“Blade Runner 2049 “- Una conversazione tra un lui ed una lei, dopo la visione.

 

Lui: Andrea Roversi; Lei: Giorgia Loi

ATTENZIONE: SPOILERS!

LEI: Bene, abbiamo visto Blade Runner 2049… parliamone!

LUI: Se vogliamo parlare di Blade Runner 2049, per prima cosa penso dobbiamo dire due parole sul fatto che si pone in continuità con il primo Blade Runner, che è un film ambientato in un futuro iper- tecnologico, dove però si fa a meno di tutti gli “eccessi” del genere fantascientifico. Non ci sono navi spaziali, alieni, laser, battaglie, esplosioni, nè altri concetti fantascientifici più estremi, come i viaggi nel tempo e cose simili.

Blade Runner costruisce, invece, un tipo di realtà distopica molto più simile alla nostra, come se, in un futuro non molto lontano dal nostro, qualcosa fosse andato in una direzione particolarmente sbagliata e l’umanità avesse imboccato un sentiero cupo, scuro, esistenzialista, pessimista.

Il film originale ha plasmato in qualche modo l’immaginario collettivo e, sebbene abbia avuto un successo tardivo, qualche anno dopo la sua uscita nei cinema è diventato un film di culto.

Ha plasmato l’immaginario del cosiddetto Cyberpunk, prendendo dalla letteratura di Philip Dick, ma anche di William Gibson, qualcosa che ai tempi era particolarmente di nicchia.

Quindi, ci troviamo di fronte ad un’umanità senza grosse speranze, un mondo cupo e governato dalle multinazionali e dalle mega-corporazioni, in cui l’uomo singolo non ha più la minima importanza (non siamo poi così lontani da questa cosa..).

Dove, paradossalmente, l’umanità sembra aver esaurito tutte le sue risorse, emerge, come prossimo step dell’evoluzione, qualcosa di non umano, che diventa però più umano dell’umano stesso: una creatura artificiale, il replicante, che non è propriamente un robot né un androide, riconducendosi ai topoi della fantascienza, ma una sorta di umano clonato e replicato in laboratorio.

LEI: Però, sia nel primo che nel secondo film, non sono riconosciuti come “più umani degli umani” dalla società. Questa è una riflessione che viene lasciata al pubblico; anzi, è proprio tutto il punto della riflessione, ma anzi nella società sono gli emarginati.

LUI: Certo, sono una sorta di scampoli dell’umanità, che vivono in questa società situata virtualmente in America, che è una sorta di meltin’pot di qualunque tipo di etnia, dove si parla questa lingua che è un insieme di cinese, giapponese ed inglese.

Sono degli strumenti, delle macchine, vengono usati per fare i lavori che gli uomini non farebbero più, sono cittadini di seconda classe, tanto che nel film originale hanno una data di scadenza, possono vivere soltanto 4 anni, dopodichè si auto- spengono..ed alcuni, ovviamente, non accettano questa condizione di schiavi. 

Il film successivo si svolge, credo, 30 anni dopo dopo il primo.

LEI: Sì, mi sembra che sia in linea con la timeline effettiva: girato 30 anni dopo ed ambientato 30 anni dopo..

LUI: Il primo mi sembra si svolgesse nel 2019, e questo nel 2049

LEI: Pensa, Blade Runner era ambientato nel 2019… tra due anni da oggi!

LUI: Direi che abbiamo sbagliato qualcosa..!

LEI: Come tecnologia non ci siamo molto, ma d’altra parte abbiamo sorpassato anche il primo “Ritorno al futuro”! Gli sceneggatori erano stati molto ottimisti, dal punto di vista tecnologico! A livello di società, invece, non lo so..

LUI: Paradossalmente alcune cose, a livello tecnologico, sono irrealizzabili oggi come oggi, ma altre sono in realtà molto più avanzate rispetto ad alcune previsioni della fantascienza!

LEI: Nel senso che gli sceneggiatori avevano ipotizzato una società già completamente “ottimizzata” dal punto di vista tecnologico, cosa che invece non è successa. In particolare, non abbiamo le macchine volanti!

LUI: Fra l’altro, sono stati girati anche dei corti su Blade Runner, se uno volesse avere una visione storica di quello che è successo nei 30 anni che separano le due pellicole.

LEI: Ah, tu li hai visti, vero?

LUI: Sì, ma non è assolutamente necessario vederli, se non per avere un’idea vagamente più chiara del passato, di questa società futurista che se la passa ancora peggio di come se la passava nel primo film.

Anzi, penso che per quanto sia sostanzialmente consigliabile vedere il film originale di Ridley Scott, questo è un film che riesce a camminare molto sulle proprie gambe, è completamente guardabile ed apprezzabile anche senza aver visto nient’altro prima.

LEI: Sono d’accordo

LUI: Magari qualche punto di domanda potrebbe rimanere…

LEI: Secondo me no. Cioè, i personaggi sono assolutamente inquadrati nella storia senza bisogno di premesse, compreso quello di Harrison Ford, “preso” direttamente dal primo film. Poi è evidente che, avendo visto il film precedente e conoscendo esattamente la storia del suo personaggio, ci si può emozionare molto di più nel vederlo “tornare”, però non è necessario.

LUI: Tra l’altro, penso che Blade Runner 2049 sia collegato in modo molto intelligente e per niente scontato col film precedente. In modo molto organico, in modo che non sembri una forzatura: per essere il sequel di un film di culto, per essere quello che si potrebbe considerare come un’operazione prettamente commerciale, questo è davvero tutt’altro che scontato.

Guardandolo, non sembra affatto che abbiano voluto fare questo film per sfruttare un brand conosciuto, ma semplicemente perchè c’era un’altra storia da raccontare.

LEI: Oppure era arrivato il momento di raccontare nuovamente quella storia con occhi diversi, in qualche modo.

LUI: Sì, anche se la storia è diversa..

LEI: È diversa, sì, ma ha chiaramente dei grossi punti in comune, in quello che ti arriva a dire alla fine. In particolare, nella riflessione su cosa vuol dire essere “umano”, che poi è il fulcro emotivo di entrambi i film, quello che ti rimane addosso, quello per cui, secondo me, il primo film è diventato così importante, ed il motivo per cui questo film..è così bello!

LUI: Sì, il fattore filosofico, il messaggio dei film, è un messaggio profondo ed importante su cosa significa essere umani, e rappresenta uno dei punti centrali della pellicola stessa, ma non è poi l’unico aspetto che rende questi film così memorabili.

Li rende memorabili anche ad esempio il fatto che siano fondamentalmente dei noir futuristici, film lenti e riflessivi che in qualche modo, in questa loro lentezza, ti immergono totalmente in questo mondo; dal punto di vista sonoro, dal punto di vista visivo, ogni frame della pellicola è imbevuto della personalità di questa realtà senza speranza del futuro, che è veramente maestosa dal punto di vista visivo, e perfettamente riconoscibile..

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LEI: ..sì, “perfettamente riconoscibile”, infatti una delle cose che ho notato in maniera particolare è proprio che la sensazione, quando si entra con le macchine volanti nella città, è proprio la stessa rispetto al primo film, sebbene le tecnologie utilizzate per gli effetti speciali siano molto diverse. E’ stato bravissimo il regista Villeneuve, che comunque abbiamo già apprezzato di recente in altri lavori, ad utilizzarle..

LUI: ..in modo non invasivo.

LEI: In modo poetico, mi viene da dire! Non mi viene in mente un termine migliore per descrivere le inquadrature dall’alto che dominano la prima mezz’ora di film. Quelle immagini sono qualcosa di straordinario… Voglio dire, io di solito non mi focalizzo molto su queste cose, ma lì è pazzesco, è stupendo!

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LUI: Mi viene in mente il confronto con un altro film che ho visto ultimamente, che è il remake di “Ghost in the shell” con Scarlett Johanson, di cui non mi ricordo neanche chi sia il regista. Partendo dal materiale di base, ovvero l’anime da cui è tratto, si penserebbe che possano essere due film simili… possano! Ma invece quel film è stato fatto nel modo più sbagliato possibile, e per fortuna Blade Runner non è stato realizzato così!

In Blade Runner 2049 sembra veramente che gli effetti speciali siano al servizio della storia, mentre nell’altro prendono il sopravvento, al punto che sembra che il film voglia soltanto dire “Who! Guarda quante cose pazzesche riusciamo a farti vedere di questo futuro, anche se non sono assolutamente necessarie!” senza creare atmosfera, ma sommergendoti di input di ogni tipo, e dando solo l’impressione di trovarsi in un luna park di effetti speciali. Vabbè, ma questo è un altro film.

LEI: Che tra l’altro non è consigliato guardare, a questo punto..

LUI: No, decisamente no.

Tornando a Blade Runner 2049, abbiamo detto che è un noir, il protagonista è sostanzialmente un protagonista unico, Ryan Gosling, che direi sia stata un’ottima scelta per il film, perchè ha proprio la faccia da replicante…

LEI: Ha la faccia da replicante, però in versione cucciolotto triste..

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LUI: …che non sta capendo cosa gli sta succedendo…

LEI: …che vorrebbe essere qualcosa di più.

LUI: Però è molto bravo, perchè, nel non esprimere una grandissima gamma di emozioni (perchè di fatto non lo si vede spesso esprimerle, nel film,non ride, non piange..) riesce comunque a trasmettere, pur interpretando un personaggio non umano, delle sensazioni molto umane, che sono spaesamento, desiderio di trovare un significato in quello che si sta facendo, curiosità ed anche probabilmente voglia di essere accettato, voglia di essere amato…

LEI: …voglia di essere umano…

LUI: …pur non essendo sicuro del fatto che sia possibile per lui, per via del modo in cui è stato progettato.

Ed è un po’ l’unico personaggio principale del film.Per il resto il cast non è molto numeroso, e gli altri ruoli, per quanto incisivi, sono quasi tutti di contorno rispetto al viaggio, sia metaforico che fisico, che compie il personaggio di K…

LEI: …Joe!

LUI: No lui è K! Ma tu lo chiami Joe, e allora parliamo del personaggio che a te non ha convinto..

LEI: ..sì, via, parliamo dell’ologramma!

LUI: Secondo me, in realtà, per quanto non sia l’aspetto che colpisce di più del film, ho capito perchè ce l’hanno voluto mettere: perchè in qualche modo K, in una società che non lo accetta per quello che è, cerca di essere accettato, di essere benvoluto. E perquesto si ritrova ad avere una relazione con quello che è un programma per computer, che in qualche modo è meno sofisticato rispetto a quello che è lui. E paradossalmente fa la stessa cosa che fanno gli umani con i replicanti..

LEI: ..non lo so, e se invece lo facesse perchè, visto che non viene incluso nella società degli umani, si domanda se allora non sia invece più simile a lei, che è una macchina, e per cui si sentisse così vicino a lei, anche se “lei” non esiste?

LUI: Può essere. Lei è un software. Lui non è un software, non è un computer, infatti il dubbio sul fatto che i sentimenti che sembra provare l’ologramma nei suoi confronti siano semplicemente parte della sua progettazione vengono, secondo me.

LEI: Decisamente!

LUI: E nel momento in cui, quando sta per finire il suo percorso, vede l’ologramma enorme della pubblicità del software, secondo me si rende un po’ conto di aver riposto i suoi sentimenti in quello che è sostanzialmente uno smartphone, ma un po’ più evoluto. E’ un momento molto triste!

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LEI: Sì, infatti, ma per l’appunto quello è il momento della presa di coscienza definitiva, perchè quando vede l’enorme ologramma uguale alla “sua amata”, diciamo, lui ha già scoperto più o meno la verità della propria storia. Senza bisogno di raccontare la trama nel dettaglio, tra le cose che gli sono state dette, e che secondo me è uno dei fulcri anche del suo percorso..

LUI: SPOILER!!!

LEI: …chiedo scusa, spoiler!

Dicevo, gli è stato “rivelato” che, per un androide come lui, l’unico modo per “diventare realmente umano” è sacrificarsi in nome dell’umanità.

Quando vede l’enorme ologramma, è il momento in cui capisce che dovrà farlo, ma anche il momento in cui consapevolmente decide di farlo, perchè si rende conto di essere dal lato dell’umanità, decide di voler essere umano.

LUI: Dici?

LEI: Dico!

LUI: Ma si sacrifica per gli altri replicanti, non per gli umani!

LEI: Sì, perchè in questo modo il suo sacrificio rende il replicante, se stesso come simbolo di tutti i replicanti, umano. Quindi non lo fa “per l’umanità” intesa come “gli uomini”, ma per “rivendicare la propria umanità”.

A quel punto capisce di non aver più bisogno di andare a cercare l’ologramma, perchè, grazie al percorso che l’ha portato fin lì, non si sente più il reietto che la società l’aveva sempre fatto sentire.

LUI: Se ci fai caso, l’ologramma per tutto il film non fa altro che dirgli tutto quello che vorrebbe sentirsi dire, perchè -SPOILER!- nel momento in cui sta indagando sul figlio di Deckard e di Rachel, l’ologramma gli dice “Ah, allora sei tu! Sei tu per forza!”, e lui arriva a crederlo.

LEI: Sì, perchè lui ha il bisogno di sentirsi più speciale di come si stia sentendo.

All’inizio del film non pensa di poter essere speciale per quello che è, per cui desidera essere lui l’unico figlio naturale di una replicante esistente nell’universo, ad un certo punto si rende conto di non averne bisogno, si rende conto di essere comunque un unicum, si rende conto di essere “se stesso” ed, in quanto tale, importante.

LUI: Ed è per questo che l’ologramma è importante, perchè all’inizio lui cerca questa interazione per sentirsi più speciale, oltre che per imparare cose su se stesso. Inoltre, è anche un gran bel pezzo di ragazza, che non guasta!

LEI: E’ decisamente una gran gnocca! Ma io credo di aver capito, mentre parlavi, il motivo per cui mi è apparso un po’ superfluo il ruolo dell’ologramma, ovvero: la funzione di lei è sottolineare i desideri e le pulsioni profonde di lui. Ma, come sottolineavi poco fa, anche secondo me lui trasmette già molto, e, personalmente, forse non avevo bisogno di altro per capire, al di là del fatto che certamente c’è una funzione narrativa anche in quel personaggio. Diciamo che è un ruolo che ha preso uno spazio che secondo me poteva anche essere inferiore.

LUI: Per me la cosa interessante è anche che il ruolo originale di quell’ologramma è sostanzialmente quello dell’oggetto sessuale. C’è una fortissima enfasi sul fatto che comunque la società del futuro è abbastanza sessista, non magari nei ruoli sociali (forse), ma certamente nell’utilizzare molto il corpo della donna come oggetto: le pubblicità sono popolate da vari esempi di questi sex-toys virtuali.

LEI: Sì, perchè anche in questa società del futuro/distopica, così come nella nostra odierna (e nella previsione dell’evoluzione di questa società estremamente “commerciale” direi che non si sono sbagliati), questo “vende”, e “paga”..

Ma, parlando di donne, a me è piaciuto molto il personaggio della “cattiva”, dell’androide che si contrappone al protagonista: un personaggio sicuramente con un ruolo minore, ma secondo me rilevante, perchè, così come l’ologramma è la trasposizione letterale dei pensieri di lui, lei rappresenta invece il suo “doppio negativo”, ed è un altro personaggio di replicante che dimostra alla fine umanità, a mio parere.

Ho notato svariate situazioni in cui agisce di propria iniziativa, e ci tiene anche a sottolinearlo. Sebbene abbia un ruolo completamente diverso e, non essendo una protagonista, sia molto meno esplorato quello che lei desidera e perchè, e cosa la spinga a compiere determinate azioni (in particolare quelle che compie per “libero arbitrio”), penso che nelle pulsioni assomigli molto a lui, nel senso che è alla ricerca di una propria dimensione, di una propria identità.

LUI: A me sembra quasi che ricalchi un po’ di più i replicanti del Blade Runner originale.

I replicanti non sono robot, anzi, provano dei sentimenti e delle emozioni in maniera anche più forte di un uomo o di una donna “reali”, perchè sostanzialmente molte delle cose che provano le provano per la prima volta. E’ per questo che, nell’uccidere qualcuno, lei piange.

LEI: Sì, beh, però lei decide di farlo, anche quando non necessario.

LUI: Ha una reazione emotiva molto forte, ma questo non vuol dire che “non lo voglia fare”

LEI: No, anzi, è appunto un personaggio molto forte perchè decide di farlo, ma nel farlo vive tutta l’emozione negativa dell’azione.

LUI: E anche lo stesso Rutger Hauer del film originale piange parecchio, anche quando fa del male agli altri. Alla fine dimostra libero arbitrio nel salvare Deckard, abbracciando in qualche modo questo concetto, che prima non aveva colto, del fatto che la vita è preziosa, ed è un peccato sprecarla e sacrificarla.

LEI: Lei non arriva a questo, è molto diversa, però è probabilmente, così come K (o Joe, che dir si voglia), un modello superiore e più sofisticato…

LUI: No, su questo ti vorrei contraddire, anzi, i modelli più “nuovi” sono probabilmente più semplici!

LEI: Ah, giusto, perchè sono costruiti per non correre il rischio di “ribellione”!

LUI: Infatti in uno dei corti che ho visto c’è Wallace, il personaggio interpretato da Jared Leto (che mi è piaciuto molto, l’ho trovato particolarmente inquietante), che presenta ad una specie di “consiglio dell’ONU”, in seduta privata, il suo nuovo modello di replicante. Loro non ne vogliono sapere, dato che sono successi innumerevoli disastri con i modelli precedenti, ma lui, appunto, fa presente che i nuovi modelli sono degli angeli, fatti per proteggere gli esseri umani, e programmati in modo da non poter fare nulla per ribellarsi. Come dimostrazione, impone al replicante che ha portato con sè di uccidersi, cosa che un replicante del primo film non avrebbe mai fatto, avendo un forte senso di autopreservazione. Quindi i nuovi replicanti sono proprio fatti per essere docili.

Però alla fine si ribellano lo stesso!

LEI: Alla fine la forza della vita, anche in loro, ha la meglio.

LUI: Che altro? Beh, sì: Harrison Ford per la prima volta da 20 anni, secondo me, recita davvero bene in un film. Cioè, a me nell’ultima apparizione in Star Wars era apparso un po’ come una macchietta, mentre qui mi sembra molto più convincente.

LEI: Tra l’altro, questo ruolo ha qualcosa in comune con il ruolo che ha ripreso in Star Wars!

LUI: Nel senso che ha re-interpretato un suo personaggio 30 anni dopo?

LEI: No, nel senso che il motivo per cui il suo personaggio torna, in entrambi i casi, è perchè è padre! Però, qui, la storia che va a riallacciare i due film, in effetti, è più pregnante.

LUI: Ho già detto che il film è bellissimo, che la fotografia è bellissima, che a vedersi è tutto veramente bellissimo?

LEI: Villeneuve ci piace molto, è veramente bravo!

LUI: E’ un film probabilmente non adatto a tutti, perchè è molto lento, piuttosto lungo, con molti silenzi e….

LEI: …e poca azione! Questo a me personalmente piace, perchè di norma sono molto più interessata alla caratterizzazione dei personaggi, che sicuramente è un aspetto chiave di questa pellicola. La caratterizzazione, insieme alla fotografia spettacolare, fa il film. Non è un’americanata. Infatti Villeneuve non è americano, e si nota.

LUI:  Già il film originale non era un’americananta!

LEI: No, assolutamente, ma questo rischiava di esserlo, essendo un sequel prodotto in epoca di grandi effetti speciali e, diciamocelo, di scarsità d’idee.

LUI: Mi fa molto piacere che non abbiano trattato questo film come una sorta di reboot del franchising, fatto per propinarci altri 10 Blade Runner nei prossimi 10 anni… cosa che potrebbe anche succedere, ma almeno non si evince da questo film.

Non cerca troppo di ri-modernizzare, o almeno non, per esempio, di proporre una ri-modernizzazione alla “Ghostbusters”, o di altri film famosi riporoposti per questioni meramente commerciali..

LEI: No, secondo me più che ri-modernizzare, “ri-narra”.

E niente, per me, è consigliato, ma se parliamo ancora un po’ nessuno lo vorrà vedere perchè avremo detto tutto!

LUI: Sì, decisamente..buona visione!

“Eraserhead” – La sostanza di cui sono fatti gli incubi

Articolo di Giorgia Loi

La Cineteca di Bologna, si sa, è un’eccellenza a livello mondiale nel campo del restauro di pellicole datate.

Tra le ultime fatiche c’è “Eraserhead”, di David Lynch, che è stato proiettato per tutto il mese di settembre 2017.

Se lo definisco “la pasta di cui sono fatti gli incubi”, lo faccio in maniera letterale: sapete quando vi svegliate, dopo aver fatto un sogno inquietante, e non riuscite a ricordarne la trama ma avete una sensazione estremamente vivida e tangibile di quel sogno? Ecco, questo film riesce a riproporre questa sensazione in maniera superba. Il disagio è sommo, ma il prodotto è eccezionale.

Ma andiamo con ordine nel cercare di parlare di questa pellicola che penso si possa amare, odiare, ma non ignorare.

Innanzitutto, si tratta del primo lungometraggio di Lynch, girato in bianco e nero in un lungo lasso di tempo, tra il 1972 e il 1977. Probabilmente c’è voluto un qualche intervento provvidenziale perchè questo regista, ai tempi giovanissimo sconosciuto con solo qualche cortometraggio alle spalle, ottenesse di poter realizzare e distribuire un prodotto così forte e complesso. Ci troviamo di fronte ad un Lynch orrorifico, primordiale, simbolista all’estrema potenza ma anche estremamente intimo, personale.

L’aspetto horror in Eraserhead va dritto allo stomaco, fondendo un senso di inquietudine ed angoscia profondissima con immagini disgustose, ma così disgustose da disgustare il disgusto. Nei giorni successivi alla visione del film, ho consigliato a molte persone di guardarlo “lontano dai pasti”, ed ero serissima. Durante un paio di scene mi sono dovuta voltare per evitare reazioni fisiche indesiderate, oltre ad aver provato per gran parte del film un fastidio di tipo più concettuale, ma con un riflesso altrettanto fisico quasi intollerabile. Questo primo impatto così forte, letteralmente “di pancia”, per me ha inizialmente un po’ sovrastato il resto, non permettendomi di apprezzare immediatamente Eraserhead.

Ci ho dovuto dormire su: l’ho dovuto “digerire”, immagino, per percepirne la grandezza.

La mattina dopo averlo visto, mi sono svegliata innamorata del film.

La mattina dopo averlo visto, mi sono resa conto della genialità della regia. Sia nel dipingere l’incubo, come accennavo, sia nell’uso del suono, che, in alcuni passaggi, sostituisce quasi l’aspetto visivo, mentre in altre scene (in particolare quelle in cui il protagonista, Henry, è all’esterno e cammina per la città irreale, alienante e spettralmente post industriale in cui è ambientata la storia), ricalca un film muto, sostituendo i rumori ambientali con della musica di sottofondo.

La mattina dopo sono riuscita a recuperare una presa più chiara sul simbolismo della vita familiare, apprezzandone le sfumature estremamente drammatiche.

La metafora della vita familiare come prigione mostruosa è subito evidente. Fin dalle prime scene nella casa di Mary, la futura moglie di Henry, veniamo posti di fronte ad un nucleo agghiacciante in cui domina la follia, ed al quale fa da specchio la famiglia di cani da cui si ergono latrati inquietanti.

Quando poi si viene a sapere che Mary ha partorito il figlio di Henry (ma non risulta mai chiaro se Henry abbia mai avuto rapporti con lei, quindi forse la responsabilità che gli piomba sulla testa non è nemmeno conseguenza di momenti di gioia), e ci viene mostrata la creatura in questione, non vi sono più dubbi. Il “bambino” è una sorta di alieno orripilante, un aborto senza arti e con un’enorme testa informe, che guaisce tremendi lamenti continuamente, giorno e notte, impedendo alla coppia di vivere la propria vita, fino a quando Mary, presa dalla disperazione, se ne va.

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L’unica via di fuga di Henry, invece, pare essere all’interno del radiatore della propria claustrofobica stanza-casa, dove lo aspetta una donna dal viso tumefatto che, cantando soavemente “In Heaven everything is fine”, schiaccia con gioia enormi spermatozoi che piovono dal cielo, e sono incredibilmente simili al bambino-mostro di Henry. Pare che la signorina tumefatta rappresenti la morte, e, con essa, l’unica effettiva via di fuga alla prigione della vita familiare.

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La domanda che mi sono posta prima di vedere il film, e anche vedendo il film (beh, una delle molte domande poste durante, ovviamente), è “perchè Eraser-head? Quale mente, cosa cancella?” La risposta pare giungere in un’altra scena che è un incubo perfettamente confezionato. Quella in cui Henry perde la testa, letteralmente. La sua testa viene sbalzata via e sostituita da quella del bambino-mostro (chiara, no, la metafora della perdita d’identità causata dall’esperienza totalizzante della genitorialità, qui?), e quello che ne rimane viene poi raccolto da un altro bambino, che la consegna ad un produttore di matite, che proprio dal cranio estrapola la materia per costrurne una.

Una di quelle matite con la gommina alla fine. La gomma= eraser. La genialità di Lynch: essere squisitamente letterale e completamente simbolico allo stesso tempo.

Mi fermo qui nel parlare di questa pellicola incredibile, anche se su di essa si potrebbero spendere infinite parole: i simboli sono talmente tanti, e le scene magistralmente girate anche di più. Ma preferisco ripetere il consiglio di guardarlo (solo a stomaco vuoto, mi raccomando).

Se qualcuno avesse un’interpretazione dell’uomo pieno di cicatrici che si vede all’inizio ed alla fine, un’interpretazione che va al di là della presa di consapevolezza che tutto il film è un enorme, agghiacciante incubo fatto di incubi, e quindi dove non tutto ha necessariamente senso, per favore, mi scriva: io ancora non sono riuscita a elaborare una teoria.

Buona visione!

“Enemy” – Quando un film è alta letteratura

Articolo di Giorgia Loi

 

Le parole “tratto dal romanzo di Josè Saramago” mi sono bastate per decidere che sì, avrei guardato “Enemy”, questo film inserito tra le novità nella sezione on demand del mio abbonamento tv.

Non si tratta certamente di un film leggero, d’intrattenimento. Principalmente perchè è un film che può apparire basato sulla trama fino ad un certo punto, ma poi si rivela fortemente concettuale.

La trama ruota intorno al momento in cui la vita di un docente universitario di storia politica viene scossa irrimediabilmente dalla scoperta di avere un sosia, identico nel corpo e nella voce, in un attore di serie c-per non dire z.

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La scoperta diventa per lui un’ossessione, che lo porta a mettersi in contatto con l’altro lui e la moglie di questi. L’ossessione contagia tutti, i quali sono spaventati e disperati nell’apprendere la notizia dell’esistenza di due persone identiche.

Ma perchè la scoperta di un sosia dovrebbe essere qualcosa di diverso da un divertente momento “Ehi, guarda un po’!”? Stiamo veramente parlando di un sosia?

Oppure stiamo facendo un destabilizzante viaggio all’interno della psiche di un solo uomo, che ha “sdoppiato se stesso” perchè non è in grado di affrontare la propria vita?

Molti gli indizi che portano a propendere decisamente verso questa spiegazione, sebbene il film, come normalmente avviene in un romanzo di alta letteratura postmoderna, non fornisce una risposta completamente esplicita.

Dobbiamo prestare attenzione ai dettagli, ed in particolare alle reazioni della moglie del sosia/attore ed alla madre del sosia/professore, per darci conferma di questa interpretazione.

Far caso alle menzioni che l’attore fa del proprio lavoro di attore; ricordarsi di far caso ai mirtilli; guardare bene cosa succede quando la moglie del sosia/attore va a trovare il sosia/professore all’università, e notare le scelte registiche quando, dopo l’incontro, lei decide di telefonare al marito; ascoltare cosa dice la madre del professore rispetto alle condizioni di vita del figlio, ed al suo lavoro. Dobbiamo prestare attenzione a quanti mesi sono passati dall’ultima volta che sosia/attore ha avuto contatti con l’agenzia casting che lo impiega, ed ai mesi di gravidanza della moglie.

La regia è, oserei dire, perfetta (questo film ha il regista in comune con “Arrival”, Denis Villeneuve, che non è altri che il regista del nuovo Blade Runner in uscita: sapere che il film è in mano sua mi aiuta ad avere fiducia anche in questa operazione che inizialmente non mi convinceva, devo dire.).

Sebbene ad una seconda visione, o semplicemente ad un’analisi accurata alla ricerca della spiegazione, ci siano tutti gli elementi ben in vista, fino alla fine, caratterizzata da un enorme ragno momento WTF, si riesce a seguire il film come se fosse una sorta di thriller.

In realtà, e per giungere alla conclusione che esiste un solo uomo, che avrebbe voluto fare l’attore ma la sua carriera non è decollata, per cui si è rassegnato a fare il docente, e che ha una grande passione per le donne, ma si è sposato e aspetta un figlio e quindi deve tentare di dare un freno ai propri istinti, ammetto di essermi fatta aiutare da alcune interpretazioni del film trovate online, che mi hanno anche aiutato a capire come l’immagine del ragno sia una metafora chiave.

Ragno gigante che, ad un certo punto, si vede sormontare i palazzi di Toronto, città in cui è ambientata la pellicola, in quello che è forse il primo momento in cui si ha conferma che si sta guardando qualcosa di più di un fanta-thriller.

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Ragno, che, in un incubo, porta il corpo di donna; ragno che, di fatto, rappresenta la donna, nella mente di quest’uomo fragile, insicuro ed immaturo.

Le donne della sua vita sono una madre, una moglie incinta, ma anche un’amante, che non è la prima nè l’unica (cosa a cui sia la moglie che la madre alludono), e potenzialmente qualsiasi donna attraente passi di lì.

La donna fa paura, perchè come un ragno tesse una tela. La moglie, a quel punto, diventa il ragno che con la propria rete ha intrappolato questo uomo insetto,un po’ kafkiano.

Le altre donne del mondo, a loro volta, tessono le proprie tele nelle quali lui potrebbe cadere, e sente di non poterci fare nulla.

“Lui”, che si è sdoppiato in un marito amorevole, che però ha coltivato il proprio sogno di essere un attore, ed in una persona che ha scelto responsabilmente di fare l’insegnante perchè il suo sogno di fare l’attore non paga, ma in compenso è libero di avere relazioni non impegnate con le donne.

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Non si tratta, credo, di personalità multipla, ma semplicemente di un’elaborata operazione di fuga funzionale dalla realtà, e quello a cui assistiamo nel film è il ritorno alla presa di coscienza dell’essere uno, con tutti gli obblighi e le “reti” che la vita ha costruito intorno a lui.

Le due personalità si ricongiungono in un finale in cui, allo stesso tempo, risulta evidente come l’uomo riunificato che ne risulta non sarà mai in grado di uscire dai circoli viziosi che hanno caratterizzato e rovinato la vita sua e della sua famiglia.

Un film da vedere, capire, rivedere con attenzione, ed apprezzare realmente.

Io, intanto, vado a comprare il libro!

“Arrival”, fantascienza e linguistica a servizio dell’umanità.

Articolo di Giorgia Loi

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“Arrival” è un film che fa la felicità di un linguista. Essendo io una linguista, quindi, sono molto felice di poterne parlare.

SI tratta di un film di fantascienza, ma, oserei dire, un film di fantascienza “delicato”, molto concettuale, con un interessante twist filosofeggiante.

La recensione contiene spoiler, non è possibile farne a meno se si vuole affrontare la questione centrale.

La narrazione inizia con un tuffo nella vita di Louise (interpretata da Amy Adams) e di sua figlia, che, nelle prime scene del film, vediamo nascere, crescere, ammalarsi e morire prematuramente.

La scena si sposta subito alla vita professionale di Louise, docente universitaria di linguistica, che vorrebbe introdurre i suoi allievi nel meraviglioso mondo del portoghese, “una lingua romanza con un suono così diverso da quello delle altre lingue romanze”, quando si viene a scoprire che 12 enormi oggetti non identificati, navicelle aliene che vengono subito ribattezzate “gusci” a causa della loro forma che ricorda quella di gigantesche uova allungate, sono atterrate in altrettanti punti dislocati su tutta la superficie terrestre.

Louise mantiene un notevole sangue freddo, anche quando, il giorno successivo, unica persona ad essersi recata all’università, viene trovata dal Colonnello Weber, con il quale aveva in passato collaborato con un’importante traduzione dal sanscrito in una missione anti terrorismo, che le chiede di aiutare l’esercito a tradurre e comprendere questo linguaggio.

Lavorerà insieme allo scienziato Hawkeye Ian Donnelly (Jeremy Renner),il quale ritiene che la scienza sia la forza più potente nelle mani dell’umanità. Louise se la ride sotto i baffi, facendogli sottilmente notare che non esiste scienza senza linguaggio, e quindi la sua specializzazione vince (yay, linguista for president!).

Insieme, saranno portati dentro all’astronave, e incontreranno, con molta emozione e molta paura, separati da un vetro protettivo, gli alieni stessi: enormi calamaroni neri alti qualche metro, che vivono in un ambiente di nebbia fittissima, e sono stati chiamati “eptopodi” per la presenza di sette arti/tentacoli.

Ho molto apprezzato il fatto che gli alieni siano stati dipinti, in questa pellicola, in maniera per nulla antropomorfa, ma, per quello che ne sappiamo dell’evoluzione, plausibile. Pensare che esista un pianeta abbastanza simile da aver sviluppato forme di vita intelligente, che si sono evolute dai cefalopodi anzichè dalle scimmie, a ben pensarci, sembra sensato.

Nell’arco di due incontri con gli alieni, la professoressa farà quelli che a mio parere sono passi da gigante incredibili e sorprendenti, rendendosi conto che non sarà possibile interpretare il loro linguaggio orale, e portando con sè una lavagnetta per introdurre il linguaggio scritto. Gli eptapodi risponderanno subito, per iscritto, utilizzando l’inchiostro contenuto delle manine tentacolo dei loro arti tentacolo (ovviamente!).coverlg_home

E, mentre lo spettatore, assolutamente affascinato, pensa “Cavoli, questa donna è un genio, è riuscita a comunicare con una specie aliena completamente diversa da noi già dal secondo incontro!”, il colonnello Weber la prende da parte e le dice “Bisogna che chieda loro perchè sono qui, non possiamo perdere tempo con le parole di base!”.

Ma, fortunatamente, Louise non solo ha ragione, ma riesce anche a trasmetterlo, spiegandogli, come si farebbe con un bambino scemo (come appunto il colonnello appare, almeno a me-linguista, in quel momento) che non è possibile utilizzare un linguaggio per esprimere concetti astratti quando non vi sono le basi di comprensione del linguaggio stesso.

Il lavoro quindi procede, per settimane, mentre la linguista e lo scienziato analizzano e comprendono sempre meglio l’”eptapodese”, facendo “amicizia” con i due alieni che hanno, simpaticamente, ribattezzato Tom e Jerry, essendo i loro reali nomi un po’ troppo impossibili da capire..

La cosa interessante di questo linguaggio, come subito viene sottolineato, è come esso venga scritto in maniera circolare e simultanea. Ogni “frase”, infatti, si sviluppa attraverso protuberanze attorno ad un cerchio perfetto, e viene scritto con un solo getto d’inchiostro.

Non c’è bisogno di sforzarsi per capire la particolarità di questa scrittura, ce lo spiega Louise: per scrivere in questo modo, è necessario che prima di iniziare l’eptapode abbia già piena coscienza di tutta la frase. Come se noi scrivessimo con due mani, con una partendo da destra e con l’altra da sinistra, fino a ricongiungere i caratteri al centro. Si tratta, quindi, di una civiltà estremamente intelligente e con capacità a noi ignote, in pratica.

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Mentre le menti evolute di Louise, Ian, Tom e Jerry lavorano insieme in pace, però, il mondo, che è mediamente fatto di cervelli molto meno sviluppati, si fa prendere dal panico.

Il perchè, guardando la scena “dall’alto”, sfugge: gli alieni non hanno fatto assolutamente, assolutamente nulla tranne comunicare dall’interno dei loro gusci.

Ma la Cina ha deciso che li deve attaccare, prima che attacchino loro. La Russia a quel punto non potrebbe essere da meno, molte altre nazioni si stanno attrezzando, e gli Stati Uniti…beh, gli Stati Uniti.

E’ abbastanza deprimente e, purtroppo, molto in linea con la depressione che si prova di questi tempi navigando i social network, pensare che questa sia un’ipotesi accurata di come reagirebbe il genere umano ad un incontro di questo genere.

Louise e Ian si decidono a fare la domanda cruciale “che intenzioni ha la vostra specie sul nostro pianeta?”, ma, come si poteva sospettare, la risposta non è sufficientemente chiara, e, oltretutto, menziona un’arma, creando naturalmente il panico.

E, mentre l’esercito cinese si schiera, un soldato “x” in Nevada carica una bomba sulla piattaforma che trasporta Louise e Ian dagli alieni, che esplode nel momento in cui i due stanno cercando di comprendere bene il significato dell’ultima comunicazione, ma non prima che siano riusciti a registrare l’immagine di una complessissima scritta fatta di migliaia di simboli circolari, che gli eptapodi scrivono tutti in una volta riempiendo tutto lo spazio visivo.

Quando la bomba esplode, si ha la chiara percezione del fatto che, mentre Tom si ritira velocemente, Jerry “lanci” Ian e Louise fuori dall’astronave, ed è chiarissimo che l’intento sia quello di proteggerli.

Naturalmente nessuno dei governanti ed eserciti mondiali concepisce l’ipotesi che, nonostante siano stati attaccati gratuitamente, gli eptapodi non abbiano *comunque* intenti belligeranti. Ed invece è proprio così. I gusci si limitano ad allontanarsi un po’ dalla terra, ma appare evidente che non hanno alcuna intenzione di punire un’intera razza di esseri viventi perchè ne hanno incontrato uno violento.

Nel mentre Ian capisce, attraverso un ragionamento matematico (sì,diamo un po’ di soddisfazione anche alla matematica, che la linguistica ne ha tante in questo film), che i simboli mostrati tutti insieme fanno riferimento al concetto di tempo, e comprende anche che, per avere una risposta completa, è necessario mettere insieme i simboli “offerti” da tutte e dodici le navi.Il messaggio è (sarebbe..) chiaro: le nazioni, per comprendere il messaggio, devono cooperare. Peccato che queste abbiano, invece, fatto a gara negli ultimi giorni a chi chiudeva prima le comunicazioni con le altre basi.

A questo punto devo tornare indietro e riprendere una parte di trama, che si sviluppa orizzontalmente durante il film: Louise fa dei sogni, e ha delle visioni. Di sua figlia, della sua vita privata, e, ad un certo punto, di un incontro vis a vis con uno degli eptapodi. Queste esperienze semi-oniriche iniziano, di fatto, dopo il primo contatto con gli alieni.

Man mano che i sogni si fanno più articolati, ci rendiamo conto che il padre di sua figlia è uno scienziato. Ci rendiamo anche conto che probabilmente questi non sono affatto ricordi. Che, probabilmente, il padre della bambina di Louise, è Ian, e si tratta di visioni del futuro. 

Dopo l’esplosione della bomba, Tom, che scopriamo essere l’unico dei due eptapodi sopravvissuto (sigh, RIP. Jerry), manda un piccolo guscio a prelevare Louise, la quale sale senza paura, e si lascia portare nell’astronave, questa volta senza vetro protettivo, all’interno dell’ambiente nebuloso, dove vede Tom in tutta la sua enorme possenza.

L’ha portata lì per rivelarle che l’”arma” non è altro che un dono che stanno facendo all’umanità, uno strumento che permetterà alla razza umana di evolversi e di superare la propria limitata concezione del tempo: ed altri non è che (ci siamo arrivati, a questo punto, vero?) il loro linguaggio.

Quel linguaggio circolare, che permette di vedere la realtà da tutti i suoi lati, e che, a quanto pare, ha permesso a Louise di guardare il proprio futuro.

Tom rivela che gli eptapodi avranno bisogno dell’aiuto degli umani tra 3000 anni, in cambio di questo straordinario dono (che, si suppone, avrà anche il potere di aiutare la razza umana ad essere realmente d’aiuto).

Come farà la nostra eroina, adesso, a trasmettere in maniera efficace questo messaggio, prima che la Cina bombardi, prima che scoppi una guerra globale contro questa specie pacifica, prima che il pianeta vada a farsi benedire per nessun motivo?

Ma è ovvio: con uno sguardo sul futuro! (no, non racconterò anche questo)

 

Qui si apre il capitolo finale del film, con una riflessione sul tempo, sulla vita, sulle scelte. La domanda fondamentale è: se sapessi già come andrà a finire, vivresti comunque allo stesso modo?

Se sapessi già che tua figlia morirà di cancro, giovanissima, t’innamoreresti comunque di suo padre? Lo sposeresti? Diresti di sì quando, danzando nella vostra cucina, ti chiederà di fare un bambino?

La riflessione è complessa, ed il ragionamento sul fatto di poter superare il concetto di tempo lineare pone anche questioni sul libero arbitrio.

Ad esempio, pare evidente che Tom e Jerry sapessero che sarebbe esplosa una bomba. Che sapessero che Jerry, scegliendo di rimanere vicino alla detonazione per salvare i due umani, non sarebbe sopravvissuto. Essendo una specie estremamente evoluta, possiamo dedurre che sia stata una libera scelta, un sacrificio fatto in onore della propria specie, anche se l’”investimento” non vedrà i suoi frutti prima di 3000 anni.

Ma avrebbe potuto tirarsi indietro? Il futuro era scritto perchè in esso era già scritta anche la sua scelta?

Inoltre, vediamo Louise avere visioni del futuro solo all’interno della propria vita. E sorge spontanea una domanda lievemente più nerd: gli eptapodi conoscono il futuro fino a oltre 3000 anni in avanti perchè hanno una vita incredibilmente lunga, o perchè l’estrema evoluzione del loro sistema linguistico permette di superare anche quel limite? Personalmente, penso si tratti di questa seconda opzione.

 

Tirando le somme, per me rimane eccezionale la scelta di mostrare l’importanza del linguaggio, che può dare forma, o dare una nuova forma, ad una civiltà, e di impostare un intero film su questo, riducendo lo spazio per i topoi di genere (comunque non assenti).

E’ un film godibile, con immagini che rimangono impresse, con bravi attori e che impone un pochino di riflessione sia sulla società umana, sia su questioni più “alte”, che non fa mai male!

“Logan – The Wolverine” I film di genere crescono

Articolo di Andrea Vallese

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Mi è già capitato, in un post precedente, di parlare di quanto i film sui supereroi siano stati, e sono tutt’ora importanti per la mia “crescita cinematografica”. Crescendo con loro mi sono reso conto di quanto le loro qualità più umane (alle quali nel corso degli anni i narratori di queste storie hanno dato più accezione che alle loro gesta) siano riconducibili a quelle di tanta gente del mondo reale che io stimo e ammiro. Quest’evoluzione ha aumentato notevolmente la somiglianza tra questo genere di pellicole e quelle classiche. Si definiscono classiche quelle opere che, spesso e volentieri, soprattutto a Hollywood, sembrano create apposta per puntare a vincere qualche premio prestigioso (Oscar e compagnia bella), mentre i film di supereroi e altre pellicole di genere come il fantasy, lo sci-fi, possono solo ambire ad un “riconoscimento di pubblico”.

Logan – The Wolverine di James Mangold, ultimo film dedicato alla saga degli X-Men e al suo “pezzo da novanta”, Wolverine per l’appunto, è il più recente tentativo di “abbattimento” della distinzione sopra citata e di rivendicazione di una dignità e qualità filmica che merita rispetto e (perchè no?) anche qualche riconoscimento ufficiale. La storia si svolge in un futuro non troppo lontano dove i mutanti si stanno lentamente estinguendo e i pochi sopravvissuti vivono ai margini della società, nascondendosi da quegli umani che un tempo li temevano, mentre ora vogliono trarre vantaggio dal loro genoma X. Wolverine, o meglio, Logan (Hugh Jackman, un attore che non ha mai tradito la sua totale devozione al personaggio che lo ha reso celebre) ci appare più invecchiato e stanco. Vive vicino al confine col Messico. Il suo fattore di guarigione si sta indebolendo e accanto a lui è rimasto solo Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart), ormai novantenne e incapace di controllare la sua telepatia a causa di una forte demenza senile. Quando a Logan viene chiesto di prendersi cura di Laura (Dafne Keen), una bimba-mutante che, curiosamente, è dotata di artigli e di una forza di “wolveriana” memoria, i tre mutanti intraprendono un viaggio verso la frontiera canadese per scortare l’ “innocente creatura” ad una delle poche comunità di mutanti sopravvissute per metterla al sicuro dalle grinfie di militari ferocemente addestrati e da scienziati senza scrupoli.

L’ultima impresa dell’eroe dagli artigli di adamantio è una commistione di generi cinematografici che va dal road movie al western crepuscolare. Di sicuro ciò che meno contraddistingue questo film è il genere a cui appartiene (o dovrebbe appartenere). Non mancano certo le scene d’azione, anzi, ce ne sono di notevoli, ma la forza di questo film sta in altri elementi. C’è un forte richiamo all’attualità (quella post-Trump con i mutanti al posto dei migranti). La violenza e la truculenza di alcune scene aumenta nello spettatore la consapevolezza del realismo e delle sfumature che contraddistinguono la lotta tra il bene e il male (e la citazione dal film Il cavaliere della valle solitaria è azzeccatissima). La vera forza narrativa, però, è nel rapporto tra Logan e Laura caratterizzato, non tanto dall’affinità dei loro super poteri, quanto dal senso di complementarietà umana che li avvicina sempre di più. Una visione che rincuora noi comuni mortali che, anche senza super-poteri, sappiamo di poter percepire l’eroismo non nei plausi e nell’elogio delle masse, ma negli occhi delle persone che per noi sono speciali.

Logan – The Wolverine fa parte di quel ristretto gruppo di film che sono in grado di ridefinire le attese del pubblico di massa, promuovendo quell’effetto-sorpresa che al cinema si sogna, ma che nella vita si cerca. La mia speranza è di poter vedere un giorno un film come questo nella lista dell’Oscar al Miglior Film, non solo perché se lo merita, ma anche perché i suoi spettatori possano sentirsi parte di un target quantitativamente più ampio e qualitativamente più alto.

“Room- Potere all’immaginazione

Articolo di Andrea Vallese

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Ho sempre amato molto i film che raccontano le storie dal punto di vista dei bambini. Il loro modo di vedere, spiegare, raccontare è intriso di una sicurezza e determinazione che farebbero invidia a qualsiasi adulto. E sono spesso gli adulti a sottovalutare questo grande potenziale. Per questo se qualcosa crea disagio ad un adulto, giustamente, si ritiene che per un bambino può essere ancora più traumatico. Ecco perché quando ho iniziato a vedere Room (2015) di Lenny Abrahamson, adattamento del romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue ho pensato che sarebbe stato un film difficile da digerire, ma sono stato piacevolmente smentito.

Nella piccola stanza del titolo (in realtà un capanno in giardino con un solo lucernario sul soffitto a fare da filtro con l’esterno) vivono Jack (fin dalla sua nascita, cinque anni prima) e sua madre Ma’ (rapita e rinchiusa lì dentro da Old Nick due anni prima ancora). La giovane madre al fine di proteggere il figlio da questa verità angosciante e terribile, lo cresce nella convinzione che il mondo sia tutto nella stanza e che fuori c’è il “cosmo”. Il bimbo, attraverso quest’informazione distorta, elaborerà una realtà nella quale gli oggetti della stanza sono i suoi amici e la Tv la finestra per vedere il cosmo. Per lui tutto va bene, finché Ma’ al limite estremo di sopportazione rivela la verità al bambino che (con fatica) accetterà per consentire ad entrambi di progettare la loro fuga e riuscire così ad attuarla. Una volta che il mondo reale prende il posto della stanza sia Ma’ (ritornata ad essere Joy) che Jack dovranno fare i conti con una prospettiva nuova, ugualmente difficile per entrambi, ma con prospettive diverse.

Il regista, sia nella prima, ma soprattutto nella seconda parte della storia, costringe lo spettatore a barcamenarsi tra la consapevolezza per Ma’/Joy della sua adolescenza perduta e la capacità di Jack di riuscire a meravigliarsi di un mondo che diventa pian piano sempre più grande e ad accoglierlo. Una visione, quest’ultima, così inverosimile per un adulto, ma così efficace da convincere che quella prigione orribile possa rappresentare per un bambino il luogo di preparazione per un mondo meraviglioso che è li fuori che lo aspetta. Inutile sottolineare che tutto questo sarebbe impossibile senza l’ottima interpretazione di Brie Larson (premiata con l’Oscar l’anno scorso) e, soprattutto, del piccolo Jacob Tremblay (anch’egli meritevole di vincerlo).

Questo è un film che scuote sicuramente lo stato d’animo, ma che personalmente mi ha riportato ad una scena di un altro grande film L’Attimo Fuggente di Peter Weir (1989), quando il professore interpretato dal compianto Robin Williams comunicava ai suoi studenti da sopra una cattedra che il mondo va visto da angolazioni diverse. Ho sempre creduto vera quest’affermazione, ma solo dopo Room ho capito quanto il potere dell’immaginazione faciliti quest’ottica a livello esponenziale. Arrivato alla fine del film mi sono scoperto stupidamente memore di quando, da bambino, la mia camera riusciva ad arrivare a dimensioni e forme sconfinate. Solo chi ha visto il film può capire.

“Parenti Serpenti”- Il racconto di un Natale meno buono, ma più vero.

Articolo di Andrea Vallese

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Il Natale è un tripudio di tradizione e anche il cinema, in questo periodo, non è da meno. Da una parte ci sono i film nelle sale che si sfidano al botteghino, dai “cinepanettoni” e commedie italiane affini (che diventano ogni anno sempre più uguali a se stessi) alle grandi saghe fantasy senza dimenticare i film di animazione che, dal punto di vista qualitativo, ne escono sempre vincitori. Dall’altra troviamo i film che puntualmente il palinsesto televisivo ficca sempre nel palinsesto natalizo. Solo per citarne alcuni “Una poltrona per due”, “Miracolo sulla 34° strada”, “Love actually”, fino ai vecchissimi “Il piccolo Lord” e “La vita è meravigliosa”, tutti film che strabordano di spirito natalizio e di buoni sentimenti che rendono ogni Natale simile a tutti gli altri.

Purtroppo, per questo motivo, non sono un amante di queste feste, dato che la mia passione per il cinema, mi spinge a preferire film che portino qualcosa di nuovo e alternativo. Comunque anche io, per non fare torto alla tradizione, custodisco nel mio “bagaglio cinematografico” il mio film di Natale: Parenti Serpenti di Mario Monicelli, commedia del lontano 1993, che propone allo spettatore una visione delle festività natalizie “apparentemente tradizionale”. Nel paese di Sulmona in Abruzzo, in casa di nonno Saverio e nonna Trieste arrivano come ogni anno, da varie parti d’Italia, per le festività, i quattro figli con le rispettive famiglie. Tutto scorre normalmente tra cene, pranzi, regali, giochi di società, qualche pettegolezzo futile sulla famiglia, sul paese e sul gossip. La tranquillità s’interrompe, però, bruscamente, quando nonna Trieste annuncia che lei e il marito non vogliono più vivere da soli e chiedono ai quattro figli di decidere chi di loro è disposto ad accoglierli nella loro dimora, ricevendo in cambio l’intestazione della casa d’origine. Ecco che la rassicurante quotidianità si dissolve tra la paura di doversi accollare i due genitori anziani e le gelosie e i risentimenti che trovano (finalmente!) l’occasione per venire alla luce, accompagnati dagli scheletri nell’armadio e l’attaccamento alle cose materiali. Tutto questo porterà i gretti figli ad un’amara quanto drastica decisione (che qui, per chi ancora non ha visto il film, sarebbe veramente un sacrilegio “spoilerare”).

Il film si regge molto sulla bravura di grandi caratteristi del cinema italiano come Marina Confalone, Alessandro Haber, Cinzia Leone, la compianta Monica Scattini e l’indimenticabile Paolo Panelli. Con questo film Monicelli, regista da sempre impegnato a raccontare i vizi e i difetti dell’Italia e degli italiani, offre allo spettatore la visione di un Natale che fa da “copertura” al marcio che caratterizza la vera essenza dell’uomo comune. Certo, la decisione di raccontare gli eventi attraverso la voce ingenua e innocente del nipote più piccolo della famiglia è un espediente utile per mantenere la narrazione ad un livello comico e satirico. Ciò permette di ridere e ironizzare sugli stessi eventi che, riscontrati nel nostro animo e nella nostra vita, genererebbero sentimenti di tutt’altro genere.

Chi legge sarebbe, giustamente, portato a credere che i miei sentimenti verso il Natale siano, per così dire, poco tradizionali. Da parte mia credo che ogni tanto una visione dissacrante faccia bene (e non solo a Natale). In ogni essere umano convivono il bene e il male e questo è un dato di fatto. Credo che l’inclinazione alla bontà a cui siamo sottoposti in questo periodo rischi (per effetto del “terzo principio della dinamica”) di sfociare nell’ipocrisia e nella falsità, sentimenti che di nobile hanno ben poco. Mantenere uno sguardo sul reale, anche se poco idilliaco, ci aiuta a restare persone vere soprattutto di fronte a coloro che amiamo. Anche perché a Natale si dice sempre la verità (cit. Love Actually).

“Ti do i miei occhi”- A cautionary tale

Articolo di Giorgia Loi

In occasione della celebrazione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne”, la Consulta delle Donne del Comune di Budrio ha deciso di affrontare il tema attraverso una riflessione condivisa e la visione del film “Ti do i miei occhi (te doy mis ojos)” della regista ed attrice spagnola Iciar Bollain.

“Ti do i miei occhi” è una storia come molte, la storia di un matrimonio all’interno del quale lui è un uomo insicuro, possessivo e violento, e lei è una donna che non c’è più, che ha dato tutta se stessa a quest’uomo e ora non si riesce più a vedere.

Ha dato i suoi occhi, così come le sue orecchie, il suo naso, la sua bocca, le sue gambe, il suo seno, Pilar. Li ha donati ad Antonio, nella perfezione dell’idillio del loro amore, perché lui glieli ha chiesti. Ma poi l’idillio si è sgretolato, in pochi minuti, e lui ha tenuto tutto, pretendendo di poterne fare uso a suo piacimento.

La storia inizia con la fuga di Pilar, che una notte decide di prendere il figlio e scappare dal marito, andando a rifugiarsi dalla sorella. Questo tentativo di fuga verrà però reso vano non solo dalle insistenze romantiche del marito, che “non può vivere senza di lei”, ma anche dalle pressioni sociali e familiari, che le faranno apparire normale il ritorno a casa.

Con la consapevolezza dello spettatore, seguiamo con orrore tutti i gesti, ascoltiamo tutte le parole che portano Pilar a fidarsi di nuovo di Antonio. Regali recapitati al lavoro, che fanno dire alle persone: “Accidenti, quanto ti ama!”. Promesse, “Cambierò, nulla sarà più come prima”. Un percorso di riabilitazione psicologica per uomini violenti, che lo porta a ragionare sulla rabbia, analizzarla, scriverne in un diario. Vediamo però anche come ogni interazione con Pilar risulti fisicamente e verbalmente violenta. Il corpo di Pilar viene “marcato” da ogni gesto dell’uomo,mentre la sua mente viene confusa da dichiarazioni vittimistiche e svilenti, volte a farle abbandonare ogni aspetto di se stessa e della sua vita che non ruoti attorno a lui.

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Vediamo Pilar lasciarsi di nuovo andare a quello che ritiene essere amore, ma al contempo iniziare una vita nuova, fatta di cose che scopre di amare, tra cui l’arte.

L’arte, lo studio di essa, un nuovo e ritrovato amore per la cultura la rendono di fatto una donna nuova. Ed è questa la donna che torna a casa da Antonio, dopo un periodo di separazione. La ritrovata fiducia in se stessa, l’uscire di casa per andare a lavorare senza volerne rendere conto al marito e senza essere continuamente raggiungibile, e, infine, la capacità di parlare del corpo della donna attraverso l’arte, innescano in Antonio una (prevedibilissima) spirale di violenza, per porterà alla rottura definitiva.

Trovo bellissima e molto rilevante la scena in cui, al museo dove Pilar ha seguito un corso per diventare guida culturale, Antonio si introduce per assistere ad una sua spiegazione di un dipinto classico. Quello che vede è una donna felice, preparata, e parla di eros al femminile senza alcuna remora: una donna che non riconosce come “sua”, perché ha smesso di appartenergli nel modo che lui pretende, perchè parla di libertà e di corpo femminile senza tabù, perchè è libera nella mente e nel corpo.

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Impossibile, per l’uomo insicuro che pretende di dominare questa mente e questo corpo, comprendere che solo nella libertà si può amare davvero.

Pilar invece lo capisce, e nel momento in cui si rende conto di non essere libera, si rende anche conto di non amare (o non amare più), ed è solo allora che può andarsene, davvero e per sempre.

Nella narrazione spiccano certamente i vari personaggi femminili, ognuno dei quali riesce a far risaltare gli altri con le proprie peculiarità.

Abbiamo Ana la sorella, che è certamente la donna che vogliamo essere (e magari siamo): personalmente appagata, in una relazione felice con un uomo che lava i piatti, con la capacità di superare le tradizioni imposte e decidere per la propria vita. Il suo limite è quello di non comprendere che per Pilar le cose non sono così semplici, ma è senza dubbio la “donna nuova” che si fa strada nel mondo.

Abbiamo poi invece, a fare da (im)perfetto contraltare, la madre delle due, simbolo della “donna tradizionale”, quella che non solo si è lasciata sottomettere dal marito per tutta lavita, ma ci tiene che le figlie si sposino in chiesa e, se per caso hanno sposato un violento, se lo tengano e lavino i panni sporchi dietro le porte chiuse della casa. Si tratta di una vittima dei propri tempi e, probabilmente, di troppo dolore, che riesce in parte a redimersi trovando il coraggio di vedere per un attimo la realtà della figlia, e dicendole le parole che la spingeranno alla liberazione definitiva.

Parole che Ana, non comprendendo realmente la situazione, non è stata in grado di dire, rimanendo fissa nell’ovvia correttezza delle proprie posizioni, ma senza fare i conti con gli effetti reali della violenza sulla psiche, che non si scardinano in un giorno.

Vi sono infine le donne che fanno parte della nuova vita che Pilar intraprende quando trova lavoro al museo: sono “donne nuove”, anche loro, libere, emancipate. Pilar non si confida con loro, sente che il loro è un mondo diverso, probabilmente si vergogna della verità. Ma, nel momento della vera presa di coscienza della necessità di un cambiamento,sono queste le donne che l’accompagneranno ad affrontare il marito un’ultima volta e che, proteggendola e mettendo lui di fronte a quello che realmente è, l’aiuteranno a fare il passo definitivo.

Ci sono anche alcuni uomini, oltre ad Antonio. Ci sono gli uomini del suo centro di riabilitazione, che danno voce alle più basse pulsioni del patriarcato violento, che raccontano tutto di sé, non lasciandoci dubbi sul fatto che “quello non è amore”, “quello non è essere un uomo”, “quella donna ha bisogno di essere supportata per andarsene”. Lo psicologo moderatore del gruppo, per quanto analizzi in maniera accurata l’insicurezza ed il bisogno di possedere la donna per rivendicare virilità, non spicca in positivo. Almeno a mio parere, non fa (e non dice) abbastanza.

C’è poi un ultimo uomo, sul quale mi dispiace non ci si concentri maggiormente. E’ il figlio di Pilar e Antonio, che è un bambino, sì, ma presto sarà un uomo. E’ certamente traumatizzato, molto silenzioso mentre in alcuni momenti si cerca di usarlo come scusa, in altri come “spia”, ed in altri ancora semplicemente lo si vuole lasciare fuori dal ring. Pilar dichiara di volerlo portare con sé quando sarà tornata a conoscere e riconoscere se stessa. Questo forse è l’unico regalo che può fargli per il futuro, mostrargli come una donna deve essere, libera, felice.

Non voglio tirare le somme su questo film, ma invito a vederlo, perchè ritengo che abbia qualcosa da lasciare, sia a chi studia e ragiona sull’argomento da tempo, sia a chi non ha l’abitudine di ragionarci.

“Labyrinth”- It’s only forever, it’s not long at all

Articolo di Giorgia Loi

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Lo ammetto, ho iniziato questo articolo molto, molto tempo fa, a gennaio, sull’onda della terribile tristezza che mi ha colpita per la morte di quello straordinario artista che è stato David Bowie. Poi la vita s’è messa in mezzo, non era previsto che abbandonassi questo blog a me tanto caro per quasi un intero anno, ma il 2016 è stato davvero un anno impegnativo. Tanto impegnativo che, nonostante il mio grande e sincero amore, e la mia suprema ammirazione per David Bowie, non sono riuscita a vedere la splendida mostra “David Bowie Is”, inaugurata al MAMBO, nella mia adorata Bologna, fino a questa ultima settimana di permanenza (a chi vive nei pressi delle città che la ospiteranno in futuro, consiglio assolutamente di vederla!).

Vedere la mostra, e, all’interno di essa (spoiler!), gli spezzoni di alcuni ruoli memorabili dell’artista, mi ha fatto sentire l’impulso irrefrenabile di riguardare quello che rappresenta la prima “apparizione memorabile” che l’ha portato nella mia vita. Perchè la sua prima apparizione nella mia vita è stata proprio nelle vesti di attore, in uno dei film per ragazzi degli anni ’80 a tutt’oggi più amati dagli adulti: Labyrinth.

Parlare di un film come questo è complesso, o meglio, complicato. Come si può anche solo riguardarlo senza che il sentimento nostalgico ci pervada? E’ veramente possibile esprimere un giudizio lucido su questa fiaba (post)moderna, quando lo si è visto per la prima volta all’asilo e le sue immagini e musiche hanno permeato il nostro immaginario per, letteralmente, tutta la nostra vita?

Beh, una cosa la posso dire: riguardare oggi le interpretazioni della super-giovane Jennifer Connelly (allora solo quattordicenne) e di David Bowie, fa tutto un altro effetto.

Da un lato, è possibile notare quanto fosse acerba la recitazione della Connelly, futuro premio oscar e attrice pluripremiata negli anni 2000, ma.. un po’ meno strepitosa di quanto la ricordassi, in questo film.

Dall’altro c’è, invece, Bowie, che, rivisto in età adulta, sprigiona una sensualità e sessualità tutt’altro che velate, e che, probabilmente, all’età di 4 anni non avevo notato (no, non parlerò dell’outfit che indossa durante gran parte del film, ma sappiamo tutti a cosa mi riferisco).

La storia è semplice, si tratta un’avventura di formazione in cui la giovane Sarah (interpretata da Connelly) affronta, attraverso un’elaborata esperienza onirica, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La ragazza, figlia di genitori separati e non particolarmente favorevole alla presenza della matrigna in casa, ha qualche difficoltà a venire a patti con le proprie responsabilità, incarnate dal personaggio del fratellino infante a cui le è stato chiesto di fare da babysitter. Percepisce questo semplice impegno come un’enorme ingiustizia, tale da spingerla ad invocare il Re dei Goblin, protagonista delle sue letture nerd (sì, Sarah era una nerd, questo va detto), per rapire il piccolo e liberarla da questa schiavitù. Naturalmente il Re dei Goblin, Jareth (Bowie, appunto), compare, rapisce il bambino, e la mette di fronte a se stessa ed alle sue responsabilità.

Sarah si ritroverà dunque a dover attraversare un gigantesco e spaventoso labirinto che, come sarà facile notare in vari momenti in cui questo viene reso esplicito, è costellato di tutti gli oggetti che fanno parte della sua camera di bambina, che si animano e diventano per lei sfide, trabocchetti, scogli da superare per giungere a salvare il fratello.

I personaggi secondari sono simpatici (non del tutto, a dire il vero) esseri fantastici ed antropomorfi, tra cui il Goblin Gogol, il gigante Bubo, il cane Sir Didymus, che cavalca un altro cane non antropomorfo… Beh, certamente, si tratta comunque di un film per bambini.

Alla fine del labirinto, dovrà affrontare Jareth stesso, che rappresenta, ovviamente, il primo incontro con l’erotismo.

La metafora la fa da padrona durante tutto il film, in cui ogni personaggio rappresenta un aspetto della personalità o una “vecchia abitudine”, in cui ogni frase va a costruire il puzzle della personalità della Sarah adulta che emergerà dal labirinto, che ha imparato il valore delle cose, delle persone, dei sentimenti, delle promesse. E che comunque sa che potrà sempre tornare a rifugiarsi nelle sue letture e nelle sue fantasie quando ne avrà bisogno.

Se parte della magia che accompagnò il film alla sua uscita potrebbe andare persa oggi, a causa di alcuni terribili momenti con effetti speciali agghiaccianti (vedi la danza dei Goblin del Fuoco “Chilly down“…brrr!), e di alcune trovate comiche un po’ troppo infantili (ad esempio quando la nostra eroina deve attraversare la Gora dell’Eterno Fetore: una palude che emette, letteralmente, flatulenze. Seriamente? A quanto pare sì), non si può negare che abbia momenti di meravigliosa creatività visiva, tra cui spicca senza dubbio la memorabile scena ambientata all’interno di un quadro di Escher.

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L’interpretazione di Bowie, ambigua, affascinante e spaventosa, è naturalmente tra i più grossi vanti di questa pellicola, anche perchè la sua presenza è direttamente collegata alla colonna sonora, realizzata dall’artista. Se è certamente “Magic Dance” il pezzo che più rimane impresso nella memoria, devo dire che personalmente amo moltissimo anche “Underground“.

Un’ultima annotazione: i Goblins…. I Goblins di questo film, sono uno dei molti modi in cui i bambini degli anni ’80 sono stati orrendamente traumatizzati da piccoli. Voglio dire, sono orribili! Nessun dubbio sull’autenticità delle lacrime del bambino durante le scene nel castello di Jareth, circondato da questi esseri:

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Si tratta, nel complesso, di un film ancora molto piacevole da vedere, non solo per nostalgia, ma anche per apprezzare alcune sfumature che magari erano passate inosservate quando uscì, o per ammirare alcune scene con il famoso “senno di poi”.

Enjoy!

PS. Non ho voluto dire troppo rispetto alla sessualità di Jareth, ma non posso, non posso proprio esimermi dal sottolineare il modo in cui Bowie pronuncia la parola “baby”. Per tutti coloro che dovessero aver visto il film solo in versione doppiata, vi prego, trovate la versione originale ed ascoltate il primo dialogo tra Jareth e Sarah. Tutte le emozioni verranno a voi come per magia, promesso.

Io, Daniel Blake

Articolo di Andrea Vallese

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Ci sono film, soprattutto in questi ultimi anni, che, semplicemente raccontando la realtà così come noi la conosciamo, possono spaventare più degli horror anni ’70. Nel momento in cui lo spettatore percepisce che ciò che sta guardando può essere benissimo riconducibile a qualcosa che sta vivendo, un senso di angoscia pervade il suo animo, come se all’improvviso la sala cinematografica fosse una stanza senz’aria. Eppure, nonostante sia difficile, si rimane incollati allo schermo per vedere come va a finire e, magari, per riuscire a capire se anche nella realtà sarà così.

Io, Daniel Blake”, di Ken Loach, vincitore della Palma D’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è uno di questi film. Daniel Blake (Dave Johns), falegname sessantenne vedovo di Newcastle, in seguito ad un attacco cardiaco, non è più in condizioni di lavorare. Purtroppo i servizi sociali, con una burocrazia ottusa e contorta, gli negano l’indennità di malattia e gli concedono quella di disoccupazione, a patto che dimostri di cercare lavoro. In questa “Odissea senza Itaca” Daniel conosce Katie (Hayley Squires), una giovane single con due figli a carico, trasferita dagli stessi servizi da Londra, perché senza casa e senza lavoro. Tra i due si creerà una reciproca solidarietà che li aiuterà a sopportare con forza tutte le torture psicologiche che il sistema costringe loro a subire.

Ken Loach, nella sua lunga carriera, si è sempre speso molto per raccontare, o meglio, dare voce, agli “ultimi della classe”. In questo film, però, l’autore tende a rimarcare il rischio di un ritorno al passato, quello della Rivoluzione Industriale, tanto per capirci, in cui dominava il capitalismo e nessuno parlava di welfare. Oggi è proprio quest’ultimo a diventare capitalista e lo si vede negli atteggiamenti dei suoi funzionari che sono asettici e insensibili alle difficoltà di chi devono aiutare (anche perché è così che viene imposto loro di fare). Le persone bisognose, come Daniel, ma soprattutto Katie, sono talmente abituate alla freddezza di questo trattamento, che, nel momento in cui ricevono un po’ di umanità si sentono inadeguate tanto da pensare di non aver fatto niente per meritarlo.

Anche io sono uno di quegli spettatori che ha conosciuto (e rischia di conoscere ancora) quel senso di smarrimento che prova chi ha subito un’umiliazione profonda come la difficoltà di trovare e mantenere un lavoro. Io, però, dalla sala non sono uscito, perché so altrettanto bene che in questa realtà ci sono tante persone, come Daniel Blake, che sanno essere solidali (senza essere caritatevoli) con chi ha bisogno di un sostegno. Egli è uno di quegli eroi di una working class, di un passato non troppo lontano che sa trovare il coraggio di manifestare il proprio dissenso e che non si arrende all’idea che il mondo di oggi è il migliore possibile. Penso che il mondo è tanto pieno di gente così quanto il cielo di notte è colmo di stelle. Il solo saperlo dovrebbe riempire di speranza il cuore di chiunque.