“Tutto quello che vuoi” . La forza dinamica della memoria

Articolo di Andrea Vallese

La scelta di parlare dell’ultima opera di Francesco Bruni, Tutto quello che vuoi, nasce dal profondo legame affettivo che ho con Ospitale nel Frignano, il piccolo borgo montano dove risiede un pezzo delle mie origini e che fa da location a una parte di questo film bello e importante. All’apparenza sembra un posto sperduto e “dimenticato da Dio”, ma un po’ come il Whistle Stop Cafè di Pomodori Verdi Fritti alla fermata del treno in esso “si sono incrociati i destini di tanta gente” (cit.).

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Il film è incentrato sull’incontro fra due figure agli antipodi. Alessandro (l’esordiente Andrea Carpenzano), è un giovane coatto tanto genuino quanto turbolento nel carattere. Accompagnato da altri tre amici come lui, divide la sua vita tra il bar e la strada, non studiando né lavorando, senza nessun interesse né prospettiva. Costretto dal padre (con cui è in pessimi rapporti) e convinto da Claudia, la madre di un suo amico (con cui ha un flirt segreto), Alessandro si ritrova a fare da “badante” part time a Giorgio (Giuliano Montaldo, grande regista che qui riscopro anche ottimo interprete), un ex poeta ottantacinquenne, affetto dal morbo di Alzheimer al primo stadio. Dopo l’iniziale scarso entusiasmo, Alessandro inizierà ad appassionarsi al “mondo di Giorgio”, fatto di ricordi smarriti, fievoli, ma che per l’anziano sono l’unica risorsa per rimanere ancorato nella realtà attuale. La rievocazione confusa dell’esistenza di un piccolo tesoro sepolto proprio nella vallata di Ospitale porteranno Alessandro e la sua gang ad accompagnare Giorgio verso quei luoghi dove quest’ultimo in gioventù ha combattuto da partigiano. Il tesoro scoperto, però, si rivelerà molto diverso da quello che Alessandro e gli altri si aspettano.

Ciò che colpisce di questo film è l’elemento che accomuna i due protagonisti così diversi: sono entrambi figli del Ventennio. Da una parte, il Ventennio storico, di cui oggi ci si ricorda solo il 25 Aprile, ma che persone come Giorgio hanno vissuto, combattendo per dare al nostro Paese quei valori e (soprattutto) quei diritti senza i quali non saremmo padroni della nostra vita. Dall’altra, il Ventennio moderno, quello che, purtroppo conosciamo tutti e che, soprattutto per i ventenni di oggi, ha sostituito quegli ideali con un pensiero svuotato di senso, quasi come un Alzheimer privo dei ricordi come unica risorsa. Eppure Alessandro che, suo, malgrado, è il risultato di questa modernità, grazie ai modi, al pensiero e alla poetica di Giorgio, non può non sentire dentro di lui qualcosa che si sblocca, costringendolo a ripensare a sè stesso in una nuova (e sicuramente più edificante) ottica.

Ospitale, come ho detto all’inizio, oggi è un luogo “un po’ abbandonato a sé stesso”, ma chi, come me, ha avuto la fortuna di viverlo e “respirare la sua aria”, sa che esso è una della “roccaforti” del nostro Paese che testimonia il valore e il coraggio di chi, per quegli ideali sopracitati ha combattuto (ed è anche morto). Il filosofo Henri Bergson sosteneva che la memoria è dotata di un movimento continuo e dinamico che dal passato si propaga al presente. Attraverso questo processo il vissuto assume una forza in grado di influire pesantemente sulla coscienza umana. La scoperta di questa dimensione dinamica della memoria che fa da antidoto all’indifferenza e all’apatia moderna mi fa ben sperare per la possibilità di un futuro migliore per tutti.

Pupi Avati e l’horror gotico. “L’arcano incantatore”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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Si dice – e non si è ancora stati smentiti- che Pupi Avati faccia un solo film horror per decennio e su questo blog, a questo punto, ci manca solo Zeder.

Del 1976 è “La casa dalle finestre che ridono”, capolavoro assoluto e a tuttora insuperato; del 1983 è Zeder, che affronterò con calma perché non amo molto gli zombie; del 2007 “Il nascondiglio” e, del 1996 il film di cui parleremo in questo articolo che è “L’arcano incantatore”.

La vicenda narrata riguarda il giovane Giacomo che è costretto ad allontanarsi da Bologna per evitare di essere condannato per aver ingravidato e costretto ad abortire una ragazza. Come seminarista, trova rifugio presso la casa di un Monsignore, in un luogo non ben definito dell’appennino tosco-emiliano. Si tratta di un suggestivo casolare isolato la cui conformazione ricorda, per lo meno nella parte della biblioteca, il labirinto di libri de “Il nome della rosa”.

Qui, il Monsignore che vi abita compie strani riti di stampo satanico basandosi su un libro le cui copie sono andate – in teoria – distrutte. Questi riti si accompagnano alla redazione di numerosi fogli che si compongono di numeri dal valore non noto ma che comunque si intuisce essere demoniaco. Fra il protagonista e il monsignore si instaura un rapporto di fiducia, quasi di amicizia, ambiguo e complesso. Il protagonista avrà rapporti anche con il vicino convento che serve il Monsignore, sarà lì che verranno insinuati nella sua mente i primi dubbi su quanto accaduto al suo predecessore, Nerio. Pare che questi sia stato sepolto volutamente in una terra non consacrata e che in un qualche modo non sia realmente morto. Sulla figura misteriosa del defunto assistente si concentrano anche i sospetti relativi alla scomparsa di due novizie delle quali non si ha più notizia da molti anni.

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Questo di Pupi Avati è un film nel quale la componente gotica e ben dosata e presente, la si avverte nei paesaggi, nei dialoghi, nelle penombre che costituiscono gran parte delle scene. La recitazione è buona, seppur non sempre eccellente, non deludono Stefano Dionisi e Carlo Cecchi mentre risultano un po’ più scarsi gli altri interpreti. Gli effetti speciali risultano essere ben riusciti anche se all’occhio di un moderno spettatore possono sembrare assai naif.

Per quanto non risulti il miglior film di Pupi Avati e sia anzi ben lontano da esperimenti meglio riusciti, risulta essere molto godibile e interessante dal punto di vista culturale. L’ambientazione è sapiente, vi si riscontrano vari studi relativi alla letteratura esoterica dell’epoca.

Perla del film è la citazione dell’opera “Rosa di rose e fiore di fiori” di Alfonso il Savio, re di Castiglia e di Lèon nel XIII secolo, più noto come artista che come capo di stato. L’utilizzo è così ben riuscito che dopo l’uscita del film se ne fece anche una canzone dance che se non risulta essere molto diversa dalle altre del genere ci dà un’idea di quanto il film avesse riscosso un certo successo all’epoca della sua uscita.

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Visto che le giornate sono ancora piovose, non posso che consigliarvi di godervi questo film comodi comodi sul divano e con un bel plaid.

Buona visione!

 

La macabra filastrocca del fattore che non riesce a dormire. “Non ho sonno”.

Articolo di Marilisa Mainardi

“Non ho sonno” è un film horror puro (per quanto la locandina lo descriva come un thriller). Non ha nè frizzi nè lazzi, non fa sconti sulle scene splatter o sugli inseguimenti ai limiti dell’assurdo.

L’inizio appare traballante. I cultori di un certo tipo di horror che come me preferiscono la psicologia e l’enigma al truculento susseguirsi di omicidi non ameranno vedere questo tipo di protagonisti un po’ troppo imbranati. Possiamo dire che le prime due vittime si fanno da sé, con anche un leggero traboccare di scollature che appare francamente un mezzuccio ben poco adeguato a un regista del calibro di Dario Argento.

Detto questo, che è di certo l’elemento che più infastidisce, il resto del film è ben strutturato, di gran lunga il miglior lavoro di Argento degli ultimi anni. La trama è avvincente, le ambientazioni tornano prepotentemente in primo piano con echi al capolavoro “Profondo rosso”, così come la musica, sempre suggestiva grazie alla collaborazione coi Goblin.

La trama del film, che prende avvio da un motivo scatenante e prosegue con il procedere di un gioco d’infanzia colpevole di essere stato bruscamente interrotto, ruota intorno ad una filastrocca che è stata scritta da Asia Argento appositamente per questa pellicola.

La macabra filastrocca infantile racconta di come un fattore insonne cominci a uccidere le bestie della sua fattoria per cercare il riposo. Questa poesiola era stata scritta dall’antico abitante della villa che fa da cornice agli eventi e rimasta nella mente di quello che viene chiamato “il nano assassino”, autore di una serie di delitti negli anni ’80 che ricompare e torna a uccidere 17 anni dopo. Proprio per questo motivo ritornano sulla scena il detective Ulisse Moretti (Max Von Sydow) ormai a riposo e il figlio di una delle vittime degli anni ’80, diventato ormai uomo, Giacomo (Stefano Dionisi). I due cercheranno di capire ciò che collega l’uno all’altro i delitti e dunque di individuare l’assassino.

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Come già premesso, questo è decisamente un buon film. Non è eccellente, questo senza dubbio. Alcuni attori non sono all’altezza del ruolo altri invece fanno un’ottima impressione (Dionisi su tutti) mentre alcuni altri, in particolar modo Von Sydow e Lavia, sono perfetti nei loro ruoli.

La trama è sia intrigante che ben congeniata e la filastrocca, che accompagna tutto il film, incuriosisce e ammalia. Appare eccessivo sia nel numero delle vittime che nella profusione di sangue ma il finale, abbastanza sorprendente, compensa queste pecche.

E’ un film che merita di essere visto e risulta gradevole anche a chi non ama molto l’Argento di “Suspiria” o “Phenomena” ma quello di “Quattro mosche di velluto grigio” (di cui abbiamo scritto qualche tempo fa proprio qui: … ).

Buona visione!

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“Fuocoammare”- La lenta ricostruzione della realtà senza sovrastrutture

Articolo di Andrea Vallese

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Per la prima volta nella storia degli Oscar, l’Italia sceglie come suo candidato/rappresentante per la categoria Miglior Film Straniero un documentario. Sicuramente un “signor-documentario”, dato che Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha già partecipato a numerosi eventi e vinto alcuni premi, tra cui l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Resta comunque una scelta coraggiosa, quanto azzardata, dato che l’Academy storicamente relega questa categoria di film ad un premio ad hoc, privilegiando da sempre storie di finzione, o meglio, film dove la realtà veniva filtrata da una sceneggiatura, messa poi in video da un regista che filma degli attori. Eppure Fuocoammare, nonostante ci mostri immagini assolutamente (e spesso drammaticamente) vere, riesce a mantenere uno sguardo “filmico”, scegliendo di raccontare il dramma, a tutti noto, dello sbarco senza fine dei migranti a Lampedusa, anteponendo alla cronaca il lato umano, come solo ogni film che si rispetti (o almeno io rispetto) sa fare.

Per raccontare questa realtà, Rosi è rimasto più di un anno sull’isola di Lampedusa. Il frutto del suo lavoro non è solo una minuziosa ricostruzione dell’emergenza-migranti, cosa che tanti altri giornalisti e autori di docu-fiction ci raccontano quotidianamente, ma è un viaggio alla scoperta di questo “piccolo punto” nel centro del Mediterraneo per dare un ritratto onesto e sincero di un luogo che, come ogni altro, ha e cerca di mantenere una sua identità. Il protagonista/testimone della quotidianità dell’isola è Samuele, un ragazzino di dodici anni, come tanti. Vive col padre e la nonna, va a scuola, ama esplorare i boschi a caccia di uccelli e giocare con la fionda, mentre ama meno andare in barca, dato che gli provoca spesso nausea. Attorno a lui si muovono altre figure, persone semplici, facenti parte di un’Italia più riconducibile agli anni ’50 che all’odierna realtà metropolitana. In alternanza, il film documenta le costanti attività di soccorso e accoglienza dei tanti migranti che in quel luogo “incontaminato dalla modernità” vedono la prospettiva di una vita migliore, trovando, però, spesso la morte in mare.

L’ “anello di congiunzione” tra questi due mondi è il Dr. Bartolo, il medico dell’isola, che, sia in un’ecografia a una donna in cinta appena salvata, sia nelle tante ispezioni cadaveriche, ci mette empatia e partecipazione emotiva allontanando qualsiasi possibilità di “professionale routine”. Attraverso la sua testimonianza, Lampedusa e i suoi abitanti danno voce alla loro cultura fatta di piccole cose, ma al tempo stesso incapace di rimanere indifferente alla drammaticità che riempie il mare che la circonda. Inevitabile a questo punto non cogliere l’enorme divario con il resto del mondo forse modernamente più avanti, ma assente (nel film come nella realtà) di fronte all’emergenza.

Questa consapevolezza, però, non è frutto di immagini shock della Tv del dolore, che inneggiano alla mancanza di sensibilità dell’Europa e del mondo di fronte a un mare che ha nei suoi fondali migliaia di cadaveri. Il regista si è preso il suo tempo per raccogliere e riunire tutto il materiale al fine di dare allo spettatore una visione limpida e onesta della realtà e lasciare a lui la responsabilità di farsi un’opinione sia oggettiva che soggettiva. Come l’ “occhio pigro” di Samuele, che ha bisogno di tempo e di lavoro per poter riacquisire funzionalità, così la realtà ha bisogno delle stesse cose per essere conosciuta e raccontata. Forse è per questo che i documentari, principali fautori di questo procedimento, sono così importanti. Ed io sono felice che l’Italia, in occasione degli Oscar, scelga di farsi portavoce di questo messaggio.

“La pazza gioia”- 50 sfumature di pazzia

Articolo di Andrea Vallese

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Da anni sono un grande estimatore del cinema di Paolo Virzì. Trovo che come autore sia quello che, più di tutti, riesca a rappresentare la realtà del nostro Paese (e non solo) attraverso la commedia, senza ricorrere a situazioni farsesche o a personaggi troppo sopra le righe. Così è anche la sua ultima opera, “La Pazza Gioia“, che offre uno sguardo interessante e poetico al tempo stesso sul tema del disagio psichico, attraverso una storia tutta al femminile.

Le protagoniste, infatti, sono Beatrice e Donatella, due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a un regime di custodia giudiziaria. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi, qui nel ruolo più brillante della sua carriera divisa tra Italia e Francia) è una ex-contessa logorroica e viziata, che pensa di essere dieci passi avanti rispetto alle sue compagne di sventura e, per questo, non s’inserisce nel gruppo. Donatella (Micaela Ramazzotti, qui alle prese con un personaggio più drammatico rispetto alle donne interpretate nei film precedenti) è una ragazza madre (molto tatuata) particolarmente fragile, insicura, ma molto dolce, alla quale il tribunale ha tolto il figlio per darlo in affidamento ad un’altra famiglia. Nonostante la reciproca diversità di carattere, le due donne cominceranno a legare, sostenendosi (ognuna a modo suo) a vicenda, finché non avranno l’occasione per fuggire e svagarsi nel “mondo reale”, misurando la loro condizione sociale con il modo esterno.

Molti hanno, giustamente, paragonato il film a “Thelma e Louise” di Ridley Scott (1992). C’è solo una piccola differenza. Le protagoniste italiane sono considerate pazze e pericolose ancora prima di intraprendere il viaggio/fuga. Qui non c’è una presa d’atto di una condizione, quanto, piuttosto, il peso della consapevolezza che il mondo accetta la tua esistenza a patto che tu rimanga “confinata nei ranghi”, perché la tua libertà mette a rischio l’incolumità degli altri. Un ragionamento che non fa una piega. Sia Beatrice che Donatella hanno commesso degli errori. Conoscendo, però, pian piano il loro passato (e i personaggi strampalati che ne fanno parte), lo spettatore può rendersi conto che a nessuna delle due la vita e il contesto sociale hanno fornito gli strumenti per poter fare “la cosa giusta”. Anche quando i servizi le prendono in carico, vengono adottate nei loro confronti misure di contenimento, facendole passare (probabilmente in buona fede) per politiche di recupero sociale.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come le due donne (Beatrice, in particolare) siano riuscite a mantenere uno sguardo positivo e di fiducia verso un mondo che non le capisce e non le tollera, un mondo che, cercando ostinatamente di considerarsi normale, finisce per essere “più pazzo di loro”. Troppo spesso ci dimentichiamo che la follia è una componente essenziale della realtà, la colora, la ricopre di sfumature. Ersamo da Rotterdam diceva che “senza il condimento della follia non può esistere piacere alcuno”. E chi, aggiungo io, sano di mente, non farebbe follie per far entrare nella sua vita godimento, gioia e amore? Scusate il gioco di parole.

Tra metafora e nero profondo. “Shadow”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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“Shadow” è un film del 2009 diretto da Federico Zampaglione, non nuovo a cimentarsi all’insidioso terreno del horror italiano contemporaneo poiché già regista due anni prima di Nero Bifamiliare, interessante pellicola che senza dubbio rappresenta un bel tuffo nel noir.

Questo film ricorda molto da vicino pellicole americane quali, in primis, “Un tranquillo weekend di paura” e “Non aprite quella porta” anche se Zampaglione non perde mai di vista le sue origini e cita, qua e là, Fulci e Argento.

L’inizio appare un po’ in salita o più che altro lascia, almeno per i primi venti minuti, la sensazione del “già visto” e fa persino innervosire lo spettatore per i momenti di sbadataggine dei due protagonisti, che lasciano tracce ovunque per essere certi di farsi trovare dai loro inseguitori.

La narrazione parte dal viaggio di David (Jake Muxworthy) che reduce dalla guerra in Iraq, si trova a fare mountain bike nel cuore dell’Europa. Qui, fermatosi in una malga di montagna, fa la conoscenza non solo di Angeline (Karina Testa) ma anche di due loschi individui, cacciatori armati fino ai denti, sboccati e violenti che esordiscono con fastidiose molestie di stampo sessista verso la ragazza. Da questi incontri scaturiscono due situazioni, l’inizio di una storia d’amore fra David e Angeline e l’inseguimento da parte dei due cacciatori attraverso la foresta.

Tra rocamboleschi inseguimenti e nottate in tenda, il film cambia completamente atmosfera quando i protagonisti si avventurano nel cuore della foresta, la Foresta dell’Ombra per l’appunto e la loro situazione nonché il ritmo del film cambiano.

Qui si entra in un’atmosfera claustrofobica, governata dall’inquietante presenza di un personaggio la cui essenza non si riesce ad inquadrare. Interpretato da Nuot Arquint, Mortis ha un’immagine fortemente disturbante. Non si esprime a parole ma solo attraverso gli sguardi; è un sadico di cui ci riesce difficile comprendere la presenza, fino alla svolta finale, fino a che non leggiamo il suo nome nei titoli di coda.

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Capita a volte di incontrare un bell’horror. Questo ha tutto il gusto oscuro dei tempi recenti, ha la retrospettiva psicologica che nei film degli anni 60 e ’70 per lo più mancava. Non vuole stupire con effetti speciali o quantità improbabili di sangue. Ha una dimensione onirica che però lo rende vicino a tutti noi, come se il sogno di David rappresentasse in un certo modo anche il nostro. Come se il rapporto di David con la morte, per quanto estremo data la sua esperienza di ex combattente, fosse simile a quello che tutti noi abbiamo. C’è ricerca, c’è estetismo, attenzione. Tutto in questo film ci fa pensare che non abbia nulla di meno rispetto a film americani le cui produzioni sono più costose, meglio distribuite e più blasonate.

Non stupisce che Federico Zampaglione, con soli tre film all’attivo, sia diventato ormai un regista di culto del genere horror. Va anche detto che lui è uno dei pochi che ha ancora il coraggio di farne.

Una nota di memorabile ilarità è la galleria di ritratti che si trova nel bunker nel quale i protagonisti vengono tenuti prigionieri: dopo un’immagine di Hitler e una di Stalin compare un imperturbabile George W. Bush.

A conclusione posso dire che è sì un esperimento ben riuscito, pecca nei dialoghi, probabilmente a causa di un montaggio che ha voluto accorciare molto il film e nella trama che non è troppo originale e percorre, sino alla conclusione almeno tre film molto noti.

Ad ogni modo è un buon film, uno dei pochi di genere prodotti in Italia in tempi recenti.
Buona visione!

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Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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“Veloce come il vento”- Quando il cinema trova il nesso tra sport e vita

Articolo di Andrea Vallese

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Nella vita non mi ritengo uno sportivo. Cerco di tenermi in forma, ma è più una cosa legata al benessere. Di fatto non pratico sport e non li seguo neanche, incluse le corse. Per tali ragioni ho sempre molta diffidenza nei confronti di film che parlano di sport, anche perché ho paura di non capirli. Ci sono, però, delle pellicole, come questa di Matteo Rovere che, attraverso la rappresentazione dello sport, svelano delle verità sull’essere umano che ti fanno uscire dalla sala culturalmente più arricchito.

“Veloce come il vento” vuole essere un film di genere in stile americano (tra Rush e Fast and Furious), ma mantiene intatto, sia nel linguaggio che nell’ambientazione, il contesto italiano, emiliano, per la precisione. Prendendo spunto dalla storia vera del pilota Carlo Capone, il film segue le vicissitudini della famiglia De Martino, dove il sangue che scorre nelle vene è nero come la benzina delle auto da corsa. La protagonista è Giulia (Matilda De Angelis, giovane promessa del nostro cinema), diciassettenne pilota di rally che, dopo la morte del padre a causa di un infarto, si trova a fare da genitore al suo fratellino Nico e rischia lo sfratto a causa dei debiti del padre, che ha puntato anche la casa su di lei come futura campionessa. A complicare le cose, arriva anche il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi, mai così bravo dai tempi di Radiofreccia), ex pilota, ora più dedito alla droga. Loris, all’inizio, cerca di approfittare della situazione (essendo l’unico maggiorenne della famiglia) per insediarsi nella casa dove tanti anni prima era stato cacciato. Realizzando, poi, che il suo destino è legato ormai anche a quello della famiglia, decide di allenare la sorella, rispolverando quel talento perduto, ma mai dimenticato, per aiutare Giulia a diventare ciò che lui non può più essere.

Il vero “motore” di questa storia sulle corse è proprio il rapporto tra i due fratelli ritrovati, talmente diversi da essere complementari. Il loro rapporto è molto diretto. Non si esprime tramite gesti affettuosi, ma attraverso una franchezza che obbliga entrambi a prendere coscienza delle proprie criticità e ad affrontarle. Giulia, grazie agli insegnamenti del fratello (che la tratta come un pilota da corsa e non come una donna imprigionata in un mondo di uomini) riesce a sentire che il suo sogno è realizzabile, che ce la può fare. Loris, invece, in un mondo in cui tutti voltano le spalle a persone come lui, trova l’occasione per potersi impegnare in qualcosa di concreto, non tanto per il riscatto sociale, ma per dimostrare che c’è sempre il modo di fare “la cosa giusta”.

Dopo aver visto questo film ho capito che le corse (molto ben rappresentate e godibili, anche da un profano come me), sono solo un mezzo, una metafora, per raccontare un qualcosa che trascende lo sport. Nelle gare automobilistiche non c’è il senso della misura. Bisogna prendersi dei rischi, dare spazio all’istinto e “non pensare troppo”, come dice spesso Loris a Giulia. Forse questa filosofia si può estendere a diverse situazioni. Accettare il rischio come parte della vita ci aiuta a “mettere in moto” il nostro cervello e a predisporlo in maniera più diretta verso i nostri obbiettivi. Qualunque sia il risultato, la consapevolezza di avercela messa tutta non vanificherà il nostro operato, anzi ci renderà più forti e pronti per altre sfide.

“Perfetti sconosciuti” Il diritto ad avere segreti

[Articolo di Andrea Vallese]

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Perfetti Sconosciuti” di Paolo Genovese, l’ultima commedia italiana che in questo periodo sta avendo grande successo al botteghino, parte con una bellissima citazione di Gabriel Garcia Marquez: “ciascuno di noi ha tre vite, una pubblica, una privata e una segreta”. Il film, in maniera molto intelligente, ci fa notare come ai nostri giorni il raccoglitore o, per citare una battuta, “la scatola nera” della nostra vita segreta sia diventato lo Smartphone. Questo oggetto dal suo ruolo ufficiale di “facilitatore di comunicazione”, ci ha spinto inconsapevolmente a portare la sfera più intima del nostro quotidiano al dì fuori delle mura domestiche, per non dire “a braccetto” con la vita pubblica.

I protagonisti di questa storia sono sette amici di vecchia data (tre coppie e un single) che si riuniscono a cena in occasione di un’eclissi di Luna. Nel mezzo di una conversazione su quanto ognuno sa più o meno della vita degli altri, decidono di prestarsi ad un gioco apparentemente divertente, ma, al tempo stesso, sadico e masochista. Ciascuno di loro per tutta la serata metterà a disposizione degli altri il proprio cellulare, ovvero dovrà leggere i propri sms, le conversazioni whatsapp e ascoltare le telefonate ricevute in modalità vivavoce. Da questo momento si assiste ad un’escalation di rivelazioni.

All’inizio l’esperimento non sembra molto diverso dal classico “gioco della verità” (chi non ci ha mai giocato da ragazzo?) e cominciano a venire fuori quelle piccole sottigliezze di cui, forse, ognuno di noi, quando si trova con amici e parenti, si accorge: lo smartphone rivolto verso il basso, il gruppo di whatsapp di cui non si fa parte, i nomi fittizi nella rubrica, i giochi di ruolo tra estranei. Cose, tutto sommato, innocenti, ma che sono indicatori della nostra vulnerabilità e spianano la strada verso rivelazioni molto più significative: l’ingiustizia di un licenziamento, la difficoltà di fare coming out, lo scoprirsi omofobi latenti, la consapevolezza di essere il genitore meno in confidenza col figlio; per non parlare delle infedeltà di vario genere da quella occasionale a quella seriale, passando per quella virtuale. I personaggi (interpretati dai bravissimi Marco Giallini, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston) diventano i portavoce di tutti questi “lati oscuri” in cui lo spettatore, a modo suo, si riconosce, finendo inevitabilmente per ripensare al suo vissuto e a quello dei suoi cari. Personalmente, uscendo dal cinema, mi sono chiesto cosa dentro il mio smartphone è opportuno che ci sia e cosa no.

Spesso si definiscono i segreti inconfessabili degli “scheletri nell’armadio”. Non avevo mai pensato prima d’ora al significato di quest’espressione. Si sa, i sentimenti generati dalla vista di uno scheletro sono paura, orrore, ripugnanza. Oggi l’armadio che li rinchiude è lo smartphone, oggetto sicuramente più leggero, ma, sfortunatamente, più esposto al pubblico e alle “urla” che quei sentimenti potrebbero generare. Credo sia per questo che il regista abbia ripiegato su un finale alla Sliding Doors, per riportare lo spettatore ad un’amara quiete, ammonendolo su quanto sia pericoloso giocare (anche voyeuristicamente) con la propria intimità.

Per tornare alla citazione iniziale, credo che la parte segreta della nostra vita sia un qualcosa di estremamente prezioso. Non è solo una questione di privacy. Tenere i nostri cari fuori dagli aspetti più misteriosi della nostra vita è un modo per proteggerli, e la protezione è la manifestazione di affetto più significativa. Dobbiamo rivendicare il “diritto ad avere un po’ di mistero” anche perché è questo che accende negli altri un interesse nei nostri confronti.