La casa dalle finestre che ridono

Articolo di Marilisa Mainardi

Questo film è una storia di scheletri nell’armadio. E per questa volta, non si tratta di una metafora.

Buono Legnani è morto, ma aleggia sulle nostre teste, nelle nostre menti.

Tanto s’è scritto e tanto si scriverà ancora su questa pellicola del 1976, uscita un po’ in sordina e diventata cult negli anni a venire.

Questo è accaduto per molti motivi ma in realtà per uno solo: è un film molto bello.

Poi metteteci che in questa critica c’è anche l’amore per la mia terra (sono di Budrio) e per quei paesaggi fra la Bassa e il Polesine, portatrici di nebbiosi pensieri e subitanee melanconie. Comunque, va da sé che Pupi Avati, con questa suo primo thriller, incanta il pubblico.

La storia narrata doveva svolgersi inizialmente negli States, ma per fortuna Avati s’è ravveduto e ha deciso di filmare i paesaggi della sua infanzia, le cose a lui familiari, la seducente desolazione di una terra umida e brumosa.

Stefano, giovane restauratore, viene chiamato in un paesino del ferrarese per recuperare l’affresco di un autore locale, rinvenuto nella chiesa. Sin dal suo arrivo si palesano personaggi dai contorni bizzarri e molto forti. La maestra lasciva e chiacchierata, il conducente d’auto ubriacone (un favoloso Gianni Cavina, co-autore della sceneggiatura), il sindaco che copia il look ad Al Capone, la pensionante impicciona, lo scemo del villaggio, il prete conservatore, la paralitica. Ci sembrano macchiette, sì, ma tutte raccontate con attenzione, caratterizzate con una cura quasi felliniana. Questi personaggi si muovono nelle pianure sconfinate della Bassa, a contatto con un mondo semplice e famigliare, ma vagamente sudicio. Le case e la pensione non sono mai tinteggiate di fresco, le vettovaglie stantie, l’osteria ingombra di mosche.

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E’ in questo clima semplice e di poche pretese che nasce la storia d’amore tra Stefano e la giovane nuova maestra, Francesca. Un amore narrato in maniera forse superficiale, sebbene assuma immediatamente toni di importanza capitale. Credo che l’inserimento di questa storia d’amore venga posto a contrasto con l’inenarrabile perversione di Bruno Legnani, il pittore, e alla realtà in cui ha vissuto e che, per certi versi, continua ancora a vivere.

pomposa

Il finale è quanto di più inatteso ci si possa immaginare. Schioccante per moltissimi versi. Io non riesco più a sentire il nome “Laura” senza pensare alla inquietante e turbante scena conclusiva. Scena conclusiva cui lo stesso Avati ha dovuto porre rimedio dopo averla sottoposta ai produttori: la mano che vedete nell’ultima inquadratura, quella sull’albero, è la sua. Una scena girata e montata a parte. Necessaria – a detta dei critici dell’epoca- per lasciare un finale aperto.

Ma un finale aperto non serve. E’ la cieca e cupa disperazione che prende il protagonista a rendere questa conclusione un capolavoro assoluto. E’ l’omertà del paesino dove alla fine tutti si alleano nel nascondere un segreto truce e straziante, che tutti conoscono, ma che nessuno osa guardare alla luce del sole.

E la straziante bellezza d’un’assolata pianura, dove tutto è bello e limpido, rende ancora più forte –quasi per contrasto- la cupezza dell’animo umano.

Rarissimo trovare critiche negative ed impossibile, dal mio punto di vista, farne.

Forse forse sono un po’ troppo splatter e decisamente inutili le coltellate quasi sul finale; probabilmente dovevano rendere un pathos che in realtà realmente non si realizza perché, come spesso accade, sono molto più in inquietanti i film in cui non si versa nemmeno una goccia di sangue di quelli in cui ne scorre a fiumi.

I dialoghi sono ben costruiti così come i personaggi che li animano. Ottimo il ritmo, le musiche, il delizioso “Tema di Francesca”.

Nulla manca a questo film per essere incoronato come miglior thriller-horror (decidete voi il genere, anche se non credo abbia molta importanza) italiano.

Da allora molti ci sono andati vicino ma pochi hanno saputo ottenere lo stesso.

Con buona pace della Bassa, che se ne sta lì, languida, in attesa che qualcuno torni a farla parlare di sé.

Buona visione!

silenzio-in-sala

Tra horror e fantastico: “Il mulino delle donne di pietra”

Articolo di Marilisa Mainardidvdessential.it

Il mulino delle donne di pietra” è un film del 1960 diretto da Giorgio Ferroni e di produzione italo-francese.

Sin dall’inizio si entra in una dimensione fantastica e a tratti melanconica. La maggior parte del film infatti è ambientata in un mulino – i cui interni somigliano però a quelli di un castello – che appare isolato dal resto del mondo. Sarà perché ci si può arrivare solo in traghetto o perché i personaggi che lo popolano sono a dir poco inquietanti.

Il protagonista, Hans (Pierre Brice), porta avanti una tesi di antropologia che prende in esami alcuni aspetti del folklore delle terre fiamminghe. Si ritrova dunque a vivere e lavorare per qualche giorno nella casa (il mulino) di un professore universitario scultore e gestore di una giostra le cui protagoniste sono celebri donne del passato per lo più accomunate da una fine orrenda. Questa giostra, che viene azionata giornalmente in quanto rappresenta una delle attrattive della zona, viene mossa dalle pale del mulino stesso. Ben presto Hans conosce Helfi, la giovane figlia del professor Wahl (Herbert Böhme), la quale però permane per lo più come una figura evanescente.

In realtà Helfi, interpetata da una bellissima Scilla Gabel, si rivela come una donna molto concreta, che sa bene come sedurre Hans che gli cede molto presto. Dopo una notte d’amore però, Hans si rende conto che quella per Helfi è solo una sbandata e si decide, grazie a questo, a rivelare il proprio amore alla dolce Liselotte (Dany Carrel), amica d’infanzia. Sin qui sembra la trama un po’ macabra di un romanzo rosa ed in effetti lo è, per lo meno fino a che, in un successivo momento di passione fra il protagonista e Helfi, la giovane muore, spingendo Hans a sentirsene responsabile.

E’ qui che entra in scena l’elemento fantastico che trasforma questo film horror in un film fantastico. In una specie di sperimentazione un po’ alla Frankenstein, si scopre che Helfi è malata di una raro morbo che la fa morire – spesso e forse persino volentieri- e che per salvarla l’unica possibilità è una trasfusione di sangue dal corpo di giovani donne che, manco a dirlo, trovano la morte. Il geniale professore, senza trascurare la sua indole artistica, trova come originale modo per impedire che le ragazze vengano trovate, quello di usarle come protagoniste della sua giostra.

paololandi.it

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Ed è proprio questo l’elemento più suggestivo del film. La trama in sé e per sé è un po’ scontata, un “già visto”, mentre invece l’invenzione di questa giostra ammanta di surreale ma nel contempo di verisimile la storia narrata. Sono legate proprio a questa le scene più belle del film, sia quando la giostra entra in funzione, accompagnata dal motivetto simile ad un carillon, sia quando, all’atto conclusivo, il mulino va in fiamme e le donne – ormai sentite come corpi vivi e non di pietra, si liquefanno.

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Molto interessante è anche la sequenza nella quale Hans vive una specie di sogno, nel quale non sa se vede realmente o immagina quello che gli accade intorno. E’ una sorta di delirio conseguente al fatto che viene drogato, sono varie scene ben girate in cui l’aspetto onirico si fonde con la consapevolezza dello spettatore di aver capito quanto sta succedendo realmente e che cosa si nasconda nel mulino.

In conclusione, “Il mulino delle donne di pietra” è un buon film, il ritmo è abbastanza alto e i protagonisti rendono abbastanza bene. Sono di certo suggestive la fotografia e la scenografia, cornice perfetta per un racconto del genere.

Buona visione!

Quattro mosche di velluto grigio

Articolo di Marilisa Mainardi

creepyvisions.it

In questo nostro assolutamente non pretenzioso excursus nel cinema horror Made in Italy non poteva mancare un film di Dario Argento.

Quattro mosche di velluto grigio” è un film del 1971; lo si potrebbe definire un thriller, in realtà, e in questo senso lo preferisco di gran lunga a prodotti successivi del regista, nei quali si rasenta lo splatter e il sangue scorre a fiumi.

Il film ha come protagonista un giovane musicista Roberto, quasi a celebrare –manco a dirlo- l’ottima colonna sonora di Ennio Morricone, elemento che non viene mai trascurato nei film di Argento. Questi si muove prevalentemente nella sua moderna casa di città, mirabile esempio di architettura anni Settanta e una specie di porto fluviale, dove va a fare visita a Diomede – chiamato per lo più Dio- interpretato da un ruspante Bud Spencer e l’amico professore, Oreste Lionello, in realtà un coltissimo clochard.

spettacoli.tiscali.it

La prima cosa da dire è che la storia non è esattamente ben scritta. Nel senso che di fronte a capolavori come “Profondo rosso” si avverte una certa assenza di logica che spinge protagonisti e comprimari a comportarsi in una maniera assurda. Ad esempio ci appare molto scontata la fine che farà la domestica visto che decide di dare appuntamento all’assassino in un parco e, per essere proprio sicura di divenire una vittima a sua volta, lo attende fino a tarda sera e percorre strade strette e contorte proprio –evidentemente- per essere ammazzata.

Interessante l’escamotage che dà il via alla vicenda: Roberto è ossessionato da uno strano individuo, un signore di mezza età, molto distinto, che lo segue per la città. Deciso a scoprirne l’identità entra in un teatro deserto e, nel tentativo di liberarsi, lo uccide accidentalmente. Il problema è che la scena viene fotografata da uno strano personaggio mascherato da pupazzo (uno dei topoi dei film horror) che, a quel punto, comincia a ricattarlo. Tornato a casa dalla moglie Nina, con la quale Roberto ha un rapporto a dir poco glaciale, le confessa quanto accaduto e lei, preoccupata, di lì a poco deciderà di andarsene di casa. Roberto si farà allora aiutare dal suo bizzarro amico Diomede che assolderà per lui un investigatore privato famoso per non aver mai risolto un caso che però questa volta si rivelerà estremamente capace pur non facendo in tempo a dimostrarlo a nessuno.

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La sceneggiatura risulta fragile anche perché usando un po’ di logica, l’assassino si comprende sin dall’inizio, a meno che non consideriamo un povero inetto il nostro protagonista, così sciagurato da non chiudere la porta di casa dopo aver visto uccidere varie persone intorno a lui e aver subito minacce. Certo è vero, possiamo anche considerarlo così dato che non è che Michael Brandon brilli per le espressioni sveglie all’interno del film.

Quindi, a fronte di questa pochezza nella sceneggiatura, che sfocia nel surreale con l’antica favola della lettura della cornea per visualizzare l’ultima immagine vista da chi muore e svelare il mistero, va detto che ci sono alcune trovate molto particolari che rendono questo film un buon film.

Memorabile è senza dubbio l’interpretazione di Bud Spencer, l’amico un po’ matto e burbero del nostro protagonista, che si fa sempre più evanescente man mano che si procede nella vicenda. Il personaggio di Spencer, unito a quello del professore suo amico, rendono le scene che li riguardano intrise di una non forzata comicità e di un sapore un po’ alla Avati che alla Argento. C’è qualcosa di molto genuino e famigliare in queste scene, belle anche dal punto di vista della fotografia.

Finalmente c’è anche un bel titolo, appropriato all’opera. E’ sufficientemente intrigante e davvero collegato alla pellicola, un bel richiamo per il pubblico. Il tutto viene incastonato dal rock psichedelico ed eccitante della colonna sonora di Ennio Morricone.

Buona parte del fascino del film potrebbe essere stato legato alle sue vicende distributive: uscendo solo al cinema e non avendo mai avuto un seguito in VHS o DVD ed essendo sparito dalla televisione per ben 24 anni, forse ha goduto di un’aurea mitica che ne ha indorato i contorni, rendendolo più speciale di quello che è.

Detto questo, un film di Dario Argento lo si guarda sempre molto volentieri, anche nelle sue cadute di stile più significative, per cui non posso mal giudicare questo che è comunque gradevole. Piuttosto diciamo che non è fra i suoi migliori e spesso delude nell’agire troppo sciocco dei suoi protagonisti e una trama non particolarmente originale.

Sappiatemi dire se sbaglio e sono troppo cattiva col mio giudizio.

Buona visione!

quinlan.it

Horror ben fatto ed erotismo facile. Le foto di Gioia

Articolo di Marilisa Mainardi
filmtv.itMentre cerco ancora di barcamenarmi nella poetica del maestro del cinema horror, Mario Bava, sul quale ho ancora molte ombre, lo ammetto, parlerò di un film del figlio Lamberto.

Le foto di Gioia” è ben distante dall’essere un bel film ma merita, per certi versi, una trattazione.

Innanzitutto è un film che sa fare paura. E’ vero che la prima volta l’ho visto in tenera età, perciò ero più suggestionabile, ma è pur vero che, rivedendolo ora, ancora non riesco a farmelo del tutto dispiacere. Sarà perché è facile facile, perché a tratti fa ridere pur non volendo, perché tutto sommato è quell’oretta e mezzo di goliardica leggerezza che ben si sposa con le serate estive.

In questo film di Lamberto Bava del 1987 c’è innanzitutto una certa suspense. Purtroppo la si perde un po’ fra i mille lati negativi che ha. Ci sono innanzitutto due scene che fanno restare con il fiato sospeso: quella in cui la protagonista viene inseguita al cimitero e quella in cui l’assassino la segue all’interno dei grandi magazzini MAS di Roma (vero e proprio museo dello shopping d’antan anche attualmente).

Poi che dire, c’è Serena Grandi che invade con la sua carica di casereccio sex appeal e una pessima recitazione un set tutto sommato interessante composto da una bella villa molto anni ’80, la redazione della rivista che gestisce “Pussycat” e l’elemento disturbante del ragazzino voyeur che la spia dalla finestra, fantasticando su di lei.

A ben guardare, anche l’intreccio non è disprezzabile: Gioia, giovane e procace vedova, gestisce insieme ad una fida collaboratrice (Daria Nicolodi) una rivista per soli uomini. Ad un certo punto le sue modelle iniziano a venire uccise una ad una e l’assassino scatta loro delle foto in una sala di posa per inviarle alla protagonista. Lei sa che prima o poi verrà anche il suo turno. Via via che avvengono omicidi, il cerchio si restringe sino a che l’assassino non si rivela a Gioia, in maniera nemmeno troppo scontata e comunque parecchio perversa.

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Se possiamo dire bene di tutti gli altri attori, quella che stona maggiormente è di certo l’interpretazione della protagonista stessa. Al di là della ancora spiccata cantilena bolognese (che ovviamente adoro ma che non è il massimo in un film che non vuole essere narrazione di una città o di un mondo specifico) è veramente pessima in ogni sua espressione. Anche il cameo (se così possiamo definirlo) di Sabrina Salerno lascia molti dubbi; per fortuna Bava la rende efficace perché, al di là di dimenarsi nuda mentre viene attaccata dalle vespe molto altro non fa, con buona pace del pubblico interessato alle sempre perfette curve della Sabrinona nazionale. Comunque, al di là di queste interpretazioni a dir poco discutibili, gli altri attori se la cavano egregiamente. Anche la spesso criticata Daria Nicolodi appare in questo film molto convincente.

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Sono molto interessanti anche le modalità di ripresa in prima persona dal punto di vista dell’assassino, che vede ogni sua vittima come un mostruoso animale. Ricorda un po’ certe modalità di gioco delle console, cosa senza dubbio originale per l’epoca.

Insomma, se ancora le opere di Mario mi sfuggono, devo dire che questo film di Lamberto ha degli sprazzi interessanti e una trama coinvolgente. Non fraintendetemi, non è un bel film. In fondo si tratta di un B-Movie e se Lamberto non avesse avuto i mezzi che aveva di certo oggi lo definiremmo così. Però dico anche che non è tutto da scartare.

Buona visione!

La magia del non-detto. Non si sevizia un paperino

Articolo di Marilisa Mainardi

locandina movieplayer.it

Non posso dimenticare la prima volta in cui vidi questo film. Era l’estate di qualche anno fa: caldo, zanzare, lo scorrere delle auto, il russare dei vicini. Insomma, tipica notte d’insonnia agostana. Ebbene, accendo la televisione nella mia cameretta, scorro i vari canali e tac, mi imbatto in una scena tipica dei film horror. Un bambino, perso in una foresta, viene assassinato da un losco figuro, ovviamente irriconoscibile.

Sono sempre stata attratta dai film horror. Li ho sempre guardati, anche quando ero troppo piccola per non rimanerne impressionata e dormire la notte serenamente. Non c’è nulla da fare, a me l’horror piace. Volevo persino fare la criminologa!

Al di là di questo, il film prosegue e la storia, architettata alla perfezione, mi cattura immediatamente. C’è tensione, c’è suspense, c’è soprattutto il non-detto. C’è questo paesino del sud Italia – Accendura- un luogo ideale, non reale ma tanto simile a uno qualunque di quei posti così.

Mura bianche, vicoli, ponti sospesi fra le montagne, simbolo di una modernità chiassosa in un mondo ancora retrogrado. Aa Accendura si crede nella magia, si è superstiziosi, maligni e nonostante questo ci si raccoglie tutti insieme la domenica, a messa.

Ad Accendura c’è Patrizia una ricca, giovane e bellissima ragazza (Barbara Bouchet) che viene spedita dal padre nel piccolo paese nella convinzione di poterla far vivere lontana dalle seduzioni della grande città contaminata. E arriverà anche Andrea (Tomas Milian) giornalista di nera attratto da un fatto avvenuto nel paese, il rapimento di un bambino con conseguente richiesta di riscatto. Immediatamente scattano le ricerche ma non ci vorrà molto tempo per scoprire che in realtà il bambino è stato ucciso e che la richiesta di riscatto era di certo un depistaggio. Si inizia così una caccia all’uomo, mentre queste immagini vengono intervallate dalla presenza di una donna che infilza con spilloni delle bambole dall’aspetto di bambini e ne seppellisce una. Questo misterioso personaggio è la maciara, interpretata da una sempre meravigliosa Florinda Bolkan. Vive ai margini della società e viene tacciata di essere una strega e quindi emarginata e derisa, mal vista da tutti, soprattutto dalle donne.

rapportoconfidenziale.org

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Purtroppo non posso parlare fino in fondo delle tematiche che lo attraversano perché altrimenti rivelerei il finale e, in questo caso, è bello che lo spettatore arrivi da solo a capire quale storia perversa si celi dietro al velo del perbenismo di Accendura. Posso solo dirvi che il finale non è scontato. E Non lo è soprattutto nell’Italia del 1972.

Posso dirvi che una delle scene più belle e brutali del film è quella in cui la maciara viene selvaggiamente linciata all’interno del cimitero. L’abbacinante bellezza di Florinda Bolkan, la leggerezza delle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, la pruriginosa violenza perpetrata a opera di uomini che non hanno nemmeno il coraggio di finirla ma che la faranno arrivare sino al ciglio della strada, dove macchine di famiglie di vacanzieri la lasciano morire, probabilmente senza nemmeno vederla.

E’ una scena forte, davvero forte. Non lo nascondo. Provo ancora un certo fastidio misto a rabbia e ad indignazione nel vederla. Quindi se non ve la sentite non guardate questo filmato.

https://www.youtube.com/watch?v=LjdKdsdi__Q

Poi c’è la scena dello scandalo, quella in cui una meravigliosa e completamente nuda Barbara Bouchet cerca di sedurre Michele, un ragazzino sui dieci o dodici anni, in una casa ultramoderna che da sola basterebbe come manuale di design d’interni dell’epoca. E’ un erotismo sfacciato e sottile allo stesso tempo, conturbante ed eccessivo ma perfettamente inserito nel contesto.

Insomma, il nostro Fulci è un regista che osa. E osa dall’inizio alla fine, con una coerenza ineccepibile. Osa proponendo un thriller alla tersa luce del mezzogiorno, lo ambienta in un paesino del sud sfiorato dalla modernità ma ancora arroccato in antiche superstizioni, osa coi protagonisti pur non creandone alcuno, legge fra le righe delle piaghe più nascoste di un Italia all’apparenza troppo per bene.

Anche in questo caso, come in molti altri casi, il titolo non rende giustizia al film. Pochissimi ne sarebbero attratti. Ed è un vero peccato perché Lucio Fulci realizza, ritengo, il suo film migliore. E non si tratta solo di un bel film, è soprattutto coraggioso, drammaticamente poetico, storicamente potente.

Come sempre, buona visione!

Una ghost story imperfetta. Un sussurro nel buio.

Articolo di Marilisa Mainardi.

 vecosel.it

“Un sussurro nel buio” è un film del 1976, diretto da Marcello Aliprandi.

Il film, che potremmo definire una ghost story con tutti i crismi, racconta di Martino e del suo amico immaginario o, per meglio dire, del suo mai nato fratello Luca, compagno di giochi e complice di scherzi, che non lo abbandona mai. La famiglia, turbata dall’atteggiamento di questo bambino, talvolta lo asseconda e talvolta lo rimprovera, senza però sortire alcun effetto. Le complici sorelle paiono vedere Luca come lo vede Martino; la madre, afflitta dai sensi di colpa, non nega ma nemmeno comprende fino in fondo; il padre gli farà iniziare una cura con uno psichiatra il quale poi verrà trovato morto proprio all’interno della villa.

Questo è, grossomodo, tutto quanto c’è da dire sulla trama del film.

Non accade davvero nulla.

L’idea di fondo del regista era probabilmente quella di permeare il film di una certa tensione che però non riesce a sostenere, banalizzandola in episodi perfettamente spiegabili con razionalità. Memorabile è, per esempio, l’attacco isterico che coglie l’amica americana, in preda a grida da sgozzamento e con il seno al vento a causa di una rana.

Al di là di questo, sembra un tentativo piuttosto naif di creare una grande ghost story sull’esempio di “The others” o di “Suspanse” (di cui parleremo a breve); tentativo mancato per l’assenza di thrilling.

Depongono a favore di questo film – ed è per questo che merita di essere visto- tre componenti.

Innanzitutto, la spettacolare ambientazione. Si tratta di villa Condulmer di Modigliano Veneto, in provincia di Treviso che oggi è stata trasformata in un hotel di lusso. Ebbene, questi ampi spazi, ariosi e allo stesso tempo austeri, lo splendido giardino con il lago e le vetrate dal gusto liberty creano una cornice perfetta per ospitare quest’inquietudine imperfetta.

La villa fa da sfondo alla scena che, a mio parere, è l’unica inquietante del film: si decide di ospitare una festa di carnevale per i bambini poveri e ad essi si mescolano gli adulti. Tra le musiche e le maschere con bautta si percepisce un effetto straniante e la sensazione di essere osservati e che qualcosa di terribile debba accadere da un momento all’altro.

Manco a dirlo, non accade assolutamente nulla, ma la scena merita tutto il film.

bmoviezone-wordpress-com

Un’altra menzione deve essere fatta per la colonna sonora che viene firmata dall’eccellente Pino Donaggio, il quale probabilmente non si aspettava di avere tanto successo nel campo cinematografico ma considerate che subito dopo questo film verrà chiamato da Brian De Palma per “Carrie”. Sebbene la colonna sonora ricalchi grossomodo quelle che andavano di moda per questo genere di film, appare davvero ben fatta, soprattutto quella nenia che di tanto in tanto si sente e che sottolinea i momenti in cui la tensione è più Ed infine, va citata l’interpretazione di Alessandro Poggi, Martino nel film. Oltre a recitare oggettivamente molto bene la parte sembra essere nato appositamente per interpretarla. I suoi occhi, se da un lato esprimono pathos e inquietudine, dall’altro celano una calma imperturbabile, solo di rado sfiorata dalla preoccupazione o dalla paura. Davvero notevole.

bmoviezone-wordpress-it

Ebbene, questo “Sussurro nel buio” merita di essere visto. Se non altro per questi tre elementi e perché credo che il cinema di quegli anni vada riscoperto e studiato. Sarebbe bello poter trarre spunto da queste pellicole per poter riavviare un tipo di cinema che in Italia non si fa più o lo si fa raramente e non sempre bene. Vediamola un po’ come Newton che disse che tutto ciò che ha potuto vedere è perché si trovava ad osservarlo da sopra le spalle di giganti.

Dove comincia la notte

Articolo di Marilisa Mainardi

In ogni sistema c’è un punto

Che non si riesce a spiegare

Con gli elementi del sistema stesso”

(K.Godel)

Immagine dal sito www.cb01.eu
Fonte immagine: www.cb01.eu

Molti devono essersi scordati di questa frase d’apertura. Si trova proprio lì, in coda alla sigla di testa. Ed è sin da qui che si ha la chiave per il finale, la soluzione del giallo. Godel, tra i più grandi matematici del Novecento, ha lavorato a lungo per dimostrare la non sufficienza delle materie scientifiche a spiegare ogni lembo del creato. Si apre così “Dove comincia la notte” pronto a trascinarci in un contemporaneo ritorto nelle vicende di un passato che tutti sembrano far fatica a dimenticare.

Maurizio Zaccaro decide di ambientare il suo primo lungometraggio (per il quale ha vinto il David di Donatello come miglior regista esordiente) a Davenport, grigia città dell’Iowa.

Il padre di Irving, il protagonista, muore all’improvviso durante la notte e il figlio viene chiamato a sbrigare le ultime faccende legate alla vendita della grande casa in cui aveva vissuto da bambino, prima del divorzio dei suoi genitori. E’ evidente che non sarebbe voluto tornare e che comunque, dovendolo fare, vuole trattenersi poco.

Irving e la madre se ne sono andati diversi anni prima, in seguito allo scandalo che coinvolse la loro famiglia. Il padre Nat, professore di mezza età, intreccia una relazione sentimentale con una delle sue alunne, Glenda Mallory, e si arriva a vociferare che la ragazza sia addirittura incinta. Glenda però verrà trovata suicida qualche giorno dopo le vacanze natalizie, in una cittadina lontana svariati chilometri da Davenport.

C’è chi dice però che Glenda, in realtà, non sia affatto morta e che abbia convissuto con Nat, chiusa nella casa insieme a lui, sino a che l’uomo non è morto e che ora ancora vi si nasconda. E Irving non impiega molto tempo a capire perché. La vecchia villa, incantevole ed inquietante allo stesso tempo, è cosparsa di indizi della presenza di lei. Il padre prende appunti su ciò che Glenda fa ai margini di un libro stampato dopo la morte della ragazza; compare uno smalto ancora fresco sebbene la ditta non lo produca più da anni; viene riferito che una donna ha chiamato l’ambulanza la notte in cui Nat è morto; decorazioni natalizie inesistenti tintinnano mosse dal vento. Tutto riappare come quella volta, quella prima volta in cui Glenda e Nat sono rimasti soli.

Alla fine è tutto così chiaro che ce ne convinciamo anche noi. Glenda c’è. Glenda è lì. Glenda è viva!

Eppure no.

Alla fine è tutto molto chiaro. L’intera vicenda viene spiegata con una chiarezza che non lascia alcun spazio all’immaginazione.

Fonte immagine: www.moviespicture.org
Fonte immagine: www.moviespicture.org

Il soggetto e la sceneggiatura sono di Pupi Avati. Un gigante che permea di allure noir e melanconia questo bel film. Come detto, l’ambientazione è tutta americana ma tutto sommato si nota poco, la vera protagonista è la casa, simile a quella de Il nascondiglio, per certi versi. E’ già protagonista nella sigla, nella quale si sussegue una scarna per quanto ammaliante successione delle planimetrie dell’abitazione, accompagnate dalla composizione con piano e archi di Stefano Caprioli. Il tema è la versione musicata di una poesia di Emily Dickinson: “ ‘T was a such a little, little boat” che narra di una piccola barca, attratta dal mare “galante” e di un’onda gelosa che la allontana dalla costa e la barca si perde (distrutta?).

Ciò di cui lo spettatore non si rende conto ad una prima visione è sin dall’inizio ha tutti gli strumenti per capire il mistero. Certo, sono riferimenti delicati, sottili, non scontati. Ma esistono e fanno apprezzare un insieme davvero molto ben fatto e gradevole.

Memorabile la sequenza finale, accompagnata nuovamente dal Tema, in cui Irving rimette a nuovo la casa e lo spettatore resta di sasso, intento a porsi domande e a guardarsi le spalle, quasi certi che Glenda in fondo non ci abbia mai davvero lasciati soli durante la visione del film.

Fonte immagine: www.spettacoli.tiscali.it
Fonte immagine: www.spettacoli.tiscali.it

Questo film ha qualche pecca. Ovviamente.

Più nella distribuzione a mio parere che in altro.

Ad esempio, il trailer in italiano era davvero ben fatto ma la locandina non aveva assolutamente nulla a che fare con la trama (mostrava una porta schizzata di sangue, una chiave, una mano brandente un coltellaccio grondante a sua volta sangue. Ebbene, nel film non ce né una goccia). Il titolo non è molto intuitivo, ho cercato di farmene una ragione trovando una coerenza con la trama; l’ho trovata ma sono io la prima a non esserne del tutto convinta.

Ho letto anche qualche commento sulla scarsità e l’inespressività di Tom Gallop, il protagonista. Mi sono chiesta anche io varie volte se fosse adeguato al ruolo e non mi sentirei di dire di no. Irving in fondo è sempre stato vittima di una madre che lo ha costretto sin da bambino ad odiare suo padre, una donna la cui presenza pervade il film, pur non comparendo mai. Non trovo nemmeno delle inconcludenze o degli errori nella trama, anzi, mi sembra tutto molto chiaro, semmai non è immediatamente intuibile per questo forse ad una prima visione può sfuggire.

D’altra parte, qualcosa sempre sfugge quando la si vuole incatenare.