Spectre – Un’occasione per mettere a confronto passato e presente.

Articolo di Andrea Vallese

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Ieri sono andato a vedere l’ultima fatica del più famoso e immortale eroe del cinema europeo. “IL SUO NOME E’ BOND…JAMES BOND”.

Mi sono avvicinato al mondo di 007 un po’ tardi, rispetto ad altre persone con le quali mi trovo spesso a parlare di cinema, precisamente nel 2006, quando uscì Casinò Royale che veniva presentato come un riavvio (reboot) della serie. Debbo dire che il personaggio in sé non mi ha mai attirato particolarmente, ma, proprio dalle polemiche nate dalla decisione dei produttori di “ricominciare da capo” e, a seguito della scelta del nuovo attore, Daniel Craig, dai fan giudicato inadatto al ruolo, mi ha convinto ad indagare di più su questo fenomeno di massa che dura da più di cinquant’anni.

Debbo dire che da allora le imprese dell’agente 007 hanno cominciato ad appassionarmi e non ho più perso un film. Non sono sicuramente dei “film da Oscar”, ma, per chi ama il genere, sono degli ottimi prodotti con storie accattivanti e personaggi con una psicologia interessante. Anche quest’ultimo si difende bene, nonostante il precedente film, Skyfall (2012), diretto dallo stesso regista, il premio Oscar Sam Mendes (American Beauty), sia, a mio giudizio, superiore, se non il migliore della nuova serie.

Dato che Spectre e CO. si porta alle spalle un passato glorioso e indelebile, mi è sembrato interessante cominciare a vedere i film precedenti, da Licenza di uccidere (1962) a La morte può attendere (2002). Non mi soffermerei molto sui film in cui James Bond è interpretato da Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan, perché, a parte qualche furba intuizione, sono tutte trame uguali a se stesse e, col passare degli anni, hanno subito prepotentemente il confronto con il “mostro sacro”, ovvero, Sean Connery, interprete dei primi sette film, a parte Al Servizio Segreto di sua Maestà del ’69, in cui veniva sostituito da George (chi?) Lazenby.

Ogni tanto si sente dire in qualche intervista che Sean Connery rimarrà per sempre l’unico vero insuperabile 007. Ciò è sicuramente dovuto allo scarso appeal dei suoi successori, ma da quando è arrivato Daniel Craig, non è più così vero. Infatti è proprio la veridicità che l’attore ha saputo dare all’agente segreto che ha reso lo 007 moderno molto più interessante, soprattutto a chi, come me, ha sempre trovato lo 007 storico eccessivamente iconico, troppo perfetto e, se mi è concesso dirlo, stereotipato. Non è un caso che dopo 007, Sean Connery abbia avuto modo di regalare prove d’attore molto più degne di nota e meno “leccate” (Gli Intoccabili, Il Nome della rosa, Indiana Jones e l’ultima crociata, Caccia a Ottobre Rosso). Credo che proprio da questi ruoli Daniel Craig abbia preso spunto per regalarci un James Bond più umano, che si evolve di film in film, capace di sbagliare e con il quale l’individuo comune può, a tratti, riconoscersi. Tutto questo senza mancare di rispetto al fascino che da sempre contraddistingue 007, amante del rischio, dei buoni drink e delle belle donne.

Proprio sulle Bond Girl ho notato un’altra evoluzione. Certo tutti ricordiamo quanto era bella Ursula Andress in bikini. Credo, però, che nessuno se la ricordi in altri ruoli, se non come madre di Tarabas nella serie tv di Fantaghirò. E le altre? Non sto ad elencare i nomi perché nessuna di loro è mai riuscita a superare quel breve momento di gloria nella propria carriera. Con questo non voglio certo dire che le ultime Bond Girl passeranno agli annali della storia del cinema, ma i personaggi che interpretano ci regalano figure femminili forti e fragili allo stesso tempo, che si lasciano cadere ai piedi del protagonista, ma compartecipando al gioco della seduzione, creando un’alchimia che si può trovare nelle moderne storie d’amore raccontate sul grande schermo.

La maggior corrispondenza con la realtà piuttosto che col mito, che si riscontra negli ultimi film di James Bond, dà allo spettatore una maggior consapevolezza di sé e del tempo in cui vive. E questo è molto importante perché penso a quante volte (nel cinema, ma anche nella vita) il passato ci è sempre parso come un fardello pesante, un qualcosa di insuperabile. Eppure guardo i film di oggi (e non parlo solo di 007) e mi accorgo che ci sono delle opere che non hanno nulla da invidiare all’epoca d’oro di Hollywood o Cinecittà. Allora penso che invece di trarre ispirazione dal passato, forse è il caso di guardare meglio dentro noi stessi, a quello che siamo e ad accettare di più ciò che abbiamo da offrire. Alla fine saranno i posteri a giudicare.

Leggendo questo articolo, forse qualcuno penserà che sono andato fuori tema, ma in fin dei conti, credo che una “lezione di cinema” sia in primis “una lezione di vita”.

Quattro mosche di velluto grigio

Articolo di Marilisa Mainardi

creepyvisions.it

In questo nostro assolutamente non pretenzioso excursus nel cinema horror Made in Italy non poteva mancare un film di Dario Argento.

Quattro mosche di velluto grigio” è un film del 1971; lo si potrebbe definire un thriller, in realtà, e in questo senso lo preferisco di gran lunga a prodotti successivi del regista, nei quali si rasenta lo splatter e il sangue scorre a fiumi.

Il film ha come protagonista un giovane musicista Roberto, quasi a celebrare –manco a dirlo- l’ottima colonna sonora di Ennio Morricone, elemento che non viene mai trascurato nei film di Argento. Questi si muove prevalentemente nella sua moderna casa di città, mirabile esempio di architettura anni Settanta e una specie di porto fluviale, dove va a fare visita a Diomede – chiamato per lo più Dio- interpretato da un ruspante Bud Spencer e l’amico professore, Oreste Lionello, in realtà un coltissimo clochard.

spettacoli.tiscali.it

La prima cosa da dire è che la storia non è esattamente ben scritta. Nel senso che di fronte a capolavori come “Profondo rosso” si avverte una certa assenza di logica che spinge protagonisti e comprimari a comportarsi in una maniera assurda. Ad esempio ci appare molto scontata la fine che farà la domestica visto che decide di dare appuntamento all’assassino in un parco e, per essere proprio sicura di divenire una vittima a sua volta, lo attende fino a tarda sera e percorre strade strette e contorte proprio –evidentemente- per essere ammazzata.

Interessante l’escamotage che dà il via alla vicenda: Roberto è ossessionato da uno strano individuo, un signore di mezza età, molto distinto, che lo segue per la città. Deciso a scoprirne l’identità entra in un teatro deserto e, nel tentativo di liberarsi, lo uccide accidentalmente. Il problema è che la scena viene fotografata da uno strano personaggio mascherato da pupazzo (uno dei topoi dei film horror) che, a quel punto, comincia a ricattarlo. Tornato a casa dalla moglie Nina, con la quale Roberto ha un rapporto a dir poco glaciale, le confessa quanto accaduto e lei, preoccupata, di lì a poco deciderà di andarsene di casa. Roberto si farà allora aiutare dal suo bizzarro amico Diomede che assolderà per lui un investigatore privato famoso per non aver mai risolto un caso che però questa volta si rivelerà estremamente capace pur non facendo in tempo a dimostrarlo a nessuno.

lankelot.eu

La sceneggiatura risulta fragile anche perché usando un po’ di logica, l’assassino si comprende sin dall’inizio, a meno che non consideriamo un povero inetto il nostro protagonista, così sciagurato da non chiudere la porta di casa dopo aver visto uccidere varie persone intorno a lui e aver subito minacce. Certo è vero, possiamo anche considerarlo così dato che non è che Michael Brandon brilli per le espressioni sveglie all’interno del film.

Quindi, a fronte di questa pochezza nella sceneggiatura, che sfocia nel surreale con l’antica favola della lettura della cornea per visualizzare l’ultima immagine vista da chi muore e svelare il mistero, va detto che ci sono alcune trovate molto particolari che rendono questo film un buon film.

Memorabile è senza dubbio l’interpretazione di Bud Spencer, l’amico un po’ matto e burbero del nostro protagonista, che si fa sempre più evanescente man mano che si procede nella vicenda. Il personaggio di Spencer, unito a quello del professore suo amico, rendono le scene che li riguardano intrise di una non forzata comicità e di un sapore un po’ alla Avati che alla Argento. C’è qualcosa di molto genuino e famigliare in queste scene, belle anche dal punto di vista della fotografia.

Finalmente c’è anche un bel titolo, appropriato all’opera. E’ sufficientemente intrigante e davvero collegato alla pellicola, un bel richiamo per il pubblico. Il tutto viene incastonato dal rock psichedelico ed eccitante della colonna sonora di Ennio Morricone.

Buona parte del fascino del film potrebbe essere stato legato alle sue vicende distributive: uscendo solo al cinema e non avendo mai avuto un seguito in VHS o DVD ed essendo sparito dalla televisione per ben 24 anni, forse ha goduto di un’aurea mitica che ne ha indorato i contorni, rendendolo più speciale di quello che è.

Detto questo, un film di Dario Argento lo si guarda sempre molto volentieri, anche nelle sue cadute di stile più significative, per cui non posso mal giudicare questo che è comunque gradevole. Piuttosto diciamo che non è fra i suoi migliori e spesso delude nell’agire troppo sciocco dei suoi protagonisti e una trama non particolarmente originale.

Sappiatemi dire se sbaglio e sono troppo cattiva col mio giudizio.

Buona visione!

quinlan.it

Horror ben fatto ed erotismo facile. Le foto di Gioia

Articolo di Marilisa Mainardi
filmtv.itMentre cerco ancora di barcamenarmi nella poetica del maestro del cinema horror, Mario Bava, sul quale ho ancora molte ombre, lo ammetto, parlerò di un film del figlio Lamberto.

Le foto di Gioia” è ben distante dall’essere un bel film ma merita, per certi versi, una trattazione.

Innanzitutto è un film che sa fare paura. E’ vero che la prima volta l’ho visto in tenera età, perciò ero più suggestionabile, ma è pur vero che, rivedendolo ora, ancora non riesco a farmelo del tutto dispiacere. Sarà perché è facile facile, perché a tratti fa ridere pur non volendo, perché tutto sommato è quell’oretta e mezzo di goliardica leggerezza che ben si sposa con le serate estive.

In questo film di Lamberto Bava del 1987 c’è innanzitutto una certa suspense. Purtroppo la si perde un po’ fra i mille lati negativi che ha. Ci sono innanzitutto due scene che fanno restare con il fiato sospeso: quella in cui la protagonista viene inseguita al cimitero e quella in cui l’assassino la segue all’interno dei grandi magazzini MAS di Roma (vero e proprio museo dello shopping d’antan anche attualmente).

Poi che dire, c’è Serena Grandi che invade con la sua carica di casereccio sex appeal e una pessima recitazione un set tutto sommato interessante composto da una bella villa molto anni ’80, la redazione della rivista che gestisce “Pussycat” e l’elemento disturbante del ragazzino voyeur che la spia dalla finestra, fantasticando su di lei.

A ben guardare, anche l’intreccio non è disprezzabile: Gioia, giovane e procace vedova, gestisce insieme ad una fida collaboratrice (Daria Nicolodi) una rivista per soli uomini. Ad un certo punto le sue modelle iniziano a venire uccise una ad una e l’assassino scatta loro delle foto in una sala di posa per inviarle alla protagonista. Lei sa che prima o poi verrà anche il suo turno. Via via che avvengono omicidi, il cerchio si restringe sino a che l’assassino non si rivela a Gioia, in maniera nemmeno troppo scontata e comunque parecchio perversa.

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Se possiamo dire bene di tutti gli altri attori, quella che stona maggiormente è di certo l’interpretazione della protagonista stessa. Al di là della ancora spiccata cantilena bolognese (che ovviamente adoro ma che non è il massimo in un film che non vuole essere narrazione di una città o di un mondo specifico) è veramente pessima in ogni sua espressione. Anche il cameo (se così possiamo definirlo) di Sabrina Salerno lascia molti dubbi; per fortuna Bava la rende efficace perché, al di là di dimenarsi nuda mentre viene attaccata dalle vespe molto altro non fa, con buona pace del pubblico interessato alle sempre perfette curve della Sabrinona nazionale. Comunque, al di là di queste interpretazioni a dir poco discutibili, gli altri attori se la cavano egregiamente. Anche la spesso criticata Daria Nicolodi appare in questo film molto convincente.

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Sono molto interessanti anche le modalità di ripresa in prima persona dal punto di vista dell’assassino, che vede ogni sua vittima come un mostruoso animale. Ricorda un po’ certe modalità di gioco delle console, cosa senza dubbio originale per l’epoca.

Insomma, se ancora le opere di Mario mi sfuggono, devo dire che questo film di Lamberto ha degli sprazzi interessanti e una trama coinvolgente. Non fraintendetemi, non è un bel film. In fondo si tratta di un B-Movie e se Lamberto non avesse avuto i mezzi che aveva di certo oggi lo definiremmo così. Però dico anche che non è tutto da scartare.

Buona visione!

Una pinta, più di un sorso.

Benvenuti!

Se siete approdati su questo blog, magari vi state chiedendo: ‘ Come mai “una pinta di cinema”?’ Ci sembra giusto iniziare con una piccola spiegazione.

Una pinta di cinema è… un po’ più di un sorso.

Una pinta si assapora, scoprendone le sfumature, i retrogusti, gli aromi.

Una pinta di cinema la si può godere quando si ha un po’ di tempo da dedicarsi, magari dopo una giornata stancante. Sorseggiare un buon film è rilassante, riposante, ma anche interessate, intrigante.

Una pinta di cinema è quello che ci vuole, non per spegnere il cervello, ma per accendere spunti di riflessione, idee, fantasie.

Una Pinta di Cinema è.. nata come un ciclo di incontri, diciamo pure “lezioni informali”, tenutesi in un pub della dotta Bologna, in cui sceneggiatori esperti si sono cimentati e si cimenteranno nel proporre temi di conversazione ad un pubblico che, a sua volta, ha detto la sua.

In occasione dell’ultimo incontro della stagione, noi ragazze dell’Associazione Culturale Diciottoetrenta abbiamo deciso di aprire questo blog: gli spunti di riflessione sono stati tanti, e talmente interessanti che non volevamo che finissero.

Su questa piattaforma pubblicheremo articoli sul cinema in tutte le sue forme e sfaccettature, scritti da noi e dai nostri soci e collaboratori, ma perché no anche da chi avrà voglia di dare un proprio contributo.

Per sapere qualcosa di più sulle nostre attività, trovate i nostri contatti nell’angolino in fondo a sinistra.. se poi siete a Bologna e vi va di sorseggiare una pinta (di cinema, ovviamente) insieme a noi, ci trovate questo giovedì 21 maggio alla Tana del Bianconiglio, dalle 21, a parlare di: “Generi cinematografici: chi sale e chi scende”.