“I ragazzi stanno bene”-La semplicità del “non convenzionale”

ragazzi

Qualche sera fa mi è capitato di rivedere questo piccolo film “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko (2010). Avevo voglia di qualcosa di leggero, ma alla fine mi ero reso conto che la leggerezza che stavo cercando non era nel film in quanto tale, ma nella sua chiave di lettura. Sono settimane, infatti, che i media ci bombardano di notizie su cosa è normale e cosa no, in quale famiglia è meglio far crescere dei figli, facendoci credere che queste discussioni siano talmente importanti da condizionare la tenuta socio-politica del nostro Paese e dei suoi valori.

Il film ci mostra una famiglia in cui i genitori sono una coppia gay, Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore, bravissime e perfettamente in sintonia), con due figli, Joni (Mia Wasikowska) e Laser (Josh Hutcherson), avuti tramite inseminazione artificiale con lo stesso seme e ormai adolescenti. In questi anni questa famiglia si è ben consolidata e la reciprocità dei suoi componenti è ben consolidata, com’è giusto che sia. Nel momento in cui Joni diventa maggiorenne e prossima a trasferirsi al college, Laser le chiede di contattare la banca del seme per rintracciare il loro padre biologico. Questi è Paul (Mark Ruffalo), ristoratore single e dongiovanni, che cattura subito l’attenzione dei ragazzi, costringendo le due madri ad inserirlo nel nucleo familiare. L’arrivo di Paul obbliga, in qualche modo, genitori e figli a mettere in discussione la propria vita e il proprio ruolo nella famiglia. Questo avviene soprattutto nel rapporto tra Nic e Jules, che, nonostante l’amore sincero e profondo che le lega, hanno sempre faticato a trovare un equilibrio nel loro matrimonio. Quando Jules cede al fascino di Paul, tradendo Nic, le due donne dovranno faticare per poter ritrovare quel sentimento che ha dato origine alla loro famiglia.

Il film rifiuta chiaramente di dare uno schieramento politico e sociale a questa famiglia. Essa non è il simbolo di una realtà alternativa che dichiara guerra alla società, né il manifesto di una lotta per i diritti delle famiglie non tradizionali. Credo che sarebbe persino sbagliato definirla normalità perché si correrebbe il rischio di aprire un altro noioso e insensato dibattito su cosa è normale e cosa no. Essa è uno spaccato della realtà, come ce ne sono tanti. L’introduzione del padre biologico non è qualcosa che destabilizza la famiglia in quanto tale, ma mette scompiglio nel matrimonio di due persone, cosa che succede per tante coppie. E anche questa coppia, dopo questo evento, riesce a tenere duro e a uscirne più forte e determinata nell’andare avanti, con la consapevolezza che (parole di Jules) “il matrimonio è difficile”.

Trovo che la regista sia stata molto intelligente ed acuta nell’aver trattato una tematica “non convenzionale” attraverso una narrazione che, tutto sommato, è abbastanza lineare e senza colpi di scena eclatanti. Non c’è nessuna volontà di trasgredire. L’intento è, semmai, dimostrare che i valori tradizionali e consolidati (come il matrimonio e l’educazione dei figli) possono essere divulgati e trasmessi da tutti, anche da chi, nel comune pensiero, non è degno di farne parte. Personalmente credo che oggi non ha più molto senso capire cosa è tradizionale e cosa alternativo. Credo piuttosto che capire cosa si è ed apprezzarsi per la propria unicità sia già il grosso traguardo di un percorso che nessuno (persona o istituzione) ha il diritto di fermare.

H2Odio

Articolo di Marilisa Mainardi

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L’ultima volta in cui ho letto qualcosa su Alex Infascelli ero al mare, sdraiata mollemente sul lettino e con Vanity Fair in mano (Sì, leggevo Vanity Fair!). L’articolo parlava di un uomo deluso dal cinema italiano, relegato al ruolo di comparsa dopo essere stato una grande promessa e attualmente gestore di un ristorante o cameriere, non ricordo.

La cosa mi aveva fatto tornare in mente un film che avevo visto qualche tempo prima e che non mi era dispiaciuto, sebbene avesse elementi poco chiari e perfino assurdi. Me ne sono ricordata, ma non l’ho riguardato. Non subito per lo meno. H2Odio era di certo fra quei film di cui avevo deciso di parlare nel momento in cui ho cominciato a scrivere per questo blog e, finalmente, complici le vacanze natalizie, ho potuto rivederlo.

Veniamo al dunque. H2Odio è il terzo – e ultimo- lungometraggio di Alex Infascelli, come già detto, approdato al cinema come luminosa promessa di cui nel tempo la luce è diminuita fino a rivelarsi meteora. Oggi, pur non avendo abbandonato la regia, si occupa per lo più di video musicali, e per ora pare abbia concluso la sua avventura con il cinema vero e proprio.

Questa è la componente n.1 per cui parlerò – come già molti hanno fatto – di questo film. La componente n.2 è altrettanto interessante e riguarda il modo in cui la pellicola venne distribuita. In effetti, parlando di distribuzione e pellicola siamo imprecisi perché H2Odio fu dato al mondo come DVD in allegato a La Repubblica e L’Espresso, nel 2006 con lo slogan “dal 3 maggio in nessun cinema”.

Questo rese il film sin da subito interessante e spinse molti a vederlo.

La vicenda narrata è in sé e per sé piuttosto semplice: una ragazza invita a passare quattro amiche su un’isola di sua proprietà, durante il soggiorno dovranno seguire una dieta a base di acqua e radici di liquirizia per purificarsi e ritrovare se stesse. Quello che non si intuisce subito è che la nostra protagonista, Olivia, sia affetta dalla sindrome del gemello evanescente e che questo l’abbia condizionata per tutta la vita. Olivia esprime sin dall’inizio il motivo per il quale si trova lì: liberarsi di quell’ombra che la perseguita da tutta la vita. Tutto è dominato dall’acqua, sia che essa ci sia – in bicchieri, lavandini, nel lago- sia che essa non ci sia e induca le cinque protagoniste alla disperazione.

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Inizia quindi un percorso fatto per la maggior parte di allucinazioni ed eventi violenti, vissuti da Olivia e dalla sua gemella Helena che, un po’ portate dalla follia e un po’ dall’esasperazione del digiuno, uccidono le ospiti una ad una.

Come si evince da questa narrazione, penso che essa rappresenti l’unica debolezza del film. Con questo intendo dire che, se l’idea di base può essere interessante, forse lo sviluppo è stato debole. Ci sono elementi che imbruttiscono il tutto perché, se possiamo essere d’accordo che un certo grado di allucinazione e di incredibilia possa essere tollerato, ci riesce difficile pensare ad una madre che si suicida perché la figlia ha “risucchiato” (non saprei in che altro modo dirlo) il gemello evanescente concepito insieme a lei. Allo stesso tempo ci appare quanto meno singolare ed inutile che madre e figlia sentano il bisogno di scambiarsi effusioni e baci saffici.

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Detto questo, si deve aggiungere il gradevolissimo cammeo di Mario Coruzzi, nel ruolo del medico e di Carolina Crescentini, la madre della protagonista, che emaciata e tragica al punto giusto, compie una bella interpretazione.

H2Odio è, per moltissimi versi, un film di nicchia. E come spesso accade ai film complessi o un po’ diversi dai canoni viene spesso criticato. Il mio parere è comunque che sia stata realizzata un’opera interessante e che meriti di essere vista, seppure con tutti i limiti che essa contiene.

Buona visione!

Babadook

Articolo di Giorgia Loi

Il Babadook, o: il film da non guardare quando si soffre d’insonnia.

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Faccio due premesse alla recensione di questo film: la prima è che, se non lo avete ancora visto, questo articolo contiene spoiler: se volete che vi sorprenda completamente, tornate a leggere dopo averlo guardato!

La seconda premessa è personale: ho fatto l’errore di guardare il film in un periodo per me caratterizzato da insonnia, e questo fatto ha condizionato notevolmente la mia visione.

Non nascondo quindi che per me la lettura di tutta la trama è legata proprio a questo, alla mancanza di sonno ed allo stato di spossatezza e confusione che ne deriva.

Ma andiamo con ordine.

Iniziamo da un breve quadro dei protagonisti.

Si tratta di una madre, Amelia (Essie Davis), e di un figlio, Samuel (Noah Wiseman), che vivono soli in seguito alla traumatica morte del capo famiglia, e che, diciamocelo, non se la cavano proprio alla grande.

Il bambino fa pensare immediatamente al Danny di Shining, e direi che difficilmente si possa trattare di un caso. E’ un bambino iperattivo, insonne, molto attaccato alle proprie fantasie, che si rifugia in un mondo magico ed immaginario per fuggire da una realtà oggettivamente poco gradevole.

Una realtà caratterizzata da una madre fortemente stressata, che probabilmente dà la colpa al figlio per la morte del marito, che non accetta il contatto fisico e che, anche a causa delle difficoltà del bambino, non riesce lei stessa a dormire.

Samuel è impegnato, nella prima parte del film, a commettere una serie di azioni violente, prima a scuola, e poi alla festa di compleanno della cuginetta. Questi gesti lo faranno prima espellere, e poi isolare, insieme alla madre, da tutte le (poche) persone care al piccolo nucleo familiare.

Il quadro reale che fa da cornice al film è dunque questo: una vedova depressa, rancorosa e stressata si ritrova ad avere come unico contatto ed unica ragione di vita un figlio esagitato ed insonne, che non riesce ad abbracciare, a cui dà la colpa delle proprie disgrazie, e che a sua volta è depresso, iracondo e si sente solo al mondo.

Sì, è davvero un film allegro.

Ma veniamo alla parte horror, che dà il nome al film.

Questa parte ha inizio mentre il piccolo mondo della famigliuola si sgretola definitivamente, e prende le mosse dalla comparsa di uno strano libro della buona notte nella libreria di Samuel,”Mister Bababook”.

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Il libro narra la simpatica filastrocca del mostro Babadook, che si nasconde nell’ombra della notte, e che in effetti è assolutamente, assolutamente inquietante, dal momento che, come dice il libro, “non puoi liberartene” e “quando senti il suo richiamo sei già”… vi lascio immaginare… ebbene sì, “morto”.

Da persona che ha sofferto d’insonnia, posso garantire che leggere un libro del genere la sera, prima di andare a letto e sprofondare in un buio pesante e pensieroso, farebbe fare qualche brutto pensiero a tutti. Sì, anche a me la notte dopo aver visto il film è parso di sentire “Ba-ba- Dook- dook- dook”.

E questo fa sì che la mia interpretazione di quanto poi avviene, fino all’ultimissima parte del film (ma di questa parte non parlerò, non voglio esagerare con gli spoiler!), sia la seguente: il film parla di una madre stressata ed insonne che impazzisce.

Non è l’interpretazione ufficiale, che invece verte sulla psicologia Jungiana, sulla quale ammetto una certa ignoranza.

E’ un’interpretazione personale, certamente parziale, che intendo spiegare attraverso alcuni punti.

Innanzitutto, come menzionato sopra, ritengo più che probabile che una persona, anche adulta, in un periodo particolarmente duro e negativo si lasci suggestionare da un pensiero poco razionale come il mostro dentro all’armadio.

Le persone sono fragili, specialmente in alcuni momenti.

Inoltre, Amelia è tormentata da anni da ricordi di un marito, chiaramente molto amato, che non c’è più, ma i cui averi, le cui foto, la cui eredità intellettuale sono conservati in un (tipico) seminterrato (da film horror). In questo senso, la casa è letteralmente infestata da un fantasma, sebbene si tratti di un fantasma della mente: lo spettro di un ricordo irraggiungibile.

Il parallelismo, il sovrapporsi delle immagini del marito morto e del mostro diventa addirittura esplicito ad un certo punto del film.

L’immagine della donna fuori di sè è evidente provando ad osservarla con gli occhi dei poliziotti che la ricevono, durante una scena centrale del film, alla centrale di polizia dove lei è andata per denunciare episodi di stalking, in seguito ad inquietanti ricomparse del libro davanti alla sua porta dopo che lei aveva tentato invano di disfarsene. Ecco, proviamo per un attimo a non sospendere l’incredulità: ascoltando Amelia raccontare la sua versione non possiamo dare tutti i torti ai poliziotti per non averla presa sul serio. Appare come una persona non lucida, delirante, non attendibile, probabilmente sotto l’effetto di droghe.

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Quella è la scena in cui la follia della donna si concretizza ed “esce” nel mondo. Non per niente è anche la prima scena in cui lei vede una materializzazione fisica del mostro del libro.

Da quel momento in poi, ad ogni notte insonne di Amelia, vediamo l’immagine del mostro ingrandirsi, ingigantirsi, farsi sempre più tangibile.

E la donna sprofonda sempre più in un potente delirio, trasformandosi, come da profezia del libro (o allucinazione?), nel mostro che minaccia la famiglia. Commette gesti decisamente agghiaccianti, e ci ricorda nuovamente Shining, questa volta incarnando un furioso Jack Torrance alla ricerca del figlio.

D’altra parte, più Amelia è perseguitata dalla comparsa/visione del Babadook, meno desiderio ha di mettersi a dormire. Inizia quindi a passare la notte a guardare programmi, rigorosamente inquietanti ed orrorifici, alla televisione, costringendo alla veglia anche il bambino.

Nel film fanno la loro comparsa anche dei farmaci per il sonno, ma la donna non li prende, li dà soltanto al figlio.

Insomma, dopo che ogni singola scena del film mi aveva portata a pensare che il film fosse metafora o oggettivizzazione degli effetti dell’insonnia sulla psiche… ecco arrivare l’epilogo del film, che smentisce in toto la mia teoria.

Non me la sono presa per questo. Anzi, di norma apprezzo moltissimo quando un film mi stupisce, contraddicendo le mie aspettative.

Purtroppo però ho trovato il finale troppo frettoloso, un po’ raffazzonato, e, a mio parere, un po’ stonato con il resto del film.

Ho percepito una grossa distanza tra tutto lo svolgimento e la conclusione, come se lo sforzo creativo degli sceneggiatori si fosse ad un certo punto esaurito, e si fosse semplicemente deciso di porre fine alla pellicola fornendo la spiegazione ed un conseguente epilogo narrativo.

Ho apprezzato gran parte del film, in particolare il ritmo narrativo, il modo di delineare i personaggi attraverso piccoli gesti ed attimi significativi, la fotografia, la suspance della prima parte.

L’ho tuttavia ritenuto incompleto e, per questo, nonostante gli ampi elogi della critica, devo dire che non farà parte della mia lista di film horror preferiti.
Posso però dire che, dopo averlo visto, mi sono impegnata di più per dormire meglio, per prendermi un po’ di tempo per me, per riposarmi. Nel dubbio…

Dove comincia la notte

Articolo di Marilisa Mainardi

In ogni sistema c’è un punto

Che non si riesce a spiegare

Con gli elementi del sistema stesso”

(K.Godel)

Immagine dal sito www.cb01.eu
Fonte immagine: www.cb01.eu

Molti devono essersi scordati di questa frase d’apertura. Si trova proprio lì, in coda alla sigla di testa. Ed è sin da qui che si ha la chiave per il finale, la soluzione del giallo. Godel, tra i più grandi matematici del Novecento, ha lavorato a lungo per dimostrare la non sufficienza delle materie scientifiche a spiegare ogni lembo del creato. Si apre così “Dove comincia la notte” pronto a trascinarci in un contemporaneo ritorto nelle vicende di un passato che tutti sembrano far fatica a dimenticare.

Maurizio Zaccaro decide di ambientare il suo primo lungometraggio (per il quale ha vinto il David di Donatello come miglior regista esordiente) a Davenport, grigia città dell’Iowa.

Il padre di Irving, il protagonista, muore all’improvviso durante la notte e il figlio viene chiamato a sbrigare le ultime faccende legate alla vendita della grande casa in cui aveva vissuto da bambino, prima del divorzio dei suoi genitori. E’ evidente che non sarebbe voluto tornare e che comunque, dovendolo fare, vuole trattenersi poco.

Irving e la madre se ne sono andati diversi anni prima, in seguito allo scandalo che coinvolse la loro famiglia. Il padre Nat, professore di mezza età, intreccia una relazione sentimentale con una delle sue alunne, Glenda Mallory, e si arriva a vociferare che la ragazza sia addirittura incinta. Glenda però verrà trovata suicida qualche giorno dopo le vacanze natalizie, in una cittadina lontana svariati chilometri da Davenport.

C’è chi dice però che Glenda, in realtà, non sia affatto morta e che abbia convissuto con Nat, chiusa nella casa insieme a lui, sino a che l’uomo non è morto e che ora ancora vi si nasconda. E Irving non impiega molto tempo a capire perché. La vecchia villa, incantevole ed inquietante allo stesso tempo, è cosparsa di indizi della presenza di lei. Il padre prende appunti su ciò che Glenda fa ai margini di un libro stampato dopo la morte della ragazza; compare uno smalto ancora fresco sebbene la ditta non lo produca più da anni; viene riferito che una donna ha chiamato l’ambulanza la notte in cui Nat è morto; decorazioni natalizie inesistenti tintinnano mosse dal vento. Tutto riappare come quella volta, quella prima volta in cui Glenda e Nat sono rimasti soli.

Alla fine è tutto così chiaro che ce ne convinciamo anche noi. Glenda c’è. Glenda è lì. Glenda è viva!

Eppure no.

Alla fine è tutto molto chiaro. L’intera vicenda viene spiegata con una chiarezza che non lascia alcun spazio all’immaginazione.

Fonte immagine: www.moviespicture.org
Fonte immagine: www.moviespicture.org

Il soggetto e la sceneggiatura sono di Pupi Avati. Un gigante che permea di allure noir e melanconia questo bel film. Come detto, l’ambientazione è tutta americana ma tutto sommato si nota poco, la vera protagonista è la casa, simile a quella de Il nascondiglio, per certi versi. E’ già protagonista nella sigla, nella quale si sussegue una scarna per quanto ammaliante successione delle planimetrie dell’abitazione, accompagnate dalla composizione con piano e archi di Stefano Caprioli. Il tema è la versione musicata di una poesia di Emily Dickinson: “ ‘T was a such a little, little boat” che narra di una piccola barca, attratta dal mare “galante” e di un’onda gelosa che la allontana dalla costa e la barca si perde (distrutta?).

Ciò di cui lo spettatore non si rende conto ad una prima visione è sin dall’inizio ha tutti gli strumenti per capire il mistero. Certo, sono riferimenti delicati, sottili, non scontati. Ma esistono e fanno apprezzare un insieme davvero molto ben fatto e gradevole.

Memorabile la sequenza finale, accompagnata nuovamente dal Tema, in cui Irving rimette a nuovo la casa e lo spettatore resta di sasso, intento a porsi domande e a guardarsi le spalle, quasi certi che Glenda in fondo non ci abbia mai davvero lasciati soli durante la visione del film.

Fonte immagine: www.spettacoli.tiscali.it
Fonte immagine: www.spettacoli.tiscali.it

Questo film ha qualche pecca. Ovviamente.

Più nella distribuzione a mio parere che in altro.

Ad esempio, il trailer in italiano era davvero ben fatto ma la locandina non aveva assolutamente nulla a che fare con la trama (mostrava una porta schizzata di sangue, una chiave, una mano brandente un coltellaccio grondante a sua volta sangue. Ebbene, nel film non ce né una goccia). Il titolo non è molto intuitivo, ho cercato di farmene una ragione trovando una coerenza con la trama; l’ho trovata ma sono io la prima a non esserne del tutto convinta.

Ho letto anche qualche commento sulla scarsità e l’inespressività di Tom Gallop, il protagonista. Mi sono chiesta anche io varie volte se fosse adeguato al ruolo e non mi sentirei di dire di no. Irving in fondo è sempre stato vittima di una madre che lo ha costretto sin da bambino ad odiare suo padre, una donna la cui presenza pervade il film, pur non comparendo mai. Non trovo nemmeno delle inconcludenze o degli errori nella trama, anzi, mi sembra tutto molto chiaro, semmai non è immediatamente intuibile per questo forse ad una prima visione può sfuggire.

D’altra parte, qualcosa sempre sfugge quando la si vuole incatenare.