Who’s counting? Dal conto delle banconote alla radice delle cose.

Articolo di Giorgia Loi

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Non capita spesso che un documentario mi rapisca e m’intrighi, ma “Who’s Counting? Marilyn Waring On Sex, Lies And Global Economics” ci è riuscito.

Marilyn Waring, la protagonista del documentario, è una rilevante figura politica neozelandese, una scrittrice, una preparatissima economista, un’attivista femminista ed un’influente intellettuale. E’ stata membro del Parlamento della Nuova Zelanda tra il 1975 e il 1994.

A livello internazionale, è nota per il testo “If women counted”, a cui è ispirato il nostro documentario.
Il tema del film è l’economia, e l’approccio che ad essa si ha in diversi contesti.

Immediatamente Marilyn Waring connota il discorso ad una ricerca dell’origine dei significati e dei significanti, andando a recuperare la radice etimologica della parola “economia” che, dal greco “oikos”, significa “cura della casa”.

Da questo concetto di base, si sviluppa una lunga riflessione sul valore che si dà alle cose, in particolare mettendo a confronto l’interesse rivolto prevalentemente al denaro nella gestione dell’economia nazionale e internazionale con la gestione dell’economia domestica improntata all’uso del tempo come valore ed alla cura della famiglia.

La ricerca degli approcci all’economia, micro e macro, non si fermano al contesto neozelandese, nè a quello “occidentale”, ma spaziano a realtà del sud del mondo in Africa ed Asia, fornendo uno spettro molto ampio di casistiche.

Dalla riflessione, emerge prepotentemente la tematica del lavoro non retribuito, quello quotidiano che si svolge in ogni casa: quelle lunghe ore dedicate alla cucina, alla pulizia, alla gestione dei figli ecc.. Mansioni che vengono, a livello globale, prevalentemente riconosciute come femminili.

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Il documentario è stato realizzato a chiusura dell’attività politica della Waring, nel 1995, e la situazione della proporzione tra lavoro domestico e lavoro retribuito per le donne è probabilmente abbastanza mutata (anche se decisamente non risolta) per le donne, ma certamente la riflessione rimane rilevante.

In particolare, ho trovato di enorme interesse il parallelismo, esplicitato dell’attivista, tra un sistema improntato alla matematica, ai numeri ed ai calcoli, considerato di stampo “maschile”, ed uno improntato al linguaggio, al cercare e valorizzare la radice delle cose, identificato come di stampo “femminile”.

Naturalmente dobbiamo intendere questo “maschile” e “femminile” come segni generici, e non stigmatizzanti rispetto al genere sessuale. Questo ragionamento permette però, sostanzialmente, di individuare una “strada non presa” dall’economia: la strada che per valore non intende un valore numerico, ma un valore sostanziale, umano, naturale.

Consiglio una visione senza preconcetti di questo documentario, sebbene di non semplicissimo reperimento e mai tradotto in lingua italiana. L’Associazione Armonie, con cui abbiamo collaborato per la rassegna “Gyneforum”, l’ha sottotitolato, ed organizza periodicamente delle proiezioni a Bologna.

Buona visione!

Chiamami col tuo nome

di Marilisa Mainardi

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Non potevamo esimerci dal parlarvi del film del momento, per lo meno per quanto riguarda il panorama italico: Chiamami con il tuo nome, di Luca Guadagnino.

E’ estate e siamo in una splendida villa lombarda, Elio, diciassettenne italoamericano passa le vacanze coi suoi genitori, la madre ereditiera e il padre professore universitario. A interrompere la monotonia della tranquilla estate tipica delle pause scolastiche dell’adolescenza, interviene Oliver, brillante studente americano quasi trentenne che giunge come ospite in quanto vincitore di una sorta di borsa di studio organizzata dal professore stesso.

Il film, che ha la durata di 132 minuti, non è che la narrazione dell’educazione sentimentale di Elio; una fotografia scattata in quelle settimane estive. Appare non casuale la scelta del momento, la ripresa, cara al cinema italico, del topos delle estati eterne dell’infanzia.

Non è possibile raccontare la trama del film in sè e per sè, forse si potrebbe dire addirittura che non vi sia affatto. Ciò che giganteggia è la costruzione dialogica intorno alla quale ruotano le vicende. Consiglio, per chi avesse voglia e modo, di vederlo in lingua originale per poter godere del suo espressionismo quasi gaddiano, di certo non casuale in una pellicola di questo tipo.

Il film è candidato all’Oscar nella categoria principe, proprio quella di “miglior film”. Personalmente ho l’impressione che potrà vincerlo molto difficilmente. Per quanto non scevro da una profonda poesia, probabilmente troppe scene appariranno scomode all’Academy.

Ma a noi poco importa. A noi interessa vedere un film nel quale si torna all’elogio del ritmo lento, della narrazione pura, del profilo psicologico dei personaggi. Elogio che assume ancora più valore in una cinematografia attuale nella quale si privilegiano azione e velocità e contro una proposta sempre più fitta di serie televisive nelle quali le vicende si consumano in pochi minuti (40-45 al massimo).

Chiamami col tuo nome  ti costringe a fermarti, a capire, a godere di un’esperienza che somiglia molto di più alla lettura di un libro che alla visione di un film. Ti trascina nel suo mondo, concreto e persino famigliare tanto quanto immaginifico e altro.  

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Non è un film semplice. Personalmente l’ho apprezzato moltissimo ma mi rendo conto che non sia facile da vedere nè immediatamente appetibile, soprattutto per via della durata.  

Tra le critiche lette sul web una delle più frequenti riguarda la questione su se questo film abbia – almeno come connotazione principale- la tematica omosessuale. Dal mio punto di vista essa non è centrale nella storia. Non viene né enfatizzata né è foriera di problematiche che abbiano centralità nel film. E’ una narrazione più “alta”, che va al di là del mero fatto o scandalo, che si pone al di sopra della sessualità propria dei personaggi andando a descrivere invece la sessualità dell’essere umano tutto, di un adolescente qualunque che si fa simbolo di altri adolescenti come lui.

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Infine, una menzione speciale va alla colonna sonora che fa da perfetto contorno alle vicende e aiuta a trascinare lo spettatore negli anni ‘80, periodo nel quale la vicenda è ambientata. Non a caso, la canzone Mistery of love è candidata all’Oscar nella categoria di riferimento.

Sempre tra le candidature all’Oscar c’è quella del protagonista, Timothée Chalamet, eccellente nella parte affidatagli.

La sceneggiatura è stata tratta dal romanzo omonimo e riadattata da James Ivory, maestro del cinema che ci ha abituato ai tempi dilatati e alla riflessione.

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A mio parere questo film è imperdibile e merita di essere visto al cinema, possibilmente in lingua originale.

Buona visione!

Notte di Halloween: non solo horror!

Articolo di Giorgia Loi

Su questo blog ci occupiamo spesso di film horror, ma questa è la notte dell’horror per eccellenza.

Ecco perchè ho pensato di celebrarla parlando di alcuni film che…beh, non sono proprio horror. Un po’, sì, ma principalmente sono un “divertimento per amanti del genere horror”:

Sono tutti dei classiconi, tutti film che certamente avrete visto, e tutti film che è un piacere rivedere.

Ed ecco, dunque, le mie quattro risate di Halloween:

Frankenstein_Junior_scena_4.jpg1- Frankenstein Junior

Ecco un valido esercizio per chiunque sia in cerca dell’anima gemella ed abbia incontrato un/a possibile candidat*: basta dire “Lupo ululà…”, se la persona in questione non risponde “..castello ululì!”, non è la persona giusta. Frankenstein (Frankenstin?) Jr è uno dei film più citati della storia del cinema, perfino per noi italiani, che l’abbiamo visto tradotto. Anche se di norma, in un film molto basato sulla battuta pungente e sul gioco di parole, “l’originale è meglio”, in questo caso la traduzione è generalmente riconosciuta come riuscitissima, e certamente aver poi visto l’originale non toglie nulla all’affetto che provo per la versione italiana, che ho visto da ragazzina e, come per molti, è entrata immediatamente nel mio immaginario per restarci. Non amo  Mel Brooks (e infatti non ho alcuna intenzione di inserire il suo “Dracula, morto e contento” in questa lista), ma gli devo rendere atto di un’indubbia attenzione maniacale nei confronti dei topoi narrativi che parodizza nei suoi film. Qui la parodia non è solo quella di Frankenstein, ma dell’horror “classico”, che viene rievocato dalla scelta del bianco e nero, di una fotografia che ricorda un Murnau d’epoca e da musiche che omaggiano i grandi classici del genere. E si tratta di una parodia ben fatta, intelligente, che riesce a non diventare volgare nonostante Mel Brooks non resista alla componente erotica caratteristica del suo humor. Marty Feldman è stato omaggiato ed elogiato in tutte le lingue del mondo, io personalmente adoro Peter Boyle, ma anche qui sfondo una porta aperta: tutto il cast concorre alla perfetta “commedia degli orrori”, come la definisce la recensione di Everyeye.it

 

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2- Rocky Horror Picture Show

Anche qui siamo in territorio quasi mitologico. Chi non è in grado di ballare Time wrap, per favore, esca dalla porta di servizio. I mean, it’s just a jump to the left, and then a spin to the right…Ehm, chiedo scusa. Basta pensarla per non levarsela più dalla testa, vero?

Questo film non è una semplice parodia, non parodizza semplicemente il genere horror, non è un semplice musical, e, un po’ come il personaggio di Frank-n-Furter (see what they did there?), che ruba la scena ogni volta che compare, cerca con destrezza e malizia di sfuggire ad una categorizzazione troppo netta. Il film è effettivamente tratto da una pièce teatrale di Richard O’Brien (che nel film interpreta Rif Raf), ma nella versione filmica non posso che definirlo un orgasmo postmoderno. Fin dalla prima scena, che riproduce il celeberrimo quadro “American Gothic”, attinge all’arte, al cinema, alla musica, alla letteratura, ad ogni possibile topos della narrativa rosa, nera, horror, fantascientifica e, oserei dire, pornografica, per creare questo irriverente pastiche, che all’epoca della sua uscita diede un discreto scandalo, e che plausibilmente fa ancora arricciare qualche naso, dato che, oltre alla musica, allo humor, alla trama ed ai costumi, contiene anche un’importante riflessione sulla sessualità. Sessualità che è a tratti imbrigliata, liberata, libera e libertina, ma certamente non scolpita nella roccia. Sebbene la seconda parte del film  abbia senza dubbio un ritmo un po’ meno pervasivo, per me resta un capolavoro da guardare e riguardare fino ad aver scoperto tutte le citazioni, e ad aver elaborato tutte le tematiche socio culturali. Quindi, da riguardare qualche milione di volte, insomma.

 

beetlejuice3- Beetlejuice

Ah, quando Tim Burton produceva opere originali e divertenti! Quando la sua musa era ancora Michael Keaton, con un contorno di Winona Ryder! A quei tempi, nasceva Beetlejuice.. Anzi, veniva invocato, dicendo il suo nome una volta, due volte, ed alla terza, eccolo lì! Anche questa specie di ghost-story surreale e grottesca si è guadagnata di diritto un posto tra i grandi classici grazie ad un potente mix di profonda conoscenza del patrimonio cinematografico classico (non solo horror, ma anche fantastico; non solo americano, ma anche europeo), uno humor pungente, ed una caratterizzazione accattivante dei protagonisti. Questo film sembra non aver paura di niente, al punto da trasformare la possessione demoniaca in una danza (state canticchiando di nuovo, vero? Eeeeoooh-deeeeho!)! Anche qui, oltre alla risata nera, all’istrionismo visivo ed all’indubbio fascino ambiguo del protagonista, si possono ritrovare tematiche di tipo socio culturale, perchè in fondo anche questo film sottolinea i limiti della famiglia tradizionale, o quantomeno della famiglia che dà più peso alla forma che alla sostanza.

armata_delle_tenebre_locandina_enzo_sciotti4- L’armata delle tenebre.

L’Armata delle Tenebre è il più horror dei film di questa lista e parte da una premessa diversa, dal momento che è il terzo capitolo della saga di “La Casa”, di Sam Rami, che è un “nuovo classico” del genere. La peculiarità del terzo capitolo rispetto agli altri due è la virata prepotentemente comico-demenziale, che permette di prendere il genere horror-splatter e ri-riscriverlo ulteriormente. Per me, è il film migliore della saga, e mi preme ricordare che è una saga nata negli anni ’80. Cioè, prima di Scream. Prima che “prendersi in giro da soli” diventasse il principale hobby dei film horror, insomma. “L’armata delle tenebre” ha acquisito una propria rilevanza individuale, al punto che ci si è quasi dimenticati che è un capitolo di una saga, ed al punto da far nascere, a 25 anni di distanza, una serie televisiva dalla sua costola, sempre interpretata dall’intramontabile Bruce Campbell. Il film, nel trasportare il protagonista, Ash, in un passato popolato di magia e creature spettrali, coglie l’occasione di rendere omaggio alla cultura cinematografica del creatore Sam Raimi attraverso gag meta narrative, citazioni e demenzialità ben calibrata per essere intellettualmente godibile. Le immagini ed i personaggi rimangono iconici, difficili da dimenticare moltissime scene, dalle più surrealia quelle semplicemente basate sull’interpretazione di Campbell. Insomma, a metà tra il mito ed il guilty pleasure, “L’Armata delle tenebre” mantiene stabile la sua potenza di divertimento horror.

 

Nella speranza di aver ispirato qualche ricordo, e la voglia di rivedere uno di (o tutti!) questi grandi classici, auguro a tutti un buon divertimento horror per la nottata di Halloween!

Il terzo occhio

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Questo film poco noto al grande pubblico è del 1966 ed è stato firmato  Mino Guerrini sotto lo pseudonimo di James Warren. Come la maggior parte dei thriller-horror italiani dell’epoca può essere annoverato nelle file dello stile gotico e, per quanto ben poco conosciuto, lo si può annoverare fra i migliori.  

Mino, ricco e bellissimo conte appassionato di tassidermia interpretato da Franco Nero (che nei titoli appare con il nome di Frank), vive in un castello insieme alla madre e alla governante, Marta. E’ Intenzionato a sposarsi con la giovane e bella Daniela e la cosa lo porrà in contrasto con la madre, iperpossessiva e Marta, segretamente innamorata di lui.  Esasperata per il suo amore deluso e gelosa dei due amanti, Marta non esita a manomettere l’auto di Daniela provocando così, al termine di una scena piuttosto hitchcockiana, la morte della rivale. Questo episodio provocherà le ire della contessa la quale pare rendersi conto solo in quel momento della vera natura della sua domestica e dal tentativo di scacciarla dalla villa scoppierà una violenta lite, la quale porterà Marta a gettare l’anziana donna dalle scale e a provocarne la morte. Questo insieme drammatici fatti che si succedono nell’arco di pochissime ore, provocheranno uno shock nella mente di Mino, il quale scenderà via via verso la più cupa follia.

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Più ci si avvicina al finale del film, meglio si comprende lo stato mentale del protagonista e le pulsioni alle quali non riesce più a resistere.

Come nel già citato e recensito “L’orribile segreto del Dottor Hichcock” accanto al tema della pazzia troviamo quello della necrofilia, assai scabroso, soprattutto se si tiene presente il periodo storico nel quale è stato girato il film. Il tema pare essere assai apprezzato, controverso e scandagliato nella cinematografia italiana; torna alla mente anche il tema portante di “La casa dalle finestre che ridono” e la storia di Buono Legnani.  Il terzo occhio 03

Vi sono due scene che danno valore aggiunto all’intero film. Una di queste è quando Marta, personaggio assolutamente biasimabile, viene colpita da Mino stesso e lei, moribonda, compie tutti gli sforzi possibili per arrivare all’apparecchio telefonico e chiamare la polizia. La maestria del regista in questo caso si mostra tutta nel volgere lo stato d’animo dello spettatore dal biasimo alla compassione, come se in un sol colpo venissero dimenticati gli atti ingiustificabili compiuti dalla donna.  

Una menzione speciale merita anche la scena conclusiva, mirabilmente interpretata da Franco Nero che riesce benissimo a rendere l’idea dello sprofondare completo e totale del protagonista nella follia. Sguardi intensi, luci sapientemente dosate, la spiaggia desolata che delimita lo spazio di chi si trova effettivamente in trappola.

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In linea generale si tratta di un bel film. A tratti è un po’ lento ma la fotografia, il bianco e nero, l’eccellente Franco Nero e l’ambientazione claustrofobica sono perfetti per raccontare una trama così oscura e contribuiscono a renderlo assai godibile.

E’ di certo un film che va recuperato, nonostante alcuni cedimenti nell’organizzazione della trama. Il rapporto con la violenza e la sopraffazione non è ben palesato ma di certo forte e significativo e, proprio per questo, persino più disturbante.  

Una curiosità:  la trama centrale del film venne ripreso nel 1979 a Joe d’Amato (vero nome Aristide Massaccesi, in “Buio Omega”.

 

Splatter e maestria ne “Quella villa accanto al cimitero” di Lucio Fulci

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Prima di cimentarmi nella recensione di questo film devo dire che ho un profondo rispetto per Lucio Fulci e per tutta la sua opera; lo ritengo un maestro del genere e un attento osservatore della realtà, cosa che, quando ci si cimenta in un horror, assume un’importanza fondamentale.  

Faccio questa premessa perchè “Quella villa accanto al cimitero” è, detto con molta onestà, un film brutto.

Nasce come il terzo episodio della cosiddetta “Trilogia della Morte” che Fulci girò tra il 1980 e il 1981. In esso vi si trovano componenti di thrilling, di horror e splatter.

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Se il film si apre con alcune sequenze piuttosto inquietanti, complici l’atmosfera retrò e la colonna sonora accattivante, sin dal momento del primo omicidio si resta perplessi di fronte ad una scena che con benevolenza potremmo definire comica. Un misterioso assassino pugnala al cranio una ragazza; il coltello – una lama di poco più di 15 cm- le esce fuori dalla bocca, uccidendola. Davvero imbarazzante. Parimenti imbarazzante è il cognome affibbiato al pericoloso non-morto segreto abitante della magione, il dottor Freudstein, risultato di una innocente e assai ridicola unione fra Freud e Frankenstein.

Il film ha per protagonista un bambino dall’aspetto etereo che si vede costretto a trasferirsi da New York ad una villa isolata vicino Boston a causa del lavoro del padre, Norman Boyle, che viene incaricato di concludere le ricerche del suo professore universitario e mentore. Il bambino, pur essendo stato messo in guardia dei futuri pericoli da una misteriosa bambina che gli compare di tanto in tanto accompagnata da una malconcia bambola, non potrà fare a meno di seguire i suoi genitori nella triste magione campagnola. Appena la famiglia giunge nella nuova cittadina compaiono una serie di indizi sullo svolgersi della trama tra cui frequenti languidi sguardi tra la baby sitter (interpretata da Ania Pieroni), il fatto che tutti pensino che il professor Boyle non sia la prima volta che giunge nella città, la curiosa figura del bibliotecario (per altro, uno degli attori migliori del film, Daniel Douglas). Dal loro trasferimento nella casa si avvia una sequela di omicidi inquietanti e sempre più splatter, il cui culmine è quello dell’agente immobiliare che rimane incastrata con una gamba in una lapide funeraria che si trova in salotto; l’arrivo del feroce assassino che la pungola con una sorta di ferro per il caminetto è un vero tripudio di sangue. Così, uno ad uno, il perverso e assetato di sangue dottor Freudstein eliminerà chiunque gli si pari innanzi.  

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Memorabile la scena in cui il padre del bambino viene attaccato da un ferocissimo pipistrello e lo infilza almeno quattrocento volte per ucciderlo. Così come uno spettatore non può non chiedersi come queste persone siano riuscite a vivere al di sopra di una cantina contenente svariati cadaveri squartati senza immaginare nemmeno la loro presenza. Persino l’orribile professor Freudstein è deliziosamente posticcio essendo una sorta di tronco di legno dalla mobilità molto rallentata con dei pezzi di carne putrefatta attaccati.

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Ora, non mi fraintendete, sono anch’io del parere che la visione di un film sia un momento di relax e non vada per forza analizzato secondo per secondo, ma penso che per girare un bel film horror occorra stare sempre molto attenti a non distaccarsi dalla realtà. D’altra parte, se ciò che narriamo non rappresenta qualcosa che potrebbe succedere, possiamo averne davvero paura?

Detto questo, non riesco mai completamente a buttare via un film di Fulci, anche di quelli peggiori. C’è sempre qualcosa che rivela, fra le pieghe della pellicola, una maestria che va necessariamente riconosciuta al regista romano. Sarà che in alcune scene il thrilling è palpabile, sarà che la fotografia è ben curata e persino la scelta della location ha un certo fascino.

Non è possibile negare però che il cast non sia dei migliori, probabilmente il migliore fra tutti è proprio Giovanni Frezza, che interpreta il piccolo Bob Boyle.

Per il resto ammetto di avere più dubbi che entusiasmi per una pellicola che resta intrigante e considero comunque da vedere, se non altro per strappare un sorriso e mettere un tassello nella storia del cinema horror italiano.

Buona visione!

L’esordio del cinema horror in Italia – “I vampiri” di Riccardo Freda

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Si dice e si legge che questo di Riccardo Freda del 1957 sia il primo dei film horror italiani.

Questa pellicola, poco nota al grande pubblico ma molto apprezzata dagli amanti del genere, racchiude in sé diverse particolarità e caratteristiche stilistiche che la rendono non solo molto attuale ma anche particolarmente godibile al pubblico contemporaneo.

La prima cosa che colpisce è il ritmo del film, incalzante sin dalla prima ripresa. Esso ha in sé diversi tratti del poliziesco a tinte fosche unite ad elementi più tipici dell’horror tra i quali di certo l’ambientazione gotica e il ricorso a una tematica cara al genere.

Il titolo appare piuttosto fuorviante poiché i protagonisti del film non sono di certo i vampiri pallidi e dai canini appuntiti appartenenti all’immaginario comune. Pare piuttosto trarre ispirazione da fatti di cronaca reali, in questo caso l’ispirazione rimanda direttamente alla contessa Erzsébet Bathory e ai suoi ormai piuttosto noti bagni a base di sangue di fanciulle. L’abitazione stessa della contessa del film, Marguerite du Grand e della nipote Giselle, risulta trarre maggiori ispirazioni dalle architetture della Romania o dell’Ungheria anziché dalla lussuosa e scintillante Parigi degli anni Cinquanta.

Allo stesso modo si scorge anche un richiamo a “Frankenstein” e ad altri film del genere, anche di Freda stesso, affascinato dal mondo della morte e dal mito dell’eterna giovinezza. Allo spettatore più attento non sfuggirà nemmeno la citazione al “Nosferatu” di Murnau, ulteriore volontario collegamento alla cinematografia di genere.

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La storia prende avvio dal rinvenimento di numerosi cadaveri di ragazze completamente dissanguati ritrovati a Parigi. Proprio per questa caratteristica delle sue vittime il serial-killer viene etichettato con la nomea di il vampiro. A far la cronaca di questi delitti per la stampa cittadina troveremo il protagonista del film, Pierre Lanvin, un affascinante giornalista sulla trentina, interpretato da Dario Michaelis. Lanvin, che ha sì delle intuizioni ma viene spesso osteggiato, riesce solo sul finale a rendersi credibile alla polizia e a dimostrare le sue ragioni. Il giornalista viene corteggiato in maniera molto esplicita dalla contessa Giselle, ereditiera del gotico castello nel quale vive insieme all’anziana zia, Marguerite. Giselle corteggia Pierre memore – o così sembra- della antica storia d’amore fra il padre di lui e la sua stessa anziana zia, un amore mai dimenticato e mai del tutto sopito.

A fare da contorno a questa storia d’amore contrastata sta l’apparato orrorifico che hanno messo in piedi Marguerite e alcuni suoi collaboratori, tra i quali un luminare della scienza, noto per i suoi esperimenti di genetica. Questo medico e i suoi scagnozzi sperimentano in laboratori segreti siti all’interno del castello la formula per l’eterna giovinezza. Per farlo, eseguono una sorta di trasfusioni tra un corpo all’altro, tra i corpi delle vittime e il corpo dell’anziana contessa.

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Dalla trama si evince come, in effetti, si tratti solo in maniera molto marginale il tema del vampirismo e che esso valga solo in senso lato. Quello che attrae sono di certo le ambientazioni gotiche, la trama che per quanto fantastica narra di incubi reali, l’attualità della tematica della paura dell’invecchiare.

Riccardo Freda è un autore piuttosto sottovalutato che fatica ancora a essere annoverato fra i maestri del cinema italiano. E’ vero che molto probabilmente questo deriva dal suo eclettico sperimentalismo ma è altrettanto vero che i suoi contributi al cinema di genere sono estremamente significativi. “I vampiri”, come anche “L’orribile caso del Dr.Hichcock”, trattano tematiche scabrose e mai banali e sono film dal ritmo sostenuto e piacevole.

Importante contributo agli effetti speciali – ancora molto artigianali ma davvero apprezzabili – è di Mario Bava, qui direttore della fotografia e, a due settimane dalle riprese, anche regista non ufficiale. Sua è l’idea per la mirabile trasformazione di Gianna Maria Canale (Marguerite/Giselle) da bellissima giovane ad anziana realizzata senza stacchi di ripresa e di montaggio ma, banalmente quanto genialmente, attraverso la sovrapposizione di due tipi di trucco, uno blu sul quale erano state disegnate delle rughe rosse illuminato da due proiettore. Con il proiettore blu acceso, il volto risulta giovane, con quello rosso invece invecchiato. Il graduale passaggio dall’una all’altra tonalità unito alla ripresa su pellicola in bianco e nero hanno reso possibile un trucco da maestro veramente notevole e degno del migliore Bava.

La prova di recitazione è buona per alcuni quanto scarsa per altri, soprattutto per coloro che sono impegnati in ruoli minori.

Bella l’ambientazione parigina ma di certo la più suggestiva è quella del castello; davvero memorabili le scene all’interno del palazzo, durante il ballo di gala, quasi un “Il Gattopardo” ante-litteram in versione gotica.

In linea generale si tratta di un ottimo film che merita di essere visto anche se quest’anno compie sessant’anni e possa apparire ai più piuttosto datato.

Buona visione!

 

LA LA LAND Sogno e Realtà – una storia d’amore

Hollywood dagli anni ‘50/’60 (la sua epoca d’oro) è cambiata moltissimo. Vedere un film di quegli anni per lo spettatore vuol dire trovarsi al “centro del mondo”, ovvero in una fabbrica di sogni in grado di “manipolare” la realtà e trasformarla in puro spettacolo. Uno scenario incantevole con colori chiari che, tuttavia, tendeva a censurare le sfumature, ovvero quelle imperfezioni che caratterizzano la realtà per quello che è. Col passare degli anni i film hanno cominciato ad avvicinarsi alla vita vera, sacrificando in parte l’effetto-spettacolo per perseguire, come obbiettivo, una maggiore identificazione dello spettatore con ciò che si sta rappresentando. Tra i vari generi cinematografici ce ne sono  alcuni che non hanno mai perso la connotazione di quegli anni scintillanti e uno di questi è sicuramente il musical.

E’ uno di quei generi che oggi è un po’ sacrificato, dato che la narratività non è sicuramente il suo pezzo forte, ma ciononostante non è mai del tutto scomparso perché se c’è una cosa che gli americani hanno sempre saputo fare è proprio il musical. L’ultimo prodotto di questo genere che in passato univa e oggi divide è La La Land di Damien Chazelle, film presente attualmente nelle sale, acclamatissimo sia dalla critica che dal pubblico (anche da una parte di quello più scettico) e proiettato come super favorito alla prossima cerimonia degli Oscar. Il film ci narra la storia di due giovani sognatori: Mia (una meravigliosa Emma Stone), cameriera in un bar degli Studios e aspirante attrice, e Sebastian (Ryan Gosling), pianista squattrinato che sogna di aprire un locale per omaggiare e divulgare la cultura del  jazz. Dopo alcuni incontri (più o meno casuali) i due s’innamorano e iniziano la loro relazione. Purtroppo la strada per la realizzazione dei propri sogni si rivela un percorso in salita e porta i due protagonisti a dover fare delle scelte (anche rispetto al loro rapporto) molto difficili.

Chazelle già autore di Whiplash (2014), in cui il perseguimento di un sogno sfociava nell’ossessione (anche autodistruttiva), attraverso il musical, destreggiato con uno stile che non ha nulla da invidiare ai grandi classici (quelli alla Singin’in the rain, tanto per intenderci) ci ripropone lo stesso tema nella sua accezione più classica e colorata, attraverso una serie di numeri musicali molto efficace. Eppure tra una canzone e la successiva s’insidia l’elemento di modernità, anzi di attualità, ovvero l’elemento narrativo, la storia che ha una dimensione più disincantata, ma più vicina alla realtà, un qualcosa che sicuramente non aveva altrettanta importanza nei musical di una volta.

La storia d’amore narrata in La la land non è tanto quella dei due protagonisti, ma riguarda due concetti che si contrappongono, ma che convivono dentro di noi: il sogno e la realtà. Il primo è capace di farci volare, ma ha bisogno del secondo per impedirci di andare troppo in alto e rischiare di farci male. Allo stesso tempo, una realtà senza il sogno sarebbe arida, senza scopo e priva di significato. Ecco perché è importante che i due concetti s’incontrino, si trovino, un po’ come fanno due persone che s’innamorano. E quando succede (se succede) ognuno di noi potrebbe ritrovarsi a ballare su uno scintillante firmamento di stelle come Mia e Sebastian e non riuscire a capire se è un sogno o la realtà. E comunque, se l’amore è sincero, non sarebbe neanche importante capirlo.

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Le infinite trame della Snakes Hall. “Il nascondiglio”

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Questo film di Pupi Avati del 2007 è annoverabile nel genere horror.

L’horror che piace a me, si sa, non è fatto di grida e squarci, non gronda sangue e non ci sono inseguimenti bensì è composto di tensione, di suspense, di “non detto”, di rivelato.

Ancora una volta Avati decide di ambientare il suo racconto negli Stati Uniti dove la protagonista, un’italo-americana dal passato non del tutto chiaro, decide di aprire un ristorante. Vuole cambiare vita, o meglio, ricominciare a vivere dopo anni di clinica psichiatra, ove si è rinchiusa dopo il suicidio del marito. Appare subito come un personaggio dai contorni indefiniti sebbene le sue peculiarità caratteriali ci siano familiari.  Ci appare come una persona spaventata dalla vita e dal “mondo fuori” ma ben intenzionata a farne parte, a ricominciare.

Decide di farlo mettendo in piedi un ristorante. Trova il luogo ideale, non solo per il magnifico panorama ma anche per il prezzo decisamente conveniente, in una villa sulla collina chiamata Snakes Hall, appartenuta dapprincipio ad un etologo allevatore di serpenti e divenuta poi un pensionato per signore, gestito da suore.

Grazie alla Snakes Hall, il film gode di un’ambientazione ideale per generare un crescendo di tensione. La solitudine della grande casa, così complementare alla solitudine della protagonista, accompagna lo spettatore in un viaggio tetro e ricco di suggestioni dal passato. Ci si immagina sin dall’inizio che vi siano delle presenze, che la nostra protagonista venga ostacolata, vessata, spiata.

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Ci si aspetta che siano delle presenze spettrali sì, ma non lontane da quelle reali, da politici, poliziotti, semplici cittadini che pare non vogliano che venga a galla la verità su una vicenda antica, che ha evidentemente sconvolto la città e sulla quale tutti preferirebbero tacere.

“Il nascondiglio” è un film ben girato e ben interpretato. Laura Morante è bellissima, ha un’eleganza sensuale che non stona con il film ma che anzi, fa l’occhiolino al topos della “bellona” che spesso compariva nei film horror degli anni ’70-’80 ma con ben più classe e sublimazione.

In conclusione si può dire che questo non sia uno dei film meglio riusciti ad Avati che però è un regista di razza e che non delude. La trama è affascinante e ben costruita (Avati ha anche scritto il libro di questo film, edito da Mondadori), il colpo di scena sul finale non è del tutto inatteso ma appare di certo efficace.

Buona visione!

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“Room- Potere all’immaginazione

Articolo di Andrea Vallese

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Ho sempre amato molto i film che raccontano le storie dal punto di vista dei bambini. Il loro modo di vedere, spiegare, raccontare è intriso di una sicurezza e determinazione che farebbero invidia a qualsiasi adulto. E sono spesso gli adulti a sottovalutare questo grande potenziale. Per questo se qualcosa crea disagio ad un adulto, giustamente, si ritiene che per un bambino può essere ancora più traumatico. Ecco perché quando ho iniziato a vedere Room (2015) di Lenny Abrahamson, adattamento del romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue ho pensato che sarebbe stato un film difficile da digerire, ma sono stato piacevolmente smentito.

Nella piccola stanza del titolo (in realtà un capanno in giardino con un solo lucernario sul soffitto a fare da filtro con l’esterno) vivono Jack (fin dalla sua nascita, cinque anni prima) e sua madre Ma’ (rapita e rinchiusa lì dentro da Old Nick due anni prima ancora). La giovane madre al fine di proteggere il figlio da questa verità angosciante e terribile, lo cresce nella convinzione che il mondo sia tutto nella stanza e che fuori c’è il “cosmo”. Il bimbo, attraverso quest’informazione distorta, elaborerà una realtà nella quale gli oggetti della stanza sono i suoi amici e la Tv la finestra per vedere il cosmo. Per lui tutto va bene, finché Ma’ al limite estremo di sopportazione rivela la verità al bambino che (con fatica) accetterà per consentire ad entrambi di progettare la loro fuga e riuscire così ad attuarla. Una volta che il mondo reale prende il posto della stanza sia Ma’ (ritornata ad essere Joy) che Jack dovranno fare i conti con una prospettiva nuova, ugualmente difficile per entrambi, ma con prospettive diverse.

Il regista, sia nella prima, ma soprattutto nella seconda parte della storia, costringe lo spettatore a barcamenarsi tra la consapevolezza per Ma’/Joy della sua adolescenza perduta e la capacità di Jack di riuscire a meravigliarsi di un mondo che diventa pian piano sempre più grande e ad accoglierlo. Una visione, quest’ultima, così inverosimile per un adulto, ma così efficace da convincere che quella prigione orribile possa rappresentare per un bambino il luogo di preparazione per un mondo meraviglioso che è li fuori che lo aspetta. Inutile sottolineare che tutto questo sarebbe impossibile senza l’ottima interpretazione di Brie Larson (premiata con l’Oscar l’anno scorso) e, soprattutto, del piccolo Jacob Tremblay (anch’egli meritevole di vincerlo).

Questo è un film che scuote sicuramente lo stato d’animo, ma che personalmente mi ha riportato ad una scena di un altro grande film L’Attimo Fuggente di Peter Weir (1989), quando il professore interpretato dal compianto Robin Williams comunicava ai suoi studenti da sopra una cattedra che il mondo va visto da angolazioni diverse. Ho sempre creduto vera quest’affermazione, ma solo dopo Room ho capito quanto il potere dell’immaginazione faciliti quest’ottica a livello esponenziale. Arrivato alla fine del film mi sono scoperto stupidamente memore di quando, da bambino, la mia camera riusciva ad arrivare a dimensioni e forme sconfinate. Solo chi ha visto il film può capire.

“Ti do i miei occhi”- A cautionary tale

Articolo di Giorgia Loi

In occasione della celebrazione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne”, la Consulta delle Donne del Comune di Budrio ha deciso di affrontare il tema attraverso una riflessione condivisa e la visione del film “Ti do i miei occhi (te doy mis ojos)” della regista ed attrice spagnola Iciar Bollain.

“Ti do i miei occhi” è una storia come molte, la storia di un matrimonio all’interno del quale lui è un uomo insicuro, possessivo e violento, e lei è una donna che non c’è più, che ha dato tutta se stessa a quest’uomo e ora non si riesce più a vedere.

Ha dato i suoi occhi, così come le sue orecchie, il suo naso, la sua bocca, le sue gambe, il suo seno, Pilar. Li ha donati ad Antonio, nella perfezione dell’idillio del loro amore, perché lui glieli ha chiesti. Ma poi l’idillio si è sgretolato, in pochi minuti, e lui ha tenuto tutto, pretendendo di poterne fare uso a suo piacimento.

La storia inizia con la fuga di Pilar, che una notte decide di prendere il figlio e scappare dal marito, andando a rifugiarsi dalla sorella. Questo tentativo di fuga verrà però reso vano non solo dalle insistenze romantiche del marito, che “non può vivere senza di lei”, ma anche dalle pressioni sociali e familiari, che le faranno apparire normale il ritorno a casa.

Con la consapevolezza dello spettatore, seguiamo con orrore tutti i gesti, ascoltiamo tutte le parole che portano Pilar a fidarsi di nuovo di Antonio. Regali recapitati al lavoro, che fanno dire alle persone: “Accidenti, quanto ti ama!”. Promesse, “Cambierò, nulla sarà più come prima”. Un percorso di riabilitazione psicologica per uomini violenti, che lo porta a ragionare sulla rabbia, analizzarla, scriverne in un diario. Vediamo però anche come ogni interazione con Pilar risulti fisicamente e verbalmente violenta. Il corpo di Pilar viene “marcato” da ogni gesto dell’uomo,mentre la sua mente viene confusa da dichiarazioni vittimistiche e svilenti, volte a farle abbandonare ogni aspetto di se stessa e della sua vita che non ruoti attorno a lui.

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Vediamo Pilar lasciarsi di nuovo andare a quello che ritiene essere amore, ma al contempo iniziare una vita nuova, fatta di cose che scopre di amare, tra cui l’arte.

L’arte, lo studio di essa, un nuovo e ritrovato amore per la cultura la rendono di fatto una donna nuova. Ed è questa la donna che torna a casa da Antonio, dopo un periodo di separazione. La ritrovata fiducia in se stessa, l’uscire di casa per andare a lavorare senza volerne rendere conto al marito e senza essere continuamente raggiungibile, e, infine, la capacità di parlare del corpo della donna attraverso l’arte, innescano in Antonio una (prevedibilissima) spirale di violenza, per porterà alla rottura definitiva.

Trovo bellissima e molto rilevante la scena in cui, al museo dove Pilar ha seguito un corso per diventare guida culturale, Antonio si introduce per assistere ad una sua spiegazione di un dipinto classico. Quello che vede è una donna felice, preparata, e parla di eros al femminile senza alcuna remora: una donna che non riconosce come “sua”, perché ha smesso di appartenergli nel modo che lui pretende, perchè parla di libertà e di corpo femminile senza tabù, perchè è libera nella mente e nel corpo.

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Impossibile, per l’uomo insicuro che pretende di dominare questa mente e questo corpo, comprendere che solo nella libertà si può amare davvero.

Pilar invece lo capisce, e nel momento in cui si rende conto di non essere libera, si rende anche conto di non amare (o non amare più), ed è solo allora che può andarsene, davvero e per sempre.

Nella narrazione spiccano certamente i vari personaggi femminili, ognuno dei quali riesce a far risaltare gli altri con le proprie peculiarità.

Abbiamo Ana la sorella, che è certamente la donna che vogliamo essere (e magari siamo): personalmente appagata, in una relazione felice con un uomo che lava i piatti, con la capacità di superare le tradizioni imposte e decidere per la propria vita. Il suo limite è quello di non comprendere che per Pilar le cose non sono così semplici, ma è senza dubbio la “donna nuova” che si fa strada nel mondo.

Abbiamo poi invece, a fare da (im)perfetto contraltare, la madre delle due, simbolo della “donna tradizionale”, quella che non solo si è lasciata sottomettere dal marito per tutta lavita, ma ci tiene che le figlie si sposino in chiesa e, se per caso hanno sposato un violento, se lo tengano e lavino i panni sporchi dietro le porte chiuse della casa. Si tratta di una vittima dei propri tempi e, probabilmente, di troppo dolore, che riesce in parte a redimersi trovando il coraggio di vedere per un attimo la realtà della figlia, e dicendole le parole che la spingeranno alla liberazione definitiva.

Parole che Ana, non comprendendo realmente la situazione, non è stata in grado di dire, rimanendo fissa nell’ovvia correttezza delle proprie posizioni, ma senza fare i conti con gli effetti reali della violenza sulla psiche, che non si scardinano in un giorno.

Vi sono infine le donne che fanno parte della nuova vita che Pilar intraprende quando trova lavoro al museo: sono “donne nuove”, anche loro, libere, emancipate. Pilar non si confida con loro, sente che il loro è un mondo diverso, probabilmente si vergogna della verità. Ma, nel momento della vera presa di coscienza della necessità di un cambiamento,sono queste le donne che l’accompagneranno ad affrontare il marito un’ultima volta e che, proteggendola e mettendo lui di fronte a quello che realmente è, l’aiuteranno a fare il passo definitivo.

Ci sono anche alcuni uomini, oltre ad Antonio. Ci sono gli uomini del suo centro di riabilitazione, che danno voce alle più basse pulsioni del patriarcato violento, che raccontano tutto di sé, non lasciandoci dubbi sul fatto che “quello non è amore”, “quello non è essere un uomo”, “quella donna ha bisogno di essere supportata per andarsene”. Lo psicologo moderatore del gruppo, per quanto analizzi in maniera accurata l’insicurezza ed il bisogno di possedere la donna per rivendicare virilità, non spicca in positivo. Almeno a mio parere, non fa (e non dice) abbastanza.

C’è poi un ultimo uomo, sul quale mi dispiace non ci si concentri maggiormente. E’ il figlio di Pilar e Antonio, che è un bambino, sì, ma presto sarà un uomo. E’ certamente traumatizzato, molto silenzioso mentre in alcuni momenti si cerca di usarlo come scusa, in altri come “spia”, ed in altri ancora semplicemente lo si vuole lasciare fuori dal ring. Pilar dichiara di volerlo portare con sé quando sarà tornata a conoscere e riconoscere se stessa. Questo forse è l’unico regalo che può fargli per il futuro, mostrargli come una donna deve essere, libera, felice.

Non voglio tirare le somme su questo film, ma invito a vederlo, perchè ritengo che abbia qualcosa da lasciare, sia a chi studia e ragiona sull’argomento da tempo, sia a chi non ha l’abitudine di ragionarci.