“(500) Giorni insieme” L’oscillazione continua tra “aspettativa” e “realtà”

Articolo di Andrea Vallese

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Ecco un film che mi sta molto a cuore. Oserei dire un film “terapeutico”. A distanza di tempo, (il 2009, per essere precisi) sono sempre più convinto che quest’opera prima di Marc Webb mi ha “fatto del bene”. Ogni volta che lo rivedo (ormai ho perso il conto) capisco sempre qualcosa in più di me stesso e del mio stare al mondo. L’unica pecca che ha è sicuramente il titolo “affibbiatogli” in Italia, (500) Giorni Insieme, al posto di (500) days of Summer. Solo vedendo il film si può capire perché il titolo originale ha molta più singolarità ed attrattiva, ma, si sa, i distributori italiani, quando si tratta di prodotti esteri “meno di massa” e “più di nicchia”, non hanno molta fiducia nelle capacità di comprensione del pubblico. Questo, però, è un altro discorso.

I protagonisti di questa storia sono Tom (Joseph Gordon Levitt), brillante neolaureato in Architettura, che lavora in un’azienda editrice di biglietti di auguri, creando formule per varie tematiche, e Sole, in originale Summer (Zooey Deschanel), la neo-assunta segretaria del capo di Tom. Quando lui incontra lei, ne è fortemente attratto e, dopo qualche goffo tentativo di approccio, i due decidono di frequentarsi. Detto così questo incontro non sembrerebbe diverso dalle tante storie che spesso i film (e la vita di tutti i giorni) rappresentano, ma il regista all’inizio è molto chiaro e netto: questa non è una storia d’amore. Tom e Sole, nell’iniziare questa “relazione complicata”, sono molto diversi caratterialmente, addirittura antitetici rispetto agli stereotipi che contraddistinguono il sesso di cui fanno parte. Tom è romantico, sognatore e crede nell’amore vero, quello che dura per sempre ed è convinto di aver trovato in Sole l’anima gemella. Sole, invece, è una ragazza moderna, che vuole farcela da sola, nasconde la sua dolcezza in un carattere forte e determinato e da Tom non si aspetta niente di serio.

Il regista racconta questa storia non in maniera cronologica, ma avanza e indietreggia nell’arco di questi 500 giorni, alternando momenti in cui Tom e Sole vivono situazioni di grande complicità ad altri in cui Tom si strugge fino alla depressione tentando di capire e superare la fine del rapporto con Sole. Grazie a questo stratagemma narrativo, lo spettatore può essere partecipe delle contraddizioni che una stessa scena può presentare a seconda del significato che i due protagonisti le attribuiscono. In quest’ordine sparso di scene Tom fa molta tenerezza, in quanto cerca con tutte le sue forze di veder realizzate le sue aspettative, ma al tempo stesso si rende conto (anche con l’aiuto degli amici e della sorella “minore”) che i suoi valori si addicono di più ai messaggi dei suoi bigliettini di auguri che alla realtà concreta delle cose. Inevitabilmente, quando quest’ultima gli si presenta per quello che è, l’impatto è devastante.

Il vero “rapporto di coppia” di questo film è quello tra le aspettative di Tom e la dura realtà della vita. Sono due dimensioni (entrambe presenti in ognuno di noi) che più tentano di unirsi e rimanere ancorate, più rischiano di farsi (e farci) male. Tante volte rimaniamo scottati nello scoprire che qualcosa di cui eravamo certi si è rivelato tutt’altro. Il film, però, ci invita a trarre spunto da queste rivelazioni per valorizzare la nostra forza interiore, che è una risorsa preziosa per il nostro animo, per fargli acquisire forza e vigore, giorno dopo giorno. Se riusciamo a capire questo, sarà la realtà stessa ad emozionarci e a regalarci quella bellezza che le nostre aspettative tante volte immaginano soltanto. Tom ci è riuscito ed io lo auguro a me stesso e a tutti.

“45 Anni”- Il pericolo di capire una canzone

Articolo di Andrea Vallese

45 anni

Uno dei momenti più emozionanti quando guardi un film è scoprire quanto una canzone, che conosci bene e inserita nella storia, si adatti perfettamente al contesto di cui sei spettatore.

Il tema musicale principale di 45 Anni di Andrew Haigh è “Smoke get in your eyes” dei Platters. Più che principale direi preponderante perché riappare in diversi momenti della storia, i cui protagonisti sono Kate (Charlotte Rampling, attrice e donna per me sempre bellissima e intensa) e Geoff (Tom Courtenay), una coppia che sta per compiere 45 anni di vita coniugale. Kate si dà molto da fare per preparare la festa per il loro anniversario. Sembra tutto perfetto, ma cinque giorni prima Geoff riceve una lettera, nella quale gli viene comunicato che il corpo di Katja, la sua precedente compagna, precipitata in un burrone delle Alpi svizzere cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente congelato in un ghiacciaio. Nonostante Geoff tenti maldestramente di rassicurare la moglie di aver superato lo shock iniziale, Kate vede il suo uomo, per la prima volta, con occhi diversi da quelli dell’amore.

Ad un tratto l’idillio sentimentale che Kate ha sempre creduto reale si mostra come un contenitore di vita ordinaria e tranquilla (senza figli e senza foto) dentro la quale il marito ha sepolto, o meglio “ibernato” i suoi veri sentimenti. Emblematica è la soffitta, dove Kate non ha mai osato entrare e dove Katja, invece, (come nel ghiacciaio) è rimasta presente con le sue innumerevoli foto tutto questo tempo.

E così, più si avvicina l’anniversario, più i due protagonisti prendono coscienza di quello che realmente è stata la loro vita insieme, decidendo comunque di andare avanti “mettendo in scena” la loro festa. E sulle note di “Smoke get in your eyes”, la canzone scelta da Kate per il primo ballo, si conclude la storia.

Questa canzone, come dicevo prima, è preponderante. Kate la canticchia diverse volte, immaginando forse il momento in cui lei e suo marito la balleranno davanti a tutti gli amici e i parenti, ma ignorandone il significato. Ed è nel momento finale da lei tanto atteso che il fumo si dirada e gli occhi scoprono la verità, come dice la canzone, lasciando alla donna e allo spettatore un finale amaro.

“Smoke get in your eyes” è una canzone melodica e romantica e tutte le volte che l’ho sentita (senza mai preoccuparmi di tradurla) mi ha sempre ricondotto ad un amore tenero, struggente ed ineluttabilmente propenso al suo trionfo. Adesso che ne comprendo il significato, ho assaporato, come Kate, l’asprezza della fine di un sogno e di un’illusione. Credo sia per questo che non ci preoccupiamo mai di conoscere il significato di un testo musicale. Le illusioni ci aiutano a non perdere la speranza e ad evadere ogni tanto dal contesto di vita reale, pieno di difficoltà e momenti difficili.

Non credo che questo, di per sé, sia un atteggiamento sbagliato, ma è importante, anche se difficile, imparare ad amare il mondo per quello che è realmente, senza mai dimenticare ciò che è davvero importante (ad esempio avere sempre qualcuno al proprio fianco, come dice Geoff, commuovendosi, a sua moglie davanti a tutti gli ospiti). La realtà, nel bene o nel male, trova sempre il modo di rivelarsi e rischia di distruggere tutto ciò che è (o che noi riteniamo) solido, lasciandoci solo “fumo negli occhi”.