Profumo- Un film che non delude il lettore

Articolo di Giorgia Loi 

Per i lettori accaniti, spesso, vedere un film tratto da un libro già letto si rivela un’esperienza deludente, a volte quasi traumatica.

Ma, in alcune rare e bellissime occasioni, il film viene realizzato da qualcuno che “ha capito” il libro.

E ritengo che questo sia il caso di “Profumo”. Ho letto il celebre romanzo di Suskind soltanto un anno fa: ero quindi quasi “fresca” di lettura quando ho guardato l’omonimo film diretto da Tom Tykwer.

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Il film riprende il libro con precisione, non solo nella trama, ma anche e soprattutto nello stile, che è fiabesco, a tratti ironico, estremamente fruibile seppur passibile di una lettura su più livelli, ma completamente scarno, crudo e “secco” nel ritrarre i momenti di violenza ed orrore.

Il protagonista, poi, è perfetto. Ben Whishaw è Jean-Baptiste Grenouille, questo bizzarro e paradossale essere umano che vive appagando sè stesso solo grazie al suo portentoso senso dell’olfatto, ma non possiede lui stesso alcun odore corporeo.

profumo05.jpgQuesto personaggio riservato ma determinato, incomprensibile ma coerentissimo, deprecabile ma impossibile da odiare. Questo casting perfetto dell’attore protagonista permette, appunto, di ricreare un Grenouille nei cui silenzi, nelle cui frustrazioni, nelle cui vittorie, senza nemmeno sapere bene come, c’immedesimiamo.

E’ anche estremamente affascinante l’abilità della regia nel trasporre in immagine, per lo spettatore, quello che nella storia è il mondo degli odori: compito non certo semplice.

Posso quindi dire, da lettrice, di aver amato moltissimo questo film, che è stato in grado di riproporre le atmosfere del libro e farmi rivivere questa originalissima, stranissima, pazzesca avventura.

Ma, c’è un grande ma: purtroppo temo che questo film non sia altrettanto entusiasmante per qualcuno che non abbia letto il libro, per un semplice fatto: spiegare un protagonista così bizzarro, trasmetterne le pulsioni e le motivazioni, e sospendere realmente l’incredulità su alcune situazioni, non ha la stessa potenza senza l’ausilio della parola scritta.

Avendo visto il film con una persona che non aveva letto il libro, mi sono resa conto del fatto che alcune cose, per lui, non potessero essere realmente comprensibili. In primis il finale, folle ed incredibile, che è stato trasposto come da romanzo (non ci avrei creduto, se non l’avessi visto), ma senza la lunga narrazione delle motivazioni di fondo di quello che accade, contenuta nel libro, purtroppo appare come una pazzia fine a se stessa.

La riflessione, dunque, sorge spontanea: è realmente possibile accontentare sia il lettore che il cinefilo?

Non ho la risposta a questo interrogativo, mi limito a consigliare questo film a chi ha già letto ed amato il libro.. A tutti gli altri, consiglio di partire dalla cara, vecchia carta stampata, in questo caso!

“Blade Runner 2049 “- Una conversazione tra un lui ed una lei, dopo la visione.

 

Lui: Andrea Roversi; Lei: Giorgia Loi

ATTENZIONE: SPOILERS!

LEI: Bene, abbiamo visto Blade Runner 2049… parliamone!

LUI: Se vogliamo parlare di Blade Runner 2049, per prima cosa penso dobbiamo dire due parole sul fatto che si pone in continuità con il primo Blade Runner, che è un film ambientato in un futuro iper- tecnologico, dove però si fa a meno di tutti gli “eccessi” del genere fantascientifico. Non ci sono navi spaziali, alieni, laser, battaglie, esplosioni, nè altri concetti fantascientifici più estremi, come i viaggi nel tempo e cose simili.

Blade Runner costruisce, invece, un tipo di realtà distopica molto più simile alla nostra, come se, in un futuro non molto lontano dal nostro, qualcosa fosse andato in una direzione particolarmente sbagliata e l’umanità avesse imboccato un sentiero cupo, scuro, esistenzialista, pessimista.

Il film originale ha plasmato in qualche modo l’immaginario collettivo e, sebbene abbia avuto un successo tardivo, qualche anno dopo la sua uscita nei cinema è diventato un film di culto.

Ha plasmato l’immaginario del cosiddetto Cyberpunk, prendendo dalla letteratura di Philip Dick, ma anche di William Gibson, qualcosa che ai tempi era particolarmente di nicchia.

Quindi, ci troviamo di fronte ad un’umanità senza grosse speranze, un mondo cupo e governato dalle multinazionali e dalle mega-corporazioni, in cui l’uomo singolo non ha più la minima importanza (non siamo poi così lontani da questa cosa..).

Dove, paradossalmente, l’umanità sembra aver esaurito tutte le sue risorse, emerge, come prossimo step dell’evoluzione, qualcosa di non umano, che diventa però più umano dell’umano stesso: una creatura artificiale, il replicante, che non è propriamente un robot né un androide, riconducendosi ai topoi della fantascienza, ma una sorta di umano clonato e replicato in laboratorio.

LEI: Però, sia nel primo che nel secondo film, non sono riconosciuti come “più umani degli umani” dalla società. Questa è una riflessione che viene lasciata al pubblico; anzi, è proprio tutto il punto della riflessione, ma anzi nella società sono gli emarginati.

LUI: Certo, sono una sorta di scampoli dell’umanità, che vivono in questa società situata virtualmente in America, che è una sorta di meltin’pot di qualunque tipo di etnia, dove si parla questa lingua che è un insieme di cinese, giapponese ed inglese.

Sono degli strumenti, delle macchine, vengono usati per fare i lavori che gli uomini non farebbero più, sono cittadini di seconda classe, tanto che nel film originale hanno una data di scadenza, possono vivere soltanto 4 anni, dopodichè si auto- spengono..ed alcuni, ovviamente, non accettano questa condizione di schiavi. 

Il film successivo si svolge, credo, 30 anni dopo dopo il primo.

LEI: Sì, mi sembra che sia in linea con la timeline effettiva: girato 30 anni dopo ed ambientato 30 anni dopo..

LUI: Il primo mi sembra si svolgesse nel 2019, e questo nel 2049

LEI: Pensa, Blade Runner era ambientato nel 2019… tra due anni da oggi!

LUI: Direi che abbiamo sbagliato qualcosa..!

LEI: Come tecnologia non ci siamo molto, ma d’altra parte abbiamo sorpassato anche il primo “Ritorno al futuro”! Gli sceneggatori erano stati molto ottimisti, dal punto di vista tecnologico! A livello di società, invece, non lo so..

LUI: Paradossalmente alcune cose, a livello tecnologico, sono irrealizzabili oggi come oggi, ma altre sono in realtà molto più avanzate rispetto ad alcune previsioni della fantascienza!

LEI: Nel senso che gli sceneggiatori avevano ipotizzato una società già completamente “ottimizzata” dal punto di vista tecnologico, cosa che invece non è successa. In particolare, non abbiamo le macchine volanti!

LUI: Fra l’altro, sono stati girati anche dei corti su Blade Runner, se uno volesse avere una visione storica di quello che è successo nei 30 anni che separano le due pellicole.

LEI: Ah, tu li hai visti, vero?

LUI: Sì, ma non è assolutamente necessario vederli, se non per avere un’idea vagamente più chiara del passato, di questa società futurista che se la passa ancora peggio di come se la passava nel primo film.

Anzi, penso che per quanto sia sostanzialmente consigliabile vedere il film originale di Ridley Scott, questo è un film che riesce a camminare molto sulle proprie gambe, è completamente guardabile ed apprezzabile anche senza aver visto nient’altro prima.

LEI: Sono d’accordo

LUI: Magari qualche punto di domanda potrebbe rimanere…

LEI: Secondo me no. Cioè, i personaggi sono assolutamente inquadrati nella storia senza bisogno di premesse, compreso quello di Harrison Ford, “preso” direttamente dal primo film. Poi è evidente che, avendo visto il film precedente e conoscendo esattamente la storia del suo personaggio, ci si può emozionare molto di più nel vederlo “tornare”, però non è necessario.

LUI: Tra l’altro, penso che Blade Runner 2049 sia collegato in modo molto intelligente e per niente scontato col film precedente. In modo molto organico, in modo che non sembri una forzatura: per essere il sequel di un film di culto, per essere quello che si potrebbe considerare come un’operazione prettamente commerciale, questo è davvero tutt’altro che scontato.

Guardandolo, non sembra affatto che abbiano voluto fare questo film per sfruttare un brand conosciuto, ma semplicemente perchè c’era un’altra storia da raccontare.

LEI: Oppure era arrivato il momento di raccontare nuovamente quella storia con occhi diversi, in qualche modo.

LUI: Sì, anche se la storia è diversa..

LEI: È diversa, sì, ma ha chiaramente dei grossi punti in comune, in quello che ti arriva a dire alla fine. In particolare, nella riflessione su cosa vuol dire essere “umano”, che poi è il fulcro emotivo di entrambi i film, quello che ti rimane addosso, quello per cui, secondo me, il primo film è diventato così importante, ed il motivo per cui questo film..è così bello!

LUI: Sì, il fattore filosofico, il messaggio dei film, è un messaggio profondo ed importante su cosa significa essere umani, e rappresenta uno dei punti centrali della pellicola stessa, ma non è poi l’unico aspetto che rende questi film così memorabili.

Li rende memorabili anche ad esempio il fatto che siano fondamentalmente dei noir futuristici, film lenti e riflessivi che in qualche modo, in questa loro lentezza, ti immergono totalmente in questo mondo; dal punto di vista sonoro, dal punto di vista visivo, ogni frame della pellicola è imbevuto della personalità di questa realtà senza speranza del futuro, che è veramente maestosa dal punto di vista visivo, e perfettamente riconoscibile..

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LEI: ..sì, “perfettamente riconoscibile”, infatti una delle cose che ho notato in maniera particolare è proprio che la sensazione, quando si entra con le macchine volanti nella città, è proprio la stessa rispetto al primo film, sebbene le tecnologie utilizzate per gli effetti speciali siano molto diverse. E’ stato bravissimo il regista Villeneuve, che comunque abbiamo già apprezzato di recente in altri lavori, ad utilizzarle..

LUI: ..in modo non invasivo.

LEI: In modo poetico, mi viene da dire! Non mi viene in mente un termine migliore per descrivere le inquadrature dall’alto che dominano la prima mezz’ora di film. Quelle immagini sono qualcosa di straordinario… Voglio dire, io di solito non mi focalizzo molto su queste cose, ma lì è pazzesco, è stupendo!

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LUI: Mi viene in mente il confronto con un altro film che ho visto ultimamente, che è il remake di “Ghost in the shell” con Scarlett Johanson, di cui non mi ricordo neanche chi sia il regista. Partendo dal materiale di base, ovvero l’anime da cui è tratto, si penserebbe che possano essere due film simili… possano! Ma invece quel film è stato fatto nel modo più sbagliato possibile, e per fortuna Blade Runner non è stato realizzato così!

In Blade Runner 2049 sembra veramente che gli effetti speciali siano al servizio della storia, mentre nell’altro prendono il sopravvento, al punto che sembra che il film voglia soltanto dire “Who! Guarda quante cose pazzesche riusciamo a farti vedere di questo futuro, anche se non sono assolutamente necessarie!” senza creare atmosfera, ma sommergendoti di input di ogni tipo, e dando solo l’impressione di trovarsi in un luna park di effetti speciali. Vabbè, ma questo è un altro film.

LEI: Che tra l’altro non è consigliato guardare, a questo punto..

LUI: No, decisamente no.

Tornando a Blade Runner 2049, abbiamo detto che è un noir, il protagonista è sostanzialmente un protagonista unico, Ryan Gosling, che direi sia stata un’ottima scelta per il film, perchè ha proprio la faccia da replicante…

LEI: Ha la faccia da replicante, però in versione cucciolotto triste..

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LUI: …che non sta capendo cosa gli sta succedendo…

LEI: …che vorrebbe essere qualcosa di più.

LUI: Però è molto bravo, perchè, nel non esprimere una grandissima gamma di emozioni (perchè di fatto non lo si vede spesso esprimerle, nel film,non ride, non piange..) riesce comunque a trasmettere, pur interpretando un personaggio non umano, delle sensazioni molto umane, che sono spaesamento, desiderio di trovare un significato in quello che si sta facendo, curiosità ed anche probabilmente voglia di essere accettato, voglia di essere amato…

LEI: …voglia di essere umano…

LUI: …pur non essendo sicuro del fatto che sia possibile per lui, per via del modo in cui è stato progettato.

Ed è un po’ l’unico personaggio principale del film.Per il resto il cast non è molto numeroso, e gli altri ruoli, per quanto incisivi, sono quasi tutti di contorno rispetto al viaggio, sia metaforico che fisico, che compie il personaggio di K…

LEI: …Joe!

LUI: No lui è K! Ma tu lo chiami Joe, e allora parliamo del personaggio che a te non ha convinto..

LEI: ..sì, via, parliamo dell’ologramma!

LUI: Secondo me, in realtà, per quanto non sia l’aspetto che colpisce di più del film, ho capito perchè ce l’hanno voluto mettere: perchè in qualche modo K, in una società che non lo accetta per quello che è, cerca di essere accettato, di essere benvoluto. E perquesto si ritrova ad avere una relazione con quello che è un programma per computer, che in qualche modo è meno sofisticato rispetto a quello che è lui. E paradossalmente fa la stessa cosa che fanno gli umani con i replicanti..

LEI: ..non lo so, e se invece lo facesse perchè, visto che non viene incluso nella società degli umani, si domanda se allora non sia invece più simile a lei, che è una macchina, e per cui si sentisse così vicino a lei, anche se “lei” non esiste?

LUI: Può essere. Lei è un software. Lui non è un software, non è un computer, infatti il dubbio sul fatto che i sentimenti che sembra provare l’ologramma nei suoi confronti siano semplicemente parte della sua progettazione vengono, secondo me.

LEI: Decisamente!

LUI: E nel momento in cui, quando sta per finire il suo percorso, vede l’ologramma enorme della pubblicità del software, secondo me si rende un po’ conto di aver riposto i suoi sentimenti in quello che è sostanzialmente uno smartphone, ma un po’ più evoluto. E’ un momento molto triste!

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LEI: Sì, infatti, ma per l’appunto quello è il momento della presa di coscienza definitiva, perchè quando vede l’enorme ologramma uguale alla “sua amata”, diciamo, lui ha già scoperto più o meno la verità della propria storia. Senza bisogno di raccontare la trama nel dettaglio, tra le cose che gli sono state dette, e che secondo me è uno dei fulcri anche del suo percorso..

LUI: SPOILER!!!

LEI: …chiedo scusa, spoiler!

Dicevo, gli è stato “rivelato” che, per un androide come lui, l’unico modo per “diventare realmente umano” è sacrificarsi in nome dell’umanità.

Quando vede l’enorme ologramma, è il momento in cui capisce che dovrà farlo, ma anche il momento in cui consapevolmente decide di farlo, perchè si rende conto di essere dal lato dell’umanità, decide di voler essere umano.

LUI: Dici?

LEI: Dico!

LUI: Ma si sacrifica per gli altri replicanti, non per gli umani!

LEI: Sì, perchè in questo modo il suo sacrificio rende il replicante, se stesso come simbolo di tutti i replicanti, umano. Quindi non lo fa “per l’umanità” intesa come “gli uomini”, ma per “rivendicare la propria umanità”.

A quel punto capisce di non aver più bisogno di andare a cercare l’ologramma, perchè, grazie al percorso che l’ha portato fin lì, non si sente più il reietto che la società l’aveva sempre fatto sentire.

LUI: Se ci fai caso, l’ologramma per tutto il film non fa altro che dirgli tutto quello che vorrebbe sentirsi dire, perchè -SPOILER!- nel momento in cui sta indagando sul figlio di Deckard e di Rachel, l’ologramma gli dice “Ah, allora sei tu! Sei tu per forza!”, e lui arriva a crederlo.

LEI: Sì, perchè lui ha il bisogno di sentirsi più speciale di come si stia sentendo.

All’inizio del film non pensa di poter essere speciale per quello che è, per cui desidera essere lui l’unico figlio naturale di una replicante esistente nell’universo, ad un certo punto si rende conto di non averne bisogno, si rende conto di essere comunque un unicum, si rende conto di essere “se stesso” ed, in quanto tale, importante.

LUI: Ed è per questo che l’ologramma è importante, perchè all’inizio lui cerca questa interazione per sentirsi più speciale, oltre che per imparare cose su se stesso. Inoltre, è anche un gran bel pezzo di ragazza, che non guasta!

LEI: E’ decisamente una gran gnocca! Ma io credo di aver capito, mentre parlavi, il motivo per cui mi è apparso un po’ superfluo il ruolo dell’ologramma, ovvero: la funzione di lei è sottolineare i desideri e le pulsioni profonde di lui. Ma, come sottolineavi poco fa, anche secondo me lui trasmette già molto, e, personalmente, forse non avevo bisogno di altro per capire, al di là del fatto che certamente c’è una funzione narrativa anche in quel personaggio. Diciamo che è un ruolo che ha preso uno spazio che secondo me poteva anche essere inferiore.

LUI: Per me la cosa interessante è anche che il ruolo originale di quell’ologramma è sostanzialmente quello dell’oggetto sessuale. C’è una fortissima enfasi sul fatto che comunque la società del futuro è abbastanza sessista, non magari nei ruoli sociali (forse), ma certamente nell’utilizzare molto il corpo della donna come oggetto: le pubblicità sono popolate da vari esempi di questi sex-toys virtuali.

LEI: Sì, perchè anche in questa società del futuro/distopica, così come nella nostra odierna (e nella previsione dell’evoluzione di questa società estremamente “commerciale” direi che non si sono sbagliati), questo “vende”, e “paga”..

Ma, parlando di donne, a me è piaciuto molto il personaggio della “cattiva”, dell’androide che si contrappone al protagonista: un personaggio sicuramente con un ruolo minore, ma secondo me rilevante, perchè, così come l’ologramma è la trasposizione letterale dei pensieri di lui, lei rappresenta invece il suo “doppio negativo”, ed è un altro personaggio di replicante che dimostra alla fine umanità, a mio parere.

Ho notato svariate situazioni in cui agisce di propria iniziativa, e ci tiene anche a sottolinearlo. Sebbene abbia un ruolo completamente diverso e, non essendo una protagonista, sia molto meno esplorato quello che lei desidera e perchè, e cosa la spinga a compiere determinate azioni (in particolare quelle che compie per “libero arbitrio”), penso che nelle pulsioni assomigli molto a lui, nel senso che è alla ricerca di una propria dimensione, di una propria identità.

LUI: A me sembra quasi che ricalchi un po’ di più i replicanti del Blade Runner originale.

I replicanti non sono robot, anzi, provano dei sentimenti e delle emozioni in maniera anche più forte di un uomo o di una donna “reali”, perchè sostanzialmente molte delle cose che provano le provano per la prima volta. E’ per questo che, nell’uccidere qualcuno, lei piange.

LEI: Sì, beh, però lei decide di farlo, anche quando non necessario.

LUI: Ha una reazione emotiva molto forte, ma questo non vuol dire che “non lo voglia fare”

LEI: No, anzi, è appunto un personaggio molto forte perchè decide di farlo, ma nel farlo vive tutta l’emozione negativa dell’azione.

LUI: E anche lo stesso Rutger Hauer del film originale piange parecchio, anche quando fa del male agli altri. Alla fine dimostra libero arbitrio nel salvare Deckard, abbracciando in qualche modo questo concetto, che prima non aveva colto, del fatto che la vita è preziosa, ed è un peccato sprecarla e sacrificarla.

LEI: Lei non arriva a questo, è molto diversa, però è probabilmente, così come K (o Joe, che dir si voglia), un modello superiore e più sofisticato…

LUI: No, su questo ti vorrei contraddire, anzi, i modelli più “nuovi” sono probabilmente più semplici!

LEI: Ah, giusto, perchè sono costruiti per non correre il rischio di “ribellione”!

LUI: Infatti in uno dei corti che ho visto c’è Wallace, il personaggio interpretato da Jared Leto (che mi è piaciuto molto, l’ho trovato particolarmente inquietante), che presenta ad una specie di “consiglio dell’ONU”, in seduta privata, il suo nuovo modello di replicante. Loro non ne vogliono sapere, dato che sono successi innumerevoli disastri con i modelli precedenti, ma lui, appunto, fa presente che i nuovi modelli sono degli angeli, fatti per proteggere gli esseri umani, e programmati in modo da non poter fare nulla per ribellarsi. Come dimostrazione, impone al replicante che ha portato con sè di uccidersi, cosa che un replicante del primo film non avrebbe mai fatto, avendo un forte senso di autopreservazione. Quindi i nuovi replicanti sono proprio fatti per essere docili.

Però alla fine si ribellano lo stesso!

LEI: Alla fine la forza della vita, anche in loro, ha la meglio.

LUI: Che altro? Beh, sì: Harrison Ford per la prima volta da 20 anni, secondo me, recita davvero bene in un film. Cioè, a me nell’ultima apparizione in Star Wars era apparso un po’ come una macchietta, mentre qui mi sembra molto più convincente.

LEI: Tra l’altro, questo ruolo ha qualcosa in comune con il ruolo che ha ripreso in Star Wars!

LUI: Nel senso che ha re-interpretato un suo personaggio 30 anni dopo?

LEI: No, nel senso che il motivo per cui il suo personaggio torna, in entrambi i casi, è perchè è padre! Però, qui, la storia che va a riallacciare i due film, in effetti, è più pregnante.

LUI: Ho già detto che il film è bellissimo, che la fotografia è bellissima, che a vedersi è tutto veramente bellissimo?

LEI: Villeneuve ci piace molto, è veramente bravo!

LUI: E’ un film probabilmente non adatto a tutti, perchè è molto lento, piuttosto lungo, con molti silenzi e….

LEI: …e poca azione! Questo a me personalmente piace, perchè di norma sono molto più interessata alla caratterizzazione dei personaggi, che sicuramente è un aspetto chiave di questa pellicola. La caratterizzazione, insieme alla fotografia spettacolare, fa il film. Non è un’americanata. Infatti Villeneuve non è americano, e si nota.

LUI:  Già il film originale non era un’americananta!

LEI: No, assolutamente, ma questo rischiava di esserlo, essendo un sequel prodotto in epoca di grandi effetti speciali e, diciamocelo, di scarsità d’idee.

LUI: Mi fa molto piacere che non abbiano trattato questo film come una sorta di reboot del franchising, fatto per propinarci altri 10 Blade Runner nei prossimi 10 anni… cosa che potrebbe anche succedere, ma almeno non si evince da questo film.

Non cerca troppo di ri-modernizzare, o almeno non, per esempio, di proporre una ri-modernizzazione alla “Ghostbusters”, o di altri film famosi riporoposti per questioni meramente commerciali..

LEI: No, secondo me più che ri-modernizzare, “ri-narra”.

E niente, per me, è consigliato, ma se parliamo ancora un po’ nessuno lo vorrà vedere perchè avremo detto tutto!

LUI: Sì, decisamente..buona visione!

“Enemy” – Quando un film è alta letteratura

Articolo di Giorgia Loi

 

Le parole “tratto dal romanzo di Josè Saramago” mi sono bastate per decidere che sì, avrei guardato “Enemy”, questo film inserito tra le novità nella sezione on demand del mio abbonamento tv.

Non si tratta certamente di un film leggero, d’intrattenimento. Principalmente perchè è un film che può apparire basato sulla trama fino ad un certo punto, ma poi si rivela fortemente concettuale.

La trama ruota intorno al momento in cui la vita di un docente universitario di storia politica viene scossa irrimediabilmente dalla scoperta di avere un sosia, identico nel corpo e nella voce, in un attore di serie c-per non dire z.

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La scoperta diventa per lui un’ossessione, che lo porta a mettersi in contatto con l’altro lui e la moglie di questi. L’ossessione contagia tutti, i quali sono spaventati e disperati nell’apprendere la notizia dell’esistenza di due persone identiche.

Ma perchè la scoperta di un sosia dovrebbe essere qualcosa di diverso da un divertente momento “Ehi, guarda un po’!”? Stiamo veramente parlando di un sosia?

Oppure stiamo facendo un destabilizzante viaggio all’interno della psiche di un solo uomo, che ha “sdoppiato se stesso” perchè non è in grado di affrontare la propria vita?

Molti gli indizi che portano a propendere decisamente verso questa spiegazione, sebbene il film, come normalmente avviene in un romanzo di alta letteratura postmoderna, non fornisce una risposta completamente esplicita.

Dobbiamo prestare attenzione ai dettagli, ed in particolare alle reazioni della moglie del sosia/attore ed alla madre del sosia/professore, per darci conferma di questa interpretazione.

Far caso alle menzioni che l’attore fa del proprio lavoro di attore; ricordarsi di far caso ai mirtilli; guardare bene cosa succede quando la moglie del sosia/attore va a trovare il sosia/professore all’università, e notare le scelte registiche quando, dopo l’incontro, lei decide di telefonare al marito; ascoltare cosa dice la madre del professore rispetto alle condizioni di vita del figlio, ed al suo lavoro. Dobbiamo prestare attenzione a quanti mesi sono passati dall’ultima volta che sosia/attore ha avuto contatti con l’agenzia casting che lo impiega, ed ai mesi di gravidanza della moglie.

La regia è, oserei dire, perfetta (questo film ha il regista in comune con “Arrival”, Denis Villeneuve, che non è altri che il regista del nuovo Blade Runner in uscita: sapere che il film è in mano sua mi aiuta ad avere fiducia anche in questa operazione che inizialmente non mi convinceva, devo dire.).

Sebbene ad una seconda visione, o semplicemente ad un’analisi accurata alla ricerca della spiegazione, ci siano tutti gli elementi ben in vista, fino alla fine, caratterizzata da un enorme ragno momento WTF, si riesce a seguire il film come se fosse una sorta di thriller.

In realtà, e per giungere alla conclusione che esiste un solo uomo, che avrebbe voluto fare l’attore ma la sua carriera non è decollata, per cui si è rassegnato a fare il docente, e che ha una grande passione per le donne, ma si è sposato e aspetta un figlio e quindi deve tentare di dare un freno ai propri istinti, ammetto di essermi fatta aiutare da alcune interpretazioni del film trovate online, che mi hanno anche aiutato a capire come l’immagine del ragno sia una metafora chiave.

Ragno gigante che, ad un certo punto, si vede sormontare i palazzi di Toronto, città in cui è ambientata la pellicola, in quello che è forse il primo momento in cui si ha conferma che si sta guardando qualcosa di più di un fanta-thriller.

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Ragno, che, in un incubo, porta il corpo di donna; ragno che, di fatto, rappresenta la donna, nella mente di quest’uomo fragile, insicuro ed immaturo.

Le donne della sua vita sono una madre, una moglie incinta, ma anche un’amante, che non è la prima nè l’unica (cosa a cui sia la moglie che la madre alludono), e potenzialmente qualsiasi donna attraente passi di lì.

La donna fa paura, perchè come un ragno tesse una tela. La moglie, a quel punto, diventa il ragno che con la propria rete ha intrappolato questo uomo insetto,un po’ kafkiano.

Le altre donne del mondo, a loro volta, tessono le proprie tele nelle quali lui potrebbe cadere, e sente di non poterci fare nulla.

“Lui”, che si è sdoppiato in un marito amorevole, che però ha coltivato il proprio sogno di essere un attore, ed in una persona che ha scelto responsabilmente di fare l’insegnante perchè il suo sogno di fare l’attore non paga, ma in compenso è libero di avere relazioni non impegnate con le donne.

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Non si tratta, credo, di personalità multipla, ma semplicemente di un’elaborata operazione di fuga funzionale dalla realtà, e quello a cui assistiamo nel film è il ritorno alla presa di coscienza dell’essere uno, con tutti gli obblighi e le “reti” che la vita ha costruito intorno a lui.

Le due personalità si ricongiungono in un finale in cui, allo stesso tempo, risulta evidente come l’uomo riunificato che ne risulta non sarà mai in grado di uscire dai circoli viziosi che hanno caratterizzato e rovinato la vita sua e della sua famiglia.

Un film da vedere, capire, rivedere con attenzione, ed apprezzare realmente.

Io, intanto, vado a comprare il libro!

“Arrival”, fantascienza e linguistica a servizio dell’umanità.

Articolo di Giorgia Loi

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“Arrival” è un film che fa la felicità di un linguista. Essendo io una linguista, quindi, sono molto felice di poterne parlare.

SI tratta di un film di fantascienza, ma, oserei dire, un film di fantascienza “delicato”, molto concettuale, con un interessante twist filosofeggiante.

La recensione contiene spoiler, non è possibile farne a meno se si vuole affrontare la questione centrale.

La narrazione inizia con un tuffo nella vita di Louise (interpretata da Amy Adams) e di sua figlia, che, nelle prime scene del film, vediamo nascere, crescere, ammalarsi e morire prematuramente.

La scena si sposta subito alla vita professionale di Louise, docente universitaria di linguistica, che vorrebbe introdurre i suoi allievi nel meraviglioso mondo del portoghese, “una lingua romanza con un suono così diverso da quello delle altre lingue romanze”, quando si viene a scoprire che 12 enormi oggetti non identificati, navicelle aliene che vengono subito ribattezzate “gusci” a causa della loro forma che ricorda quella di gigantesche uova allungate, sono atterrate in altrettanti punti dislocati su tutta la superficie terrestre.

Louise mantiene un notevole sangue freddo, anche quando, il giorno successivo, unica persona ad essersi recata all’università, viene trovata dal Colonnello Weber, con il quale aveva in passato collaborato con un’importante traduzione dal sanscrito in una missione anti terrorismo, che le chiede di aiutare l’esercito a tradurre e comprendere questo linguaggio.

Lavorerà insieme allo scienziato Hawkeye Ian Donnelly (Jeremy Renner),il quale ritiene che la scienza sia la forza più potente nelle mani dell’umanità. Louise se la ride sotto i baffi, facendogli sottilmente notare che non esiste scienza senza linguaggio, e quindi la sua specializzazione vince (yay, linguista for president!).

Insieme, saranno portati dentro all’astronave, e incontreranno, con molta emozione e molta paura, separati da un vetro protettivo, gli alieni stessi: enormi calamaroni neri alti qualche metro, che vivono in un ambiente di nebbia fittissima, e sono stati chiamati “eptopodi” per la presenza di sette arti/tentacoli.

Ho molto apprezzato il fatto che gli alieni siano stati dipinti, in questa pellicola, in maniera per nulla antropomorfa, ma, per quello che ne sappiamo dell’evoluzione, plausibile. Pensare che esista un pianeta abbastanza simile da aver sviluppato forme di vita intelligente, che si sono evolute dai cefalopodi anzichè dalle scimmie, a ben pensarci, sembra sensato.

Nell’arco di due incontri con gli alieni, la professoressa farà quelli che a mio parere sono passi da gigante incredibili e sorprendenti, rendendosi conto che non sarà possibile interpretare il loro linguaggio orale, e portando con sè una lavagnetta per introdurre il linguaggio scritto. Gli eptapodi risponderanno subito, per iscritto, utilizzando l’inchiostro contenuto delle manine tentacolo dei loro arti tentacolo (ovviamente!).coverlg_home

E, mentre lo spettatore, assolutamente affascinato, pensa “Cavoli, questa donna è un genio, è riuscita a comunicare con una specie aliena completamente diversa da noi già dal secondo incontro!”, il colonnello Weber la prende da parte e le dice “Bisogna che chieda loro perchè sono qui, non possiamo perdere tempo con le parole di base!”.

Ma, fortunatamente, Louise non solo ha ragione, ma riesce anche a trasmetterlo, spiegandogli, come si farebbe con un bambino scemo (come appunto il colonnello appare, almeno a me-linguista, in quel momento) che non è possibile utilizzare un linguaggio per esprimere concetti astratti quando non vi sono le basi di comprensione del linguaggio stesso.

Il lavoro quindi procede, per settimane, mentre la linguista e lo scienziato analizzano e comprendono sempre meglio l’”eptapodese”, facendo “amicizia” con i due alieni che hanno, simpaticamente, ribattezzato Tom e Jerry, essendo i loro reali nomi un po’ troppo impossibili da capire..

La cosa interessante di questo linguaggio, come subito viene sottolineato, è come esso venga scritto in maniera circolare e simultanea. Ogni “frase”, infatti, si sviluppa attraverso protuberanze attorno ad un cerchio perfetto, e viene scritto con un solo getto d’inchiostro.

Non c’è bisogno di sforzarsi per capire la particolarità di questa scrittura, ce lo spiega Louise: per scrivere in questo modo, è necessario che prima di iniziare l’eptapode abbia già piena coscienza di tutta la frase. Come se noi scrivessimo con due mani, con una partendo da destra e con l’altra da sinistra, fino a ricongiungere i caratteri al centro. Si tratta, quindi, di una civiltà estremamente intelligente e con capacità a noi ignote, in pratica.

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Mentre le menti evolute di Louise, Ian, Tom e Jerry lavorano insieme in pace, però, il mondo, che è mediamente fatto di cervelli molto meno sviluppati, si fa prendere dal panico.

Il perchè, guardando la scena “dall’alto”, sfugge: gli alieni non hanno fatto assolutamente, assolutamente nulla tranne comunicare dall’interno dei loro gusci.

Ma la Cina ha deciso che li deve attaccare, prima che attacchino loro. La Russia a quel punto non potrebbe essere da meno, molte altre nazioni si stanno attrezzando, e gli Stati Uniti…beh, gli Stati Uniti.

E’ abbastanza deprimente e, purtroppo, molto in linea con la depressione che si prova di questi tempi navigando i social network, pensare che questa sia un’ipotesi accurata di come reagirebbe il genere umano ad un incontro di questo genere.

Louise e Ian si decidono a fare la domanda cruciale “che intenzioni ha la vostra specie sul nostro pianeta?”, ma, come si poteva sospettare, la risposta non è sufficientemente chiara, e, oltretutto, menziona un’arma, creando naturalmente il panico.

E, mentre l’esercito cinese si schiera, un soldato “x” in Nevada carica una bomba sulla piattaforma che trasporta Louise e Ian dagli alieni, che esplode nel momento in cui i due stanno cercando di comprendere bene il significato dell’ultima comunicazione, ma non prima che siano riusciti a registrare l’immagine di una complessissima scritta fatta di migliaia di simboli circolari, che gli eptapodi scrivono tutti in una volta riempiendo tutto lo spazio visivo.

Quando la bomba esplode, si ha la chiara percezione del fatto che, mentre Tom si ritira velocemente, Jerry “lanci” Ian e Louise fuori dall’astronave, ed è chiarissimo che l’intento sia quello di proteggerli.

Naturalmente nessuno dei governanti ed eserciti mondiali concepisce l’ipotesi che, nonostante siano stati attaccati gratuitamente, gli eptapodi non abbiano *comunque* intenti belligeranti. Ed invece è proprio così. I gusci si limitano ad allontanarsi un po’ dalla terra, ma appare evidente che non hanno alcuna intenzione di punire un’intera razza di esseri viventi perchè ne hanno incontrato uno violento.

Nel mentre Ian capisce, attraverso un ragionamento matematico (sì,diamo un po’ di soddisfazione anche alla matematica, che la linguistica ne ha tante in questo film), che i simboli mostrati tutti insieme fanno riferimento al concetto di tempo, e comprende anche che, per avere una risposta completa, è necessario mettere insieme i simboli “offerti” da tutte e dodici le navi.Il messaggio è (sarebbe..) chiaro: le nazioni, per comprendere il messaggio, devono cooperare. Peccato che queste abbiano, invece, fatto a gara negli ultimi giorni a chi chiudeva prima le comunicazioni con le altre basi.

A questo punto devo tornare indietro e riprendere una parte di trama, che si sviluppa orizzontalmente durante il film: Louise fa dei sogni, e ha delle visioni. Di sua figlia, della sua vita privata, e, ad un certo punto, di un incontro vis a vis con uno degli eptapodi. Queste esperienze semi-oniriche iniziano, di fatto, dopo il primo contatto con gli alieni.

Man mano che i sogni si fanno più articolati, ci rendiamo conto che il padre di sua figlia è uno scienziato. Ci rendiamo anche conto che probabilmente questi non sono affatto ricordi. Che, probabilmente, il padre della bambina di Louise, è Ian, e si tratta di visioni del futuro. 

Dopo l’esplosione della bomba, Tom, che scopriamo essere l’unico dei due eptapodi sopravvissuto (sigh, RIP. Jerry), manda un piccolo guscio a prelevare Louise, la quale sale senza paura, e si lascia portare nell’astronave, questa volta senza vetro protettivo, all’interno dell’ambiente nebuloso, dove vede Tom in tutta la sua enorme possenza.

L’ha portata lì per rivelarle che l’”arma” non è altro che un dono che stanno facendo all’umanità, uno strumento che permetterà alla razza umana di evolversi e di superare la propria limitata concezione del tempo: ed altri non è che (ci siamo arrivati, a questo punto, vero?) il loro linguaggio.

Quel linguaggio circolare, che permette di vedere la realtà da tutti i suoi lati, e che, a quanto pare, ha permesso a Louise di guardare il proprio futuro.

Tom rivela che gli eptapodi avranno bisogno dell’aiuto degli umani tra 3000 anni, in cambio di questo straordinario dono (che, si suppone, avrà anche il potere di aiutare la razza umana ad essere realmente d’aiuto).

Come farà la nostra eroina, adesso, a trasmettere in maniera efficace questo messaggio, prima che la Cina bombardi, prima che scoppi una guerra globale contro questa specie pacifica, prima che il pianeta vada a farsi benedire per nessun motivo?

Ma è ovvio: con uno sguardo sul futuro! (no, non racconterò anche questo)

 

Qui si apre il capitolo finale del film, con una riflessione sul tempo, sulla vita, sulle scelte. La domanda fondamentale è: se sapessi già come andrà a finire, vivresti comunque allo stesso modo?

Se sapessi già che tua figlia morirà di cancro, giovanissima, t’innamoreresti comunque di suo padre? Lo sposeresti? Diresti di sì quando, danzando nella vostra cucina, ti chiederà di fare un bambino?

La riflessione è complessa, ed il ragionamento sul fatto di poter superare il concetto di tempo lineare pone anche questioni sul libero arbitrio.

Ad esempio, pare evidente che Tom e Jerry sapessero che sarebbe esplosa una bomba. Che sapessero che Jerry, scegliendo di rimanere vicino alla detonazione per salvare i due umani, non sarebbe sopravvissuto. Essendo una specie estremamente evoluta, possiamo dedurre che sia stata una libera scelta, un sacrificio fatto in onore della propria specie, anche se l’”investimento” non vedrà i suoi frutti prima di 3000 anni.

Ma avrebbe potuto tirarsi indietro? Il futuro era scritto perchè in esso era già scritta anche la sua scelta?

Inoltre, vediamo Louise avere visioni del futuro solo all’interno della propria vita. E sorge spontanea una domanda lievemente più nerd: gli eptapodi conoscono il futuro fino a oltre 3000 anni in avanti perchè hanno una vita incredibilmente lunga, o perchè l’estrema evoluzione del loro sistema linguistico permette di superare anche quel limite? Personalmente, penso si tratti di questa seconda opzione.

 

Tirando le somme, per me rimane eccezionale la scelta di mostrare l’importanza del linguaggio, che può dare forma, o dare una nuova forma, ad una civiltà, e di impostare un intero film su questo, riducendo lo spazio per i topoi di genere (comunque non assenti).

E’ un film godibile, con immagini che rimangono impresse, con bravi attori e che impone un pochino di riflessione sia sulla società umana, sia su questioni più “alte”, che non fa mai male!

Io, Daniel Blake

Articolo di Andrea Vallese

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Ci sono film, soprattutto in questi ultimi anni, che, semplicemente raccontando la realtà così come noi la conosciamo, possono spaventare più degli horror anni ’70. Nel momento in cui lo spettatore percepisce che ciò che sta guardando può essere benissimo riconducibile a qualcosa che sta vivendo, un senso di angoscia pervade il suo animo, come se all’improvviso la sala cinematografica fosse una stanza senz’aria. Eppure, nonostante sia difficile, si rimane incollati allo schermo per vedere come va a finire e, magari, per riuscire a capire se anche nella realtà sarà così.

Io, Daniel Blake”, di Ken Loach, vincitore della Palma D’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è uno di questi film. Daniel Blake (Dave Johns), falegname sessantenne vedovo di Newcastle, in seguito ad un attacco cardiaco, non è più in condizioni di lavorare. Purtroppo i servizi sociali, con una burocrazia ottusa e contorta, gli negano l’indennità di malattia e gli concedono quella di disoccupazione, a patto che dimostri di cercare lavoro. In questa “Odissea senza Itaca” Daniel conosce Katie (Hayley Squires), una giovane single con due figli a carico, trasferita dagli stessi servizi da Londra, perché senza casa e senza lavoro. Tra i due si creerà una reciproca solidarietà che li aiuterà a sopportare con forza tutte le torture psicologiche che il sistema costringe loro a subire.

Ken Loach, nella sua lunga carriera, si è sempre speso molto per raccontare, o meglio, dare voce, agli “ultimi della classe”. In questo film, però, l’autore tende a rimarcare il rischio di un ritorno al passato, quello della Rivoluzione Industriale, tanto per capirci, in cui dominava il capitalismo e nessuno parlava di welfare. Oggi è proprio quest’ultimo a diventare capitalista e lo si vede negli atteggiamenti dei suoi funzionari che sono asettici e insensibili alle difficoltà di chi devono aiutare (anche perché è così che viene imposto loro di fare). Le persone bisognose, come Daniel, ma soprattutto Katie, sono talmente abituate alla freddezza di questo trattamento, che, nel momento in cui ricevono un po’ di umanità si sentono inadeguate tanto da pensare di non aver fatto niente per meritarlo.

Anche io sono uno di quegli spettatori che ha conosciuto (e rischia di conoscere ancora) quel senso di smarrimento che prova chi ha subito un’umiliazione profonda come la difficoltà di trovare e mantenere un lavoro. Io, però, dalla sala non sono uscito, perché so altrettanto bene che in questa realtà ci sono tante persone, come Daniel Blake, che sanno essere solidali (senza essere caritatevoli) con chi ha bisogno di un sostegno. Egli è uno di quegli eroi di una working class, di un passato non troppo lontano che sa trovare il coraggio di manifestare il proprio dissenso e che non si arrende all’idea che il mondo di oggi è il migliore possibile. Penso che il mondo è tanto pieno di gente così quanto il cielo di notte è colmo di stelle. Il solo saperlo dovrebbe riempire di speranza il cuore di chiunque.

“Fuocoammare”- La lenta ricostruzione della realtà senza sovrastrutture

Articolo di Andrea Vallese

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Per la prima volta nella storia degli Oscar, l’Italia sceglie come suo candidato/rappresentante per la categoria Miglior Film Straniero un documentario. Sicuramente un “signor-documentario”, dato che Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha già partecipato a numerosi eventi e vinto alcuni premi, tra cui l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Resta comunque una scelta coraggiosa, quanto azzardata, dato che l’Academy storicamente relega questa categoria di film ad un premio ad hoc, privilegiando da sempre storie di finzione, o meglio, film dove la realtà veniva filtrata da una sceneggiatura, messa poi in video da un regista che filma degli attori. Eppure Fuocoammare, nonostante ci mostri immagini assolutamente (e spesso drammaticamente) vere, riesce a mantenere uno sguardo “filmico”, scegliendo di raccontare il dramma, a tutti noto, dello sbarco senza fine dei migranti a Lampedusa, anteponendo alla cronaca il lato umano, come solo ogni film che si rispetti (o almeno io rispetto) sa fare.

Per raccontare questa realtà, Rosi è rimasto più di un anno sull’isola di Lampedusa. Il frutto del suo lavoro non è solo una minuziosa ricostruzione dell’emergenza-migranti, cosa che tanti altri giornalisti e autori di docu-fiction ci raccontano quotidianamente, ma è un viaggio alla scoperta di questo “piccolo punto” nel centro del Mediterraneo per dare un ritratto onesto e sincero di un luogo che, come ogni altro, ha e cerca di mantenere una sua identità. Il protagonista/testimone della quotidianità dell’isola è Samuele, un ragazzino di dodici anni, come tanti. Vive col padre e la nonna, va a scuola, ama esplorare i boschi a caccia di uccelli e giocare con la fionda, mentre ama meno andare in barca, dato che gli provoca spesso nausea. Attorno a lui si muovono altre figure, persone semplici, facenti parte di un’Italia più riconducibile agli anni ’50 che all’odierna realtà metropolitana. In alternanza, il film documenta le costanti attività di soccorso e accoglienza dei tanti migranti che in quel luogo “incontaminato dalla modernità” vedono la prospettiva di una vita migliore, trovando, però, spesso la morte in mare.

L’ “anello di congiunzione” tra questi due mondi è il Dr. Bartolo, il medico dell’isola, che, sia in un’ecografia a una donna in cinta appena salvata, sia nelle tante ispezioni cadaveriche, ci mette empatia e partecipazione emotiva allontanando qualsiasi possibilità di “professionale routine”. Attraverso la sua testimonianza, Lampedusa e i suoi abitanti danno voce alla loro cultura fatta di piccole cose, ma al tempo stesso incapace di rimanere indifferente alla drammaticità che riempie il mare che la circonda. Inevitabile a questo punto non cogliere l’enorme divario con il resto del mondo forse modernamente più avanti, ma assente (nel film come nella realtà) di fronte all’emergenza.

Questa consapevolezza, però, non è frutto di immagini shock della Tv del dolore, che inneggiano alla mancanza di sensibilità dell’Europa e del mondo di fronte a un mare che ha nei suoi fondali migliaia di cadaveri. Il regista si è preso il suo tempo per raccogliere e riunire tutto il materiale al fine di dare allo spettatore una visione limpida e onesta della realtà e lasciare a lui la responsabilità di farsi un’opinione sia oggettiva che soggettiva. Come l’ “occhio pigro” di Samuele, che ha bisogno di tempo e di lavoro per poter riacquisire funzionalità, così la realtà ha bisogno delle stesse cose per essere conosciuta e raccontata. Forse è per questo che i documentari, principali fautori di questo procedimento, sono così importanti. Ed io sono felice che l’Italia, in occasione degli Oscar, scelga di farsi portavoce di questo messaggio.

“The Queen”Una sfida tra potere secolare e potere mediatico

Articolo di Andrea Vallese

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Da sempre il cinema ha cercato di dare una definizione al termine “potere”. Questo concetto nel corso della storia ha subito una mutazione di significato. Se un tempo esso contrassegnava la capacità di una persona di imporre la sua volontà, oggi lo si usa per capire l’abilità dell’individuo di trovare consenso da parte dei suoi simili. In sostanza, non più una dimostrazione di forza, quanto un’attitudine (soprattutto comunicativa) nel rendere legittima la propria autorità.

Considero il film “The Queen” the Stephen Frears (2006), come emblematico nella trattazione di questo argomento, così come lo è la protagonista, Elisabetta II d’Inghilterra, tutt’oggi massima esponente di una forma di potere che nel corso del tempo ha cambiato il suo significato, ma che permane tutt’ora, dal momento che nella cultura inglese la tradizione è il valore capostipite.

La trama racconta il momento in cui il potere della regina ha rischiato seriamente di vacillare, ovvero la settimana seguente alla tragica morte della Principessa Diana nel 1997. La scomparsa di quest’ultima, figura controversa per la famiglia reale, ma, allo stesso tempo, molto amata dal popolo britannico, getta l’intero regno nello sconforto e, di fatto, lo blocca. La Regina cercando di seguire il protocollo, come ha sempre fatto, tenta invano di mantenere privata la faccenda (dato che Diana non è più un membro della famiglia reale), ma la risonanza mediatica della nuora/rivale, resa ancora più forte dalla drammaticità della sua fine, faranno apparire la sovrana fredda e insensibile agli occhi dei suoi sudditi, delegittimando un potere che per mezzo secolo nessuno ha mai messo in discussione. Grazie all’aiuto del neo-eletto Primo Ministro Tony Blair, detto “il modernizzatore”, la Regina e la famiglia reale usciranno dal rifugio e si concederanno al “circo mediatico”, recuperando il consenso e il rispetto.

E’ evidente quanto sia difficile per i “non inglesi” comprendere una vicenda simile, soprattutto per un paese come l’Italia, dove il potere politico non rischia di vacillare neanche per fatti molto più seri di un “eccesso di conservatorismo”. Il regista dimostra un uso sapiente delle immagini di repertorio televisivo di Diana. Esse sono un intelligente contraltare alla narrazione delle vicissitudini della casa reale. Grazie a questa contrapposizione, lo spettatore assiste ad un vero e proprio duello: da una parte Diana, la “principessa del popolo”, forte della sua assenza, che con la sua morte diventa l’emblema di una sfida democratica al vecchio ordinamento, e, dall’altra, la Regina, figura stoica e inflessibile, sempre presente nel film e magistralmente interpretata da Helen Mirren (premiata con l’Oscar), che ha saputo cogliere il lato umano di una figura apparentemente rigida, ma in realtà “intrappolata” dal ruolo istituzionale e dai doveri costituzionali che le impediscono di esprimere davvero sé stessa, neanche nel messaggio di cordoglio televisivo che tutti conoscono. Attraverso gli occhi di Tony Blair (Michael Sheen), lo spettatore riesce a comprendere quanto modernità e tradizione siano concetti speculari uno dell’altro e, soprattutto, quanto sia importante che queste due idee convivano insieme per mantenere l’equilibrio.

Da persona giovane, che (si suppone) dovrebbe essere pro-modernità, debbo dire che questo film mi ha aperto gli occhi. Certo, non posso reputarmi un conservatore, ma ho molto rispetto per chi ha l’ingrato compito di tenere alta la tradizione. Sì, è un compito ingrato al giorno d’oggi, soprattutto perché c’è una tendenza esibizionistica nella realtà attuale che lascia ben poco spazio all’intimità, togliendo, poco a poco, veridicità ad ogni dimensione umana. La Regina ce lo dimostra contrapponendo alla sua “fasulla” partecipazione al funerale pubblico di Diana, un sobrio, ma sentito, omaggio alla morte del bellissimo cervo imperiale. Solo questo dimostra ancora una volta che la forma è sostanza e che il contegno e la dignità non sono valori obsoleti, ma qualità indispensabili che formano il carattere e che legittimano un vero leader.

“(500) Giorni insieme” L’oscillazione continua tra “aspettativa” e “realtà”

Articolo di Andrea Vallese

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Ecco un film che mi sta molto a cuore. Oserei dire un film “terapeutico”. A distanza di tempo, (il 2009, per essere precisi) sono sempre più convinto che quest’opera prima di Marc Webb mi ha “fatto del bene”. Ogni volta che lo rivedo (ormai ho perso il conto) capisco sempre qualcosa in più di me stesso e del mio stare al mondo. L’unica pecca che ha è sicuramente il titolo “affibbiatogli” in Italia, (500) Giorni Insieme, al posto di (500) days of Summer. Solo vedendo il film si può capire perché il titolo originale ha molta più singolarità ed attrattiva, ma, si sa, i distributori italiani, quando si tratta di prodotti esteri “meno di massa” e “più di nicchia”, non hanno molta fiducia nelle capacità di comprensione del pubblico. Questo, però, è un altro discorso.

I protagonisti di questa storia sono Tom (Joseph Gordon Levitt), brillante neolaureato in Architettura, che lavora in un’azienda editrice di biglietti di auguri, creando formule per varie tematiche, e Sole, in originale Summer (Zooey Deschanel), la neo-assunta segretaria del capo di Tom. Quando lui incontra lei, ne è fortemente attratto e, dopo qualche goffo tentativo di approccio, i due decidono di frequentarsi. Detto così questo incontro non sembrerebbe diverso dalle tante storie che spesso i film (e la vita di tutti i giorni) rappresentano, ma il regista all’inizio è molto chiaro e netto: questa non è una storia d’amore. Tom e Sole, nell’iniziare questa “relazione complicata”, sono molto diversi caratterialmente, addirittura antitetici rispetto agli stereotipi che contraddistinguono il sesso di cui fanno parte. Tom è romantico, sognatore e crede nell’amore vero, quello che dura per sempre ed è convinto di aver trovato in Sole l’anima gemella. Sole, invece, è una ragazza moderna, che vuole farcela da sola, nasconde la sua dolcezza in un carattere forte e determinato e da Tom non si aspetta niente di serio.

Il regista racconta questa storia non in maniera cronologica, ma avanza e indietreggia nell’arco di questi 500 giorni, alternando momenti in cui Tom e Sole vivono situazioni di grande complicità ad altri in cui Tom si strugge fino alla depressione tentando di capire e superare la fine del rapporto con Sole. Grazie a questo stratagemma narrativo, lo spettatore può essere partecipe delle contraddizioni che una stessa scena può presentare a seconda del significato che i due protagonisti le attribuiscono. In quest’ordine sparso di scene Tom fa molta tenerezza, in quanto cerca con tutte le sue forze di veder realizzate le sue aspettative, ma al tempo stesso si rende conto (anche con l’aiuto degli amici e della sorella “minore”) che i suoi valori si addicono di più ai messaggi dei suoi bigliettini di auguri che alla realtà concreta delle cose. Inevitabilmente, quando quest’ultima gli si presenta per quello che è, l’impatto è devastante.

Il vero “rapporto di coppia” di questo film è quello tra le aspettative di Tom e la dura realtà della vita. Sono due dimensioni (entrambe presenti in ognuno di noi) che più tentano di unirsi e rimanere ancorate, più rischiano di farsi (e farci) male. Tante volte rimaniamo scottati nello scoprire che qualcosa di cui eravamo certi si è rivelato tutt’altro. Il film, però, ci invita a trarre spunto da queste rivelazioni per valorizzare la nostra forza interiore, che è una risorsa preziosa per il nostro animo, per fargli acquisire forza e vigore, giorno dopo giorno. Se riusciamo a capire questo, sarà la realtà stessa ad emozionarci e a regalarci quella bellezza che le nostre aspettative tante volte immaginano soltanto. Tom ci è riuscito ed io lo auguro a me stesso e a tutti.

“I ragazzi stanno bene”-La semplicità del “non convenzionale”

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Qualche sera fa mi è capitato di rivedere questo piccolo film “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko (2010). Avevo voglia di qualcosa di leggero, ma alla fine mi ero reso conto che la leggerezza che stavo cercando non era nel film in quanto tale, ma nella sua chiave di lettura. Sono settimane, infatti, che i media ci bombardano di notizie su cosa è normale e cosa no, in quale famiglia è meglio far crescere dei figli, facendoci credere che queste discussioni siano talmente importanti da condizionare la tenuta socio-politica del nostro Paese e dei suoi valori.

Il film ci mostra una famiglia in cui i genitori sono una coppia gay, Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore, bravissime e perfettamente in sintonia), con due figli, Joni (Mia Wasikowska) e Laser (Josh Hutcherson), avuti tramite inseminazione artificiale con lo stesso seme e ormai adolescenti. In questi anni questa famiglia si è ben consolidata e la reciprocità dei suoi componenti è ben consolidata, com’è giusto che sia. Nel momento in cui Joni diventa maggiorenne e prossima a trasferirsi al college, Laser le chiede di contattare la banca del seme per rintracciare il loro padre biologico. Questi è Paul (Mark Ruffalo), ristoratore single e dongiovanni, che cattura subito l’attenzione dei ragazzi, costringendo le due madri ad inserirlo nel nucleo familiare. L’arrivo di Paul obbliga, in qualche modo, genitori e figli a mettere in discussione la propria vita e il proprio ruolo nella famiglia. Questo avviene soprattutto nel rapporto tra Nic e Jules, che, nonostante l’amore sincero e profondo che le lega, hanno sempre faticato a trovare un equilibrio nel loro matrimonio. Quando Jules cede al fascino di Paul, tradendo Nic, le due donne dovranno faticare per poter ritrovare quel sentimento che ha dato origine alla loro famiglia.

Il film rifiuta chiaramente di dare uno schieramento politico e sociale a questa famiglia. Essa non è il simbolo di una realtà alternativa che dichiara guerra alla società, né il manifesto di una lotta per i diritti delle famiglie non tradizionali. Credo che sarebbe persino sbagliato definirla normalità perché si correrebbe il rischio di aprire un altro noioso e insensato dibattito su cosa è normale e cosa no. Essa è uno spaccato della realtà, come ce ne sono tanti. L’introduzione del padre biologico non è qualcosa che destabilizza la famiglia in quanto tale, ma mette scompiglio nel matrimonio di due persone, cosa che succede per tante coppie. E anche questa coppia, dopo questo evento, riesce a tenere duro e a uscirne più forte e determinata nell’andare avanti, con la consapevolezza che (parole di Jules) “il matrimonio è difficile”.

Trovo che la regista sia stata molto intelligente ed acuta nell’aver trattato una tematica “non convenzionale” attraverso una narrazione che, tutto sommato, è abbastanza lineare e senza colpi di scena eclatanti. Non c’è nessuna volontà di trasgredire. L’intento è, semmai, dimostrare che i valori tradizionali e consolidati (come il matrimonio e l’educazione dei figli) possono essere divulgati e trasmessi da tutti, anche da chi, nel comune pensiero, non è degno di farne parte. Personalmente credo che oggi non ha più molto senso capire cosa è tradizionale e cosa alternativo. Credo piuttosto che capire cosa si è ed apprezzarsi per la propria unicità sia già il grosso traguardo di un percorso che nessuno (persona o istituzione) ha il diritto di fermare.

Il Signore degli Anelli- Una maratona di tradizione, bellezza e umanità

Articolo di Andrea Vallese

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Anche queste feste natalizie sono finite. Come per la maggior parte delle persone, anche per me Natale è un momento di stacco e di raccoglimento con i propri cari. E la cosa sicuramente più interessante è che mi lascia molto tempo per (ri)vedere tanti film.

Natale è anche sinonimo di tradizione e il cinema, rispetto a questo, non fa eccezione. Basti pensare ai film che tutti gli anni in questo periodo invadono i canali televisivi (Il Piccolo Lord, Una poltrona per due, Miracolo nella 34° Strada, Gremlins, Mamma ho perso l’aereo…) o a quelli che si ripropongono nelle sale cinematografiche (un cine-panettone, un film Disney, un film con Richard Gere…).

Per non essere da meno, anche io, da ormai dieci anni, ho creato la mia tradizione natalizia, ritagliandomi una giornata da dedicare alla trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson (2001-2003). Sono talmente fedele a questo rituale che non ho permesso alla più recente (e, purtroppo, deludente) trilogia dello Hobbit (2012-2014) di inserirsi (ne tantomeno di sostituirsi).

Un altro significato che richiama il Natale è amore. Si sa, a Natale siamo (o dovremmo essere) tutti più buoni con gli altri, ma, anche in questa circostanza, non dobbiamo dimenticarci di noi stessi. Quindi, in sostanza, dedicare una giornata alla visione di questa meravigliosa trilogia è un atto d’amore verso me stesso.

Ho perso il conto di quante volte ho visto le avventure della Terra di Mezzo, ma, di sicuro, ogni volta è come se fosse la prima. Non metterei il fantasy tra i miei generi preferiti. Essendo figlio degli anni ’80, sono sempre stato abituato ad un certo tipo di film di questa categoria come La Storia Infinita (1984), Ladyhawke (1985), Willow (1988), ottimi prodotti d’intrattenimento, ma niente di più. Il Signore degli Anelli fa un balzo enorme avvicinandosi all’epos dei grandi kolossal del passato. Classificare i tre film (La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri, Il Ritorno del Re) come fantasy è quasi riduttivo, dal momento che all’interno convivono combattimenti degni di Braveheart o Il Gladiatore, drammi esistenziali e scene molto splatter. In sostanza, il Signore degli Anelli è l’esempio lampante di come una buona sceneggiatura, che ha saputo trasporre fedelmente le pagine dell’omonimo libro di J. R. R. Tolkien, possa essere il fulcro dall’arte di scenografi, costumisti, musicisti e tecnici di effetti speciali d’avanguardia, e non il contrario.

Il motivo per cui quest’opera mastodontica tocca le corde del mio cuore sta nel grande spazio che viene dato alla psicologia e alle dinamiche dei vari personaggi, facendo passare le oltre nove ore di visione in un lampo. Gli attori, da Elijah Wood (Frodo) a Viggo Mortensen (Aragorn), passando per Ian McKellen (Gandalf), Sean Astin (Sam), Liv Tyler (Arwen) e Andy Serkis (Gollum, la prima grande interpretazione motion capture), sono riusciti a dare ai personaggi una connotazione reale. Lo spettatore può davvero provare l’angoscia di Frodo nel portare l’Anello, il dissidio interiore di Gollum e di Bilbo nell’esserne ossessionati, ammirare il coraggio di Sam o di Aragorn, riconoscere la paternità (e la modernità) dei consigli di Gandalf (possiamo soltanto decidere cosa fare col tempo che ci viene concesso). E’ più facile trovare questo spessore in un’opera di Shakespeare che in un fantasy. Eppure c’è.

La convivenza (spesso difficile) tra le varie creature della Terra di Mezzo, uomini, elfi, nani e hobbit diventa, alla fine, una lezione su quanto sia importante trovare la chiave per instaurare una convivenza pacifica tra persone e popoli di cultura diversa. E’ un messaggio di grande attualità e perfettamente incline, sia con lo spirito natalizio, sia con i buoni propositi per l’anno nuovo.

A distanza di dieci anni Il Signore degli Anelli è l’unico film che riesce a strapparmi ancora qualche lacrima e di questo non provo imbarazzo o rimorso perché, come dice Gandalf, non tutte le lacrime sono un male.