“The night of the hunter” quando una fiaba si trasforma in incubo.

Articolo di Giorgia Loi

Sono tra i fortunati che hanno avuto il piacere di assistere alla versione ristrutturata del film del 1955, di Charles Laughton, “The night of the hunter”, tradotto in italiano con “La morte corre sul fiume” (traduzione, a mio parere, francamente poco condivisibile).

Ammetto la mia ignoranza, non avevo mai visto questo film e sinceramente non sapevo molto di esso.

È stata una meravigliosa scoperta, per la quale ringrazio ancora una volta la Cineteca della mia stupenda città, Bologna, che è sempre in prima linea nel recuperare e restaurare meravigliosi film altrimenti spesso dimenticati.

Questo film mi ha colpita molto, in particolare, per due cose: l’atmosfera assolutamente impeccabile di una fiaba noir, e la meravigliosa recitazione non solo di Robert Mitchum ma, in particolare, del bambino protagonista. Non mi dilungherò su questo secondo aspetto, limitandomi a riportare quello che è stato sottolineato in sala grazie all’introduzione curata dalla Cineteca stessa: il film è stato diretto da Charles Laughton, un famosissimo attore che, nella sua carriera, si è dedicato alla regia soltanto in questa occasione; è stata sottolineata la sua particolare capacità di dirigere altri attori, probabilmente dovuta alla sua lunga carriera nella recitazione.

Dal momento che sono tornata a casa con la colonna sonora appiccicata in testa e la sensazione di trovarmi davanti uno dei personaggi del film ogni volta che vedevo un’ombra, ci tengo invece a dire alcune cose rispetto all’atmosfera ed alla stupenda fotografia.

Senza dubbio, la colonna sonora è una delle carte vincenti di questa pellicola: ce ne rendiamo conto subito, dal momento che il film inizia su un canto di bambini che rappresenta una sorta di premonizione di quanto sta per succedere.

Già nelle prime strofe, sentiamo tutto il sapore di questa favola thriller, di questo noir infantile, di questo sogno/incubo. Insieme alle voci dei bambini, che vanno a narrare alcuni punti salienti di questa vicenda, spicca implacabile il motivetto cantato dal predicatore, l’antieroe di questo film. Si tratta di una canzone religiosa, profondamente legata alla storia culturale americana, e certamente molto nota oltreoceano, ma che nasconde nel suo testo qualcosa di tragico e macabro. Questa stessa dualità la troviamo nel personaggio stesso, il quale per altro non ne fa mistero. Immagine iconica del film sono infatti i tatuaggi che porta sulle mani: da un lato “Love” (amore), dall’altro “Hate” (odio).

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Insieme alle musiche, un altro aspetto che va a sottolineare non solo i momenti salienti, ma anche la personalità dei protagonisti, sono le ombre. Gran parte del film è girato in notturna, e le ombre che si scagliano contro le pareti o contro la linea dell’orizzonte rappresentano un punto di vista importante sulle vicende. E, spesso, si tratta del punto di vista dei bambini. La narrazione di questo film è, infatti, prevalentemente incentrata sullo sguardo dei bambini sulle vicende del mondo degli adulti.

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Non voglio anticipare troppo a chi volesse godersi questo film, perché anche la trama, sebbene si tratti di un film così vecchio, è tutta da scoprire. Mi limito a consigliarlo molto calorosamente. Se possibile, visto al cinema, in una serata d’estate, ed in lingua originale.

A tempo debito

tempodebitoSegnaliamo un’interessante proiezione per gli amanti della settima arte.
In occasione della 22ma edizione del Festival Visioni Italiane, il prossimo venerdì 26 Febbraio alle 16.30, presso la Cineteca di Bologna potrete vedere “A tempo debito” (Italia/2015) di Christian Cinetto, film che illustra il dietro le quinte di una produzione cinematografica in carcere e l’incontro tra 15 detenuti di 7 nazionalità diverse attraverso lezioni di recitazione e di sceneggiatura.

Si è portati a pensare che i film ambientati in carcere parlino di carcere, di sbarre, di violenza, di soprusi.

Da un documentario ambientato in carcere ci si aspetta di vedere il lato oscuro di un luogo, di sentire parlare i detenuti sulla libertà o sulla presunzione di innocenza.

Tutto ciò è comprensibile, è anche confortevole come esperienza di spettatore allenato.

Eppure “A tempo debito” ha molto poco di tutto ciò.

Chi vorrà vederlo dovrà essere disposto ad uscire dalla sala facendosi delle domande scomode.

Non sul carcere, ma su se stesso.

81 minuti che cambiano la prospettiva.

Buona Visione!