“Fuocoammare”- La lenta ricostruzione della realtà senza sovrastrutture

Articolo di Andrea Vallese

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Per la prima volta nella storia degli Oscar, l’Italia sceglie come suo candidato/rappresentante per la categoria Miglior Film Straniero un documentario. Sicuramente un “signor-documentario”, dato che Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha già partecipato a numerosi eventi e vinto alcuni premi, tra cui l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Resta comunque una scelta coraggiosa, quanto azzardata, dato che l’Academy storicamente relega questa categoria di film ad un premio ad hoc, privilegiando da sempre storie di finzione, o meglio, film dove la realtà veniva filtrata da una sceneggiatura, messa poi in video da un regista che filma degli attori. Eppure Fuocoammare, nonostante ci mostri immagini assolutamente (e spesso drammaticamente) vere, riesce a mantenere uno sguardo “filmico”, scegliendo di raccontare il dramma, a tutti noto, dello sbarco senza fine dei migranti a Lampedusa, anteponendo alla cronaca il lato umano, come solo ogni film che si rispetti (o almeno io rispetto) sa fare.

Per raccontare questa realtà, Rosi è rimasto più di un anno sull’isola di Lampedusa. Il frutto del suo lavoro non è solo una minuziosa ricostruzione dell’emergenza-migranti, cosa che tanti altri giornalisti e autori di docu-fiction ci raccontano quotidianamente, ma è un viaggio alla scoperta di questo “piccolo punto” nel centro del Mediterraneo per dare un ritratto onesto e sincero di un luogo che, come ogni altro, ha e cerca di mantenere una sua identità. Il protagonista/testimone della quotidianità dell’isola è Samuele, un ragazzino di dodici anni, come tanti. Vive col padre e la nonna, va a scuola, ama esplorare i boschi a caccia di uccelli e giocare con la fionda, mentre ama meno andare in barca, dato che gli provoca spesso nausea. Attorno a lui si muovono altre figure, persone semplici, facenti parte di un’Italia più riconducibile agli anni ’50 che all’odierna realtà metropolitana. In alternanza, il film documenta le costanti attività di soccorso e accoglienza dei tanti migranti che in quel luogo “incontaminato dalla modernità” vedono la prospettiva di una vita migliore, trovando, però, spesso la morte in mare.

L’ “anello di congiunzione” tra questi due mondi è il Dr. Bartolo, il medico dell’isola, che, sia in un’ecografia a una donna in cinta appena salvata, sia nelle tante ispezioni cadaveriche, ci mette empatia e partecipazione emotiva allontanando qualsiasi possibilità di “professionale routine”. Attraverso la sua testimonianza, Lampedusa e i suoi abitanti danno voce alla loro cultura fatta di piccole cose, ma al tempo stesso incapace di rimanere indifferente alla drammaticità che riempie il mare che la circonda. Inevitabile a questo punto non cogliere l’enorme divario con il resto del mondo forse modernamente più avanti, ma assente (nel film come nella realtà) di fronte all’emergenza.

Questa consapevolezza, però, non è frutto di immagini shock della Tv del dolore, che inneggiano alla mancanza di sensibilità dell’Europa e del mondo di fronte a un mare che ha nei suoi fondali migliaia di cadaveri. Il regista si è preso il suo tempo per raccogliere e riunire tutto il materiale al fine di dare allo spettatore una visione limpida e onesta della realtà e lasciare a lui la responsabilità di farsi un’opinione sia oggettiva che soggettiva. Come l’ “occhio pigro” di Samuele, che ha bisogno di tempo e di lavoro per poter riacquisire funzionalità, così la realtà ha bisogno delle stesse cose per essere conosciuta e raccontata. Forse è per questo che i documentari, principali fautori di questo procedimento, sono così importanti. Ed io sono felice che l’Italia, in occasione degli Oscar, scelga di farsi portavoce di questo messaggio.

“La pazza gioia”- 50 sfumature di pazzia

Articolo di Andrea Vallese

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Da anni sono un grande estimatore del cinema di Paolo Virzì. Trovo che come autore sia quello che, più di tutti, riesca a rappresentare la realtà del nostro Paese (e non solo) attraverso la commedia, senza ricorrere a situazioni farsesche o a personaggi troppo sopra le righe. Così è anche la sua ultima opera, “La Pazza Gioia“, che offre uno sguardo interessante e poetico al tempo stesso sul tema del disagio psichico, attraverso una storia tutta al femminile.

Le protagoniste, infatti, sono Beatrice e Donatella, due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a un regime di custodia giudiziaria. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi, qui nel ruolo più brillante della sua carriera divisa tra Italia e Francia) è una ex-contessa logorroica e viziata, che pensa di essere dieci passi avanti rispetto alle sue compagne di sventura e, per questo, non s’inserisce nel gruppo. Donatella (Micaela Ramazzotti, qui alle prese con un personaggio più drammatico rispetto alle donne interpretate nei film precedenti) è una ragazza madre (molto tatuata) particolarmente fragile, insicura, ma molto dolce, alla quale il tribunale ha tolto il figlio per darlo in affidamento ad un’altra famiglia. Nonostante la reciproca diversità di carattere, le due donne cominceranno a legare, sostenendosi (ognuna a modo suo) a vicenda, finché non avranno l’occasione per fuggire e svagarsi nel “mondo reale”, misurando la loro condizione sociale con il modo esterno.

Molti hanno, giustamente, paragonato il film a “Thelma e Louise” di Ridley Scott (1992). C’è solo una piccola differenza. Le protagoniste italiane sono considerate pazze e pericolose ancora prima di intraprendere il viaggio/fuga. Qui non c’è una presa d’atto di una condizione, quanto, piuttosto, il peso della consapevolezza che il mondo accetta la tua esistenza a patto che tu rimanga “confinata nei ranghi”, perché la tua libertà mette a rischio l’incolumità degli altri. Un ragionamento che non fa una piega. Sia Beatrice che Donatella hanno commesso degli errori. Conoscendo, però, pian piano il loro passato (e i personaggi strampalati che ne fanno parte), lo spettatore può rendersi conto che a nessuna delle due la vita e il contesto sociale hanno fornito gli strumenti per poter fare “la cosa giusta”. Anche quando i servizi le prendono in carico, vengono adottate nei loro confronti misure di contenimento, facendole passare (probabilmente in buona fede) per politiche di recupero sociale.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come le due donne (Beatrice, in particolare) siano riuscite a mantenere uno sguardo positivo e di fiducia verso un mondo che non le capisce e non le tollera, un mondo che, cercando ostinatamente di considerarsi normale, finisce per essere “più pazzo di loro”. Troppo spesso ci dimentichiamo che la follia è una componente essenziale della realtà, la colora, la ricopre di sfumature. Ersamo da Rotterdam diceva che “senza il condimento della follia non può esistere piacere alcuno”. E chi, aggiungo io, sano di mente, non farebbe follie per far entrare nella sua vita godimento, gioia e amore? Scusate il gioco di parole.

Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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“Veloce come il vento”- Quando il cinema trova il nesso tra sport e vita

Articolo di Andrea Vallese

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Nella vita non mi ritengo uno sportivo. Cerco di tenermi in forma, ma è più una cosa legata al benessere. Di fatto non pratico sport e non li seguo neanche, incluse le corse. Per tali ragioni ho sempre molta diffidenza nei confronti di film che parlano di sport, anche perché ho paura di non capirli. Ci sono, però, delle pellicole, come questa di Matteo Rovere che, attraverso la rappresentazione dello sport, svelano delle verità sull’essere umano che ti fanno uscire dalla sala culturalmente più arricchito.

“Veloce come il vento” vuole essere un film di genere in stile americano (tra Rush e Fast and Furious), ma mantiene intatto, sia nel linguaggio che nell’ambientazione, il contesto italiano, emiliano, per la precisione. Prendendo spunto dalla storia vera del pilota Carlo Capone, il film segue le vicissitudini della famiglia De Martino, dove il sangue che scorre nelle vene è nero come la benzina delle auto da corsa. La protagonista è Giulia (Matilda De Angelis, giovane promessa del nostro cinema), diciassettenne pilota di rally che, dopo la morte del padre a causa di un infarto, si trova a fare da genitore al suo fratellino Nico e rischia lo sfratto a causa dei debiti del padre, che ha puntato anche la casa su di lei come futura campionessa. A complicare le cose, arriva anche il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi, mai così bravo dai tempi di Radiofreccia), ex pilota, ora più dedito alla droga. Loris, all’inizio, cerca di approfittare della situazione (essendo l’unico maggiorenne della famiglia) per insediarsi nella casa dove tanti anni prima era stato cacciato. Realizzando, poi, che il suo destino è legato ormai anche a quello della famiglia, decide di allenare la sorella, rispolverando quel talento perduto, ma mai dimenticato, per aiutare Giulia a diventare ciò che lui non può più essere.

Il vero “motore” di questa storia sulle corse è proprio il rapporto tra i due fratelli ritrovati, talmente diversi da essere complementari. Il loro rapporto è molto diretto. Non si esprime tramite gesti affettuosi, ma attraverso una franchezza che obbliga entrambi a prendere coscienza delle proprie criticità e ad affrontarle. Giulia, grazie agli insegnamenti del fratello (che la tratta come un pilota da corsa e non come una donna imprigionata in un mondo di uomini) riesce a sentire che il suo sogno è realizzabile, che ce la può fare. Loris, invece, in un mondo in cui tutti voltano le spalle a persone come lui, trova l’occasione per potersi impegnare in qualcosa di concreto, non tanto per il riscatto sociale, ma per dimostrare che c’è sempre il modo di fare “la cosa giusta”.

Dopo aver visto questo film ho capito che le corse (molto ben rappresentate e godibili, anche da un profano come me), sono solo un mezzo, una metafora, per raccontare un qualcosa che trascende lo sport. Nelle gare automobilistiche non c’è il senso della misura. Bisogna prendersi dei rischi, dare spazio all’istinto e “non pensare troppo”, come dice spesso Loris a Giulia. Forse questa filosofia si può estendere a diverse situazioni. Accettare il rischio come parte della vita ci aiuta a “mettere in moto” il nostro cervello e a predisporlo in maniera più diretta verso i nostri obbiettivi. Qualunque sia il risultato, la consapevolezza di avercela messa tutta non vanificherà il nostro operato, anzi ci renderà più forti e pronti per altre sfide.

“Perfetti sconosciuti” Il diritto ad avere segreti

[Articolo di Andrea Vallese]

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Perfetti Sconosciuti” di Paolo Genovese, l’ultima commedia italiana che in questo periodo sta avendo grande successo al botteghino, parte con una bellissima citazione di Gabriel Garcia Marquez: “ciascuno di noi ha tre vite, una pubblica, una privata e una segreta”. Il film, in maniera molto intelligente, ci fa notare come ai nostri giorni il raccoglitore o, per citare una battuta, “la scatola nera” della nostra vita segreta sia diventato lo Smartphone. Questo oggetto dal suo ruolo ufficiale di “facilitatore di comunicazione”, ci ha spinto inconsapevolmente a portare la sfera più intima del nostro quotidiano al dì fuori delle mura domestiche, per non dire “a braccetto” con la vita pubblica.

I protagonisti di questa storia sono sette amici di vecchia data (tre coppie e un single) che si riuniscono a cena in occasione di un’eclissi di Luna. Nel mezzo di una conversazione su quanto ognuno sa più o meno della vita degli altri, decidono di prestarsi ad un gioco apparentemente divertente, ma, al tempo stesso, sadico e masochista. Ciascuno di loro per tutta la serata metterà a disposizione degli altri il proprio cellulare, ovvero dovrà leggere i propri sms, le conversazioni whatsapp e ascoltare le telefonate ricevute in modalità vivavoce. Da questo momento si assiste ad un’escalation di rivelazioni.

All’inizio l’esperimento non sembra molto diverso dal classico “gioco della verità” (chi non ci ha mai giocato da ragazzo?) e cominciano a venire fuori quelle piccole sottigliezze di cui, forse, ognuno di noi, quando si trova con amici e parenti, si accorge: lo smartphone rivolto verso il basso, il gruppo di whatsapp di cui non si fa parte, i nomi fittizi nella rubrica, i giochi di ruolo tra estranei. Cose, tutto sommato, innocenti, ma che sono indicatori della nostra vulnerabilità e spianano la strada verso rivelazioni molto più significative: l’ingiustizia di un licenziamento, la difficoltà di fare coming out, lo scoprirsi omofobi latenti, la consapevolezza di essere il genitore meno in confidenza col figlio; per non parlare delle infedeltà di vario genere da quella occasionale a quella seriale, passando per quella virtuale. I personaggi (interpretati dai bravissimi Marco Giallini, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston) diventano i portavoce di tutti questi “lati oscuri” in cui lo spettatore, a modo suo, si riconosce, finendo inevitabilmente per ripensare al suo vissuto e a quello dei suoi cari. Personalmente, uscendo dal cinema, mi sono chiesto cosa dentro il mio smartphone è opportuno che ci sia e cosa no.

Spesso si definiscono i segreti inconfessabili degli “scheletri nell’armadio”. Non avevo mai pensato prima d’ora al significato di quest’espressione. Si sa, i sentimenti generati dalla vista di uno scheletro sono paura, orrore, ripugnanza. Oggi l’armadio che li rinchiude è lo smartphone, oggetto sicuramente più leggero, ma, sfortunatamente, più esposto al pubblico e alle “urla” che quei sentimenti potrebbero generare. Credo sia per questo che il regista abbia ripiegato su un finale alla Sliding Doors, per riportare lo spettatore ad un’amara quiete, ammonendolo su quanto sia pericoloso giocare (anche voyeuristicamente) con la propria intimità.

Per tornare alla citazione iniziale, credo che la parte segreta della nostra vita sia un qualcosa di estremamente prezioso. Non è solo una questione di privacy. Tenere i nostri cari fuori dagli aspetti più misteriosi della nostra vita è un modo per proteggerli, e la protezione è la manifestazione di affetto più significativa. Dobbiamo rivendicare il “diritto ad avere un po’ di mistero” anche perché è questo che accende negli altri un interesse nei nostri confronti.

A tempo debito

tempodebitoSegnaliamo un’interessante proiezione per gli amanti della settima arte.
In occasione della 22ma edizione del Festival Visioni Italiane, il prossimo venerdì 26 Febbraio alle 16.30, presso la Cineteca di Bologna potrete vedere “A tempo debito” (Italia/2015) di Christian Cinetto, film che illustra il dietro le quinte di una produzione cinematografica in carcere e l’incontro tra 15 detenuti di 7 nazionalità diverse attraverso lezioni di recitazione e di sceneggiatura.

Si è portati a pensare che i film ambientati in carcere parlino di carcere, di sbarre, di violenza, di soprusi.

Da un documentario ambientato in carcere ci si aspetta di vedere il lato oscuro di un luogo, di sentire parlare i detenuti sulla libertà o sulla presunzione di innocenza.

Tutto ciò è comprensibile, è anche confortevole come esperienza di spettatore allenato.

Eppure “A tempo debito” ha molto poco di tutto ciò.

Chi vorrà vederlo dovrà essere disposto ad uscire dalla sala facendosi delle domande scomode.

Non sul carcere, ma su se stesso.

81 minuti che cambiano la prospettiva.

Buona Visione!

H2Odio

Articolo di Marilisa Mainardi

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L’ultima volta in cui ho letto qualcosa su Alex Infascelli ero al mare, sdraiata mollemente sul lettino e con Vanity Fair in mano (Sì, leggevo Vanity Fair!). L’articolo parlava di un uomo deluso dal cinema italiano, relegato al ruolo di comparsa dopo essere stato una grande promessa e attualmente gestore di un ristorante o cameriere, non ricordo.

La cosa mi aveva fatto tornare in mente un film che avevo visto qualche tempo prima e che non mi era dispiaciuto, sebbene avesse elementi poco chiari e perfino assurdi. Me ne sono ricordata, ma non l’ho riguardato. Non subito per lo meno. H2Odio era di certo fra quei film di cui avevo deciso di parlare nel momento in cui ho cominciato a scrivere per questo blog e, finalmente, complici le vacanze natalizie, ho potuto rivederlo.

Veniamo al dunque. H2Odio è il terzo – e ultimo- lungometraggio di Alex Infascelli, come già detto, approdato al cinema come luminosa promessa di cui nel tempo la luce è diminuita fino a rivelarsi meteora. Oggi, pur non avendo abbandonato la regia, si occupa per lo più di video musicali, e per ora pare abbia concluso la sua avventura con il cinema vero e proprio.

Questa è la componente n.1 per cui parlerò – come già molti hanno fatto – di questo film. La componente n.2 è altrettanto interessante e riguarda il modo in cui la pellicola venne distribuita. In effetti, parlando di distribuzione e pellicola siamo imprecisi perché H2Odio fu dato al mondo come DVD in allegato a La Repubblica e L’Espresso, nel 2006 con lo slogan “dal 3 maggio in nessun cinema”.

Questo rese il film sin da subito interessante e spinse molti a vederlo.

La vicenda narrata è in sé e per sé piuttosto semplice: una ragazza invita a passare quattro amiche su un’isola di sua proprietà, durante il soggiorno dovranno seguire una dieta a base di acqua e radici di liquirizia per purificarsi e ritrovare se stesse. Quello che non si intuisce subito è che la nostra protagonista, Olivia, sia affetta dalla sindrome del gemello evanescente e che questo l’abbia condizionata per tutta la vita. Olivia esprime sin dall’inizio il motivo per il quale si trova lì: liberarsi di quell’ombra che la perseguita da tutta la vita. Tutto è dominato dall’acqua, sia che essa ci sia – in bicchieri, lavandini, nel lago- sia che essa non ci sia e induca le cinque protagoniste alla disperazione.

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Inizia quindi un percorso fatto per la maggior parte di allucinazioni ed eventi violenti, vissuti da Olivia e dalla sua gemella Helena che, un po’ portate dalla follia e un po’ dall’esasperazione del digiuno, uccidono le ospiti una ad una.

Come si evince da questa narrazione, penso che essa rappresenti l’unica debolezza del film. Con questo intendo dire che, se l’idea di base può essere interessante, forse lo sviluppo è stato debole. Ci sono elementi che imbruttiscono il tutto perché, se possiamo essere d’accordo che un certo grado di allucinazione e di incredibilia possa essere tollerato, ci riesce difficile pensare ad una madre che si suicida perché la figlia ha “risucchiato” (non saprei in che altro modo dirlo) il gemello evanescente concepito insieme a lei. Allo stesso tempo ci appare quanto meno singolare ed inutile che madre e figlia sentano il bisogno di scambiarsi effusioni e baci saffici.

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Detto questo, si deve aggiungere il gradevolissimo cammeo di Mario Coruzzi, nel ruolo del medico e di Carolina Crescentini, la madre della protagonista, che emaciata e tragica al punto giusto, compie una bella interpretazione.

H2Odio è, per moltissimi versi, un film di nicchia. E come spesso accade ai film complessi o un po’ diversi dai canoni viene spesso criticato. Il mio parere è comunque che sia stata realizzata un’opera interessante e che meriti di essere vista, seppure con tutti i limiti che essa contiene.

Buona visione!

La casa dalle finestre che ridono

Articolo di Marilisa Mainardi

Questo film è una storia di scheletri nell’armadio. E per questa volta, non si tratta di una metafora.

Buono Legnani è morto, ma aleggia sulle nostre teste, nelle nostre menti.

Tanto s’è scritto e tanto si scriverà ancora su questa pellicola del 1976, uscita un po’ in sordina e diventata cult negli anni a venire.

Questo è accaduto per molti motivi ma in realtà per uno solo: è un film molto bello.

Poi metteteci che in questa critica c’è anche l’amore per la mia terra (sono di Budrio) e per quei paesaggi fra la Bassa e il Polesine, portatrici di nebbiosi pensieri e subitanee melanconie. Comunque, va da sé che Pupi Avati, con questa suo primo thriller, incanta il pubblico.

La storia narrata doveva svolgersi inizialmente negli States, ma per fortuna Avati s’è ravveduto e ha deciso di filmare i paesaggi della sua infanzia, le cose a lui familiari, la seducente desolazione di una terra umida e brumosa.

Stefano, giovane restauratore, viene chiamato in un paesino del ferrarese per recuperare l’affresco di un autore locale, rinvenuto nella chiesa. Sin dal suo arrivo si palesano personaggi dai contorni bizzarri e molto forti. La maestra lasciva e chiacchierata, il conducente d’auto ubriacone (un favoloso Gianni Cavina, co-autore della sceneggiatura), il sindaco che copia il look ad Al Capone, la pensionante impicciona, lo scemo del villaggio, il prete conservatore, la paralitica. Ci sembrano macchiette, sì, ma tutte raccontate con attenzione, caratterizzate con una cura quasi felliniana. Questi personaggi si muovono nelle pianure sconfinate della Bassa, a contatto con un mondo semplice e famigliare, ma vagamente sudicio. Le case e la pensione non sono mai tinteggiate di fresco, le vettovaglie stantie, l’osteria ingombra di mosche.

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E’ in questo clima semplice e di poche pretese che nasce la storia d’amore tra Stefano e la giovane nuova maestra, Francesca. Un amore narrato in maniera forse superficiale, sebbene assuma immediatamente toni di importanza capitale. Credo che l’inserimento di questa storia d’amore venga posto a contrasto con l’inenarrabile perversione di Bruno Legnani, il pittore, e alla realtà in cui ha vissuto e che, per certi versi, continua ancora a vivere.

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Il finale è quanto di più inatteso ci si possa immaginare. Schioccante per moltissimi versi. Io non riesco più a sentire il nome “Laura” senza pensare alla inquietante e turbante scena conclusiva. Scena conclusiva cui lo stesso Avati ha dovuto porre rimedio dopo averla sottoposta ai produttori: la mano che vedete nell’ultima inquadratura, quella sull’albero, è la sua. Una scena girata e montata a parte. Necessaria – a detta dei critici dell’epoca- per lasciare un finale aperto.

Ma un finale aperto non serve. E’ la cieca e cupa disperazione che prende il protagonista a rendere questa conclusione un capolavoro assoluto. E’ l’omertà del paesino dove alla fine tutti si alleano nel nascondere un segreto truce e straziante, che tutti conoscono, ma che nessuno osa guardare alla luce del sole.

E la straziante bellezza d’un’assolata pianura, dove tutto è bello e limpido, rende ancora più forte –quasi per contrasto- la cupezza dell’animo umano.

Rarissimo trovare critiche negative ed impossibile, dal mio punto di vista, farne.

Forse forse sono un po’ troppo splatter e decisamente inutili le coltellate quasi sul finale; probabilmente dovevano rendere un pathos che in realtà realmente non si realizza perché, come spesso accade, sono molto più in inquietanti i film in cui non si versa nemmeno una goccia di sangue di quelli in cui ne scorre a fiumi.

I dialoghi sono ben costruiti così come i personaggi che li animano. Ottimo il ritmo, le musiche, il delizioso “Tema di Francesca”.

Nulla manca a questo film per essere incoronato come miglior thriller-horror (decidete voi il genere, anche se non credo abbia molta importanza) italiano.

Da allora molti ci sono andati vicino ma pochi hanno saputo ottenere lo stesso.

Con buona pace della Bassa, che se ne sta lì, languida, in attesa che qualcuno torni a farla parlare di sé.

Buona visione!

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Tra horror e fantastico: “Il mulino delle donne di pietra”

Articolo di Marilisa Mainardidvdessential.it

Il mulino delle donne di pietra” è un film del 1960 diretto da Giorgio Ferroni e di produzione italo-francese.

Sin dall’inizio si entra in una dimensione fantastica e a tratti melanconica. La maggior parte del film infatti è ambientata in un mulino – i cui interni somigliano però a quelli di un castello – che appare isolato dal resto del mondo. Sarà perché ci si può arrivare solo in traghetto o perché i personaggi che lo popolano sono a dir poco inquietanti.

Il protagonista, Hans (Pierre Brice), porta avanti una tesi di antropologia che prende in esami alcuni aspetti del folklore delle terre fiamminghe. Si ritrova dunque a vivere e lavorare per qualche giorno nella casa (il mulino) di un professore universitario scultore e gestore di una giostra le cui protagoniste sono celebri donne del passato per lo più accomunate da una fine orrenda. Questa giostra, che viene azionata giornalmente in quanto rappresenta una delle attrattive della zona, viene mossa dalle pale del mulino stesso. Ben presto Hans conosce Helfi, la giovane figlia del professor Wahl (Herbert Böhme), la quale però permane per lo più come una figura evanescente.

In realtà Helfi, interpetata da una bellissima Scilla Gabel, si rivela come una donna molto concreta, che sa bene come sedurre Hans che gli cede molto presto. Dopo una notte d’amore però, Hans si rende conto che quella per Helfi è solo una sbandata e si decide, grazie a questo, a rivelare il proprio amore alla dolce Liselotte (Dany Carrel), amica d’infanzia. Sin qui sembra la trama un po’ macabra di un romanzo rosa ed in effetti lo è, per lo meno fino a che, in un successivo momento di passione fra il protagonista e Helfi, la giovane muore, spingendo Hans a sentirsene responsabile.

E’ qui che entra in scena l’elemento fantastico che trasforma questo film horror in un film fantastico. In una specie di sperimentazione un po’ alla Frankenstein, si scopre che Helfi è malata di una raro morbo che la fa morire – spesso e forse persino volentieri- e che per salvarla l’unica possibilità è una trasfusione di sangue dal corpo di giovani donne che, manco a dirlo, trovano la morte. Il geniale professore, senza trascurare la sua indole artistica, trova come originale modo per impedire che le ragazze vengano trovate, quello di usarle come protagoniste della sua giostra.

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Ed è proprio questo l’elemento più suggestivo del film. La trama in sé e per sé è un po’ scontata, un “già visto”, mentre invece l’invenzione di questa giostra ammanta di surreale ma nel contempo di verisimile la storia narrata. Sono legate proprio a questa le scene più belle del film, sia quando la giostra entra in funzione, accompagnata dal motivetto simile ad un carillon, sia quando, all’atto conclusivo, il mulino va in fiamme e le donne – ormai sentite come corpi vivi e non di pietra, si liquefanno.

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Molto interessante è anche la sequenza nella quale Hans vive una specie di sogno, nel quale non sa se vede realmente o immagina quello che gli accade intorno. E’ una sorta di delirio conseguente al fatto che viene drogato, sono varie scene ben girate in cui l’aspetto onirico si fonde con la consapevolezza dello spettatore di aver capito quanto sta succedendo realmente e che cosa si nasconda nel mulino.

In conclusione, “Il mulino delle donne di pietra” è un buon film, il ritmo è abbastanza alto e i protagonisti rendono abbastanza bene. Sono di certo suggestive la fotografia e la scenografia, cornice perfetta per un racconto del genere.

Buona visione!