Notte di Halloween: non solo horror!

Articolo di Giorgia Loi

Su questo blog ci occupiamo spesso di film horror, ma questa è la notte dell’horror per eccellenza.

Ecco perchè ho pensato di celebrarla parlando di alcuni film che…beh, non sono proprio horror. Un po’, sì, ma principalmente sono un “divertimento per amanti del genere horror”:

Sono tutti dei classiconi, tutti film che certamente avrete visto, e tutti film che è un piacere rivedere.

Ed ecco, dunque, le mie quattro risate di Halloween:

Frankenstein_Junior_scena_4.jpg1- Frankenstein Junior

Ecco un valido esercizio per chiunque sia in cerca dell’anima gemella ed abbia incontrato un/a possibile candidat*: basta dire “Lupo ululà…”, se la persona in questione non risponde “..castello ululì!”, non è la persona giusta. Frankenstein (Frankenstin?) Jr è uno dei film più citati della storia del cinema, perfino per noi italiani, che l’abbiamo visto tradotto. Anche se di norma, in un film molto basato sulla battuta pungente e sul gioco di parole, “l’originale è meglio”, in questo caso la traduzione è generalmente riconosciuta come riuscitissima, e certamente aver poi visto l’originale non toglie nulla all’affetto che provo per la versione italiana, che ho visto da ragazzina e, come per molti, è entrata immediatamente nel mio immaginario per restarci. Non amo  Mel Brooks (e infatti non ho alcuna intenzione di inserire il suo “Dracula, morto e contento” in questa lista), ma gli devo rendere atto di un’indubbia attenzione maniacale nei confronti dei topoi narrativi che parodizza nei suoi film. Qui la parodia non è solo quella di Frankenstein, ma dell’horror “classico”, che viene rievocato dalla scelta del bianco e nero, di una fotografia che ricorda un Murnau d’epoca e da musiche che omaggiano i grandi classici del genere. E si tratta di una parodia ben fatta, intelligente, che riesce a non diventare volgare nonostante Mel Brooks non resista alla componente erotica caratteristica del suo humor. Marty Feldman è stato omaggiato ed elogiato in tutte le lingue del mondo, io personalmente adoro Peter Boyle, ma anche qui sfondo una porta aperta: tutto il cast concorre alla perfetta “commedia degli orrori”, come la definisce la recensione di Everyeye.it

 

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2- Rocky Horror Picture Show

Anche qui siamo in territorio quasi mitologico. Chi non è in grado di ballare Time wrap, per favore, esca dalla porta di servizio. I mean, it’s just a jump to the left, and then a spin to the right…Ehm, chiedo scusa. Basta pensarla per non levarsela più dalla testa, vero?

Questo film non è una semplice parodia, non parodizza semplicemente il genere horror, non è un semplice musical, e, un po’ come il personaggio di Frank-n-Furter (see what they did there?), che ruba la scena ogni volta che compare, cerca con destrezza e malizia di sfuggire ad una categorizzazione troppo netta. Il film è effettivamente tratto da una pièce teatrale di Richard O’Brien (che nel film interpreta Rif Raf), ma nella versione filmica non posso che definirlo un orgasmo postmoderno. Fin dalla prima scena, che riproduce il celeberrimo quadro “American Gothic”, attinge all’arte, al cinema, alla musica, alla letteratura, ad ogni possibile topos della narrativa rosa, nera, horror, fantascientifica e, oserei dire, pornografica, per creare questo irriverente pastiche, che all’epoca della sua uscita diede un discreto scandalo, e che plausibilmente fa ancora arricciare qualche naso, dato che, oltre alla musica, allo humor, alla trama ed ai costumi, contiene anche un’importante riflessione sulla sessualità. Sessualità che è a tratti imbrigliata, liberata, libera e libertina, ma certamente non scolpita nella roccia. Sebbene la seconda parte del film  abbia senza dubbio un ritmo un po’ meno pervasivo, per me resta un capolavoro da guardare e riguardare fino ad aver scoperto tutte le citazioni, e ad aver elaborato tutte le tematiche socio culturali. Quindi, da riguardare qualche milione di volte, insomma.

 

beetlejuice3- Beetlejuice

Ah, quando Tim Burton produceva opere originali e divertenti! Quando la sua musa era ancora Michael Keaton, con un contorno di Winona Ryder! A quei tempi, nasceva Beetlejuice.. Anzi, veniva invocato, dicendo il suo nome una volta, due volte, ed alla terza, eccolo lì! Anche questa specie di ghost-story surreale e grottesca si è guadagnata di diritto un posto tra i grandi classici grazie ad un potente mix di profonda conoscenza del patrimonio cinematografico classico (non solo horror, ma anche fantastico; non solo americano, ma anche europeo), uno humor pungente, ed una caratterizzazione accattivante dei protagonisti. Questo film sembra non aver paura di niente, al punto da trasformare la possessione demoniaca in una danza (state canticchiando di nuovo, vero? Eeeeoooh-deeeeho!)! Anche qui, oltre alla risata nera, all’istrionismo visivo ed all’indubbio fascino ambiguo del protagonista, si possono ritrovare tematiche di tipo socio culturale, perchè in fondo anche questo film sottolinea i limiti della famiglia tradizionale, o quantomeno della famiglia che dà più peso alla forma che alla sostanza.

armata_delle_tenebre_locandina_enzo_sciotti4- L’armata delle tenebre.

L’Armata delle Tenebre è il più horror dei film di questa lista e parte da una premessa diversa, dal momento che è il terzo capitolo della saga di “La Casa”, di Sam Rami, che è un “nuovo classico” del genere. La peculiarità del terzo capitolo rispetto agli altri due è la virata prepotentemente comico-demenziale, che permette di prendere il genere horror-splatter e ri-riscriverlo ulteriormente. Per me, è il film migliore della saga, e mi preme ricordare che è una saga nata negli anni ’80. Cioè, prima di Scream. Prima che “prendersi in giro da soli” diventasse il principale hobby dei film horror, insomma. “L’armata delle tenebre” ha acquisito una propria rilevanza individuale, al punto che ci si è quasi dimenticati che è un capitolo di una saga, ed al punto da far nascere, a 25 anni di distanza, una serie televisiva dalla sua costola, sempre interpretata dall’intramontabile Bruce Campbell. Il film, nel trasportare il protagonista, Ash, in un passato popolato di magia e creature spettrali, coglie l’occasione di rendere omaggio alla cultura cinematografica del creatore Sam Raimi attraverso gag meta narrative, citazioni e demenzialità ben calibrata per essere intellettualmente godibile. Le immagini ed i personaggi rimangono iconici, difficili da dimenticare moltissime scene, dalle più surrealia quelle semplicemente basate sull’interpretazione di Campbell. Insomma, a metà tra il mito ed il guilty pleasure, “L’Armata delle tenebre” mantiene stabile la sua potenza di divertimento horror.

 

Nella speranza di aver ispirato qualche ricordo, e la voglia di rivedere uno di (o tutti!) questi grandi classici, auguro a tutti un buon divertimento horror per la nottata di Halloween!

La macabra filastrocca del fattore che non riesce a dormire. “Non ho sonno”.

Articolo di Marilisa Mainardi

“Non ho sonno” è un film horror puro (per quanto la locandina lo descriva come un thriller). Non ha nè frizzi nè lazzi, non fa sconti sulle scene splatter o sugli inseguimenti ai limiti dell’assurdo.

L’inizio appare traballante. I cultori di un certo tipo di horror che come me preferiscono la psicologia e l’enigma al truculento susseguirsi di omicidi non ameranno vedere questo tipo di protagonisti un po’ troppo imbranati. Possiamo dire che le prime due vittime si fanno da sé, con anche un leggero traboccare di scollature che appare francamente un mezzuccio ben poco adeguato a un regista del calibro di Dario Argento.

Detto questo, che è di certo l’elemento che più infastidisce, il resto del film è ben strutturato, di gran lunga il miglior lavoro di Argento degli ultimi anni. La trama è avvincente, le ambientazioni tornano prepotentemente in primo piano con echi al capolavoro “Profondo rosso”, così come la musica, sempre suggestiva grazie alla collaborazione coi Goblin.

La trama del film, che prende avvio da un motivo scatenante e prosegue con il procedere di un gioco d’infanzia colpevole di essere stato bruscamente interrotto, ruota intorno ad una filastrocca che è stata scritta da Asia Argento appositamente per questa pellicola.

La macabra filastrocca infantile racconta di come un fattore insonne cominci a uccidere le bestie della sua fattoria per cercare il riposo. Questa poesiola era stata scritta dall’antico abitante della villa che fa da cornice agli eventi e rimasta nella mente di quello che viene chiamato “il nano assassino”, autore di una serie di delitti negli anni ’80 che ricompare e torna a uccidere 17 anni dopo. Proprio per questo motivo ritornano sulla scena il detective Ulisse Moretti (Max Von Sydow) ormai a riposo e il figlio di una delle vittime degli anni ’80, diventato ormai uomo, Giacomo (Stefano Dionisi). I due cercheranno di capire ciò che collega l’uno all’altro i delitti e dunque di individuare l’assassino.

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Come già premesso, questo è decisamente un buon film. Non è eccellente, questo senza dubbio. Alcuni attori non sono all’altezza del ruolo altri invece fanno un’ottima impressione (Dionisi su tutti) mentre alcuni altri, in particolar modo Von Sydow e Lavia, sono perfetti nei loro ruoli.

La trama è sia intrigante che ben congeniata e la filastrocca, che accompagna tutto il film, incuriosisce e ammalia. Appare eccessivo sia nel numero delle vittime che nella profusione di sangue ma il finale, abbastanza sorprendente, compensa queste pecche.

E’ un film che merita di essere visto e risulta gradevole anche a chi non ama molto l’Argento di “Suspiria” o “Phenomena” ma quello di “Quattro mosche di velluto grigio” (di cui abbiamo scritto qualche tempo fa proprio qui: … ).

Buona visione!

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Tra metafora e nero profondo. “Shadow”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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“Shadow” è un film del 2009 diretto da Federico Zampaglione, non nuovo a cimentarsi all’insidioso terreno del horror italiano contemporaneo poiché già regista due anni prima di Nero Bifamiliare, interessante pellicola che senza dubbio rappresenta un bel tuffo nel noir.

Questo film ricorda molto da vicino pellicole americane quali, in primis, “Un tranquillo weekend di paura” e “Non aprite quella porta” anche se Zampaglione non perde mai di vista le sue origini e cita, qua e là, Fulci e Argento.

L’inizio appare un po’ in salita o più che altro lascia, almeno per i primi venti minuti, la sensazione del “già visto” e fa persino innervosire lo spettatore per i momenti di sbadataggine dei due protagonisti, che lasciano tracce ovunque per essere certi di farsi trovare dai loro inseguitori.

La narrazione parte dal viaggio di David (Jake Muxworthy) che reduce dalla guerra in Iraq, si trova a fare mountain bike nel cuore dell’Europa. Qui, fermatosi in una malga di montagna, fa la conoscenza non solo di Angeline (Karina Testa) ma anche di due loschi individui, cacciatori armati fino ai denti, sboccati e violenti che esordiscono con fastidiose molestie di stampo sessista verso la ragazza. Da questi incontri scaturiscono due situazioni, l’inizio di una storia d’amore fra David e Angeline e l’inseguimento da parte dei due cacciatori attraverso la foresta.

Tra rocamboleschi inseguimenti e nottate in tenda, il film cambia completamente atmosfera quando i protagonisti si avventurano nel cuore della foresta, la Foresta dell’Ombra per l’appunto e la loro situazione nonché il ritmo del film cambiano.

Qui si entra in un’atmosfera claustrofobica, governata dall’inquietante presenza di un personaggio la cui essenza non si riesce ad inquadrare. Interpretato da Nuot Arquint, Mortis ha un’immagine fortemente disturbante. Non si esprime a parole ma solo attraverso gli sguardi; è un sadico di cui ci riesce difficile comprendere la presenza, fino alla svolta finale, fino a che non leggiamo il suo nome nei titoli di coda.

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Capita a volte di incontrare un bell’horror. Questo ha tutto il gusto oscuro dei tempi recenti, ha la retrospettiva psicologica che nei film degli anni 60 e ’70 per lo più mancava. Non vuole stupire con effetti speciali o quantità improbabili di sangue. Ha una dimensione onirica che però lo rende vicino a tutti noi, come se il sogno di David rappresentasse in un certo modo anche il nostro. Come se il rapporto di David con la morte, per quanto estremo data la sua esperienza di ex combattente, fosse simile a quello che tutti noi abbiamo. C’è ricerca, c’è estetismo, attenzione. Tutto in questo film ci fa pensare che non abbia nulla di meno rispetto a film americani le cui produzioni sono più costose, meglio distribuite e più blasonate.

Non stupisce che Federico Zampaglione, con soli tre film all’attivo, sia diventato ormai un regista di culto del genere horror. Va anche detto che lui è uno dei pochi che ha ancora il coraggio di farne.

Una nota di memorabile ilarità è la galleria di ritratti che si trova nel bunker nel quale i protagonisti vengono tenuti prigionieri: dopo un’immagine di Hitler e una di Stalin compare un imperturbabile George W. Bush.

A conclusione posso dire che è sì un esperimento ben riuscito, pecca nei dialoghi, probabilmente a causa di un montaggio che ha voluto accorciare molto il film e nella trama che non è troppo originale e percorre, sino alla conclusione almeno tre film molto noti.

Ad ogni modo è un buon film, uno dei pochi di genere prodotti in Italia in tempi recenti.
Buona visione!

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Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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L’educazione fisica delle fanciulle. Mine ha-ha.

Articolo di Marilisa Mainardi

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L’educazione fisica delle fanciulle” non è propriamente un film horror e non è nemmeno un thriller.

Ha però alcune delle caratteristiche essenziali di entrambi i generi e forse, qualche nota di crudeltà in più.

Ambientato nella Germania più profonda – quella di fatta sconfinati boschi dagli alberi aguzzi – questo film racconta quanto accade in un collegio (che in realtà è un orfanotrofio) all’inizio del Novecento, poco prima dello scoppio della Grande Guerra.

Qui, un gran numero di fanciulle viene addestrato alla danza, al galateo, alla musica. Vengono preparate al mondo con rigidità e mano ferma da una perfetta Jacqueline Bisset, che interpreta una perfida ed algida direttrice. Ci sono anche momenti in cui le ragazze vivono in una spensierata leggerezza, specie durante il bagno, che avviene in una sorta di luogo incantato – una cascata che pare fuori dal mondo- tanto simile a certi paesaggi visti nell’australiano “Picnic a Hanging Rock”.

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L’orrore è sottile in questo film. Già le atmosfere claustrofobiche generano un’inquietudine controllata e allo stesso tempo profonda, come se qualcuno ci camminasse alle spalle lungo quegli stessi corridoi.

Il sangue non è quasi mai presente. Ma c’è lo sgomento infinitamente più turbativo di una ragazza che viene lasciata a morire di stenti e poi sepolta durante la notte, di un’altra sbranata dai cani, di un’altra ancora impiccatasi per amore dopo aver compreso di essere parte di un gioco terribile. Il tutto si sviluppa come una sorta di climax che si conclude con la comprensione non solo da parte delle ragazze ma da parte dello spettatore stesso, di che cosa significhi realmente per la prescelta essere la “regina”.

Tratto dal romanzo “Mine Ha-Ha ovvero l’educazione fisica delle fanciulle” di Frank Wedekind è un film uscito nel 2005 per la regia di John Irvin. Non molto apprezzato dalla critica, che lo ha giudicato scarso e privo di spessore, è a mio parere interessante sotto alcuni punti di vista. Di certo  abbondano le allusioni ai rapporti lesbici che nel libro non compaiono e sembrano ammiccare un po’ troppo ad un certo tipo di pubblico. Di certo il regista non riesce a realizzare a pieno l’atmosfera sognante e straniante del libro. E’ certo invece che il film rilascia un buon grado di paura e compassione per la sorte delle ragazze e delle donne in generale in un mondo che è sì a sé, ma simbolo di un qualcosa di universale.

Ho visto questo film diversi anni fa, durante una delle mie solite notti senza sonno. Mi colpì molto, lo ammetto. E’ un film crudele e a tratti quasi fastidioso. Proprio per questo ho deciso di scriverne.

Buona visione!

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La casa dalle finestre che ridono

Articolo di Marilisa Mainardi

Questo film è una storia di scheletri nell’armadio. E per questa volta, non si tratta di una metafora.

Buono Legnani è morto, ma aleggia sulle nostre teste, nelle nostre menti.

Tanto s’è scritto e tanto si scriverà ancora su questa pellicola del 1976, uscita un po’ in sordina e diventata cult negli anni a venire.

Questo è accaduto per molti motivi ma in realtà per uno solo: è un film molto bello.

Poi metteteci che in questa critica c’è anche l’amore per la mia terra (sono di Budrio) e per quei paesaggi fra la Bassa e il Polesine, portatrici di nebbiosi pensieri e subitanee melanconie. Comunque, va da sé che Pupi Avati, con questa suo primo thriller, incanta il pubblico.

La storia narrata doveva svolgersi inizialmente negli States, ma per fortuna Avati s’è ravveduto e ha deciso di filmare i paesaggi della sua infanzia, le cose a lui familiari, la seducente desolazione di una terra umida e brumosa.

Stefano, giovane restauratore, viene chiamato in un paesino del ferrarese per recuperare l’affresco di un autore locale, rinvenuto nella chiesa. Sin dal suo arrivo si palesano personaggi dai contorni bizzarri e molto forti. La maestra lasciva e chiacchierata, il conducente d’auto ubriacone (un favoloso Gianni Cavina, co-autore della sceneggiatura), il sindaco che copia il look ad Al Capone, la pensionante impicciona, lo scemo del villaggio, il prete conservatore, la paralitica. Ci sembrano macchiette, sì, ma tutte raccontate con attenzione, caratterizzate con una cura quasi felliniana. Questi personaggi si muovono nelle pianure sconfinate della Bassa, a contatto con un mondo semplice e famigliare, ma vagamente sudicio. Le case e la pensione non sono mai tinteggiate di fresco, le vettovaglie stantie, l’osteria ingombra di mosche.

cinemasecondobegood.blogspot

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E’ in questo clima semplice e di poche pretese che nasce la storia d’amore tra Stefano e la giovane nuova maestra, Francesca. Un amore narrato in maniera forse superficiale, sebbene assuma immediatamente toni di importanza capitale. Credo che l’inserimento di questa storia d’amore venga posto a contrasto con l’inenarrabile perversione di Bruno Legnani, il pittore, e alla realtà in cui ha vissuto e che, per certi versi, continua ancora a vivere.

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Il finale è quanto di più inatteso ci si possa immaginare. Schioccante per moltissimi versi. Io non riesco più a sentire il nome “Laura” senza pensare alla inquietante e turbante scena conclusiva. Scena conclusiva cui lo stesso Avati ha dovuto porre rimedio dopo averla sottoposta ai produttori: la mano che vedete nell’ultima inquadratura, quella sull’albero, è la sua. Una scena girata e montata a parte. Necessaria – a detta dei critici dell’epoca- per lasciare un finale aperto.

Ma un finale aperto non serve. E’ la cieca e cupa disperazione che prende il protagonista a rendere questa conclusione un capolavoro assoluto. E’ l’omertà del paesino dove alla fine tutti si alleano nel nascondere un segreto truce e straziante, che tutti conoscono, ma che nessuno osa guardare alla luce del sole.

E la straziante bellezza d’un’assolata pianura, dove tutto è bello e limpido, rende ancora più forte –quasi per contrasto- la cupezza dell’animo umano.

Rarissimo trovare critiche negative ed impossibile, dal mio punto di vista, farne.

Forse forse sono un po’ troppo splatter e decisamente inutili le coltellate quasi sul finale; probabilmente dovevano rendere un pathos che in realtà realmente non si realizza perché, come spesso accade, sono molto più in inquietanti i film in cui non si versa nemmeno una goccia di sangue di quelli in cui ne scorre a fiumi.

I dialoghi sono ben costruiti così come i personaggi che li animano. Ottimo il ritmo, le musiche, il delizioso “Tema di Francesca”.

Nulla manca a questo film per essere incoronato come miglior thriller-horror (decidete voi il genere, anche se non credo abbia molta importanza) italiano.

Da allora molti ci sono andati vicino ma pochi hanno saputo ottenere lo stesso.

Con buona pace della Bassa, che se ne sta lì, languida, in attesa che qualcuno torni a farla parlare di sé.

Buona visione!

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Tra horror e fantastico: “Il mulino delle donne di pietra”

Articolo di Marilisa Mainardidvdessential.it

Il mulino delle donne di pietra” è un film del 1960 diretto da Giorgio Ferroni e di produzione italo-francese.

Sin dall’inizio si entra in una dimensione fantastica e a tratti melanconica. La maggior parte del film infatti è ambientata in un mulino – i cui interni somigliano però a quelli di un castello – che appare isolato dal resto del mondo. Sarà perché ci si può arrivare solo in traghetto o perché i personaggi che lo popolano sono a dir poco inquietanti.

Il protagonista, Hans (Pierre Brice), porta avanti una tesi di antropologia che prende in esami alcuni aspetti del folklore delle terre fiamminghe. Si ritrova dunque a vivere e lavorare per qualche giorno nella casa (il mulino) di un professore universitario scultore e gestore di una giostra le cui protagoniste sono celebri donne del passato per lo più accomunate da una fine orrenda. Questa giostra, che viene azionata giornalmente in quanto rappresenta una delle attrattive della zona, viene mossa dalle pale del mulino stesso. Ben presto Hans conosce Helfi, la giovane figlia del professor Wahl (Herbert Böhme), la quale però permane per lo più come una figura evanescente.

In realtà Helfi, interpetata da una bellissima Scilla Gabel, si rivela come una donna molto concreta, che sa bene come sedurre Hans che gli cede molto presto. Dopo una notte d’amore però, Hans si rende conto che quella per Helfi è solo una sbandata e si decide, grazie a questo, a rivelare il proprio amore alla dolce Liselotte (Dany Carrel), amica d’infanzia. Sin qui sembra la trama un po’ macabra di un romanzo rosa ed in effetti lo è, per lo meno fino a che, in un successivo momento di passione fra il protagonista e Helfi, la giovane muore, spingendo Hans a sentirsene responsabile.

E’ qui che entra in scena l’elemento fantastico che trasforma questo film horror in un film fantastico. In una specie di sperimentazione un po’ alla Frankenstein, si scopre che Helfi è malata di una raro morbo che la fa morire – spesso e forse persino volentieri- e che per salvarla l’unica possibilità è una trasfusione di sangue dal corpo di giovani donne che, manco a dirlo, trovano la morte. Il geniale professore, senza trascurare la sua indole artistica, trova come originale modo per impedire che le ragazze vengano trovate, quello di usarle come protagoniste della sua giostra.

paololandi.it

movieplayer.it

Ed è proprio questo l’elemento più suggestivo del film. La trama in sé e per sé è un po’ scontata, un “già visto”, mentre invece l’invenzione di questa giostra ammanta di surreale ma nel contempo di verisimile la storia narrata. Sono legate proprio a questa le scene più belle del film, sia quando la giostra entra in funzione, accompagnata dal motivetto simile ad un carillon, sia quando, all’atto conclusivo, il mulino va in fiamme e le donne – ormai sentite come corpi vivi e non di pietra, si liquefanno.

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Molto interessante è anche la sequenza nella quale Hans vive una specie di sogno, nel quale non sa se vede realmente o immagina quello che gli accade intorno. E’ una sorta di delirio conseguente al fatto che viene drogato, sono varie scene ben girate in cui l’aspetto onirico si fonde con la consapevolezza dello spettatore di aver capito quanto sta succedendo realmente e che cosa si nasconda nel mulino.

In conclusione, “Il mulino delle donne di pietra” è un buon film, il ritmo è abbastanza alto e i protagonisti rendono abbastanza bene. Sono di certo suggestive la fotografia e la scenografia, cornice perfetta per un racconto del genere.

Buona visione!

Quattro mosche di velluto grigio

Articolo di Marilisa Mainardi

creepyvisions.it

In questo nostro assolutamente non pretenzioso excursus nel cinema horror Made in Italy non poteva mancare un film di Dario Argento.

Quattro mosche di velluto grigio” è un film del 1971; lo si potrebbe definire un thriller, in realtà, e in questo senso lo preferisco di gran lunga a prodotti successivi del regista, nei quali si rasenta lo splatter e il sangue scorre a fiumi.

Il film ha come protagonista un giovane musicista Roberto, quasi a celebrare –manco a dirlo- l’ottima colonna sonora di Ennio Morricone, elemento che non viene mai trascurato nei film di Argento. Questi si muove prevalentemente nella sua moderna casa di città, mirabile esempio di architettura anni Settanta e una specie di porto fluviale, dove va a fare visita a Diomede – chiamato per lo più Dio- interpretato da un ruspante Bud Spencer e l’amico professore, Oreste Lionello, in realtà un coltissimo clochard.

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La prima cosa da dire è che la storia non è esattamente ben scritta. Nel senso che di fronte a capolavori come “Profondo rosso” si avverte una certa assenza di logica che spinge protagonisti e comprimari a comportarsi in una maniera assurda. Ad esempio ci appare molto scontata la fine che farà la domestica visto che decide di dare appuntamento all’assassino in un parco e, per essere proprio sicura di divenire una vittima a sua volta, lo attende fino a tarda sera e percorre strade strette e contorte proprio –evidentemente- per essere ammazzata.

Interessante l’escamotage che dà il via alla vicenda: Roberto è ossessionato da uno strano individuo, un signore di mezza età, molto distinto, che lo segue per la città. Deciso a scoprirne l’identità entra in un teatro deserto e, nel tentativo di liberarsi, lo uccide accidentalmente. Il problema è che la scena viene fotografata da uno strano personaggio mascherato da pupazzo (uno dei topoi dei film horror) che, a quel punto, comincia a ricattarlo. Tornato a casa dalla moglie Nina, con la quale Roberto ha un rapporto a dir poco glaciale, le confessa quanto accaduto e lei, preoccupata, di lì a poco deciderà di andarsene di casa. Roberto si farà allora aiutare dal suo bizzarro amico Diomede che assolderà per lui un investigatore privato famoso per non aver mai risolto un caso che però questa volta si rivelerà estremamente capace pur non facendo in tempo a dimostrarlo a nessuno.

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La sceneggiatura risulta fragile anche perché usando un po’ di logica, l’assassino si comprende sin dall’inizio, a meno che non consideriamo un povero inetto il nostro protagonista, così sciagurato da non chiudere la porta di casa dopo aver visto uccidere varie persone intorno a lui e aver subito minacce. Certo è vero, possiamo anche considerarlo così dato che non è che Michael Brandon brilli per le espressioni sveglie all’interno del film.

Quindi, a fronte di questa pochezza nella sceneggiatura, che sfocia nel surreale con l’antica favola della lettura della cornea per visualizzare l’ultima immagine vista da chi muore e svelare il mistero, va detto che ci sono alcune trovate molto particolari che rendono questo film un buon film.

Memorabile è senza dubbio l’interpretazione di Bud Spencer, l’amico un po’ matto e burbero del nostro protagonista, che si fa sempre più evanescente man mano che si procede nella vicenda. Il personaggio di Spencer, unito a quello del professore suo amico, rendono le scene che li riguardano intrise di una non forzata comicità e di un sapore un po’ alla Avati che alla Argento. C’è qualcosa di molto genuino e famigliare in queste scene, belle anche dal punto di vista della fotografia.

Finalmente c’è anche un bel titolo, appropriato all’opera. E’ sufficientemente intrigante e davvero collegato alla pellicola, un bel richiamo per il pubblico. Il tutto viene incastonato dal rock psichedelico ed eccitante della colonna sonora di Ennio Morricone.

Buona parte del fascino del film potrebbe essere stato legato alle sue vicende distributive: uscendo solo al cinema e non avendo mai avuto un seguito in VHS o DVD ed essendo sparito dalla televisione per ben 24 anni, forse ha goduto di un’aurea mitica che ne ha indorato i contorni, rendendolo più speciale di quello che è.

Detto questo, un film di Dario Argento lo si guarda sempre molto volentieri, anche nelle sue cadute di stile più significative, per cui non posso mal giudicare questo che è comunque gradevole. Piuttosto diciamo che non è fra i suoi migliori e spesso delude nell’agire troppo sciocco dei suoi protagonisti e una trama non particolarmente originale.

Sappiatemi dire se sbaglio e sono troppo cattiva col mio giudizio.

Buona visione!

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Horror ben fatto ed erotismo facile. Le foto di Gioia

Articolo di Marilisa Mainardi
filmtv.itMentre cerco ancora di barcamenarmi nella poetica del maestro del cinema horror, Mario Bava, sul quale ho ancora molte ombre, lo ammetto, parlerò di un film del figlio Lamberto.

Le foto di Gioia” è ben distante dall’essere un bel film ma merita, per certi versi, una trattazione.

Innanzitutto è un film che sa fare paura. E’ vero che la prima volta l’ho visto in tenera età, perciò ero più suggestionabile, ma è pur vero che, rivedendolo ora, ancora non riesco a farmelo del tutto dispiacere. Sarà perché è facile facile, perché a tratti fa ridere pur non volendo, perché tutto sommato è quell’oretta e mezzo di goliardica leggerezza che ben si sposa con le serate estive.

In questo film di Lamberto Bava del 1987 c’è innanzitutto una certa suspense. Purtroppo la si perde un po’ fra i mille lati negativi che ha. Ci sono innanzitutto due scene che fanno restare con il fiato sospeso: quella in cui la protagonista viene inseguita al cimitero e quella in cui l’assassino la segue all’interno dei grandi magazzini MAS di Roma (vero e proprio museo dello shopping d’antan anche attualmente).

Poi che dire, c’è Serena Grandi che invade con la sua carica di casereccio sex appeal e una pessima recitazione un set tutto sommato interessante composto da una bella villa molto anni ’80, la redazione della rivista che gestisce “Pussycat” e l’elemento disturbante del ragazzino voyeur che la spia dalla finestra, fantasticando su di lei.

A ben guardare, anche l’intreccio non è disprezzabile: Gioia, giovane e procace vedova, gestisce insieme ad una fida collaboratrice (Daria Nicolodi) una rivista per soli uomini. Ad un certo punto le sue modelle iniziano a venire uccise una ad una e l’assassino scatta loro delle foto in una sala di posa per inviarle alla protagonista. Lei sa che prima o poi verrà anche il suo turno. Via via che avvengono omicidi, il cerchio si restringe sino a che l’assassino non si rivela a Gioia, in maniera nemmeno troppo scontata e comunque parecchio perversa.

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Se possiamo dire bene di tutti gli altri attori, quella che stona maggiormente è di certo l’interpretazione della protagonista stessa. Al di là della ancora spiccata cantilena bolognese (che ovviamente adoro ma che non è il massimo in un film che non vuole essere narrazione di una città o di un mondo specifico) è veramente pessima in ogni sua espressione. Anche il cameo (se così possiamo definirlo) di Sabrina Salerno lascia molti dubbi; per fortuna Bava la rende efficace perché, al di là di dimenarsi nuda mentre viene attaccata dalle vespe molto altro non fa, con buona pace del pubblico interessato alle sempre perfette curve della Sabrinona nazionale. Comunque, al di là di queste interpretazioni a dir poco discutibili, gli altri attori se la cavano egregiamente. Anche la spesso criticata Daria Nicolodi appare in questo film molto convincente.

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Sono molto interessanti anche le modalità di ripresa in prima persona dal punto di vista dell’assassino, che vede ogni sua vittima come un mostruoso animale. Ricorda un po’ certe modalità di gioco delle console, cosa senza dubbio originale per l’epoca.

Insomma, se ancora le opere di Mario mi sfuggono, devo dire che questo film di Lamberto ha degli sprazzi interessanti e una trama coinvolgente. Non fraintendetemi, non è un bel film. In fondo si tratta di un B-Movie e se Lamberto non avesse avuto i mezzi che aveva di certo oggi lo definiremmo così. Però dico anche che non è tutto da scartare.

Buona visione!