“Blade Runner 2049 “- Una conversazione tra un lui ed una lei, dopo la visione.

 

Lui: Andrea Roversi; Lei: Giorgia Loi

ATTENZIONE: SPOILERS!

LEI: Bene, abbiamo visto Blade Runner 2049… parliamone!

LUI: Se vogliamo parlare di Blade Runner 2049, per prima cosa penso dobbiamo dire due parole sul fatto che si pone in continuità con il primo Blade Runner, che è un film ambientato in un futuro iper- tecnologico, dove però si fa a meno di tutti gli “eccessi” del genere fantascientifico. Non ci sono navi spaziali, alieni, laser, battaglie, esplosioni, nè altri concetti fantascientifici più estremi, come i viaggi nel tempo e cose simili.

Blade Runner costruisce, invece, un tipo di realtà distopica molto più simile alla nostra, come se, in un futuro non molto lontano dal nostro, qualcosa fosse andato in una direzione particolarmente sbagliata e l’umanità avesse imboccato un sentiero cupo, scuro, esistenzialista, pessimista.

Il film originale ha plasmato in qualche modo l’immaginario collettivo e, sebbene abbia avuto un successo tardivo, qualche anno dopo la sua uscita nei cinema è diventato un film di culto.

Ha plasmato l’immaginario del cosiddetto Cyberpunk, prendendo dalla letteratura di Philip Dick, ma anche di William Gibson, qualcosa che ai tempi era particolarmente di nicchia.

Quindi, ci troviamo di fronte ad un’umanità senza grosse speranze, un mondo cupo e governato dalle multinazionali e dalle mega-corporazioni, in cui l’uomo singolo non ha più la minima importanza (non siamo poi così lontani da questa cosa..).

Dove, paradossalmente, l’umanità sembra aver esaurito tutte le sue risorse, emerge, come prossimo step dell’evoluzione, qualcosa di non umano, che diventa però più umano dell’umano stesso: una creatura artificiale, il replicante, che non è propriamente un robot né un androide, riconducendosi ai topoi della fantascienza, ma una sorta di umano clonato e replicato in laboratorio.

LEI: Però, sia nel primo che nel secondo film, non sono riconosciuti come “più umani degli umani” dalla società. Questa è una riflessione che viene lasciata al pubblico; anzi, è proprio tutto il punto della riflessione, ma anzi nella società sono gli emarginati.

LUI: Certo, sono una sorta di scampoli dell’umanità, che vivono in questa società situata virtualmente in America, che è una sorta di meltin’pot di qualunque tipo di etnia, dove si parla questa lingua che è un insieme di cinese, giapponese ed inglese.

Sono degli strumenti, delle macchine, vengono usati per fare i lavori che gli uomini non farebbero più, sono cittadini di seconda classe, tanto che nel film originale hanno una data di scadenza, possono vivere soltanto 4 anni, dopodichè si auto- spengono..ed alcuni, ovviamente, non accettano questa condizione di schiavi. 

Il film successivo si svolge, credo, 30 anni dopo dopo il primo.

LEI: Sì, mi sembra che sia in linea con la timeline effettiva: girato 30 anni dopo ed ambientato 30 anni dopo..

LUI: Il primo mi sembra si svolgesse nel 2019, e questo nel 2049

LEI: Pensa, Blade Runner era ambientato nel 2019… tra due anni da oggi!

LUI: Direi che abbiamo sbagliato qualcosa..!

LEI: Come tecnologia non ci siamo molto, ma d’altra parte abbiamo sorpassato anche il primo “Ritorno al futuro”! Gli sceneggatori erano stati molto ottimisti, dal punto di vista tecnologico! A livello di società, invece, non lo so..

LUI: Paradossalmente alcune cose, a livello tecnologico, sono irrealizzabili oggi come oggi, ma altre sono in realtà molto più avanzate rispetto ad alcune previsioni della fantascienza!

LEI: Nel senso che gli sceneggiatori avevano ipotizzato una società già completamente “ottimizzata” dal punto di vista tecnologico, cosa che invece non è successa. In particolare, non abbiamo le macchine volanti!

LUI: Fra l’altro, sono stati girati anche dei corti su Blade Runner, se uno volesse avere una visione storica di quello che è successo nei 30 anni che separano le due pellicole.

LEI: Ah, tu li hai visti, vero?

LUI: Sì, ma non è assolutamente necessario vederli, se non per avere un’idea vagamente più chiara del passato, di questa società futurista che se la passa ancora peggio di come se la passava nel primo film.

Anzi, penso che per quanto sia sostanzialmente consigliabile vedere il film originale di Ridley Scott, questo è un film che riesce a camminare molto sulle proprie gambe, è completamente guardabile ed apprezzabile anche senza aver visto nient’altro prima.

LEI: Sono d’accordo

LUI: Magari qualche punto di domanda potrebbe rimanere…

LEI: Secondo me no. Cioè, i personaggi sono assolutamente inquadrati nella storia senza bisogno di premesse, compreso quello di Harrison Ford, “preso” direttamente dal primo film. Poi è evidente che, avendo visto il film precedente e conoscendo esattamente la storia del suo personaggio, ci si può emozionare molto di più nel vederlo “tornare”, però non è necessario.

LUI: Tra l’altro, penso che Blade Runner 2049 sia collegato in modo molto intelligente e per niente scontato col film precedente. In modo molto organico, in modo che non sembri una forzatura: per essere il sequel di un film di culto, per essere quello che si potrebbe considerare come un’operazione prettamente commerciale, questo è davvero tutt’altro che scontato.

Guardandolo, non sembra affatto che abbiano voluto fare questo film per sfruttare un brand conosciuto, ma semplicemente perchè c’era un’altra storia da raccontare.

LEI: Oppure era arrivato il momento di raccontare nuovamente quella storia con occhi diversi, in qualche modo.

LUI: Sì, anche se la storia è diversa..

LEI: È diversa, sì, ma ha chiaramente dei grossi punti in comune, in quello che ti arriva a dire alla fine. In particolare, nella riflessione su cosa vuol dire essere “umano”, che poi è il fulcro emotivo di entrambi i film, quello che ti rimane addosso, quello per cui, secondo me, il primo film è diventato così importante, ed il motivo per cui questo film..è così bello!

LUI: Sì, il fattore filosofico, il messaggio dei film, è un messaggio profondo ed importante su cosa significa essere umani, e rappresenta uno dei punti centrali della pellicola stessa, ma non è poi l’unico aspetto che rende questi film così memorabili.

Li rende memorabili anche ad esempio il fatto che siano fondamentalmente dei noir futuristici, film lenti e riflessivi che in qualche modo, in questa loro lentezza, ti immergono totalmente in questo mondo; dal punto di vista sonoro, dal punto di vista visivo, ogni frame della pellicola è imbevuto della personalità di questa realtà senza speranza del futuro, che è veramente maestosa dal punto di vista visivo, e perfettamente riconoscibile..

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LEI: ..sì, “perfettamente riconoscibile”, infatti una delle cose che ho notato in maniera particolare è proprio che la sensazione, quando si entra con le macchine volanti nella città, è proprio la stessa rispetto al primo film, sebbene le tecnologie utilizzate per gli effetti speciali siano molto diverse. E’ stato bravissimo il regista Villeneuve, che comunque abbiamo già apprezzato di recente in altri lavori, ad utilizzarle..

LUI: ..in modo non invasivo.

LEI: In modo poetico, mi viene da dire! Non mi viene in mente un termine migliore per descrivere le inquadrature dall’alto che dominano la prima mezz’ora di film. Quelle immagini sono qualcosa di straordinario… Voglio dire, io di solito non mi focalizzo molto su queste cose, ma lì è pazzesco, è stupendo!

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LUI: Mi viene in mente il confronto con un altro film che ho visto ultimamente, che è il remake di “Ghost in the shell” con Scarlett Johanson, di cui non mi ricordo neanche chi sia il regista. Partendo dal materiale di base, ovvero l’anime da cui è tratto, si penserebbe che possano essere due film simili… possano! Ma invece quel film è stato fatto nel modo più sbagliato possibile, e per fortuna Blade Runner non è stato realizzato così!

In Blade Runner 2049 sembra veramente che gli effetti speciali siano al servizio della storia, mentre nell’altro prendono il sopravvento, al punto che sembra che il film voglia soltanto dire “Who! Guarda quante cose pazzesche riusciamo a farti vedere di questo futuro, anche se non sono assolutamente necessarie!” senza creare atmosfera, ma sommergendoti di input di ogni tipo, e dando solo l’impressione di trovarsi in un luna park di effetti speciali. Vabbè, ma questo è un altro film.

LEI: Che tra l’altro non è consigliato guardare, a questo punto..

LUI: No, decisamente no.

Tornando a Blade Runner 2049, abbiamo detto che è un noir, il protagonista è sostanzialmente un protagonista unico, Ryan Gosling, che direi sia stata un’ottima scelta per il film, perchè ha proprio la faccia da replicante…

LEI: Ha la faccia da replicante, però in versione cucciolotto triste..

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LUI: …che non sta capendo cosa gli sta succedendo…

LEI: …che vorrebbe essere qualcosa di più.

LUI: Però è molto bravo, perchè, nel non esprimere una grandissima gamma di emozioni (perchè di fatto non lo si vede spesso esprimerle, nel film,non ride, non piange..) riesce comunque a trasmettere, pur interpretando un personaggio non umano, delle sensazioni molto umane, che sono spaesamento, desiderio di trovare un significato in quello che si sta facendo, curiosità ed anche probabilmente voglia di essere accettato, voglia di essere amato…

LEI: …voglia di essere umano…

LUI: …pur non essendo sicuro del fatto che sia possibile per lui, per via del modo in cui è stato progettato.

Ed è un po’ l’unico personaggio principale del film.Per il resto il cast non è molto numeroso, e gli altri ruoli, per quanto incisivi, sono quasi tutti di contorno rispetto al viaggio, sia metaforico che fisico, che compie il personaggio di K…

LEI: …Joe!

LUI: No lui è K! Ma tu lo chiami Joe, e allora parliamo del personaggio che a te non ha convinto..

LEI: ..sì, via, parliamo dell’ologramma!

LUI: Secondo me, in realtà, per quanto non sia l’aspetto che colpisce di più del film, ho capito perchè ce l’hanno voluto mettere: perchè in qualche modo K, in una società che non lo accetta per quello che è, cerca di essere accettato, di essere benvoluto. E perquesto si ritrova ad avere una relazione con quello che è un programma per computer, che in qualche modo è meno sofisticato rispetto a quello che è lui. E paradossalmente fa la stessa cosa che fanno gli umani con i replicanti..

LEI: ..non lo so, e se invece lo facesse perchè, visto che non viene incluso nella società degli umani, si domanda se allora non sia invece più simile a lei, che è una macchina, e per cui si sentisse così vicino a lei, anche se “lei” non esiste?

LUI: Può essere. Lei è un software. Lui non è un software, non è un computer, infatti il dubbio sul fatto che i sentimenti che sembra provare l’ologramma nei suoi confronti siano semplicemente parte della sua progettazione vengono, secondo me.

LEI: Decisamente!

LUI: E nel momento in cui, quando sta per finire il suo percorso, vede l’ologramma enorme della pubblicità del software, secondo me si rende un po’ conto di aver riposto i suoi sentimenti in quello che è sostanzialmente uno smartphone, ma un po’ più evoluto. E’ un momento molto triste!

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LEI: Sì, infatti, ma per l’appunto quello è il momento della presa di coscienza definitiva, perchè quando vede l’enorme ologramma uguale alla “sua amata”, diciamo, lui ha già scoperto più o meno la verità della propria storia. Senza bisogno di raccontare la trama nel dettaglio, tra le cose che gli sono state dette, e che secondo me è uno dei fulcri anche del suo percorso..

LUI: SPOILER!!!

LEI: …chiedo scusa, spoiler!

Dicevo, gli è stato “rivelato” che, per un androide come lui, l’unico modo per “diventare realmente umano” è sacrificarsi in nome dell’umanità.

Quando vede l’enorme ologramma, è il momento in cui capisce che dovrà farlo, ma anche il momento in cui consapevolmente decide di farlo, perchè si rende conto di essere dal lato dell’umanità, decide di voler essere umano.

LUI: Dici?

LEI: Dico!

LUI: Ma si sacrifica per gli altri replicanti, non per gli umani!

LEI: Sì, perchè in questo modo il suo sacrificio rende il replicante, se stesso come simbolo di tutti i replicanti, umano. Quindi non lo fa “per l’umanità” intesa come “gli uomini”, ma per “rivendicare la propria umanità”.

A quel punto capisce di non aver più bisogno di andare a cercare l’ologramma, perchè, grazie al percorso che l’ha portato fin lì, non si sente più il reietto che la società l’aveva sempre fatto sentire.

LUI: Se ci fai caso, l’ologramma per tutto il film non fa altro che dirgli tutto quello che vorrebbe sentirsi dire, perchè -SPOILER!- nel momento in cui sta indagando sul figlio di Deckard e di Rachel, l’ologramma gli dice “Ah, allora sei tu! Sei tu per forza!”, e lui arriva a crederlo.

LEI: Sì, perchè lui ha il bisogno di sentirsi più speciale di come si stia sentendo.

All’inizio del film non pensa di poter essere speciale per quello che è, per cui desidera essere lui l’unico figlio naturale di una replicante esistente nell’universo, ad un certo punto si rende conto di non averne bisogno, si rende conto di essere comunque un unicum, si rende conto di essere “se stesso” ed, in quanto tale, importante.

LUI: Ed è per questo che l’ologramma è importante, perchè all’inizio lui cerca questa interazione per sentirsi più speciale, oltre che per imparare cose su se stesso. Inoltre, è anche un gran bel pezzo di ragazza, che non guasta!

LEI: E’ decisamente una gran gnocca! Ma io credo di aver capito, mentre parlavi, il motivo per cui mi è apparso un po’ superfluo il ruolo dell’ologramma, ovvero: la funzione di lei è sottolineare i desideri e le pulsioni profonde di lui. Ma, come sottolineavi poco fa, anche secondo me lui trasmette già molto, e, personalmente, forse non avevo bisogno di altro per capire, al di là del fatto che certamente c’è una funzione narrativa anche in quel personaggio. Diciamo che è un ruolo che ha preso uno spazio che secondo me poteva anche essere inferiore.

LUI: Per me la cosa interessante è anche che il ruolo originale di quell’ologramma è sostanzialmente quello dell’oggetto sessuale. C’è una fortissima enfasi sul fatto che comunque la società del futuro è abbastanza sessista, non magari nei ruoli sociali (forse), ma certamente nell’utilizzare molto il corpo della donna come oggetto: le pubblicità sono popolate da vari esempi di questi sex-toys virtuali.

LEI: Sì, perchè anche in questa società del futuro/distopica, così come nella nostra odierna (e nella previsione dell’evoluzione di questa società estremamente “commerciale” direi che non si sono sbagliati), questo “vende”, e “paga”..

Ma, parlando di donne, a me è piaciuto molto il personaggio della “cattiva”, dell’androide che si contrappone al protagonista: un personaggio sicuramente con un ruolo minore, ma secondo me rilevante, perchè, così come l’ologramma è la trasposizione letterale dei pensieri di lui, lei rappresenta invece il suo “doppio negativo”, ed è un altro personaggio di replicante che dimostra alla fine umanità, a mio parere.

Ho notato svariate situazioni in cui agisce di propria iniziativa, e ci tiene anche a sottolinearlo. Sebbene abbia un ruolo completamente diverso e, non essendo una protagonista, sia molto meno esplorato quello che lei desidera e perchè, e cosa la spinga a compiere determinate azioni (in particolare quelle che compie per “libero arbitrio”), penso che nelle pulsioni assomigli molto a lui, nel senso che è alla ricerca di una propria dimensione, di una propria identità.

LUI: A me sembra quasi che ricalchi un po’ di più i replicanti del Blade Runner originale.

I replicanti non sono robot, anzi, provano dei sentimenti e delle emozioni in maniera anche più forte di un uomo o di una donna “reali”, perchè sostanzialmente molte delle cose che provano le provano per la prima volta. E’ per questo che, nell’uccidere qualcuno, lei piange.

LEI: Sì, beh, però lei decide di farlo, anche quando non necessario.

LUI: Ha una reazione emotiva molto forte, ma questo non vuol dire che “non lo voglia fare”

LEI: No, anzi, è appunto un personaggio molto forte perchè decide di farlo, ma nel farlo vive tutta l’emozione negativa dell’azione.

LUI: E anche lo stesso Rutger Hauer del film originale piange parecchio, anche quando fa del male agli altri. Alla fine dimostra libero arbitrio nel salvare Deckard, abbracciando in qualche modo questo concetto, che prima non aveva colto, del fatto che la vita è preziosa, ed è un peccato sprecarla e sacrificarla.

LEI: Lei non arriva a questo, è molto diversa, però è probabilmente, così come K (o Joe, che dir si voglia), un modello superiore e più sofisticato…

LUI: No, su questo ti vorrei contraddire, anzi, i modelli più “nuovi” sono probabilmente più semplici!

LEI: Ah, giusto, perchè sono costruiti per non correre il rischio di “ribellione”!

LUI: Infatti in uno dei corti che ho visto c’è Wallace, il personaggio interpretato da Jared Leto (che mi è piaciuto molto, l’ho trovato particolarmente inquietante), che presenta ad una specie di “consiglio dell’ONU”, in seduta privata, il suo nuovo modello di replicante. Loro non ne vogliono sapere, dato che sono successi innumerevoli disastri con i modelli precedenti, ma lui, appunto, fa presente che i nuovi modelli sono degli angeli, fatti per proteggere gli esseri umani, e programmati in modo da non poter fare nulla per ribellarsi. Come dimostrazione, impone al replicante che ha portato con sè di uccidersi, cosa che un replicante del primo film non avrebbe mai fatto, avendo un forte senso di autopreservazione. Quindi i nuovi replicanti sono proprio fatti per essere docili.

Però alla fine si ribellano lo stesso!

LEI: Alla fine la forza della vita, anche in loro, ha la meglio.

LUI: Che altro? Beh, sì: Harrison Ford per la prima volta da 20 anni, secondo me, recita davvero bene in un film. Cioè, a me nell’ultima apparizione in Star Wars era apparso un po’ come una macchietta, mentre qui mi sembra molto più convincente.

LEI: Tra l’altro, questo ruolo ha qualcosa in comune con il ruolo che ha ripreso in Star Wars!

LUI: Nel senso che ha re-interpretato un suo personaggio 30 anni dopo?

LEI: No, nel senso che il motivo per cui il suo personaggio torna, in entrambi i casi, è perchè è padre! Però, qui, la storia che va a riallacciare i due film, in effetti, è più pregnante.

LUI: Ho già detto che il film è bellissimo, che la fotografia è bellissima, che a vedersi è tutto veramente bellissimo?

LEI: Villeneuve ci piace molto, è veramente bravo!

LUI: E’ un film probabilmente non adatto a tutti, perchè è molto lento, piuttosto lungo, con molti silenzi e….

LEI: …e poca azione! Questo a me personalmente piace, perchè di norma sono molto più interessata alla caratterizzazione dei personaggi, che sicuramente è un aspetto chiave di questa pellicola. La caratterizzazione, insieme alla fotografia spettacolare, fa il film. Non è un’americanata. Infatti Villeneuve non è americano, e si nota.

LUI:  Già il film originale non era un’americananta!

LEI: No, assolutamente, ma questo rischiava di esserlo, essendo un sequel prodotto in epoca di grandi effetti speciali e, diciamocelo, di scarsità d’idee.

LUI: Mi fa molto piacere che non abbiano trattato questo film come una sorta di reboot del franchising, fatto per propinarci altri 10 Blade Runner nei prossimi 10 anni… cosa che potrebbe anche succedere, ma almeno non si evince da questo film.

Non cerca troppo di ri-modernizzare, o almeno non, per esempio, di proporre una ri-modernizzazione alla “Ghostbusters”, o di altri film famosi riporoposti per questioni meramente commerciali..

LEI: No, secondo me più che ri-modernizzare, “ri-narra”.

E niente, per me, è consigliato, ma se parliamo ancora un po’ nessuno lo vorrà vedere perchè avremo detto tutto!

LUI: Sì, decisamente..buona visione!

“Tutto quello che vuoi” . La forza dinamica della memoria

Articolo di Andrea Vallese

La scelta di parlare dell’ultima opera di Francesco Bruni, Tutto quello che vuoi, nasce dal profondo legame affettivo che ho con Ospitale nel Frignano, il piccolo borgo montano dove risiede un pezzo delle mie origini e che fa da location a una parte di questo film bello e importante. All’apparenza sembra un posto sperduto e “dimenticato da Dio”, ma un po’ come il Whistle Stop Cafè di Pomodori Verdi Fritti alla fermata del treno in esso “si sono incrociati i destini di tanta gente” (cit.).

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Il film è incentrato sull’incontro fra due figure agli antipodi. Alessandro (l’esordiente Andrea Carpenzano), è un giovane coatto tanto genuino quanto turbolento nel carattere. Accompagnato da altri tre amici come lui, divide la sua vita tra il bar e la strada, non studiando né lavorando, senza nessun interesse né prospettiva. Costretto dal padre (con cui è in pessimi rapporti) e convinto da Claudia, la madre di un suo amico (con cui ha un flirt segreto), Alessandro si ritrova a fare da “badante” part time a Giorgio (Giuliano Montaldo, grande regista che qui riscopro anche ottimo interprete), un ex poeta ottantacinquenne, affetto dal morbo di Alzheimer al primo stadio. Dopo l’iniziale scarso entusiasmo, Alessandro inizierà ad appassionarsi al “mondo di Giorgio”, fatto di ricordi smarriti, fievoli, ma che per l’anziano sono l’unica risorsa per rimanere ancorato nella realtà attuale. La rievocazione confusa dell’esistenza di un piccolo tesoro sepolto proprio nella vallata di Ospitale porteranno Alessandro e la sua gang ad accompagnare Giorgio verso quei luoghi dove quest’ultimo in gioventù ha combattuto da partigiano. Il tesoro scoperto, però, si rivelerà molto diverso da quello che Alessandro e gli altri si aspettano.

Ciò che colpisce di questo film è l’elemento che accomuna i due protagonisti così diversi: sono entrambi figli del Ventennio. Da una parte, il Ventennio storico, di cui oggi ci si ricorda solo il 25 Aprile, ma che persone come Giorgio hanno vissuto, combattendo per dare al nostro Paese quei valori e (soprattutto) quei diritti senza i quali non saremmo padroni della nostra vita. Dall’altra, il Ventennio moderno, quello che, purtroppo conosciamo tutti e che, soprattutto per i ventenni di oggi, ha sostituito quegli ideali con un pensiero svuotato di senso, quasi come un Alzheimer privo dei ricordi come unica risorsa. Eppure Alessandro che, suo, malgrado, è il risultato di questa modernità, grazie ai modi, al pensiero e alla poetica di Giorgio, non può non sentire dentro di lui qualcosa che si sblocca, costringendolo a ripensare a sè stesso in una nuova (e sicuramente più edificante) ottica.

Ospitale, come ho detto all’inizio, oggi è un luogo “un po’ abbandonato a sé stesso”, ma chi, come me, ha avuto la fortuna di viverlo e “respirare la sua aria”, sa che esso è una della “roccaforti” del nostro Paese che testimonia il valore e il coraggio di chi, per quegli ideali sopracitati ha combattuto (ed è anche morto). Il filosofo Henri Bergson sosteneva che la memoria è dotata di un movimento continuo e dinamico che dal passato si propaga al presente. Attraverso questo processo il vissuto assume una forza in grado di influire pesantemente sulla coscienza umana. La scoperta di questa dimensione dinamica della memoria che fa da antidoto all’indifferenza e all’apatia moderna mi fa ben sperare per la possibilità di un futuro migliore per tutti.

“Logan – The Wolverine” I film di genere crescono

Articolo di Andrea Vallese

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Mi è già capitato, in un post precedente, di parlare di quanto i film sui supereroi siano stati, e sono tutt’ora importanti per la mia “crescita cinematografica”. Crescendo con loro mi sono reso conto di quanto le loro qualità più umane (alle quali nel corso degli anni i narratori di queste storie hanno dato più accezione che alle loro gesta) siano riconducibili a quelle di tanta gente del mondo reale che io stimo e ammiro. Quest’evoluzione ha aumentato notevolmente la somiglianza tra questo genere di pellicole e quelle classiche. Si definiscono classiche quelle opere che, spesso e volentieri, soprattutto a Hollywood, sembrano create apposta per puntare a vincere qualche premio prestigioso (Oscar e compagnia bella), mentre i film di supereroi e altre pellicole di genere come il fantasy, lo sci-fi, possono solo ambire ad un “riconoscimento di pubblico”.

Logan – The Wolverine di James Mangold, ultimo film dedicato alla saga degli X-Men e al suo “pezzo da novanta”, Wolverine per l’appunto, è il più recente tentativo di “abbattimento” della distinzione sopra citata e di rivendicazione di una dignità e qualità filmica che merita rispetto e (perchè no?) anche qualche riconoscimento ufficiale. La storia si svolge in un futuro non troppo lontano dove i mutanti si stanno lentamente estinguendo e i pochi sopravvissuti vivono ai margini della società, nascondendosi da quegli umani che un tempo li temevano, mentre ora vogliono trarre vantaggio dal loro genoma X. Wolverine, o meglio, Logan (Hugh Jackman, un attore che non ha mai tradito la sua totale devozione al personaggio che lo ha reso celebre) ci appare più invecchiato e stanco. Vive vicino al confine col Messico. Il suo fattore di guarigione si sta indebolendo e accanto a lui è rimasto solo Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart), ormai novantenne e incapace di controllare la sua telepatia a causa di una forte demenza senile. Quando a Logan viene chiesto di prendersi cura di Laura (Dafne Keen), una bimba-mutante che, curiosamente, è dotata di artigli e di una forza di “wolveriana” memoria, i tre mutanti intraprendono un viaggio verso la frontiera canadese per scortare l’ “innocente creatura” ad una delle poche comunità di mutanti sopravvissute per metterla al sicuro dalle grinfie di militari ferocemente addestrati e da scienziati senza scrupoli.

L’ultima impresa dell’eroe dagli artigli di adamantio è una commistione di generi cinematografici che va dal road movie al western crepuscolare. Di sicuro ciò che meno contraddistingue questo film è il genere a cui appartiene (o dovrebbe appartenere). Non mancano certo le scene d’azione, anzi, ce ne sono di notevoli, ma la forza di questo film sta in altri elementi. C’è un forte richiamo all’attualità (quella post-Trump con i mutanti al posto dei migranti). La violenza e la truculenza di alcune scene aumenta nello spettatore la consapevolezza del realismo e delle sfumature che contraddistinguono la lotta tra il bene e il male (e la citazione dal film Il cavaliere della valle solitaria è azzeccatissima). La vera forza narrativa, però, è nel rapporto tra Logan e Laura caratterizzato, non tanto dall’affinità dei loro super poteri, quanto dal senso di complementarietà umana che li avvicina sempre di più. Una visione che rincuora noi comuni mortali che, anche senza super-poteri, sappiamo di poter percepire l’eroismo non nei plausi e nell’elogio delle masse, ma negli occhi delle persone che per noi sono speciali.

Logan – The Wolverine fa parte di quel ristretto gruppo di film che sono in grado di ridefinire le attese del pubblico di massa, promuovendo quell’effetto-sorpresa che al cinema si sogna, ma che nella vita si cerca. La mia speranza è di poter vedere un giorno un film come questo nella lista dell’Oscar al Miglior Film, non solo perché se lo merita, ma anche perché i suoi spettatori possano sentirsi parte di un target quantitativamente più ampio e qualitativamente più alto.

“La pazza gioia”- 50 sfumature di pazzia

Articolo di Andrea Vallese

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Da anni sono un grande estimatore del cinema di Paolo Virzì. Trovo che come autore sia quello che, più di tutti, riesca a rappresentare la realtà del nostro Paese (e non solo) attraverso la commedia, senza ricorrere a situazioni farsesche o a personaggi troppo sopra le righe. Così è anche la sua ultima opera, “La Pazza Gioia“, che offre uno sguardo interessante e poetico al tempo stesso sul tema del disagio psichico, attraverso una storia tutta al femminile.

Le protagoniste, infatti, sono Beatrice e Donatella, due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a un regime di custodia giudiziaria. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi, qui nel ruolo più brillante della sua carriera divisa tra Italia e Francia) è una ex-contessa logorroica e viziata, che pensa di essere dieci passi avanti rispetto alle sue compagne di sventura e, per questo, non s’inserisce nel gruppo. Donatella (Micaela Ramazzotti, qui alle prese con un personaggio più drammatico rispetto alle donne interpretate nei film precedenti) è una ragazza madre (molto tatuata) particolarmente fragile, insicura, ma molto dolce, alla quale il tribunale ha tolto il figlio per darlo in affidamento ad un’altra famiglia. Nonostante la reciproca diversità di carattere, le due donne cominceranno a legare, sostenendosi (ognuna a modo suo) a vicenda, finché non avranno l’occasione per fuggire e svagarsi nel “mondo reale”, misurando la loro condizione sociale con il modo esterno.

Molti hanno, giustamente, paragonato il film a “Thelma e Louise” di Ridley Scott (1992). C’è solo una piccola differenza. Le protagoniste italiane sono considerate pazze e pericolose ancora prima di intraprendere il viaggio/fuga. Qui non c’è una presa d’atto di una condizione, quanto, piuttosto, il peso della consapevolezza che il mondo accetta la tua esistenza a patto che tu rimanga “confinata nei ranghi”, perché la tua libertà mette a rischio l’incolumità degli altri. Un ragionamento che non fa una piega. Sia Beatrice che Donatella hanno commesso degli errori. Conoscendo, però, pian piano il loro passato (e i personaggi strampalati che ne fanno parte), lo spettatore può rendersi conto che a nessuna delle due la vita e il contesto sociale hanno fornito gli strumenti per poter fare “la cosa giusta”. Anche quando i servizi le prendono in carico, vengono adottate nei loro confronti misure di contenimento, facendole passare (probabilmente in buona fede) per politiche di recupero sociale.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come le due donne (Beatrice, in particolare) siano riuscite a mantenere uno sguardo positivo e di fiducia verso un mondo che non le capisce e non le tollera, un mondo che, cercando ostinatamente di considerarsi normale, finisce per essere “più pazzo di loro”. Troppo spesso ci dimentichiamo che la follia è una componente essenziale della realtà, la colora, la ricopre di sfumature. Ersamo da Rotterdam diceva che “senza il condimento della follia non può esistere piacere alcuno”. E chi, aggiungo io, sano di mente, non farebbe follie per far entrare nella sua vita godimento, gioia e amore? Scusate il gioco di parole.

“Veloce come il vento”- Quando il cinema trova il nesso tra sport e vita

Articolo di Andrea Vallese

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Nella vita non mi ritengo uno sportivo. Cerco di tenermi in forma, ma è più una cosa legata al benessere. Di fatto non pratico sport e non li seguo neanche, incluse le corse. Per tali ragioni ho sempre molta diffidenza nei confronti di film che parlano di sport, anche perché ho paura di non capirli. Ci sono, però, delle pellicole, come questa di Matteo Rovere che, attraverso la rappresentazione dello sport, svelano delle verità sull’essere umano che ti fanno uscire dalla sala culturalmente più arricchito.

“Veloce come il vento” vuole essere un film di genere in stile americano (tra Rush e Fast and Furious), ma mantiene intatto, sia nel linguaggio che nell’ambientazione, il contesto italiano, emiliano, per la precisione. Prendendo spunto dalla storia vera del pilota Carlo Capone, il film segue le vicissitudini della famiglia De Martino, dove il sangue che scorre nelle vene è nero come la benzina delle auto da corsa. La protagonista è Giulia (Matilda De Angelis, giovane promessa del nostro cinema), diciassettenne pilota di rally che, dopo la morte del padre a causa di un infarto, si trova a fare da genitore al suo fratellino Nico e rischia lo sfratto a causa dei debiti del padre, che ha puntato anche la casa su di lei come futura campionessa. A complicare le cose, arriva anche il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi, mai così bravo dai tempi di Radiofreccia), ex pilota, ora più dedito alla droga. Loris, all’inizio, cerca di approfittare della situazione (essendo l’unico maggiorenne della famiglia) per insediarsi nella casa dove tanti anni prima era stato cacciato. Realizzando, poi, che il suo destino è legato ormai anche a quello della famiglia, decide di allenare la sorella, rispolverando quel talento perduto, ma mai dimenticato, per aiutare Giulia a diventare ciò che lui non può più essere.

Il vero “motore” di questa storia sulle corse è proprio il rapporto tra i due fratelli ritrovati, talmente diversi da essere complementari. Il loro rapporto è molto diretto. Non si esprime tramite gesti affettuosi, ma attraverso una franchezza che obbliga entrambi a prendere coscienza delle proprie criticità e ad affrontarle. Giulia, grazie agli insegnamenti del fratello (che la tratta come un pilota da corsa e non come una donna imprigionata in un mondo di uomini) riesce a sentire che il suo sogno è realizzabile, che ce la può fare. Loris, invece, in un mondo in cui tutti voltano le spalle a persone come lui, trova l’occasione per potersi impegnare in qualcosa di concreto, non tanto per il riscatto sociale, ma per dimostrare che c’è sempre il modo di fare “la cosa giusta”.

Dopo aver visto questo film ho capito che le corse (molto ben rappresentate e godibili, anche da un profano come me), sono solo un mezzo, una metafora, per raccontare un qualcosa che trascende lo sport. Nelle gare automobilistiche non c’è il senso della misura. Bisogna prendersi dei rischi, dare spazio all’istinto e “non pensare troppo”, come dice spesso Loris a Giulia. Forse questa filosofia si può estendere a diverse situazioni. Accettare il rischio come parte della vita ci aiuta a “mettere in moto” il nostro cervello e a predisporlo in maniera più diretta verso i nostri obbiettivi. Qualunque sia il risultato, la consapevolezza di avercela messa tutta non vanificherà il nostro operato, anzi ci renderà più forti e pronti per altre sfide.

“Perfetti sconosciuti” Il diritto ad avere segreti

[Articolo di Andrea Vallese]

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Perfetti Sconosciuti” di Paolo Genovese, l’ultima commedia italiana che in questo periodo sta avendo grande successo al botteghino, parte con una bellissima citazione di Gabriel Garcia Marquez: “ciascuno di noi ha tre vite, una pubblica, una privata e una segreta”. Il film, in maniera molto intelligente, ci fa notare come ai nostri giorni il raccoglitore o, per citare una battuta, “la scatola nera” della nostra vita segreta sia diventato lo Smartphone. Questo oggetto dal suo ruolo ufficiale di “facilitatore di comunicazione”, ci ha spinto inconsapevolmente a portare la sfera più intima del nostro quotidiano al dì fuori delle mura domestiche, per non dire “a braccetto” con la vita pubblica.

I protagonisti di questa storia sono sette amici di vecchia data (tre coppie e un single) che si riuniscono a cena in occasione di un’eclissi di Luna. Nel mezzo di una conversazione su quanto ognuno sa più o meno della vita degli altri, decidono di prestarsi ad un gioco apparentemente divertente, ma, al tempo stesso, sadico e masochista. Ciascuno di loro per tutta la serata metterà a disposizione degli altri il proprio cellulare, ovvero dovrà leggere i propri sms, le conversazioni whatsapp e ascoltare le telefonate ricevute in modalità vivavoce. Da questo momento si assiste ad un’escalation di rivelazioni.

All’inizio l’esperimento non sembra molto diverso dal classico “gioco della verità” (chi non ci ha mai giocato da ragazzo?) e cominciano a venire fuori quelle piccole sottigliezze di cui, forse, ognuno di noi, quando si trova con amici e parenti, si accorge: lo smartphone rivolto verso il basso, il gruppo di whatsapp di cui non si fa parte, i nomi fittizi nella rubrica, i giochi di ruolo tra estranei. Cose, tutto sommato, innocenti, ma che sono indicatori della nostra vulnerabilità e spianano la strada verso rivelazioni molto più significative: l’ingiustizia di un licenziamento, la difficoltà di fare coming out, lo scoprirsi omofobi latenti, la consapevolezza di essere il genitore meno in confidenza col figlio; per non parlare delle infedeltà di vario genere da quella occasionale a quella seriale, passando per quella virtuale. I personaggi (interpretati dai bravissimi Marco Giallini, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston) diventano i portavoce di tutti questi “lati oscuri” in cui lo spettatore, a modo suo, si riconosce, finendo inevitabilmente per ripensare al suo vissuto e a quello dei suoi cari. Personalmente, uscendo dal cinema, mi sono chiesto cosa dentro il mio smartphone è opportuno che ci sia e cosa no.

Spesso si definiscono i segreti inconfessabili degli “scheletri nell’armadio”. Non avevo mai pensato prima d’ora al significato di quest’espressione. Si sa, i sentimenti generati dalla vista di uno scheletro sono paura, orrore, ripugnanza. Oggi l’armadio che li rinchiude è lo smartphone, oggetto sicuramente più leggero, ma, sfortunatamente, più esposto al pubblico e alle “urla” che quei sentimenti potrebbero generare. Credo sia per questo che il regista abbia ripiegato su un finale alla Sliding Doors, per riportare lo spettatore ad un’amara quiete, ammonendolo su quanto sia pericoloso giocare (anche voyeuristicamente) con la propria intimità.

Per tornare alla citazione iniziale, credo che la parte segreta della nostra vita sia un qualcosa di estremamente prezioso. Non è solo una questione di privacy. Tenere i nostri cari fuori dagli aspetti più misteriosi della nostra vita è un modo per proteggerli, e la protezione è la manifestazione di affetto più significativa. Dobbiamo rivendicare il “diritto ad avere un po’ di mistero” anche perché è questo che accende negli altri un interesse nei nostri confronti.

La grande scommessa- Una lezione di economia (e di vita) alla portata di tutti

Articolo di Andrea Vallese

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Sarò sincero. Se “La Grande Scommessa” di Adam McKay non avesse ottenuto tante nomination agli Oscar non credo che avrebbe avuto la mia attenzione. L’economia e la finanza sono argomenti lontani anni luce dal mio interesse e non li ho mai ritenuti temi adatti allo spettacolo e all’intrattenimento. Comunque, dato che ripongo grande fiducia nelle scelte dell’Academy Award (cosa che mi ha sempre esposto alle critiche di molti), mi sono fatto coraggio e mi sono addentrato “nel fantastico mondo di Wall Street”.

La pellicola è ambientata nel periodo antecedente al crollo finanziario del 2008, anno in cui le strutture del capitalismo hanno cominciato a cedere per arrivare alla crisi economica che, prima in America, poi nel resto del mondo, ha segnato per sempre il destino di molti (se non di tutti). In questo scenario il film segue tre vicende. La prima è quella di Michael Blurry (un notevole Christian Bale), eccentrico e non convenzionale manager di un fondo d’investimento che, dopo aver notato la presenza eccessiva e sospetta di mutui ad alto rischio, decide di scommettere contro l’intero mercato immobiliare, mettendosi contro tutti gli investitori. Da questa scoperta il trader Mark Baum (Steve Carell), su segnalazione dell’impiegato bancario Jared Vennett (Ryan Gosling), scopre che nel mercato immobiliare le banche stanno vendendo in maniera spropositata delle obbligazioni di debito con la complicità (implicita o meno) delle agenzie di rating, mettendo a rischio tutto il sistema economico. A questa manovra si interessano due giovani investitori Charlie e Jamie che si faranno aiutare dal banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt) per entrare nell’operazione e scommettere così contro il sistema economico americano. Alla fine tutte le intuizioni dei personaggi si riveleranno azzeccate e ciascuno ne trarrà un grande profitto. Purtroppo ne conseguirà l’amara consapevolezza che il loro successo significherà la rovina economica e sociale di tanta gente.

Non è stato facile seguire tutte queste vicende, soprattutto per l’uso ingente di un linguaggio specifico fatto di termini conosciuti solo agli esperti di alta finanza. Nonostante questo “inconveniente tecnico”, prestando alla storia la dovuta attenzione ho assistito a un film interessante, ma anche piacevole, dove si alternano momenti drammatici e situazioni comiche. Ciò che ne viene fuori è una commedia che parla di eventi drammatici, ma con ironia. L’intuizione più riuscita è affidare alcune spiegazioni tecniche a personaggi famosi e non di mestiere (l’attrice Margot Robbie, il cuoco Anthony Bourdain, la cantante Selena Gomez), per dimostrare che la terminologia della finanza può essere illustrata a chiunque con gli esempi giusti. Grazie a questo espediente, i protagonisti della storia possono essere visti nel loro lato più umano e il regista ha potuto lavorare sul loro conflitto interiore, generato dal loro essere al tempo stesso profeti e “profittatori” dell’apocalisse dell’economia mondiale.

Più che essere spettatore di un film, mi sono sentito come cavia di un esperimento. Credo che “la grande scommessa” del regista sia dimostrare che tutto può essere compreso se diamo al nostro cervello la possibilità (e la fiducia) nel prestare attenzione. Non nego che quando sono uscito dal cinema sono rimasto un po’ frastornato, ma sono felice di aver “superato la prova”. Ho capito quanto sia importante soffermarsi sulle cose e capire ciò che succede, stando molto attenti a tutte le distrazioni a cui quotidianamente siamo sottoposti dai media (cartelloni pubblicitari, videoclip). Ovviamente ciascuno di noi è (e deve sentirsi) libero di impiegare la propria mente in ciò che gli interessa di più, ma è fondamentale sapere che la sua scelta può orientarsi tranquillamente su qualsiasi argomento.

“45 Anni”- Il pericolo di capire una canzone

Articolo di Andrea Vallese

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Uno dei momenti più emozionanti quando guardi un film è scoprire quanto una canzone, che conosci bene e inserita nella storia, si adatti perfettamente al contesto di cui sei spettatore.

Il tema musicale principale di 45 Anni di Andrew Haigh è “Smoke get in your eyes” dei Platters. Più che principale direi preponderante perché riappare in diversi momenti della storia, i cui protagonisti sono Kate (Charlotte Rampling, attrice e donna per me sempre bellissima e intensa) e Geoff (Tom Courtenay), una coppia che sta per compiere 45 anni di vita coniugale. Kate si dà molto da fare per preparare la festa per il loro anniversario. Sembra tutto perfetto, ma cinque giorni prima Geoff riceve una lettera, nella quale gli viene comunicato che il corpo di Katja, la sua precedente compagna, precipitata in un burrone delle Alpi svizzere cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente congelato in un ghiacciaio. Nonostante Geoff tenti maldestramente di rassicurare la moglie di aver superato lo shock iniziale, Kate vede il suo uomo, per la prima volta, con occhi diversi da quelli dell’amore.

Ad un tratto l’idillio sentimentale che Kate ha sempre creduto reale si mostra come un contenitore di vita ordinaria e tranquilla (senza figli e senza foto) dentro la quale il marito ha sepolto, o meglio “ibernato” i suoi veri sentimenti. Emblematica è la soffitta, dove Kate non ha mai osato entrare e dove Katja, invece, (come nel ghiacciaio) è rimasta presente con le sue innumerevoli foto tutto questo tempo.

E così, più si avvicina l’anniversario, più i due protagonisti prendono coscienza di quello che realmente è stata la loro vita insieme, decidendo comunque di andare avanti “mettendo in scena” la loro festa. E sulle note di “Smoke get in your eyes”, la canzone scelta da Kate per il primo ballo, si conclude la storia.

Questa canzone, come dicevo prima, è preponderante. Kate la canticchia diverse volte, immaginando forse il momento in cui lei e suo marito la balleranno davanti a tutti gli amici e i parenti, ma ignorandone il significato. Ed è nel momento finale da lei tanto atteso che il fumo si dirada e gli occhi scoprono la verità, come dice la canzone, lasciando alla donna e allo spettatore un finale amaro.

“Smoke get in your eyes” è una canzone melodica e romantica e tutte le volte che l’ho sentita (senza mai preoccuparmi di tradurla) mi ha sempre ricondotto ad un amore tenero, struggente ed ineluttabilmente propenso al suo trionfo. Adesso che ne comprendo il significato, ho assaporato, come Kate, l’asprezza della fine di un sogno e di un’illusione. Credo sia per questo che non ci preoccupiamo mai di conoscere il significato di un testo musicale. Le illusioni ci aiutano a non perdere la speranza e ad evadere ogni tanto dal contesto di vita reale, pieno di difficoltà e momenti difficili.

Non credo che questo, di per sé, sia un atteggiamento sbagliato, ma è importante, anche se difficile, imparare ad amare il mondo per quello che è realmente, senza mai dimenticare ciò che è davvero importante (ad esempio avere sempre qualcuno al proprio fianco, come dice Geoff, commuovendosi, a sua moglie davanti a tutti gli ospiti). La realtà, nel bene o nel male, trova sempre il modo di rivelarsi e rischia di distruggere tutto ciò che è (o che noi riteniamo) solido, lasciandoci solo “fumo negli occhi”.

Spectre – Un’occasione per mettere a confronto passato e presente.

Articolo di Andrea Vallese

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Ieri sono andato a vedere l’ultima fatica del più famoso e immortale eroe del cinema europeo. “IL SUO NOME E’ BOND…JAMES BOND”.

Mi sono avvicinato al mondo di 007 un po’ tardi, rispetto ad altre persone con le quali mi trovo spesso a parlare di cinema, precisamente nel 2006, quando uscì Casinò Royale che veniva presentato come un riavvio (reboot) della serie. Debbo dire che il personaggio in sé non mi ha mai attirato particolarmente, ma, proprio dalle polemiche nate dalla decisione dei produttori di “ricominciare da capo” e, a seguito della scelta del nuovo attore, Daniel Craig, dai fan giudicato inadatto al ruolo, mi ha convinto ad indagare di più su questo fenomeno di massa che dura da più di cinquant’anni.

Debbo dire che da allora le imprese dell’agente 007 hanno cominciato ad appassionarmi e non ho più perso un film. Non sono sicuramente dei “film da Oscar”, ma, per chi ama il genere, sono degli ottimi prodotti con storie accattivanti e personaggi con una psicologia interessante. Anche quest’ultimo si difende bene, nonostante il precedente film, Skyfall (2012), diretto dallo stesso regista, il premio Oscar Sam Mendes (American Beauty), sia, a mio giudizio, superiore, se non il migliore della nuova serie.

Dato che Spectre e CO. si porta alle spalle un passato glorioso e indelebile, mi è sembrato interessante cominciare a vedere i film precedenti, da Licenza di uccidere (1962) a La morte può attendere (2002). Non mi soffermerei molto sui film in cui James Bond è interpretato da Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan, perché, a parte qualche furba intuizione, sono tutte trame uguali a se stesse e, col passare degli anni, hanno subito prepotentemente il confronto con il “mostro sacro”, ovvero, Sean Connery, interprete dei primi sette film, a parte Al Servizio Segreto di sua Maestà del ’69, in cui veniva sostituito da George (chi?) Lazenby.

Ogni tanto si sente dire in qualche intervista che Sean Connery rimarrà per sempre l’unico vero insuperabile 007. Ciò è sicuramente dovuto allo scarso appeal dei suoi successori, ma da quando è arrivato Daniel Craig, non è più così vero. Infatti è proprio la veridicità che l’attore ha saputo dare all’agente segreto che ha reso lo 007 moderno molto più interessante, soprattutto a chi, come me, ha sempre trovato lo 007 storico eccessivamente iconico, troppo perfetto e, se mi è concesso dirlo, stereotipato. Non è un caso che dopo 007, Sean Connery abbia avuto modo di regalare prove d’attore molto più degne di nota e meno “leccate” (Gli Intoccabili, Il Nome della rosa, Indiana Jones e l’ultima crociata, Caccia a Ottobre Rosso). Credo che proprio da questi ruoli Daniel Craig abbia preso spunto per regalarci un James Bond più umano, che si evolve di film in film, capace di sbagliare e con il quale l’individuo comune può, a tratti, riconoscersi. Tutto questo senza mancare di rispetto al fascino che da sempre contraddistingue 007, amante del rischio, dei buoni drink e delle belle donne.

Proprio sulle Bond Girl ho notato un’altra evoluzione. Certo tutti ricordiamo quanto era bella Ursula Andress in bikini. Credo, però, che nessuno se la ricordi in altri ruoli, se non come madre di Tarabas nella serie tv di Fantaghirò. E le altre? Non sto ad elencare i nomi perché nessuna di loro è mai riuscita a superare quel breve momento di gloria nella propria carriera. Con questo non voglio certo dire che le ultime Bond Girl passeranno agli annali della storia del cinema, ma i personaggi che interpretano ci regalano figure femminili forti e fragili allo stesso tempo, che si lasciano cadere ai piedi del protagonista, ma compartecipando al gioco della seduzione, creando un’alchimia che si può trovare nelle moderne storie d’amore raccontate sul grande schermo.

La maggior corrispondenza con la realtà piuttosto che col mito, che si riscontra negli ultimi film di James Bond, dà allo spettatore una maggior consapevolezza di sé e del tempo in cui vive. E questo è molto importante perché penso a quante volte (nel cinema, ma anche nella vita) il passato ci è sempre parso come un fardello pesante, un qualcosa di insuperabile. Eppure guardo i film di oggi (e non parlo solo di 007) e mi accorgo che ci sono delle opere che non hanno nulla da invidiare all’epoca d’oro di Hollywood o Cinecittà. Allora penso che invece di trarre ispirazione dal passato, forse è il caso di guardare meglio dentro noi stessi, a quello che siamo e ad accettare di più ciò che abbiamo da offrire. Alla fine saranno i posteri a giudicare.

Leggendo questo articolo, forse qualcuno penserà che sono andato fuori tema, ma in fin dei conti, credo che una “lezione di cinema” sia in primis “una lezione di vita”.

“Inside Out”, o, l’arcobaleno emotivo.

Articolo di Giorgia Loi

inside outInside Out” è stato definito da molti il film più riuscito della Pixar, casa di produzione già di per sé molto apprezzata per i propri prodotti di animazione.

Faccio una premessa personale: con i film della Pixar, io, sono pessima.  Non ho visto quelli che vengono considerati i suoi capolavori. Mi sgridano tutti, provvederò al più presto, ma intanto non posso fare paragoni con Up o Wall-E e me ne scuso. Non li ho visti perché sono un cuore di pietra, che s’interessa spesso poco di pellicole ad alto contenuto di buoni sentimenti.

Cosa mi ha attratta di “Inside out”, quindi, rispetto ad altri film di rilievo della Pixar? Probabilmente Tristezza.

Sicuramente Tristezza.

Mi ci è voluto tutto il film per affezionarmi a Gioia (forse perchè ho visto il film in italiano, e non con la voce della strepitosa Amy Poehler), che all’inizio avrei invece chiamato “Buonismo”, mentre Tristezza mi ha fatto subito simpatia (passatemi l’ossimoro).

E quello che mi ha detto questo film è che avevo ragione, e che è normale, essendo adulta, che la vita mi abbia a questo punto insegnato ad apprezzare Tristezza.

Da qui in poi la recensione contiene spoiler.

La storia narra dell’orribilmente traumatica fine dell’infanzia, mette in scena quello che succede nella mente e, nonostante offra una specie di lieto fine, dà anche una piccola mazzata allo spettatore.

Tutto inizia con la nascita, di Riley e delle sue emozioni. Il primo sguardo sul mondo genera Gioia, che però è seguita a ruota da Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura. Queste sono le emozioni di base, e dispongono di una cabina di controllo sulla mente della bambina: da esse dipendono le sue reazioni e le sue interazioni con il mondo. Le emozioni si occupano anche di generare i ricordi, che sono sfere il cui colore è dato dall’emozione che li ha generati. Gialli sono i ricordi di Gioia, azzurri quelli di Tristezza, verdi quelli di Disgusto, rossi quelli di Rabbia, viola quelli di Paura.

Tutto va per il meglio, e durante i primi anni di vita l’archivio dei ricordi è pieno di sfere gialle.

Alcuni ricordi sono più importanti di altri: rappresentano quei momenti fondamentali nella costruzione della psiche, dai quali deriva un’attitudine alla vita ed un modo di essere. Sono i Ricordi Base, ed ognuno di essi va a costruire un’Isola della Personalità.

Riley, bambina felice e fortunata, fonda la sua psiche su 5 isole: la Famiglia, l’Amicizia, l’Onestà, l’Hockey su ghiaccio e la meravigliosa isola della Stupidera, hah!

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Viene spontaneo, in questa prima fase del film, andare a cercare nella propria memoria i Ricordi Base, chiedersi “cos’è che mi ha fatto diventare così?”. E credo che lo spettatore adulto si renda conto, nel momento in cui questo pensiero lo sfiora, che il film gli sta sferrando una specie di coltellata emotiva. Perché mah, boh, dove sta la mia Stupidera? Giocavo  a qualcosa da bambino? Sì, certo, ma dov’è il Ricordo Base? Non lo trovo! Sono una persona senza Gioia, dunque?

Beh, niente paura.. circa.

Il film ci spiega che le isole createsi durante l’infanzia sono bellissimi posti destinati a crollare e disintegrarsi in maniera orribile, traumatica e dolorosissima. Quindi, tutto normale, ecco perché non le troviamo, non ci sono più!

Ad un certo punto la vita di Riley viene presa ed accartocciata, strappata, rattoppata: la famiglia si deve trasferire dal Minnesota a San Francisco, senza che Riley (nè lo spettatore) ne sappia il motivo, senza possibilità di appello, senza un’adeguata preparazione.

La bambina si trova di fronte ad un nuovo mondo dove non ci sono certezze, non ci sono gli amici, non c’è la squadra di Hockey, non c’è più nemmeno la cameretta che il camion del trasloco ha accidentalmente portato altrove.

Gioia fa di tutto per vedere il lato positivo delle cose, ma continuano ad accadere cose che generano ricordi di rabbia, disgusto, paura.

Nel marasma generato da questo traumatico cambiamento, succede nella mente di Riley qualcosa di molto strano e nuovo.

Tristezza, come mossa da una forza più grande della propria stessa volontà, inizia a toccare alcune sfere di ricordi gioiosi, gialli, e questi diventano azzurri, tristi.

Questo succede mentre la ragazzina è costretta a presentarsi davanti a tutta la sua nuova classe e, nel raccontare le cose belle che caratterizzavano la sua vita in Minnesota, inizia ad intristirsi e scoppia a piangere. Noi, grandi, riconosciamo immediatamente l’arrivo dell’emozione della nostalgia, quel punto d’incontro tra una gioia ed il dolore di averla persa.

I due personaggi di Gioia e Tristezza dovranno attraversare tutto il mondo della mente di Riley per capire, per capirsi, per rendersi conto di non poter fare a meno l’una dell’altra.

Mentre le due esplorano, letteralmente, i meandri della mente, passando anche in un inquietante subconscio dove abita un gigantesco clown (creepy!!!), tutte le isole della personalità crollano rovinosamente, lasciando Riley preda di un’apatia che appare senza scampo.

Il dolore che vediamo in questa ragazzina (non più bambina) va a sfiorare, pur deviando prima di raggiungerlo, il tema della depressione. Non si tratta certamente di un film per soli bambini, le tematiche che si raccontano, con metafore affatto celate, sono struggenti, pungenti, e domandano allo spettatore di guardarsi dentro, di riconoscere la differenza tra la purezza dell’infanzia e la durezza della crescita, di identificare la malinconia che ricopre tutti i ricordi della fase più felice della vita, e di sapere che per crescere è stato necessario spazzarli via.

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Verso la fine del viaggio attraverso la mente, Gioia si rende conto che non può e non potrà più avere alcun successo senza l’aiuto di Tristezza: quest’ultima è colei che permette alla ragazzina di chiedere aiuto quando le cose non vanno bene, di mostrare la propria fragilità, di non nascondere i problemi ma affrontarne l’esistenza.

Il lieto fine consiste nella presa di coscienza del  fatto che le Emozioni devono collaborare, ogni ricordo può farne convivere al suo interno più di una, e lavorando insieme sarà possibile reagire alle situazioni che la vita porterà e ricreare sempre momenti di felicità.

Nel momento in cui Gioia abbraccia Tristezza, la nostalgia che Riley sta provando può essere espressa a parole. Non si annulla, non fa meno male, ma si elabora, e diventa la base su cui nasce una nuova Isola della Personalità, nella quale si condensano tutte le cose positive dell’infanzia, ridimensionate e riviste alla luce del passaggio ad una nuova fase della vita.

Apprendiamo poi che se ne formeranno altre, ma vediamo anche comparire una minaccia all’orizzonte, che porta il nome di “Pubertà”, e che, sappiamo bene, causerà una nuova distruzione e una nuova ricostruzione verso la vera età adulta. Insomma, pur nel lieto fine, non ci viene nascosto il fatto che “non è finita qui”.

“Emotional rollercoaster” è una definizione di questo film che ho letto in giro; un arcobaleno emotivo, aggiungerei.

Penso che il modo in cui è raccontata questa semplicissima, banalissima storia vada a sollecitare le emozioni in maniera profonda e primaria, facendo sì che la fruizione sia davvero molto diversa a seconda della persona e del suo vissuto.

Concludo con una menzione d’onore per i titoli di coda, che, con molta ironia e in maniera assolutamente azzeccata, vanno a completare le tematiche affrontate, mostrandoci in azione le emozioni di tutte le persone che abbiamo incontrato durante il film. E non solo delle persone.

Io rivedrei tutto il film anche solo per rivedere il meraviglioso cervello del gatto. Anche quello del cane, ma quello del gatto è quanto di più indovinato si potrebbe produrre!

Non so se “Inside out” sia il migliore tra i film della Pixar, non m’interessa particolarmente, ma è assolutamente consigliato!