“Enemy” – Quando un film è alta letteratura

Articolo di Giorgia Loi

 

Le parole “tratto dal romanzo di Josè Saramago” mi sono bastate per decidere che sì, avrei guardato “Enemy”, questo film inserito tra le novità nella sezione on demand del mio abbonamento tv.

Non si tratta certamente di un film leggero, d’intrattenimento. Principalmente perchè è un film che può apparire basato sulla trama fino ad un certo punto, ma poi si rivela fortemente concettuale.

La trama ruota intorno al momento in cui la vita di un docente universitario di storia politica viene scossa irrimediabilmente dalla scoperta di avere un sosia, identico nel corpo e nella voce, in un attore di serie c-per non dire z.

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La scoperta diventa per lui un’ossessione, che lo porta a mettersi in contatto con l’altro lui e la moglie di questi. L’ossessione contagia tutti, i quali sono spaventati e disperati nell’apprendere la notizia dell’esistenza di due persone identiche.

Ma perchè la scoperta di un sosia dovrebbe essere qualcosa di diverso da un divertente momento “Ehi, guarda un po’!”? Stiamo veramente parlando di un sosia?

Oppure stiamo facendo un destabilizzante viaggio all’interno della psiche di un solo uomo, che ha “sdoppiato se stesso” perchè non è in grado di affrontare la propria vita?

Molti gli indizi che portano a propendere decisamente verso questa spiegazione, sebbene il film, come normalmente avviene in un romanzo di alta letteratura postmoderna, non fornisce una risposta completamente esplicita.

Dobbiamo prestare attenzione ai dettagli, ed in particolare alle reazioni della moglie del sosia/attore ed alla madre del sosia/professore, per darci conferma di questa interpretazione.

Far caso alle menzioni che l’attore fa del proprio lavoro di attore; ricordarsi di far caso ai mirtilli; guardare bene cosa succede quando la moglie del sosia/attore va a trovare il sosia/professore all’università, e notare le scelte registiche quando, dopo l’incontro, lei decide di telefonare al marito; ascoltare cosa dice la madre del professore rispetto alle condizioni di vita del figlio, ed al suo lavoro. Dobbiamo prestare attenzione a quanti mesi sono passati dall’ultima volta che sosia/attore ha avuto contatti con l’agenzia casting che lo impiega, ed ai mesi di gravidanza della moglie.

La regia è, oserei dire, perfetta (questo film ha il regista in comune con “Arrival”, Denis Villeneuve, che non è altri che il regista del nuovo Blade Runner in uscita: sapere che il film è in mano sua mi aiuta ad avere fiducia anche in questa operazione che inizialmente non mi convinceva, devo dire.).

Sebbene ad una seconda visione, o semplicemente ad un’analisi accurata alla ricerca della spiegazione, ci siano tutti gli elementi ben in vista, fino alla fine, caratterizzata da un enorme ragno momento WTF, si riesce a seguire il film come se fosse una sorta di thriller.

In realtà, e per giungere alla conclusione che esiste un solo uomo, che avrebbe voluto fare l’attore ma la sua carriera non è decollata, per cui si è rassegnato a fare il docente, e che ha una grande passione per le donne, ma si è sposato e aspetta un figlio e quindi deve tentare di dare un freno ai propri istinti, ammetto di essermi fatta aiutare da alcune interpretazioni del film trovate online, che mi hanno anche aiutato a capire come l’immagine del ragno sia una metafora chiave.

Ragno gigante che, ad un certo punto, si vede sormontare i palazzi di Toronto, città in cui è ambientata la pellicola, in quello che è forse il primo momento in cui si ha conferma che si sta guardando qualcosa di più di un fanta-thriller.

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Ragno, che, in un incubo, porta il corpo di donna; ragno che, di fatto, rappresenta la donna, nella mente di quest’uomo fragile, insicuro ed immaturo.

Le donne della sua vita sono una madre, una moglie incinta, ma anche un’amante, che non è la prima nè l’unica (cosa a cui sia la moglie che la madre alludono), e potenzialmente qualsiasi donna attraente passi di lì.

La donna fa paura, perchè come un ragno tesse una tela. La moglie, a quel punto, diventa il ragno che con la propria rete ha intrappolato questo uomo insetto,un po’ kafkiano.

Le altre donne del mondo, a loro volta, tessono le proprie tele nelle quali lui potrebbe cadere, e sente di non poterci fare nulla.

“Lui”, che si è sdoppiato in un marito amorevole, che però ha coltivato il proprio sogno di essere un attore, ed in una persona che ha scelto responsabilmente di fare l’insegnante perchè il suo sogno di fare l’attore non paga, ma in compenso è libero di avere relazioni non impegnate con le donne.

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Non si tratta, credo, di personalità multipla, ma semplicemente di un’elaborata operazione di fuga funzionale dalla realtà, e quello a cui assistiamo nel film è il ritorno alla presa di coscienza dell’essere uno, con tutti gli obblighi e le “reti” che la vita ha costruito intorno a lui.

Le due personalità si ricongiungono in un finale in cui, allo stesso tempo, risulta evidente come l’uomo riunificato che ne risulta non sarà mai in grado di uscire dai circoli viziosi che hanno caratterizzato e rovinato la vita sua e della sua famiglia.

Un film da vedere, capire, rivedere con attenzione, ed apprezzare realmente.

Io, intanto, vado a comprare il libro!

“La forza del campione”. Il presente come forma tangibile di felicità

Articolo di Andrea Vallese

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 Il film di cui parlo in questo articolo in Italia non è mai uscito al cinema. E’ una pellicola del 2006 che nel nostro paese è uscita in DVD solo nel 2010. Io sono arrivato a conoscerlo guardandolo su Youtube, grazie alla gentile segnalazione di un’amica. E’ un peccato che la maggior parte della gente non lo conosca, se non altro per il grande messaggio umano ed esistenziale di cui è portatore.

La Forza del campione” di Victor Salva, in originale intitolato Peaceful Warrior (titolo decisamente migliore, come spesso accade nelle traduzioni inglese-italiano) è tratto dal romanzo semi-autobiografico di Dan MillmanLa via del guerriero di pace”. Dan (Scott Mechlowicz) è un giovane e molto promettente ginnasta, in procinto di partecipare alle Olimpiadi, che conduce una vita apparentemente felice. Bello, ricco, promettente negli studi, circondato da amici, attorniato da ragazze, passa la sua vita tra allenamenti e feste, impegnandosi, anima e corpo, ad essere sempre un vincente, il numero uno. Nonostante tutto, c’è qualcosa che lo turba e non lo fa dormire. Nei suoi vagabondaggi notturni incontra un anziano benzinaio che ha, però, un’ottima capacità atletica (insieme ad una non comune dialettica), cosa che cattura l’attenzione di Dan. Quest’uomo (magistralmente interpretato da un grande caratterista come Nick Nolte), dal nome fittizio Socrate, obbligherà il giovane atleta a porsi dei seri interrogativi sul reale significato della sua vita, appesa unicamente al raggiungimento dei suoi obiettivi agonistici. Attraverso un allenamento interiore, riconducibile ad una filosofia Zen, ma con un approccio più pragmatico, Dan impara ad assaporare il valore delle piccole cose che gli succedono intorno e ad apprezzare la vita per quello che è. Nel momento in cui Dan subisce un incidente motociclistico tale da compromettere la sua carriera olimpionica, egli riuscirà, con l’aiuto di Socrate, a lavorare sul superamento della mania del controllo degli eventi e a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni del momento. E sarà così che, nonostante lo scetticismo di tutti, Dan riuscirà a gareggiare alle Olimpiadi.

La bellezza di quest’opera sta nel rapporto “insegnante-discepolo” che si crea tra i due protagonisti. Come il suo famoso omonimo, Socrate utilizza il dialogo e frasi brevi, ma incisive per permettere a Dan di cambiare la sua prospettiva di vita. Un’espressione che mi ha particolarmente colpito è “elimina la spazzatura dalla tua vita”, dove per spazzatura s’intende tutti quei pensieri, timori e sensazioni (spesso indotti da altri) che influiscono sul pensiero e sull’azione del singolo, impedendogli di viversi la vita attimo per attimo. Credo che sia questo il significato dell’essere un “guerriero di pace”, ovvero sapersi battere per trovare l’amore e la felicità in ciò che si fa. Infatti, per gli antichi greci, il concetto di felicità è riconducibile ad uno stato d’animo di tranquillità, di pace.

Questo film, anche se non ha un grande peso cinematografico, è un manifesto importante del “qui ed ora”, un concetto a cui, a mio parere, la gente non presta la dovuta attenzione. Se ci si pensa questa cosa è alquanto bizzarra, poiché il “qui ed ora”, ossia il presente è ciò che abbiamo sempre vicino. Eppure l’uomo ripone troppa attenzione nel passato e nel futuro, forse perché crede che abbandonandosi ad un bel ricordo (che non c’è più) o immaginando la realizzazione di un sogno (le cui variabili sono molteplici e in balia degli eventi) si possa trovare la felicità. E’ solo il presente, però, l’unica cosa che possiamo toccare con mano, ma l’unico modo per farlo è vivere, nel senso di essere capaci di percepire il tempo come successione illimitata di istanti in cui si svolgono gli eventi, tutti portatori di diversi stati d’animo. Il presente è percezione sensoriale e solo dando valore alle nostre sensazioni che possiamo trovare la strada per un’esistenza serena e felice.

A tempo debito

tempodebitoSegnaliamo un’interessante proiezione per gli amanti della settima arte.
In occasione della 22ma edizione del Festival Visioni Italiane, il prossimo venerdì 26 Febbraio alle 16.30, presso la Cineteca di Bologna potrete vedere “A tempo debito” (Italia/2015) di Christian Cinetto, film che illustra il dietro le quinte di una produzione cinematografica in carcere e l’incontro tra 15 detenuti di 7 nazionalità diverse attraverso lezioni di recitazione e di sceneggiatura.

Si è portati a pensare che i film ambientati in carcere parlino di carcere, di sbarre, di violenza, di soprusi.

Da un documentario ambientato in carcere ci si aspetta di vedere il lato oscuro di un luogo, di sentire parlare i detenuti sulla libertà o sulla presunzione di innocenza.

Tutto ciò è comprensibile, è anche confortevole come esperienza di spettatore allenato.

Eppure “A tempo debito” ha molto poco di tutto ciò.

Chi vorrà vederlo dovrà essere disposto ad uscire dalla sala facendosi delle domande scomode.

Non sul carcere, ma su se stesso.

81 minuti che cambiano la prospettiva.

Buona Visione!

H2Odio

Articolo di Marilisa Mainardi

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L’ultima volta in cui ho letto qualcosa su Alex Infascelli ero al mare, sdraiata mollemente sul lettino e con Vanity Fair in mano (Sì, leggevo Vanity Fair!). L’articolo parlava di un uomo deluso dal cinema italiano, relegato al ruolo di comparsa dopo essere stato una grande promessa e attualmente gestore di un ristorante o cameriere, non ricordo.

La cosa mi aveva fatto tornare in mente un film che avevo visto qualche tempo prima e che non mi era dispiaciuto, sebbene avesse elementi poco chiari e perfino assurdi. Me ne sono ricordata, ma non l’ho riguardato. Non subito per lo meno. H2Odio era di certo fra quei film di cui avevo deciso di parlare nel momento in cui ho cominciato a scrivere per questo blog e, finalmente, complici le vacanze natalizie, ho potuto rivederlo.

Veniamo al dunque. H2Odio è il terzo – e ultimo- lungometraggio di Alex Infascelli, come già detto, approdato al cinema come luminosa promessa di cui nel tempo la luce è diminuita fino a rivelarsi meteora. Oggi, pur non avendo abbandonato la regia, si occupa per lo più di video musicali, e per ora pare abbia concluso la sua avventura con il cinema vero e proprio.

Questa è la componente n.1 per cui parlerò – come già molti hanno fatto – di questo film. La componente n.2 è altrettanto interessante e riguarda il modo in cui la pellicola venne distribuita. In effetti, parlando di distribuzione e pellicola siamo imprecisi perché H2Odio fu dato al mondo come DVD in allegato a La Repubblica e L’Espresso, nel 2006 con lo slogan “dal 3 maggio in nessun cinema”.

Questo rese il film sin da subito interessante e spinse molti a vederlo.

La vicenda narrata è in sé e per sé piuttosto semplice: una ragazza invita a passare quattro amiche su un’isola di sua proprietà, durante il soggiorno dovranno seguire una dieta a base di acqua e radici di liquirizia per purificarsi e ritrovare se stesse. Quello che non si intuisce subito è che la nostra protagonista, Olivia, sia affetta dalla sindrome del gemello evanescente e che questo l’abbia condizionata per tutta la vita. Olivia esprime sin dall’inizio il motivo per il quale si trova lì: liberarsi di quell’ombra che la perseguita da tutta la vita. Tutto è dominato dall’acqua, sia che essa ci sia – in bicchieri, lavandini, nel lago- sia che essa non ci sia e induca le cinque protagoniste alla disperazione.

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Inizia quindi un percorso fatto per la maggior parte di allucinazioni ed eventi violenti, vissuti da Olivia e dalla sua gemella Helena che, un po’ portate dalla follia e un po’ dall’esasperazione del digiuno, uccidono le ospiti una ad una.

Come si evince da questa narrazione, penso che essa rappresenti l’unica debolezza del film. Con questo intendo dire che, se l’idea di base può essere interessante, forse lo sviluppo è stato debole. Ci sono elementi che imbruttiscono il tutto perché, se possiamo essere d’accordo che un certo grado di allucinazione e di incredibilia possa essere tollerato, ci riesce difficile pensare ad una madre che si suicida perché la figlia ha “risucchiato” (non saprei in che altro modo dirlo) il gemello evanescente concepito insieme a lei. Allo stesso tempo ci appare quanto meno singolare ed inutile che madre e figlia sentano il bisogno di scambiarsi effusioni e baci saffici.

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Detto questo, si deve aggiungere il gradevolissimo cammeo di Mario Coruzzi, nel ruolo del medico e di Carolina Crescentini, la madre della protagonista, che emaciata e tragica al punto giusto, compie una bella interpretazione.

H2Odio è, per moltissimi versi, un film di nicchia. E come spesso accade ai film complessi o un po’ diversi dai canoni viene spesso criticato. Il mio parere è comunque che sia stata realizzata un’opera interessante e che meriti di essere vista, seppure con tutti i limiti che essa contiene.

Buona visione!