Io, Daniel Blake

Articolo di Andrea Vallese

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Ci sono film, soprattutto in questi ultimi anni, che, semplicemente raccontando la realtà così come noi la conosciamo, possono spaventare più degli horror anni ’70. Nel momento in cui lo spettatore percepisce che ciò che sta guardando può essere benissimo riconducibile a qualcosa che sta vivendo, un senso di angoscia pervade il suo animo, come se all’improvviso la sala cinematografica fosse una stanza senz’aria. Eppure, nonostante sia difficile, si rimane incollati allo schermo per vedere come va a finire e, magari, per riuscire a capire se anche nella realtà sarà così.

Io, Daniel Blake”, di Ken Loach, vincitore della Palma D’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è uno di questi film. Daniel Blake (Dave Johns), falegname sessantenne vedovo di Newcastle, in seguito ad un attacco cardiaco, non è più in condizioni di lavorare. Purtroppo i servizi sociali, con una burocrazia ottusa e contorta, gli negano l’indennità di malattia e gli concedono quella di disoccupazione, a patto che dimostri di cercare lavoro. In questa “Odissea senza Itaca” Daniel conosce Katie (Hayley Squires), una giovane single con due figli a carico, trasferita dagli stessi servizi da Londra, perché senza casa e senza lavoro. Tra i due si creerà una reciproca solidarietà che li aiuterà a sopportare con forza tutte le torture psicologiche che il sistema costringe loro a subire.

Ken Loach, nella sua lunga carriera, si è sempre speso molto per raccontare, o meglio, dare voce, agli “ultimi della classe”. In questo film, però, l’autore tende a rimarcare il rischio di un ritorno al passato, quello della Rivoluzione Industriale, tanto per capirci, in cui dominava il capitalismo e nessuno parlava di welfare. Oggi è proprio quest’ultimo a diventare capitalista e lo si vede negli atteggiamenti dei suoi funzionari che sono asettici e insensibili alle difficoltà di chi devono aiutare (anche perché è così che viene imposto loro di fare). Le persone bisognose, come Daniel, ma soprattutto Katie, sono talmente abituate alla freddezza di questo trattamento, che, nel momento in cui ricevono un po’ di umanità si sentono inadeguate tanto da pensare di non aver fatto niente per meritarlo.

Anche io sono uno di quegli spettatori che ha conosciuto (e rischia di conoscere ancora) quel senso di smarrimento che prova chi ha subito un’umiliazione profonda come la difficoltà di trovare e mantenere un lavoro. Io, però, dalla sala non sono uscito, perché so altrettanto bene che in questa realtà ci sono tante persone, come Daniel Blake, che sanno essere solidali (senza essere caritatevoli) con chi ha bisogno di un sostegno. Egli è uno di quegli eroi di una working class, di un passato non troppo lontano che sa trovare il coraggio di manifestare il proprio dissenso e che non si arrende all’idea che il mondo di oggi è il migliore possibile. Penso che il mondo è tanto pieno di gente così quanto il cielo di notte è colmo di stelle. Il solo saperlo dovrebbe riempire di speranza il cuore di chiunque.

“The Queen”Una sfida tra potere secolare e potere mediatico

Articolo di Andrea Vallese

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Da sempre il cinema ha cercato di dare una definizione al termine “potere”. Questo concetto nel corso della storia ha subito una mutazione di significato. Se un tempo esso contrassegnava la capacità di una persona di imporre la sua volontà, oggi lo si usa per capire l’abilità dell’individuo di trovare consenso da parte dei suoi simili. In sostanza, non più una dimostrazione di forza, quanto un’attitudine (soprattutto comunicativa) nel rendere legittima la propria autorità.

Considero il film “The Queen” the Stephen Frears (2006), come emblematico nella trattazione di questo argomento, così come lo è la protagonista, Elisabetta II d’Inghilterra, tutt’oggi massima esponente di una forma di potere che nel corso del tempo ha cambiato il suo significato, ma che permane tutt’ora, dal momento che nella cultura inglese la tradizione è il valore capostipite.

La trama racconta il momento in cui il potere della regina ha rischiato seriamente di vacillare, ovvero la settimana seguente alla tragica morte della Principessa Diana nel 1997. La scomparsa di quest’ultima, figura controversa per la famiglia reale, ma, allo stesso tempo, molto amata dal popolo britannico, getta l’intero regno nello sconforto e, di fatto, lo blocca. La Regina cercando di seguire il protocollo, come ha sempre fatto, tenta invano di mantenere privata la faccenda (dato che Diana non è più un membro della famiglia reale), ma la risonanza mediatica della nuora/rivale, resa ancora più forte dalla drammaticità della sua fine, faranno apparire la sovrana fredda e insensibile agli occhi dei suoi sudditi, delegittimando un potere che per mezzo secolo nessuno ha mai messo in discussione. Grazie all’aiuto del neo-eletto Primo Ministro Tony Blair, detto “il modernizzatore”, la Regina e la famiglia reale usciranno dal rifugio e si concederanno al “circo mediatico”, recuperando il consenso e il rispetto.

E’ evidente quanto sia difficile per i “non inglesi” comprendere una vicenda simile, soprattutto per un paese come l’Italia, dove il potere politico non rischia di vacillare neanche per fatti molto più seri di un “eccesso di conservatorismo”. Il regista dimostra un uso sapiente delle immagini di repertorio televisivo di Diana. Esse sono un intelligente contraltare alla narrazione delle vicissitudini della casa reale. Grazie a questa contrapposizione, lo spettatore assiste ad un vero e proprio duello: da una parte Diana, la “principessa del popolo”, forte della sua assenza, che con la sua morte diventa l’emblema di una sfida democratica al vecchio ordinamento, e, dall’altra, la Regina, figura stoica e inflessibile, sempre presente nel film e magistralmente interpretata da Helen Mirren (premiata con l’Oscar), che ha saputo cogliere il lato umano di una figura apparentemente rigida, ma in realtà “intrappolata” dal ruolo istituzionale e dai doveri costituzionali che le impediscono di esprimere davvero sé stessa, neanche nel messaggio di cordoglio televisivo che tutti conoscono. Attraverso gli occhi di Tony Blair (Michael Sheen), lo spettatore riesce a comprendere quanto modernità e tradizione siano concetti speculari uno dell’altro e, soprattutto, quanto sia importante che queste due idee convivano insieme per mantenere l’equilibrio.

Da persona giovane, che (si suppone) dovrebbe essere pro-modernità, debbo dire che questo film mi ha aperto gli occhi. Certo, non posso reputarmi un conservatore, ma ho molto rispetto per chi ha l’ingrato compito di tenere alta la tradizione. Sì, è un compito ingrato al giorno d’oggi, soprattutto perché c’è una tendenza esibizionistica nella realtà attuale che lascia ben poco spazio all’intimità, togliendo, poco a poco, veridicità ad ogni dimensione umana. La Regina ce lo dimostra contrapponendo alla sua “fasulla” partecipazione al funerale pubblico di Diana, un sobrio, ma sentito, omaggio alla morte del bellissimo cervo imperiale. Solo questo dimostra ancora una volta che la forma è sostanza e che il contegno e la dignità non sono valori obsoleti, ma qualità indispensabili che formano il carattere e che legittimano un vero leader.

L’educazione fisica delle fanciulle. Mine ha-ha.

Articolo di Marilisa Mainardi

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L’educazione fisica delle fanciulle” non è propriamente un film horror e non è nemmeno un thriller.

Ha però alcune delle caratteristiche essenziali di entrambi i generi e forse, qualche nota di crudeltà in più.

Ambientato nella Germania più profonda – quella di fatta sconfinati boschi dagli alberi aguzzi – questo film racconta quanto accade in un collegio (che in realtà è un orfanotrofio) all’inizio del Novecento, poco prima dello scoppio della Grande Guerra.

Qui, un gran numero di fanciulle viene addestrato alla danza, al galateo, alla musica. Vengono preparate al mondo con rigidità e mano ferma da una perfetta Jacqueline Bisset, che interpreta una perfida ed algida direttrice. Ci sono anche momenti in cui le ragazze vivono in una spensierata leggerezza, specie durante il bagno, che avviene in una sorta di luogo incantato – una cascata che pare fuori dal mondo- tanto simile a certi paesaggi visti nell’australiano “Picnic a Hanging Rock”.

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L’orrore è sottile in questo film. Già le atmosfere claustrofobiche generano un’inquietudine controllata e allo stesso tempo profonda, come se qualcuno ci camminasse alle spalle lungo quegli stessi corridoi.

Il sangue non è quasi mai presente. Ma c’è lo sgomento infinitamente più turbativo di una ragazza che viene lasciata a morire di stenti e poi sepolta durante la notte, di un’altra sbranata dai cani, di un’altra ancora impiccatasi per amore dopo aver compreso di essere parte di un gioco terribile. Il tutto si sviluppa come una sorta di climax che si conclude con la comprensione non solo da parte delle ragazze ma da parte dello spettatore stesso, di che cosa significhi realmente per la prescelta essere la “regina”.

Tratto dal romanzo “Mine Ha-Ha ovvero l’educazione fisica delle fanciulle” di Frank Wedekind è un film uscito nel 2005 per la regia di John Irvin. Non molto apprezzato dalla critica, che lo ha giudicato scarso e privo di spessore, è a mio parere interessante sotto alcuni punti di vista. Di certo  abbondano le allusioni ai rapporti lesbici che nel libro non compaiono e sembrano ammiccare un po’ troppo ad un certo tipo di pubblico. Di certo il regista non riesce a realizzare a pieno l’atmosfera sognante e straniante del libro. E’ certo invece che il film rilascia un buon grado di paura e compassione per la sorte delle ragazze e delle donne in generale in un mondo che è sì a sé, ma simbolo di un qualcosa di universale.

Ho visto questo film diversi anni fa, durante una delle mie solite notti senza sonno. Mi colpì molto, lo ammetto. E’ un film crudele e a tratti quasi fastidioso. Proprio per questo ho deciso di scriverne.

Buona visione!

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