degli omicidi di quest’ultimo per non far perdere a Gotham il simbolo di legalità, diventando un ricercato.

Questo film ci regala un protagonista meno super e più umano, ma soprattutto più vicino al nostro animo di quanto ci piacerebbe ammettere. Perché nella vita vera sappiamo benissimo che non è così facile distinguere buoni e cattivi. Un lato oscuro è presente in ciascuno di noi e ci impone sempre una scelta, a volte anche difficile.

Se guardiamo la nostra realtà attuale vediamo quanti “joker” seminano il panico, cercando di mettere in discussione la nostra società e i nostri valori. Vediamo, però, anche tanti “batman”, che perseguendo il proprio ideale di “giustizia” commettono azioni moralmente ingiuste. Eppure, in questo film dove gli eroi cadono, è la gente comune che regala allo spettatore la speranza. Significativa è infatti la sequenza delle due barche piene di gente che decidono di non farsi esplodere a vicenda, sconfessando finalmente la filosofia del Joker.

Credo che dopo Il Cavaliere Oscuro, i supereroi non solo sono più umani, ma molto più vicini alle persone. Sono un’unità di misura che ci aiuta a capire meglio come districarci nella sottile linea che divide giusto e sbagliato.

C’è chi pensa che una discussione su questi temi così delicati non debba scaturire da un film di questo tipo (è quindi meglio un talk show della domenica pomeriggio???), ma per me il cinema è sempre un’ottima finestra per capire come va il mondo.

Spectre – Un’occasione per mettere a confronto passato e presente.

Articolo di Andrea Vallese

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Ieri sono andato a vedere l’ultima fatica del più famoso e immortale eroe del cinema europeo. “IL SUO NOME E’ BOND…JAMES BOND”.

Mi sono avvicinato al mondo di 007 un po’ tardi, rispetto ad altre persone con le quali mi trovo spesso a parlare di cinema, precisamente nel 2006, quando uscì Casinò Royale che veniva presentato come un riavvio (reboot) della serie. Debbo dire che il personaggio in sé non mi ha mai attirato particolarmente, ma, proprio dalle polemiche nate dalla decisione dei produttori di “ricominciare da capo” e, a seguito della scelta del nuovo attore, Daniel Craig, dai fan giudicato inadatto al ruolo, mi ha convinto ad indagare di più su questo fenomeno di massa che dura da più di cinquant’anni.

Debbo dire che da allora le imprese dell’agente 007 hanno cominciato ad appassionarmi e non ho più perso un film. Non sono sicuramente dei “film da Oscar”, ma, per chi ama il genere, sono degli ottimi prodotti con storie accattivanti e personaggi con una psicologia interessante. Anche quest’ultimo si difende bene, nonostante il precedente film, Skyfall (2012), diretto dallo stesso regista, il premio Oscar Sam Mendes (American Beauty), sia, a mio giudizio, superiore, se non il migliore della nuova serie.

Dato che Spectre e CO. si porta alle spalle un passato glorioso e indelebile, mi è sembrato interessante cominciare a vedere i film precedenti, da Licenza di uccidere (1962) a La morte può attendere (2002). Non mi soffermerei molto sui film in cui James Bond è interpretato da Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan, perché, a parte qualche furba intuizione, sono tutte trame uguali a se stesse e, col passare degli anni, hanno subito prepotentemente il confronto con il “mostro sacro”, ovvero, Sean Connery, interprete dei primi sette film, a parte Al Servizio Segreto di sua Maestà del ’69, in cui veniva sostituito da George (chi?) Lazenby.

Ogni tanto si sente dire in qualche intervista che Sean Connery rimarrà per sempre l’unico vero insuperabile 007. Ciò è sicuramente dovuto allo scarso appeal dei suoi successori, ma da quando è arrivato Daniel Craig, non è più così vero. Infatti è proprio la veridicità che l’attore ha saputo dare all’agente segreto che ha reso lo 007 moderno molto più interessante, soprattutto a chi, come me, ha sempre trovato lo 007 storico eccessivamente iconico, troppo perfetto e, se mi è concesso dirlo, stereotipato. Non è un caso che dopo 007, Sean Connery abbia avuto modo di regalare prove d’attore molto più degne di nota e meno “leccate” (Gli Intoccabili, Il Nome della rosa, Indiana Jones e l’ultima crociata, Caccia a Ottobre Rosso). Credo che proprio da questi ruoli Daniel Craig abbia preso spunto per regalarci un James Bond più umano, che si evolve di film in film, capace di sbagliare e con il quale l’individuo comune può, a tratti, riconoscersi. Tutto questo senza mancare di rispetto al fascino che da sempre contraddistingue 007, amante del rischio, dei buoni drink e delle belle donne.

Proprio sulle Bond Girl ho notato un’altra evoluzione. Certo tutti ricordiamo quanto era bella Ursula Andress in bikini. Credo, però, che nessuno se la ricordi in altri ruoli, se non come madre di Tarabas nella serie tv di Fantaghirò. E le altre? Non sto ad elencare i nomi perché nessuna di loro è mai riuscita a superare quel breve momento di gloria nella propria carriera. Con questo non voglio certo dire che le ultime Bond Girl passeranno agli annali della storia del cinema, ma i personaggi che interpretano ci regalano figure femminili forti e fragili allo stesso tempo, che si lasciano cadere ai piedi del protagonista, ma compartecipando al gioco della seduzione, creando un’alchimia che si può trovare nelle moderne storie d’amore raccontate sul grande schermo.

La maggior corrispondenza con la realtà piuttosto che col mito, che si riscontra negli ultimi film di James Bond, dà allo spettatore una maggior consapevolezza di sé e del tempo in cui vive. E questo è molto importante perché penso a quante volte (nel cinema, ma anche nella vita) il passato ci è sempre parso come un fardello pesante, un qualcosa di insuperabile. Eppure guardo i film di oggi (e non parlo solo di 007) e mi accorgo che ci sono delle opere che non hanno nulla da invidiare all’epoca d’oro di Hollywood o Cinecittà. Allora penso che invece di trarre ispirazione dal passato, forse è il caso di guardare meglio dentro noi stessi, a quello che siamo e ad accettare di più ciò che abbiamo da offrire. Alla fine saranno i posteri a giudicare.

Leggendo questo articolo, forse qualcuno penserà che sono andato fuori tema, ma in fin dei conti, credo che una “lezione di cinema” sia in primis “una lezione di vita”.

“Inside Out”, o, l’arcobaleno emotivo.

Articolo di Giorgia Loi

inside outInside Out” è stato definito da molti il film più riuscito della Pixar, casa di produzione già di per sé molto apprezzata per i propri prodotti di animazione.

Faccio una premessa personale: con i film della Pixar, io, sono pessima.  Non ho visto quelli che vengono considerati i suoi capolavori. Mi sgridano tutti, provvederò al più presto, ma intanto non posso fare paragoni con Up o Wall-E e me ne scuso. Non li ho visti perché sono un cuore di pietra, che s’interessa spesso poco di pellicole ad alto contenuto di buoni sentimenti.

Cosa mi ha attratta di “Inside out”, quindi, rispetto ad altri film di rilievo della Pixar? Probabilmente Tristezza.

Sicuramente Tristezza.

Mi ci è voluto tutto il film per affezionarmi a Gioia (forse perchè ho visto il film in italiano, e non con la voce della strepitosa Amy Poehler), che all’inizio avrei invece chiamato “Buonismo”, mentre Tristezza mi ha fatto subito simpatia (passatemi l’ossimoro).

E quello che mi ha detto questo film è che avevo ragione, e che è normale, essendo adulta, che la vita mi abbia a questo punto insegnato ad apprezzare Tristezza.

Da qui in poi la recensione contiene spoiler.

La storia narra dell’orribilmente traumatica fine dell’infanzia, mette in scena quello che succede nella mente e, nonostante offra una specie di lieto fine, dà anche una piccola mazzata allo spettatore.

Tutto inizia con la nascita, di Riley e delle sue emozioni. Il primo sguardo sul mondo genera Gioia, che però è seguita a ruota da Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura. Queste sono le emozioni di base, e dispongono di una cabina di controllo sulla mente della bambina: da esse dipendono le sue reazioni e le sue interazioni con il mondo. Le emozioni si occupano anche di generare i ricordi, che sono sfere il cui colore è dato dall’emozione che li ha generati. Gialli sono i ricordi di Gioia, azzurri quelli di Tristezza, verdi quelli di Disgusto, rossi quelli di Rabbia, viola quelli di Paura.

Tutto va per il meglio, e durante i primi anni di vita l’archivio dei ricordi è pieno di sfere gialle.

Alcuni ricordi sono più importanti di altri: rappresentano quei momenti fondamentali nella costruzione della psiche, dai quali deriva un’attitudine alla vita ed un modo di essere. Sono i Ricordi Base, ed ognuno di essi va a costruire un’Isola della Personalità.

Riley, bambina felice e fortunata, fonda la sua psiche su 5 isole: la Famiglia, l’Amicizia, l’Onestà, l’Hockey su ghiaccio e la meravigliosa isola della Stupidera, hah!

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Viene spontaneo, in questa prima fase del film, andare a cercare nella propria memoria i Ricordi Base, chiedersi “cos’è che mi ha fatto diventare così?”. E credo che lo spettatore adulto si renda conto, nel momento in cui questo pensiero lo sfiora, che il film gli sta sferrando una specie di coltellata emotiva. Perché mah, boh, dove sta la mia Stupidera? Giocavo  a qualcosa da bambino? Sì, certo, ma dov’è il Ricordo Base? Non lo trovo! Sono una persona senza Gioia, dunque?

Beh, niente paura.. circa.

Il film ci spiega che le isole createsi durante l’infanzia sono bellissimi posti destinati a crollare e disintegrarsi in maniera orribile, traumatica e dolorosissima. Quindi, tutto normale, ecco perché non le troviamo, non ci sono più!

Ad un certo punto la vita di Riley viene presa ed accartocciata, strappata, rattoppata: la famiglia si deve trasferire dal Minnesota a San Francisco, senza che Riley (nè lo spettatore) ne sappia il motivo, senza possibilità di appello, senza un’adeguata preparazione.

La bambina si trova di fronte ad un nuovo mondo dove non ci sono certezze, non ci sono gli amici, non c’è la squadra di Hockey, non c’è più nemmeno la cameretta che il camion del trasloco ha accidentalmente portato altrove.

Gioia fa di tutto per vedere il lato positivo delle cose, ma continuano ad accadere cose che generano ricordi di rabbia, disgusto, paura.

Nel marasma generato da questo traumatico cambiamento, succede nella mente di Riley qualcosa di molto strano e nuovo.

Tristezza, come mossa da una forza più grande della propria stessa volontà, inizia a toccare alcune sfere di ricordi gioiosi, gialli, e questi diventano azzurri, tristi.

Questo succede mentre la ragazzina è costretta a presentarsi davanti a tutta la sua nuova classe e, nel raccontare le cose belle che caratterizzavano la sua vita in Minnesota, inizia ad intristirsi e scoppia a piangere. Noi, grandi, riconosciamo immediatamente l’arrivo dell’emozione della nostalgia, quel punto d’incontro tra una gioia ed il dolore di averla persa.

I due personaggi di Gioia e Tristezza dovranno attraversare tutto il mondo della mente di Riley per capire, per capirsi, per rendersi conto di non poter fare a meno l’una dell’altra.

Mentre le due esplorano, letteralmente, i meandri della mente, passando anche in un inquietante subconscio dove abita un gigantesco clown (creepy!!!), tutte le isole della personalità crollano rovinosamente, lasciando Riley preda di un’apatia che appare senza scampo.

Il dolore che vediamo in questa ragazzina (non più bambina) va a sfiorare, pur deviando prima di raggiungerlo, il tema della depressione. Non si tratta certamente di un film per soli bambini, le tematiche che si raccontano, con metafore affatto celate, sono struggenti, pungenti, e domandano allo spettatore di guardarsi dentro, di riconoscere la differenza tra la purezza dell’infanzia e la durezza della crescita, di identificare la malinconia che ricopre tutti i ricordi della fase più felice della vita, e di sapere che per crescere è stato necessario spazzarli via.

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Verso la fine del viaggio attraverso la mente, Gioia si rende conto che non può e non potrà più avere alcun successo senza l’aiuto di Tristezza: quest’ultima è colei che permette alla ragazzina di chiedere aiuto quando le cose non vanno bene, di mostrare la propria fragilità, di non nascondere i problemi ma affrontarne l’esistenza.

Il lieto fine consiste nella presa di coscienza del  fatto che le Emozioni devono collaborare, ogni ricordo può farne convivere al suo interno più di una, e lavorando insieme sarà possibile reagire alle situazioni che la vita porterà e ricreare sempre momenti di felicità.

Nel momento in cui Gioia abbraccia Tristezza, la nostalgia che Riley sta provando può essere espressa a parole. Non si annulla, non fa meno male, ma si elabora, e diventa la base su cui nasce una nuova Isola della Personalità, nella quale si condensano tutte le cose positive dell’infanzia, ridimensionate e riviste alla luce del passaggio ad una nuova fase della vita.

Apprendiamo poi che se ne formeranno altre, ma vediamo anche comparire una minaccia all’orizzonte, che porta il nome di “Pubertà”, e che, sappiamo bene, causerà una nuova distruzione e una nuova ricostruzione verso la vera età adulta. Insomma, pur nel lieto fine, non ci viene nascosto il fatto che “non è finita qui”.

“Emotional rollercoaster” è una definizione di questo film che ho letto in giro; un arcobaleno emotivo, aggiungerei.

Penso che il modo in cui è raccontata questa semplicissima, banalissima storia vada a sollecitare le emozioni in maniera profonda e primaria, facendo sì che la fruizione sia davvero molto diversa a seconda della persona e del suo vissuto.

Concludo con una menzione d’onore per i titoli di coda, che, con molta ironia e in maniera assolutamente azzeccata, vanno a completare le tematiche affrontate, mostrandoci in azione le emozioni di tutte le persone che abbiamo incontrato durante il film. E non solo delle persone.

Io rivedrei tutto il film anche solo per rivedere il meraviglioso cervello del gatto. Anche quello del cane, ma quello del gatto è quanto di più indovinato si potrebbe produrre!

Non so se “Inside out” sia il migliore tra i film della Pixar, non m’interessa particolarmente, ma è assolutamente consigliato!

“Mad Max- Fury Road”, ovvero, Furiosa Charlize e le donne del deserto.

Articolo di Giorgia Loi

Sono andata a vedere Mad Max- Fury Road.Mad-Max-Fury-Road-lovely-day

Ci sono andata perché da giovanissima avevo visto la prima trilogia, e mi era piaciuta un sacco.

Ci sono andata perché non era un prequel, e soprattutto perché non era un remake né un reboot.

Ci sono andata perché al cinema lo trasmettevano in lingua originale, che per me è sempre un grosso incentivo.

Ci sono andata, anche, perché ho sentito quasi solo pareri assolutamente entusiastici a riguardo.

Ci sono andata, e mi è piaciuto.

Innanzitutto, si tratta di una distopia: genere che di recente viene proposto parecchio ed in varie salse, probabilmente con lo scopo di esorcizzare le sempre più fondate paure delle società occidentali per il futuro del pianeta.. ma questo argomento merita uno o più articoli appositi, che certamente non tarderanno ad arrivare.

Il genere distopico mi affascina, perché anche nelle sue varianti più trash riesce a scovare qualche tematica profonda.

In questo caso poi abbiamo di fronte un film d’azione ottimamente diretto, ottimamente recitato (ci sono perfino alcune modelle che son diventate attrici più che decenti per l’occasione), ottimamente “dipinto” (o “con ottime scenografie”, che dir si voglia), che tra un’esplosione ed un inseguimento tocca alcune tematiche profonde.

Il futuro di Mad Max, quello che fa da sfondo a tutti e quattro i film, è un desertico mondo post apocalittico, risultato di una guerra nucleare, dove la natura e la civiltà come li conosciamo oggi sono scomparsi. Tra le lande desertiche di questo mondo distrutto, bande di predoni e guerrieri si combattono per il possesso della più preziosa merce di scambio: la benzina. Poi ci sono pochi, sparsi, terribili agglomerati pseudourbani, dove la gente non desidera altro che acqua.

Il setting è lo stesso, e anche il Max di Tom Hardy dovrebbe essere lo stesso di quello interpretato da Mel Gibson nella prima trilogia.

Salvo che, in questo film, di Max non ci viene detto praticamente niente. Ci viene detto solo che è un sopravvissuto, nonché uno che di mestiere “sopravvive”, un guerriero, un ex poliziotto, e che è tormentato dai sensi di colpa per la morte di alcune persone che non è riuscito a salvare. Chi ha visto gli altri film, sa che tra queste persone ci sono la moglie ed il figlio. Chi non ha visto i vecchi film, non lo sa. E probabilmente non vuol essere un dato essenziale.

Lui è burbero, grugnisce e borbotta per tutto il film, non ci racconta niente e mai lo farà. Gli appaiono visioni delle persone che non è riuscito a salvare, e questo lo spinge ad essere un uomo migliore e combattere per la sopravvivenza delle persone che incontra, e non solo per la sua.

Questo è quanto, questo è Max.

Che sia lo stesso Max o un nuovo Max poco c’importa.

Ora, concentriamoci su Furiosa!

Furiosa, interpretata da Charlize Theron, è un’imperatrice al servizio di Immortan, il governatore di un’infernale città nel deserto, nonché principale cattivone di questo film.

Furiosa è la vera protagonista del film.

La prima cosa che notiamo di lei è che è stupenda anche coi capelli rasati, le manca un braccio ma ha un fantastico arto meccanico un po’ steampunk a sostituirlo, è forte, è intelligente, ha un piano e non ha più alcuna voglia di stare a servizio dell’orribile Immortan. E’ particolarmente bella quando si tinge parte del volto di nero: è una potente guerriera e non lo vuole nascondere.

La vediamo infatti, nelle prime scene, mentre finge di andare a fare rifornimento di benzina, ma poi devia, scappa (portando con sè una cisterna di benzina), manipola sapientemente i guerrieri che Immortan ha mandato con lei per scortarla, combatte furiosamente i predoni del deserto e, quando il suo seguito si accorge di essere stato raggirato, non esita a liberarsene.

Non da ultimo, scopriamo ben presto che Furiosa sta portando con sé, nascoste nel camion cisterna che guida, un gruppo di bellissime (francamente un po’ troppo, ma vabbè) donne. Queste donne sono le mogli, ovvero le “migliori riproduttrici” di Immortan. Una di loro è visibilmente incinta, ma possiamo dedurre che lo siano anche le altre, dal momento che la loro ragion d’essere al cospetto del tiranno è fornirgli eredi.

635560680919636292-MAD-MAX-FURY-ROAD-MOV-jy-1019-Da quando compare Furiosa, Max assume un ruolo di aiutante, di “osservatore”, di combattente sì, ma combattente in una trama che è di Furiosa e delle donne che sono con lei.

In effetti Furiosa non è soltanto la protagonista, ma è anche la Donna di questo futuro distopico, è il simbolo di un femminile evoluto che, in un universo in guerra, è in grado combattere con le stesse armi degli uomini, ma possiede una forza di pace e rigenerazione che può sopravvivere alle guerre. In pratica, siamo di fronte ad una di quelle distopie che ci tengono a mettere in luce la distruttività di una società guerriera patriarcale contro la forza di una visione matriarcale e femminile del mondo.

Dopo una prima mezz’ora in cui regna l’individualismo della sopravvivenza, quando cominciano ad entrare in scena tutti i personaggi femminili, il film diventa molto più corale, le dinamiche del gruppo si definiscono meglio ed il gruppo stesso comincia a funzionare.

Le mogli di Immortan non hanno certo la stessa potenza dell’imperatrice guerriera, ma anch’esse hanno avuto la forza, e non senza fatica, di rompere un equilibrio imposto, fuggire da un sistema che non le rispettava in quanto persone ma le usava solo come corpi adibiti alla riproduzione. Sono fuggite da un sistema che le nutriva, ma non le rispettava.

Quello che stiamo guardando, dunque, è un (fichissimo) film d’azione, di combattimenti, di guerra, che di fatto è una guerra al patriarcato: ehi, lo è davvero, in maniera assolutamente letterale!

Non volendo raccontare lo svolgimento e il finale del film, non dirò troppo rispetto a dove sta andando questo gruppo, e perché, anche se gran parte della trama ruota intorno al Femminile, e quindi mi piacerebbe parlarne.

Mi limito a dire che Furiosa è l’unico personaggio del film ad avere una backstory che viene raccontata, ed esplicitata attraverso la trama.

Una curiosità, da una articolo de Il post: tutte le altre backstory, incluse quelle delle tribù coinvolte, sono state comunque scritte da George Miller e messe a disposizione di tutti gli addetti ai lavori, inclusi gli attori. Insomma, tutti i personaggi sanno da dove vengono, anche se non ce l’hanno raccontato!

Tirando un po’ le somme: il film mi è piaciuto perché parla di donne forti, e poi mi ha divertita perché è fatto benissimo.

Ci sono momenti divertenti all’interno delle scene drammatiche, ci sono scene invece molto ma molto drammatiche, ci sono inseguimenti mozzafiato, ci sono paesaggi infiniti e colori meravigliosi, e c’è un certo coraggio narrativo.

C’è anche, per citare il commento del mio ragazzo che ha visto il film con me, “un tizio che suona stoner doom con una chitarra lanciafiamme davanti ad un muro di amplificatori montati su un tir in corsa nel deserto”.

Per chiunque abbia voglia di un filmone d’azione, al momento consiglio questo senza dubbio!