“Eraserhead” – La sostanza di cui sono fatti gli incubi

Articolo di Giorgia Loi

La Cineteca di Bologna, si sa, è un’eccellenza a livello mondiale nel campo del restauro di pellicole datate.

Tra le ultime fatiche c’è “Eraserhead”, di David Lynch, che è stato proiettato per tutto il mese di settembre 2017.

Se lo definisco “la pasta di cui sono fatti gli incubi”, lo faccio in maniera letterale: sapete quando vi svegliate, dopo aver fatto un sogno inquietante, e non riuscite a ricordarne la trama ma avete una sensazione estremamente vivida e tangibile di quel sogno? Ecco, questo film riesce a riproporre questa sensazione in maniera superba. Il disagio è sommo, ma il prodotto è eccezionale.

Ma andiamo con ordine nel cercare di parlare di questa pellicola che penso si possa amare, odiare, ma non ignorare.

Innanzitutto, si tratta del primo lungometraggio di Lynch, girato in bianco e nero in un lungo lasso di tempo, tra il 1972 e il 1977. Probabilmente c’è voluto un qualche intervento provvidenziale perchè questo regista, ai tempi giovanissimo sconosciuto con solo qualche cortometraggio alle spalle, ottenesse di poter realizzare e distribuire un prodotto così forte e complesso. Ci troviamo di fronte ad un Lynch orrorifico, primordiale, simbolista all’estrema potenza ma anche estremamente intimo, personale.

L’aspetto horror in Eraserhead va dritto allo stomaco, fondendo un senso di inquietudine ed angoscia profondissima con immagini disgustose, ma così disgustose da disgustare il disgusto. Nei giorni successivi alla visione del film, ho consigliato a molte persone di guardarlo “lontano dai pasti”, ed ero serissima. Durante un paio di scene mi sono dovuta voltare per evitare reazioni fisiche indesiderate, oltre ad aver provato per gran parte del film un fastidio di tipo più concettuale, ma con un riflesso altrettanto fisico quasi intollerabile. Questo primo impatto così forte, letteralmente “di pancia”, per me ha inizialmente un po’ sovrastato il resto, non permettendomi di apprezzare immediatamente Eraserhead.

Ci ho dovuto dormire su: l’ho dovuto “digerire”, immagino, per percepirne la grandezza.

La mattina dopo averlo visto, mi sono svegliata innamorata del film.

La mattina dopo averlo visto, mi sono resa conto della genialità della regia. Sia nel dipingere l’incubo, come accennavo, sia nell’uso del suono, che, in alcuni passaggi, sostituisce quasi l’aspetto visivo, mentre in altre scene (in particolare quelle in cui il protagonista, Henry, è all’esterno e cammina per la città irreale, alienante e spettralmente post industriale in cui è ambientata la storia), ricalca un film muto, sostituendo i rumori ambientali con della musica di sottofondo.

La mattina dopo sono riuscita a recuperare una presa più chiara sul simbolismo della vita familiare, apprezzandone le sfumature estremamente drammatiche.

La metafora della vita familiare come prigione mostruosa è subito evidente. Fin dalle prime scene nella casa di Mary, la futura moglie di Henry, veniamo posti di fronte ad un nucleo agghiacciante in cui domina la follia, ed al quale fa da specchio la famiglia di cani da cui si ergono latrati inquietanti.

Quando poi si viene a sapere che Mary ha partorito il figlio di Henry (ma non risulta mai chiaro se Henry abbia mai avuto rapporti con lei, quindi forse la responsabilità che gli piomba sulla testa non è nemmeno conseguenza di momenti di gioia), e ci viene mostrata la creatura in questione, non vi sono più dubbi. Il “bambino” è una sorta di alieno orripilante, un aborto senza arti e con un’enorme testa informe, che guaisce tremendi lamenti continuamente, giorno e notte, impedendo alla coppia di vivere la propria vita, fino a quando Mary, presa dalla disperazione, se ne va.

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L’unica via di fuga di Henry, invece, pare essere all’interno del radiatore della propria claustrofobica stanza-casa, dove lo aspetta una donna dal viso tumefatto che, cantando soavemente “In Heaven everything is fine”, schiaccia con gioia enormi spermatozoi che piovono dal cielo, e sono incredibilmente simili al bambino-mostro di Henry. Pare che la signorina tumefatta rappresenti la morte, e, con essa, l’unica effettiva via di fuga alla prigione della vita familiare.

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La domanda che mi sono posta prima di vedere il film, e anche vedendo il film (beh, una delle molte domande poste durante, ovviamente), è “perchè Eraser-head? Quale mente, cosa cancella?” La risposta pare giungere in un’altra scena che è un incubo perfettamente confezionato. Quella in cui Henry perde la testa, letteralmente. La sua testa viene sbalzata via e sostituita da quella del bambino-mostro (chiara, no, la metafora della perdita d’identità causata dall’esperienza totalizzante della genitorialità, qui?), e quello che ne rimane viene poi raccolto da un altro bambino, che la consegna ad un produttore di matite, che proprio dal cranio estrapola la materia per costrurne una.

Una di quelle matite con la gommina alla fine. La gomma= eraser. La genialità di Lynch: essere squisitamente letterale e completamente simbolico allo stesso tempo.

Mi fermo qui nel parlare di questa pellicola incredibile, anche se su di essa si potrebbero spendere infinite parole: i simboli sono talmente tanti, e le scene magistralmente girate anche di più. Ma preferisco ripetere il consiglio di guardarlo (solo a stomaco vuoto, mi raccomando).

Se qualcuno avesse un’interpretazione dell’uomo pieno di cicatrici che si vede all’inizio ed alla fine, un’interpretazione che va al di là della presa di consapevolezza che tutto il film è un enorme, agghiacciante incubo fatto di incubi, e quindi dove non tutto ha necessariamente senso, per favore, mi scriva: io ancora non sono riuscita a elaborare una teoria.

Buona visione!

“The night of the hunter” quando una fiaba si trasforma in incubo.

Articolo di Giorgia Loi

Sono tra i fortunati che hanno avuto il piacere di assistere alla versione ristrutturata del film del 1955, di Charles Laughton, “The night of the hunter”, tradotto in italiano con “La morte corre sul fiume” (traduzione, a mio parere, francamente poco condivisibile).

Ammetto la mia ignoranza, non avevo mai visto questo film e sinceramente non sapevo molto di esso.

È stata una meravigliosa scoperta, per la quale ringrazio ancora una volta la Cineteca della mia stupenda città, Bologna, che è sempre in prima linea nel recuperare e restaurare meravigliosi film altrimenti spesso dimenticati.

Questo film mi ha colpita molto, in particolare, per due cose: l’atmosfera assolutamente impeccabile di una fiaba noir, e la meravigliosa recitazione non solo di Robert Mitchum ma, in particolare, del bambino protagonista. Non mi dilungherò su questo secondo aspetto, limitandomi a riportare quello che è stato sottolineato in sala grazie all’introduzione curata dalla Cineteca stessa: il film è stato diretto da Charles Laughton, un famosissimo attore che, nella sua carriera, si è dedicato alla regia soltanto in questa occasione; è stata sottolineata la sua particolare capacità di dirigere altri attori, probabilmente dovuta alla sua lunga carriera nella recitazione.

Dal momento che sono tornata a casa con la colonna sonora appiccicata in testa e la sensazione di trovarmi davanti uno dei personaggi del film ogni volta che vedevo un’ombra, ci tengo invece a dire alcune cose rispetto all’atmosfera ed alla stupenda fotografia.

Senza dubbio, la colonna sonora è una delle carte vincenti di questa pellicola: ce ne rendiamo conto subito, dal momento che il film inizia su un canto di bambini che rappresenta una sorta di premonizione di quanto sta per succedere.

Già nelle prime strofe, sentiamo tutto il sapore di questa favola thriller, di questo noir infantile, di questo sogno/incubo. Insieme alle voci dei bambini, che vanno a narrare alcuni punti salienti di questa vicenda, spicca implacabile il motivetto cantato dal predicatore, l’antieroe di questo film. Si tratta di una canzone religiosa, profondamente legata alla storia culturale americana, e certamente molto nota oltreoceano, ma che nasconde nel suo testo qualcosa di tragico e macabro. Questa stessa dualità la troviamo nel personaggio stesso, il quale per altro non ne fa mistero. Immagine iconica del film sono infatti i tatuaggi che porta sulle mani: da un lato “Love” (amore), dall’altro “Hate” (odio).

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Insieme alle musiche, un altro aspetto che va a sottolineare non solo i momenti salienti, ma anche la personalità dei protagonisti, sono le ombre. Gran parte del film è girato in notturna, e le ombre che si scagliano contro le pareti o contro la linea dell’orizzonte rappresentano un punto di vista importante sulle vicende. E, spesso, si tratta del punto di vista dei bambini. La narrazione di questo film è, infatti, prevalentemente incentrata sullo sguardo dei bambini sulle vicende del mondo degli adulti.

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Non voglio anticipare troppo a chi volesse godersi questo film, perché anche la trama, sebbene si tratti di un film così vecchio, è tutta da scoprire. Mi limito a consigliarlo molto calorosamente. Se possibile, visto al cinema, in una serata d’estate, ed in lingua originale.

Pupi Avati e l’horror gotico. “L’arcano incantatore”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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Si dice – e non si è ancora stati smentiti- che Pupi Avati faccia un solo film horror per decennio e su questo blog, a questo punto, ci manca solo Zeder.

Del 1976 è “La casa dalle finestre che ridono”, capolavoro assoluto e a tuttora insuperato; del 1983 è Zeder, che affronterò con calma perché non amo molto gli zombie; del 2007 “Il nascondiglio” e, del 1996 il film di cui parleremo in questo articolo che è “L’arcano incantatore”.

La vicenda narrata riguarda il giovane Giacomo che è costretto ad allontanarsi da Bologna per evitare di essere condannato per aver ingravidato e costretto ad abortire una ragazza. Come seminarista, trova rifugio presso la casa di un Monsignore, in un luogo non ben definito dell’appennino tosco-emiliano. Si tratta di un suggestivo casolare isolato la cui conformazione ricorda, per lo meno nella parte della biblioteca, il labirinto di libri de “Il nome della rosa”.

Qui, il Monsignore che vi abita compie strani riti di stampo satanico basandosi su un libro le cui copie sono andate – in teoria – distrutte. Questi riti si accompagnano alla redazione di numerosi fogli che si compongono di numeri dal valore non noto ma che comunque si intuisce essere demoniaco. Fra il protagonista e il monsignore si instaura un rapporto di fiducia, quasi di amicizia, ambiguo e complesso. Il protagonista avrà rapporti anche con il vicino convento che serve il Monsignore, sarà lì che verranno insinuati nella sua mente i primi dubbi su quanto accaduto al suo predecessore, Nerio. Pare che questi sia stato sepolto volutamente in una terra non consacrata e che in un qualche modo non sia realmente morto. Sulla figura misteriosa del defunto assistente si concentrano anche i sospetti relativi alla scomparsa di due novizie delle quali non si ha più notizia da molti anni.

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Questo di Pupi Avati è un film nel quale la componente gotica e ben dosata e presente, la si avverte nei paesaggi, nei dialoghi, nelle penombre che costituiscono gran parte delle scene. La recitazione è buona, seppur non sempre eccellente, non deludono Stefano Dionisi e Carlo Cecchi mentre risultano un po’ più scarsi gli altri interpreti. Gli effetti speciali risultano essere ben riusciti anche se all’occhio di un moderno spettatore possono sembrare assai naif.

Per quanto non risulti il miglior film di Pupi Avati e sia anzi ben lontano da esperimenti meglio riusciti, risulta essere molto godibile e interessante dal punto di vista culturale. L’ambientazione è sapiente, vi si riscontrano vari studi relativi alla letteratura esoterica dell’epoca.

Perla del film è la citazione dell’opera “Rosa di rose e fiore di fiori” di Alfonso il Savio, re di Castiglia e di Lèon nel XIII secolo, più noto come artista che come capo di stato. L’utilizzo è così ben riuscito che dopo l’uscita del film se ne fece anche una canzone dance che se non risulta essere molto diversa dalle altre del genere ci dà un’idea di quanto il film avesse riscosso un certo successo all’epoca della sua uscita.

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Visto che le giornate sono ancora piovose, non posso che consigliarvi di godervi questo film comodi comodi sul divano e con un bel plaid.

Buona visione!

 

“Parenti Serpenti”- Il racconto di un Natale meno buono, ma più vero.

Articolo di Andrea Vallese

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Il Natale è un tripudio di tradizione e anche il cinema, in questo periodo, non è da meno. Da una parte ci sono i film nelle sale che si sfidano al botteghino, dai “cinepanettoni” e commedie italiane affini (che diventano ogni anno sempre più uguali a se stessi) alle grandi saghe fantasy senza dimenticare i film di animazione che, dal punto di vista qualitativo, ne escono sempre vincitori. Dall’altra troviamo i film che puntualmente il palinsesto televisivo ficca sempre nel palinsesto natalizo. Solo per citarne alcuni “Una poltrona per due”, “Miracolo sulla 34° strada”, “Love actually”, fino ai vecchissimi “Il piccolo Lord” e “La vita è meravigliosa”, tutti film che strabordano di spirito natalizio e di buoni sentimenti che rendono ogni Natale simile a tutti gli altri.

Purtroppo, per questo motivo, non sono un amante di queste feste, dato che la mia passione per il cinema, mi spinge a preferire film che portino qualcosa di nuovo e alternativo. Comunque anche io, per non fare torto alla tradizione, custodisco nel mio “bagaglio cinematografico” il mio film di Natale: Parenti Serpenti di Mario Monicelli, commedia del lontano 1993, che propone allo spettatore una visione delle festività natalizie “apparentemente tradizionale”. Nel paese di Sulmona in Abruzzo, in casa di nonno Saverio e nonna Trieste arrivano come ogni anno, da varie parti d’Italia, per le festività, i quattro figli con le rispettive famiglie. Tutto scorre normalmente tra cene, pranzi, regali, giochi di società, qualche pettegolezzo futile sulla famiglia, sul paese e sul gossip. La tranquillità s’interrompe, però, bruscamente, quando nonna Trieste annuncia che lei e il marito non vogliono più vivere da soli e chiedono ai quattro figli di decidere chi di loro è disposto ad accoglierli nella loro dimora, ricevendo in cambio l’intestazione della casa d’origine. Ecco che la rassicurante quotidianità si dissolve tra la paura di doversi accollare i due genitori anziani e le gelosie e i risentimenti che trovano (finalmente!) l’occasione per venire alla luce, accompagnati dagli scheletri nell’armadio e l’attaccamento alle cose materiali. Tutto questo porterà i gretti figli ad un’amara quanto drastica decisione (che qui, per chi ancora non ha visto il film, sarebbe veramente un sacrilegio “spoilerare”).

Il film si regge molto sulla bravura di grandi caratteristi del cinema italiano come Marina Confalone, Alessandro Haber, Cinzia Leone, la compianta Monica Scattini e l’indimenticabile Paolo Panelli. Con questo film Monicelli, regista da sempre impegnato a raccontare i vizi e i difetti dell’Italia e degli italiani, offre allo spettatore la visione di un Natale che fa da “copertura” al marcio che caratterizza la vera essenza dell’uomo comune. Certo, la decisione di raccontare gli eventi attraverso la voce ingenua e innocente del nipote più piccolo della famiglia è un espediente utile per mantenere la narrazione ad un livello comico e satirico. Ciò permette di ridere e ironizzare sugli stessi eventi che, riscontrati nel nostro animo e nella nostra vita, genererebbero sentimenti di tutt’altro genere.

Chi legge sarebbe, giustamente, portato a credere che i miei sentimenti verso il Natale siano, per così dire, poco tradizionali. Da parte mia credo che ogni tanto una visione dissacrante faccia bene (e non solo a Natale). In ogni essere umano convivono il bene e il male e questo è un dato di fatto. Credo che l’inclinazione alla bontà a cui siamo sottoposti in questo periodo rischi (per effetto del “terzo principio della dinamica”) di sfociare nell’ipocrisia e nella falsità, sentimenti che di nobile hanno ben poco. Mantenere uno sguardo sul reale, anche se poco idilliaco, ci aiuta a restare persone vere soprattutto di fronte a coloro che amiamo. Anche perché a Natale si dice sempre la verità (cit. Love Actually).

La macabra filastrocca del fattore che non riesce a dormire. “Non ho sonno”.

Articolo di Marilisa Mainardi

“Non ho sonno” è un film horror puro (per quanto la locandina lo descriva come un thriller). Non ha nè frizzi nè lazzi, non fa sconti sulle scene splatter o sugli inseguimenti ai limiti dell’assurdo.

L’inizio appare traballante. I cultori di un certo tipo di horror che come me preferiscono la psicologia e l’enigma al truculento susseguirsi di omicidi non ameranno vedere questo tipo di protagonisti un po’ troppo imbranati. Possiamo dire che le prime due vittime si fanno da sé, con anche un leggero traboccare di scollature che appare francamente un mezzuccio ben poco adeguato a un regista del calibro di Dario Argento.

Detto questo, che è di certo l’elemento che più infastidisce, il resto del film è ben strutturato, di gran lunga il miglior lavoro di Argento degli ultimi anni. La trama è avvincente, le ambientazioni tornano prepotentemente in primo piano con echi al capolavoro “Profondo rosso”, così come la musica, sempre suggestiva grazie alla collaborazione coi Goblin.

La trama del film, che prende avvio da un motivo scatenante e prosegue con il procedere di un gioco d’infanzia colpevole di essere stato bruscamente interrotto, ruota intorno ad una filastrocca che è stata scritta da Asia Argento appositamente per questa pellicola.

La macabra filastrocca infantile racconta di come un fattore insonne cominci a uccidere le bestie della sua fattoria per cercare il riposo. Questa poesiola era stata scritta dall’antico abitante della villa che fa da cornice agli eventi e rimasta nella mente di quello che viene chiamato “il nano assassino”, autore di una serie di delitti negli anni ’80 che ricompare e torna a uccidere 17 anni dopo. Proprio per questo motivo ritornano sulla scena il detective Ulisse Moretti (Max Von Sydow) ormai a riposo e il figlio di una delle vittime degli anni ’80, diventato ormai uomo, Giacomo (Stefano Dionisi). I due cercheranno di capire ciò che collega l’uno all’altro i delitti e dunque di individuare l’assassino.

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Come già premesso, questo è decisamente un buon film. Non è eccellente, questo senza dubbio. Alcuni attori non sono all’altezza del ruolo altri invece fanno un’ottima impressione (Dionisi su tutti) mentre alcuni altri, in particolar modo Von Sydow e Lavia, sono perfetti nei loro ruoli.

La trama è sia intrigante che ben congeniata e la filastrocca, che accompagna tutto il film, incuriosisce e ammalia. Appare eccessivo sia nel numero delle vittime che nella profusione di sangue ma il finale, abbastanza sorprendente, compensa queste pecche.

E’ un film che merita di essere visto e risulta gradevole anche a chi non ama molto l’Argento di “Suspiria” o “Phenomena” ma quello di “Quattro mosche di velluto grigio” (di cui abbiamo scritto qualche tempo fa proprio qui: … ).

Buona visione!

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“Labyrinth”- It’s only forever, it’s not long at all

Articolo di Giorgia Loi

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Lo ammetto, ho iniziato questo articolo molto, molto tempo fa, a gennaio, sull’onda della terribile tristezza che mi ha colpita per la morte di quello straordinario artista che è stato David Bowie. Poi la vita s’è messa in mezzo, non era previsto che abbandonassi questo blog a me tanto caro per quasi un intero anno, ma il 2016 è stato davvero un anno impegnativo. Tanto impegnativo che, nonostante il mio grande e sincero amore, e la mia suprema ammirazione per David Bowie, non sono riuscita a vedere la splendida mostra “David Bowie Is”, inaugurata al MAMBO, nella mia adorata Bologna, fino a questa ultima settimana di permanenza (a chi vive nei pressi delle città che la ospiteranno in futuro, consiglio assolutamente di vederla!).

Vedere la mostra, e, all’interno di essa (spoiler!), gli spezzoni di alcuni ruoli memorabili dell’artista, mi ha fatto sentire l’impulso irrefrenabile di riguardare quello che rappresenta la prima “apparizione memorabile” che l’ha portato nella mia vita. Perchè la sua prima apparizione nella mia vita è stata proprio nelle vesti di attore, in uno dei film per ragazzi degli anni ’80 a tutt’oggi più amati dagli adulti: Labyrinth.

Parlare di un film come questo è complesso, o meglio, complicato. Come si può anche solo riguardarlo senza che il sentimento nostalgico ci pervada? E’ veramente possibile esprimere un giudizio lucido su questa fiaba (post)moderna, quando lo si è visto per la prima volta all’asilo e le sue immagini e musiche hanno permeato il nostro immaginario per, letteralmente, tutta la nostra vita?

Beh, una cosa la posso dire: riguardare oggi le interpretazioni della super-giovane Jennifer Connelly (allora solo quattordicenne) e di David Bowie, fa tutto un altro effetto.

Da un lato, è possibile notare quanto fosse acerba la recitazione della Connelly, futuro premio oscar e attrice pluripremiata negli anni 2000, ma.. un po’ meno strepitosa di quanto la ricordassi, in questo film.

Dall’altro c’è, invece, Bowie, che, rivisto in età adulta, sprigiona una sensualità e sessualità tutt’altro che velate, e che, probabilmente, all’età di 4 anni non avevo notato (no, non parlerò dell’outfit che indossa durante gran parte del film, ma sappiamo tutti a cosa mi riferisco).

La storia è semplice, si tratta un’avventura di formazione in cui la giovane Sarah (interpretata da Connelly) affronta, attraverso un’elaborata esperienza onirica, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La ragazza, figlia di genitori separati e non particolarmente favorevole alla presenza della matrigna in casa, ha qualche difficoltà a venire a patti con le proprie responsabilità, incarnate dal personaggio del fratellino infante a cui le è stato chiesto di fare da babysitter. Percepisce questo semplice impegno come un’enorme ingiustizia, tale da spingerla ad invocare il Re dei Goblin, protagonista delle sue letture nerd (sì, Sarah era una nerd, questo va detto), per rapire il piccolo e liberarla da questa schiavitù. Naturalmente il Re dei Goblin, Jareth (Bowie, appunto), compare, rapisce il bambino, e la mette di fronte a se stessa ed alle sue responsabilità.

Sarah si ritroverà dunque a dover attraversare un gigantesco e spaventoso labirinto che, come sarà facile notare in vari momenti in cui questo viene reso esplicito, è costellato di tutti gli oggetti che fanno parte della sua camera di bambina, che si animano e diventano per lei sfide, trabocchetti, scogli da superare per giungere a salvare il fratello.

I personaggi secondari sono simpatici (non del tutto, a dire il vero) esseri fantastici ed antropomorfi, tra cui il Goblin Gogol, il gigante Bubo, il cane Sir Didymus, che cavalca un altro cane non antropomorfo… Beh, certamente, si tratta comunque di un film per bambini.

Alla fine del labirinto, dovrà affrontare Jareth stesso, che rappresenta, ovviamente, il primo incontro con l’erotismo.

La metafora la fa da padrona durante tutto il film, in cui ogni personaggio rappresenta un aspetto della personalità o una “vecchia abitudine”, in cui ogni frase va a costruire il puzzle della personalità della Sarah adulta che emergerà dal labirinto, che ha imparato il valore delle cose, delle persone, dei sentimenti, delle promesse. E che comunque sa che potrà sempre tornare a rifugiarsi nelle sue letture e nelle sue fantasie quando ne avrà bisogno.

Se parte della magia che accompagnò il film alla sua uscita potrebbe andare persa oggi, a causa di alcuni terribili momenti con effetti speciali agghiaccianti (vedi la danza dei Goblin del Fuoco “Chilly down“…brrr!), e di alcune trovate comiche un po’ troppo infantili (ad esempio quando la nostra eroina deve attraversare la Gora dell’Eterno Fetore: una palude che emette, letteralmente, flatulenze. Seriamente? A quanto pare sì), non si può negare che abbia momenti di meravigliosa creatività visiva, tra cui spicca senza dubbio la memorabile scena ambientata all’interno di un quadro di Escher.

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L’interpretazione di Bowie, ambigua, affascinante e spaventosa, è naturalmente tra i più grossi vanti di questa pellicola, anche perchè la sua presenza è direttamente collegata alla colonna sonora, realizzata dall’artista. Se è certamente “Magic Dance” il pezzo che più rimane impresso nella memoria, devo dire che personalmente amo moltissimo anche “Underground“.

Un’ultima annotazione: i Goblins…. I Goblins di questo film, sono uno dei molti modi in cui i bambini degli anni ’80 sono stati orrendamente traumatizzati da piccoli. Voglio dire, sono orribili! Nessun dubbio sull’autenticità delle lacrime del bambino durante le scene nel castello di Jareth, circondato da questi esseri:

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Si tratta, nel complesso, di un film ancora molto piacevole da vedere, non solo per nostalgia, ma anche per apprezzare alcune sfumature che magari erano passate inosservate quando uscì, o per ammirare alcune scene con il famoso “senno di poi”.

Enjoy!

PS. Non ho voluto dire troppo rispetto alla sessualità di Jareth, ma non posso, non posso proprio esimermi dal sottolineare il modo in cui Bowie pronuncia la parola “baby”. Per tutti coloro che dovessero aver visto il film solo in versione doppiata, vi prego, trovate la versione originale ed ascoltate il primo dialogo tra Jareth e Sarah. Tutte le emozioni verranno a voi come per magia, promesso.

Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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5 film che non c’entrano niente col Natale (da guardare a Natale).

Articolo di Giorgia Loi

Chi mi conosce lo sa, non sono la più grande fan del Natale. Mi chiamano Grinch, e hanno ragione.

Ma se c’è una cosa assolutamente meravigliosa del Natale è il preziosissimo, impareggiabile tempo libero che regala alle persone, come me, abbastanza fortunate da poter pronunciare in quei giorni la dolcissima parola “ferie”.

Ferie da divano. Ferie dopo un anno di pesantissimo lavoro.

Ferie adatte ad una fantastica maratona di film!

Mentre la tv trasmette sempre le solite cose (alcune bellissime, per carità) a tema, quest’anno, per casualità o per gusto del momento, mi sono ritrovata a fare una maratona di film che vanno dal drammatico al thriller, passando per il dramma psicologico.

Buon Natale, dunque, con questo elenco di film, in ordine di visione, e con le reazioni che mi hanno suscitato.

1. “Freaks”- Tod Browning, 1932

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Capolavoro assoluto degli anni ’30, film talmente rilevante che le sue immagini hanno impregnato la storia dell’horror fino ai giorni nostri, Freaks non è certamente un film leggero.

Dura solo un’ora, ma basta ed avanza per consumare un complesso dramma, dalle potenti sfumature sociali e psicologiche.

Parla di mostri, laddove i mostri, i “freaks” appunto, sono persone nate con deformità o aberrazioni fisiche, che si guadagnano da vivere esibendo le proprie bizzarre fisicità al pubblico del circo. A tratti, questi personaggi vengono dipinti come bambini, attraverso la figura di una simbolica “mamma” (una donna “normale” che si prende cura di loro), ed attraverso la scelta dei due protagonisti, due nani dall’aspetto così delicato da sembrare bambini di 4 o 5 anni. Questa scelta, visivamente, è di certo funzionale alla trama. Visti come incapaci di volontà umana da una società che li relegava ad uno stato praticamente bestiale, sono anche visti come ingenui, ed appaiono innocenti e potenziali vittime predilette di malintenzionati e truffatori. Quando una truffa viene tentata ai danni di uno di loro, però, emerge, in maniera traumatica per lo spettatore, la natura non solo assolutamente adulta e smaliziata, ma anche crudele di questi personaggi, e la potenza della società creata da questi reietti, che hanno fatto del proprio isolamento un vessillo.

Chi se la prende con uno di loro,dovrà affrontarli tutti. E la vendetta sarà…beh, accidenti, ma davvero non l’avete visto?? Trovatelo, e guardatelo!!

2. “Black Swan”- Darren Aronofsky, 2010

10376048-1303394684-556260-CB3E-6D39-DA86.jpgEcco, benissimo, dopo la tragedia totalizzante di Freaks, perché non lasciarsi andare ad una storia in cui il dolore psichico e fisico accompagnano lo spettatore, minuto dopo minuto, a passo di danza?

Non avevo mai visto questo film, per quanto famoso, e devo ammettere che l’avevo preso per un thriller psicologico. In effetti è mascherato da thriller per alcuni versi, ma di fatto non è altro che la devastante storia di una disfunzione totale alla vita. La protagonista, Nina Sayers (Natalie Portman) in quanto personaggio, è dipinta a tratti tenui. La capiamo completamente solo alla fine (di cui non parlerò), ma durante tutto il film viviamo con lei un trauma non ben definito, uno stress reso condizione patologica, una vita inadeguata che non si può chiamare tale, ed, in tutto ciò, la danza. La danza non è altro che l’ossessione che racchiude tutto il resto, e che ha sempre permesso a questo personaggio di fuggire da tutto il resto.

Il film inizia in un momento, nella vita professionale della ballerina, di cambiamento. Il cambiamento destabilizza l’ordine fittizio della sua vita, e fa emergere tutte le problematiche che la permeano. I momenti di autolesionismo sanguinolento li ho mal tollerati, sarà che la cena della vigilia non era stata tra le più leggere, ma a volte ha minacciato di riemergere.

Agghiacciante e devastante, sostanzialmente.

3. “Requiem for a dream” – Darren Aronofsky, 2000

Requiem-For-A-DreamDopo Black Swan, perché non divertirsi con un altro simpatico film di Aronofsky? Ero stata avvertita rispetto a questo film. Il mio ragazzo mi aveva consigliato di fare attenzione: “E’ soltanto uno dei film più depressivi e senza speranza che abbia mai visto”, mi aveva detto.

Gli avevo creduto eh, ma l’ho guardato lo stesso. Evviva il Natale, no?

Ebbene: è uno dei film più depressivi e senza speranza che abbia mai visto! Il film fin da subito non ne fa mistero. Ogni personaggio che incontriamo è chiaramente circondato da così tanto dolore da essere irrimediabilmente destinato ad un’implosione totale. La cosa più evidente nell’assoluto dramma di questo film è la volontà di sottolineare un’assoluta, incolmabile solitudine che permea la vita di tutti. Ognuno di loro è guidato da un pensiero, il sogno di cui parla il titolo, che è in realtà un’ossessione, che vive di vita propria all’interno del personaggio, ma non riesce ad integrarsi con il resto del mondo. Ogni ossessione porterà il personaggio che la coltiva esattamente, o quasi, alla fine che ci si può aspettare quando li si incontra.

Non è un film di cui interessi la trama. E’ una lunga, terrificante catarsi nella quale immergersi quando si ha bisogno di un po’ di discesa agli inferi. Alla fine del film, viene spontaneo fare una telefonata alla mamma, per sentirsi gelare un po’ meno il sangue nelle vene. Beh, essendo natale, alla fine del film sono andata a cenare con la mamma. Anche se avevamo finito di pranzare poco prima che iniziassi a vederlo.

4. “The Prestige”- Christopher Nolan, 2006

PBrTAruZN_1339905942.jpgOk, riprendiamoci un po’ con un film più allegr… oh, ehm. Not so much, really.

Parliamo di Nolan, in fondo, che di norma non si fregia di fare film che facciano sghignazzare lo spettatore.

Il film è comunque godibilissimo: parla di maghi! Nell’800! A Londra! Tutti con un meraviglioso accento inglese! Maghi ed il loro trucchi… e le loro ossessioni, di nuovo.

Il film si apre con un processo per omicidio: il mago Alfred Borden (Christian Bale) è accusato di aver ucciso, sabotandone un trucco, l’altro mago, Robert Angier (Hugh Jackman). Da qui parte il racconto della storia della vita dei due, di come si sono conosciuti, di come siamo arrivati qui. Ci troviamo di fronte a due rivali, ognuno dei quali ha un fedele aiutante, ognuno dei quali ha una bella famiglia, ognuno dei quali ha dei segreti. Non faccio spoiler, perchè è un film pieno, pienissimo di sorprese, ma dico che l’ossessione per il “prestige”, il trucco magico perfetto, e l’ossessione per la vendetta che in questa si specchia, porteranno la trama a risvolti anche crudeli, psicologicamente forti, eticamente drammatici. Anche in questo film, i personaggi sono tutti “rotti”, broken, intrappolati in vite che non sono altro che pericolosi circoli viziosi senza via d’uscita. L’unica via d’uscita può essere il trucco magico perfetto..

Due cose da dire di questo film: la prima è che va visto almeno due volte, e dopo aver visto il finale si capisce il perchè. La seconda è: David Bowie!!

5.“Collateral”-Michael Mann, 2004

03Con Collateral ho un po’ cambiato genere. Se nei primi 4 film si ritrovano delle tematiche comuni, dall’ossessione alla vendetta, dal dramma psicologico alla solitudine esistenziale, qui torniamo ad una dimensione più classicamente d’azione, thriller-poliziesco. Anche se non si tratta proprio di un thriller classico. Gli elementi ci sono: un super-sicario in missione per conto di super-cattivi, un’indagine poliziesca, una trama fatta di omicidi e sparatorie, con tanto di agenti governativi.

Ma credo che di questo film colpisca in particolare la profonda caratterizzazione dei personaggi, la grande empatia che si viene a creare con entrambi i protagonisti, sia il “buono” che il “cattivo”, che durante il film “seguiamo” nelle vicende che si svolgono tutte nell’arco di una notte. Le riprese interamente notturne sono certamente d’impatto, e la colonna sonora ben strutturata e molto ricercata. Il clima generale del film crea uno strano contrasto tra la notte aperta della città, ed un senso di claustrofobia, che in realtà è esistenziale, ed emerge più dalle parole dei personaggi che dalle situazioni.

Non sono una fan di Tom Cruise, ma qui è notevole, come lo è il suo personaggio Vincent, che riesce costantemente, fino all’ultimo, a stupire con una profondità atipica (considerata la professione che svolge).

La mia maratona finisce qui… Copiatemi, se ci riuscite!

Buona visione!

PS. In realtà sto mentendo. Ho visto un altro film. Ho visto Star Wars, The force awakens, al cinema, posti prenotati da giorni. Ma mi sto ancora riprendendo da “quella cosa”, è troppo presto per parlarne!

La parola ai giurati – La realtà ricoperta dai pregiudizi

Articolo di Andrea Vallese

giuristi

Non è che io mi creda di essere “chissà chi”, intendiamoci. Dato il mio rapporto “simbiotico” col cinema, però, ho sempre raggruppato i film in due macro-categorie: quelli realizzati prima che io nascessi e quelli realizzati dopo. Nella prima categoria ci sono dei film che vedo come un’eredità personale che ha contribuito a plasmare i miei valori e la mia cultura. Non che i film più recenti non lo facciano, ma un film appena uscito al cinema deve “farsi le ossa” per poter entrare di diritto tra i “Grandi Classici”. Invece un film del passato, come una persona anziana, al di là del giudizio critico, impone fin da subito un certo rispetto, in quanto ha avuto modo di comunicare il suo messaggio a generazioni diverse fino ad acquisire un valore storico. E senza la storia nessuno di noi avrebbe modo di capire chi è e dove sta andando.

Questa premessa serve per dire che il film del (mio) passato che occupa la pole position è “La Parola ai giurati” di Sidney Lumet , del 1957. E’ un film considerato, per l’epoca, singolare. In un periodo in cui si sfornavano kolossal epici, tipo “I Dieci comandamenti” o “Il Ponte sul fiume Kwai”, non deve essere stato facile far emergere un film ambientato in un’unica stanza dove tutto gioca sulla bravura dell’attore.

La trama è piuttosto semplice: 12 uomini, componenti di una giuria, sono chiamati a riunirsi, alla fine di un processo, per decidere sulla colpevolezza o innocenza di un giovane accusato dell’omicidio del padre. I giurati devono produrre un verdetto unanime, affinché il processo risulti valido, e sanno che, se il ragazzo sarà dichiarato colpevole, sarà condannato alla pena capitale. Se all’inizio del dibattimento sembra esserci, da parte di tutti i giurati, l’intenzione di dichiarare l’imputato colpevole, il n. 8 (un grande Henry Fonda), chiede agli altri membri di analizzare in profondità gli elementi del processo. I 12 giurati, che non si conoscono tra loro, inizieranno un’animata discussione con toni spesso molto accesi. Di volta in volta, ciascuno di loro, dopo aver esaminato ogni singola prova, si pronuncerà in favore dell’innocenza del ragazzo, arrivando così alla sua piena assoluzione.

I personaggi di questa storia sono diversissimi tra loro e l’interazione che si genera è un esempio perfetto di come si delineano le “dinamiche di gruppo”. Il percorso che porta la giuria a modificare la sentenza da “colpevole” ad “innocente” mette in evidenza, in alcuni di loro, quanto certe convinzioni siano il frutto di pregiudizi e superficialità piuttosto che di un attento ragionamento dei fatti. Ed è qui che sta la modernità di questo film.

Credo che sia capitato a tutti quanti di affidarsi agli stereotipi e ai pregiudizi per giudicare una persona o una situazione. E’ sicuramente la strada più facile e veloce. La gente non ha sempre tempo (e voglia) di guardare in profondità. E’ molto impegnativo e spesso si rischia un coinvolgimento emotivo che non tutti sono intenzionati a reggere. Il giurato n. 8, non adeguandosi alla maggioranza, costringe il gruppo ad abbandonare questa dinamica superficiale, perché crede che in alcune situazioni (come la vita di un individuo) sia più giusto analizzare a fondo per capire meglio.

A mio avviso, anche nella realtà odierna (cioè dopo quasi sessant’anni dal film) dove tutto è più veloce e “liquido”, risulta più facile categorizzare persone e cose piuttosto che fermarsi a conoscerle. Non è certo mia intenzione dire che approfondire sia un atto dovuto. Penso, però, che quando si decide di farlo si ha l’opportunità di intrecciare delle relazioni interessanti che ci arricchiscono, ma che, soprattutto, ci consentono di capire qualcosa di più su noi stessi. E credo che, verso sé stesso, nessuno ha interesse ad essere superficiale.