Tra metafora e nero profondo. “Shadow”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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“Shadow” è un film del 2009 diretto da Federico Zampaglione, non nuovo a cimentarsi all’insidioso terreno del horror italiano contemporaneo poiché già regista due anni prima di Nero Bifamiliare, interessante pellicola che senza dubbio rappresenta un bel tuffo nel noir.

Questo film ricorda molto da vicino pellicole americane quali, in primis, “Un tranquillo weekend di paura” e “Non aprite quella porta” anche se Zampaglione non perde mai di vista le sue origini e cita, qua e là, Fulci e Argento.

L’inizio appare un po’ in salita o più che altro lascia, almeno per i primi venti minuti, la sensazione del “già visto” e fa persino innervosire lo spettatore per i momenti di sbadataggine dei due protagonisti, che lasciano tracce ovunque per essere certi di farsi trovare dai loro inseguitori.

La narrazione parte dal viaggio di David (Jake Muxworthy) che reduce dalla guerra in Iraq, si trova a fare mountain bike nel cuore dell’Europa. Qui, fermatosi in una malga di montagna, fa la conoscenza non solo di Angeline (Karina Testa) ma anche di due loschi individui, cacciatori armati fino ai denti, sboccati e violenti che esordiscono con fastidiose molestie di stampo sessista verso la ragazza. Da questi incontri scaturiscono due situazioni, l’inizio di una storia d’amore fra David e Angeline e l’inseguimento da parte dei due cacciatori attraverso la foresta.

Tra rocamboleschi inseguimenti e nottate in tenda, il film cambia completamente atmosfera quando i protagonisti si avventurano nel cuore della foresta, la Foresta dell’Ombra per l’appunto e la loro situazione nonché il ritmo del film cambiano.

Qui si entra in un’atmosfera claustrofobica, governata dall’inquietante presenza di un personaggio la cui essenza non si riesce ad inquadrare. Interpretato da Nuot Arquint, Mortis ha un’immagine fortemente disturbante. Non si esprime a parole ma solo attraverso gli sguardi; è un sadico di cui ci riesce difficile comprendere la presenza, fino alla svolta finale, fino a che non leggiamo il suo nome nei titoli di coda.

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Capita a volte di incontrare un bell’horror. Questo ha tutto il gusto oscuro dei tempi recenti, ha la retrospettiva psicologica che nei film degli anni 60 e ’70 per lo più mancava. Non vuole stupire con effetti speciali o quantità improbabili di sangue. Ha una dimensione onirica che però lo rende vicino a tutti noi, come se il sogno di David rappresentasse in un certo modo anche il nostro. Come se il rapporto di David con la morte, per quanto estremo data la sua esperienza di ex combattente, fosse simile a quello che tutti noi abbiamo. C’è ricerca, c’è estetismo, attenzione. Tutto in questo film ci fa pensare che non abbia nulla di meno rispetto a film americani le cui produzioni sono più costose, meglio distribuite e più blasonate.

Non stupisce che Federico Zampaglione, con soli tre film all’attivo, sia diventato ormai un regista di culto del genere horror. Va anche detto che lui è uno dei pochi che ha ancora il coraggio di farne.

Una nota di memorabile ilarità è la galleria di ritratti che si trova nel bunker nel quale i protagonisti vengono tenuti prigionieri: dopo un’immagine di Hitler e una di Stalin compare un imperturbabile George W. Bush.

A conclusione posso dire che è sì un esperimento ben riuscito, pecca nei dialoghi, probabilmente a causa di un montaggio che ha voluto accorciare molto il film e nella trama che non è troppo originale e percorre, sino alla conclusione almeno tre film molto noti.

Ad ogni modo è un buon film, uno dei pochi di genere prodotti in Italia in tempi recenti.
Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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L’educazione fisica delle fanciulle. Mine ha-ha.

Articolo di Marilisa Mainardi

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L’educazione fisica delle fanciulle” non è propriamente un film horror e non è nemmeno un thriller.

Ha però alcune delle caratteristiche essenziali di entrambi i generi e forse, qualche nota di crudeltà in più.

Ambientato nella Germania più profonda – quella di fatta sconfinati boschi dagli alberi aguzzi – questo film racconta quanto accade in un collegio (che in realtà è un orfanotrofio) all’inizio del Novecento, poco prima dello scoppio della Grande Guerra.

Qui, un gran numero di fanciulle viene addestrato alla danza, al galateo, alla musica. Vengono preparate al mondo con rigidità e mano ferma da una perfetta Jacqueline Bisset, che interpreta una perfida ed algida direttrice. Ci sono anche momenti in cui le ragazze vivono in una spensierata leggerezza, specie durante il bagno, che avviene in una sorta di luogo incantato – una cascata che pare fuori dal mondo- tanto simile a certi paesaggi visti nell’australiano “Picnic a Hanging Rock”.

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L’orrore è sottile in questo film. Già le atmosfere claustrofobiche generano un’inquietudine controllata e allo stesso tempo profonda, come se qualcuno ci camminasse alle spalle lungo quegli stessi corridoi.

Il sangue non è quasi mai presente. Ma c’è lo sgomento infinitamente più turbativo di una ragazza che viene lasciata a morire di stenti e poi sepolta durante la notte, di un’altra sbranata dai cani, di un’altra ancora impiccatasi per amore dopo aver compreso di essere parte di un gioco terribile. Il tutto si sviluppa come una sorta di climax che si conclude con la comprensione non solo da parte delle ragazze ma da parte dello spettatore stesso, di che cosa significhi realmente per la prescelta essere la “regina”.

Tratto dal romanzo “Mine Ha-Ha ovvero l’educazione fisica delle fanciulle” di Frank Wedekind è un film uscito nel 2005 per la regia di John Irvin. Non molto apprezzato dalla critica, che lo ha giudicato scarso e privo di spessore, è a mio parere interessante sotto alcuni punti di vista. Di certo  abbondano le allusioni ai rapporti lesbici che nel libro non compaiono e sembrano ammiccare un po’ troppo ad un certo tipo di pubblico. Di certo il regista non riesce a realizzare a pieno l’atmosfera sognante e straniante del libro. E’ certo invece che il film rilascia un buon grado di paura e compassione per la sorte delle ragazze e delle donne in generale in un mondo che è sì a sé, ma simbolo di un qualcosa di universale.

Ho visto questo film diversi anni fa, durante una delle mie solite notti senza sonno. Mi colpì molto, lo ammetto. E’ un film crudele e a tratti quasi fastidioso. Proprio per questo ho deciso di scriverne.

Buona visione!

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La casa dalle finestre che ridono

Articolo di Marilisa Mainardi

Questo film è una storia di scheletri nell’armadio. E per questa volta, non si tratta di una metafora.

Buono Legnani è morto, ma aleggia sulle nostre teste, nelle nostre menti.

Tanto s’è scritto e tanto si scriverà ancora su questa pellicola del 1976, uscita un po’ in sordina e diventata cult negli anni a venire.

Questo è accaduto per molti motivi ma in realtà per uno solo: è un film molto bello.

Poi metteteci che in questa critica c’è anche l’amore per la mia terra (sono di Budrio) e per quei paesaggi fra la Bassa e il Polesine, portatrici di nebbiosi pensieri e subitanee melanconie. Comunque, va da sé che Pupi Avati, con questa suo primo thriller, incanta il pubblico.

La storia narrata doveva svolgersi inizialmente negli States, ma per fortuna Avati s’è ravveduto e ha deciso di filmare i paesaggi della sua infanzia, le cose a lui familiari, la seducente desolazione di una terra umida e brumosa.

Stefano, giovane restauratore, viene chiamato in un paesino del ferrarese per recuperare l’affresco di un autore locale, rinvenuto nella chiesa. Sin dal suo arrivo si palesano personaggi dai contorni bizzarri e molto forti. La maestra lasciva e chiacchierata, il conducente d’auto ubriacone (un favoloso Gianni Cavina, co-autore della sceneggiatura), il sindaco che copia il look ad Al Capone, la pensionante impicciona, lo scemo del villaggio, il prete conservatore, la paralitica. Ci sembrano macchiette, sì, ma tutte raccontate con attenzione, caratterizzate con una cura quasi felliniana. Questi personaggi si muovono nelle pianure sconfinate della Bassa, a contatto con un mondo semplice e famigliare, ma vagamente sudicio. Le case e la pensione non sono mai tinteggiate di fresco, le vettovaglie stantie, l’osteria ingombra di mosche.

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E’ in questo clima semplice e di poche pretese che nasce la storia d’amore tra Stefano e la giovane nuova maestra, Francesca. Un amore narrato in maniera forse superficiale, sebbene assuma immediatamente toni di importanza capitale. Credo che l’inserimento di questa storia d’amore venga posto a contrasto con l’inenarrabile perversione di Bruno Legnani, il pittore, e alla realtà in cui ha vissuto e che, per certi versi, continua ancora a vivere.

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Il finale è quanto di più inatteso ci si possa immaginare. Schioccante per moltissimi versi. Io non riesco più a sentire il nome “Laura” senza pensare alla inquietante e turbante scena conclusiva. Scena conclusiva cui lo stesso Avati ha dovuto porre rimedio dopo averla sottoposta ai produttori: la mano che vedete nell’ultima inquadratura, quella sull’albero, è la sua. Una scena girata e montata a parte. Necessaria – a detta dei critici dell’epoca- per lasciare un finale aperto.

Ma un finale aperto non serve. E’ la cieca e cupa disperazione che prende il protagonista a rendere questa conclusione un capolavoro assoluto. E’ l’omertà del paesino dove alla fine tutti si alleano nel nascondere un segreto truce e straziante, che tutti conoscono, ma che nessuno osa guardare alla luce del sole.

E la straziante bellezza d’un’assolata pianura, dove tutto è bello e limpido, rende ancora più forte –quasi per contrasto- la cupezza dell’animo umano.

Rarissimo trovare critiche negative ed impossibile, dal mio punto di vista, farne.

Forse forse sono un po’ troppo splatter e decisamente inutili le coltellate quasi sul finale; probabilmente dovevano rendere un pathos che in realtà realmente non si realizza perché, come spesso accade, sono molto più in inquietanti i film in cui non si versa nemmeno una goccia di sangue di quelli in cui ne scorre a fiumi.

I dialoghi sono ben costruiti così come i personaggi che li animano. Ottimo il ritmo, le musiche, il delizioso “Tema di Francesca”.

Nulla manca a questo film per essere incoronato come miglior thriller-horror (decidete voi il genere, anche se non credo abbia molta importanza) italiano.

Da allora molti ci sono andati vicino ma pochi hanno saputo ottenere lo stesso.

Con buona pace della Bassa, che se ne sta lì, languida, in attesa che qualcuno torni a farla parlare di sé.

Buona visione!

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Tra horror e fantastico: “Il mulino delle donne di pietra”

Articolo di Marilisa Mainardidvdessential.it

Il mulino delle donne di pietra” è un film del 1960 diretto da Giorgio Ferroni e di produzione italo-francese.

Sin dall’inizio si entra in una dimensione fantastica e a tratti melanconica. La maggior parte del film infatti è ambientata in un mulino – i cui interni somigliano però a quelli di un castello – che appare isolato dal resto del mondo. Sarà perché ci si può arrivare solo in traghetto o perché i personaggi che lo popolano sono a dir poco inquietanti.

Il protagonista, Hans (Pierre Brice), porta avanti una tesi di antropologia che prende in esami alcuni aspetti del folklore delle terre fiamminghe. Si ritrova dunque a vivere e lavorare per qualche giorno nella casa (il mulino) di un professore universitario scultore e gestore di una giostra le cui protagoniste sono celebri donne del passato per lo più accomunate da una fine orrenda. Questa giostra, che viene azionata giornalmente in quanto rappresenta una delle attrattive della zona, viene mossa dalle pale del mulino stesso. Ben presto Hans conosce Helfi, la giovane figlia del professor Wahl (Herbert Böhme), la quale però permane per lo più come una figura evanescente.

In realtà Helfi, interpetata da una bellissima Scilla Gabel, si rivela come una donna molto concreta, che sa bene come sedurre Hans che gli cede molto presto. Dopo una notte d’amore però, Hans si rende conto che quella per Helfi è solo una sbandata e si decide, grazie a questo, a rivelare il proprio amore alla dolce Liselotte (Dany Carrel), amica d’infanzia. Sin qui sembra la trama un po’ macabra di un romanzo rosa ed in effetti lo è, per lo meno fino a che, in un successivo momento di passione fra il protagonista e Helfi, la giovane muore, spingendo Hans a sentirsene responsabile.

E’ qui che entra in scena l’elemento fantastico che trasforma questo film horror in un film fantastico. In una specie di sperimentazione un po’ alla Frankenstein, si scopre che Helfi è malata di una raro morbo che la fa morire – spesso e forse persino volentieri- e che per salvarla l’unica possibilità è una trasfusione di sangue dal corpo di giovani donne che, manco a dirlo, trovano la morte. Il geniale professore, senza trascurare la sua indole artistica, trova come originale modo per impedire che le ragazze vengano trovate, quello di usarle come protagoniste della sua giostra.

paololandi.it

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Ed è proprio questo l’elemento più suggestivo del film. La trama in sé e per sé è un po’ scontata, un “già visto”, mentre invece l’invenzione di questa giostra ammanta di surreale ma nel contempo di verisimile la storia narrata. Sono legate proprio a questa le scene più belle del film, sia quando la giostra entra in funzione, accompagnata dal motivetto simile ad un carillon, sia quando, all’atto conclusivo, il mulino va in fiamme e le donne – ormai sentite come corpi vivi e non di pietra, si liquefanno.

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Molto interessante è anche la sequenza nella quale Hans vive una specie di sogno, nel quale non sa se vede realmente o immagina quello che gli accade intorno. E’ una sorta di delirio conseguente al fatto che viene drogato, sono varie scene ben girate in cui l’aspetto onirico si fonde con la consapevolezza dello spettatore di aver capito quanto sta succedendo realmente e che cosa si nasconda nel mulino.

In conclusione, “Il mulino delle donne di pietra” è un buon film, il ritmo è abbastanza alto e i protagonisti rendono abbastanza bene. Sono di certo suggestive la fotografia e la scenografia, cornice perfetta per un racconto del genere.

Buona visione!

Quattro mosche di velluto grigio

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo nostro assolutamente non pretenzioso excursus nel cinema horror Made in Italy non poteva mancare un film di Dario Argento.

Quattro mosche di velluto grigio” è un film del 1971; lo si potrebbe definire un thriller, in realtà, e in questo senso lo preferisco di gran lunga a prodotti successivi del regista, nei quali si rasenta lo splatter e il sangue scorre a fiumi.

Il film ha come protagonista un giovane musicista Roberto, quasi a celebrare –manco a dirlo- l’ottima colonna sonora di Ennio Morricone, elemento che non viene mai trascurato nei film di Argento. Questi si muove prevalentemente nella sua moderna casa di città, mirabile esempio di architettura anni Settanta e una specie di porto fluviale, dove va a fare visita a Diomede – chiamato per lo più Dio- interpretato da un ruspante Bud Spencer e l’amico professore, Oreste Lionello, in realtà un coltissimo clochard.

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La prima cosa da dire è che la storia non è esattamente ben scritta. Nel senso che di fronte a capolavori come “Profondo rosso” si avverte una certa assenza di logica che spinge protagonisti e comprimari a comportarsi in una maniera assurda. Ad esempio ci appare molto scontata la fine che farà la domestica visto che decide di dare appuntamento all’assassino in un parco e, per essere proprio sicura di divenire una vittima a sua volta, lo attende fino a tarda sera e percorre strade strette e contorte proprio –evidentemente- per essere ammazzata.

Interessante l’escamotage che dà il via alla vicenda: Roberto è ossessionato da uno strano individuo, un signore di mezza età, molto distinto, che lo segue per la città. Deciso a scoprirne l’identità entra in un teatro deserto e, nel tentativo di liberarsi, lo uccide accidentalmente. Il problema è che la scena viene fotografata da uno strano personaggio mascherato da pupazzo (uno dei topoi dei film horror) che, a quel punto, comincia a ricattarlo. Tornato a casa dalla moglie Nina, con la quale Roberto ha un rapporto a dir poco glaciale, le confessa quanto accaduto e lei, preoccupata, di lì a poco deciderà di andarsene di casa. Roberto si farà allora aiutare dal suo bizzarro amico Diomede che assolderà per lui un investigatore privato famoso per non aver mai risolto un caso che però questa volta si rivelerà estremamente capace pur non facendo in tempo a dimostrarlo a nessuno.

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La sceneggiatura risulta fragile anche perché usando un po’ di logica, l’assassino si comprende sin dall’inizio, a meno che non consideriamo un povero inetto il nostro protagonista, così sciagurato da non chiudere la porta di casa dopo aver visto uccidere varie persone intorno a lui e aver subito minacce. Certo è vero, possiamo anche considerarlo così dato che non è che Michael Brandon brilli per le espressioni sveglie all’interno del film.

Quindi, a fronte di questa pochezza nella sceneggiatura, che sfocia nel surreale con l’antica favola della lettura della cornea per visualizzare l’ultima immagine vista da chi muore e svelare il mistero, va detto che ci sono alcune trovate molto particolari che rendono questo film un buon film.

Memorabile è senza dubbio l’interpretazione di Bud Spencer, l’amico un po’ matto e burbero del nostro protagonista, che si fa sempre più evanescente man mano che si procede nella vicenda. Il personaggio di Spencer, unito a quello del professore suo amico, rendono le scene che li riguardano intrise di una non forzata comicità e di un sapore un po’ alla Avati che alla Argento. C’è qualcosa di molto genuino e famigliare in queste scene, belle anche dal punto di vista della fotografia.

Finalmente c’è anche un bel titolo, appropriato all’opera. E’ sufficientemente intrigante e davvero collegato alla pellicola, un bel richiamo per il pubblico. Il tutto viene incastonato dal rock psichedelico ed eccitante della colonna sonora di Ennio Morricone.

Buona parte del fascino del film potrebbe essere stato legato alle sue vicende distributive: uscendo solo al cinema e non avendo mai avuto un seguito in VHS o DVD ed essendo sparito dalla televisione per ben 24 anni, forse ha goduto di un’aurea mitica che ne ha indorato i contorni, rendendolo più speciale di quello che è.

Detto questo, un film di Dario Argento lo si guarda sempre molto volentieri, anche nelle sue cadute di stile più significative, per cui non posso mal giudicare questo che è comunque gradevole. Piuttosto diciamo che non è fra i suoi migliori e spesso delude nell’agire troppo sciocco dei suoi protagonisti e una trama non particolarmente originale.

Sappiatemi dire se sbaglio e sono troppo cattiva col mio giudizio.

Buona visione!

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Horror ben fatto ed erotismo facile. Le foto di Gioia

Articolo di Marilisa Mainardi
filmtv.itMentre cerco ancora di barcamenarmi nella poetica del maestro del cinema horror, Mario Bava, sul quale ho ancora molte ombre, lo ammetto, parlerò di un film del figlio Lamberto.

Le foto di Gioia” è ben distante dall’essere un bel film ma merita, per certi versi, una trattazione.

Innanzitutto è un film che sa fare paura. E’ vero che la prima volta l’ho visto in tenera età, perciò ero più suggestionabile, ma è pur vero che, rivedendolo ora, ancora non riesco a farmelo del tutto dispiacere. Sarà perché è facile facile, perché a tratti fa ridere pur non volendo, perché tutto sommato è quell’oretta e mezzo di goliardica leggerezza che ben si sposa con le serate estive.

In questo film di Lamberto Bava del 1987 c’è innanzitutto una certa suspense. Purtroppo la si perde un po’ fra i mille lati negativi che ha. Ci sono innanzitutto due scene che fanno restare con il fiato sospeso: quella in cui la protagonista viene inseguita al cimitero e quella in cui l’assassino la segue all’interno dei grandi magazzini MAS di Roma (vero e proprio museo dello shopping d’antan anche attualmente).

Poi che dire, c’è Serena Grandi che invade con la sua carica di casereccio sex appeal e una pessima recitazione un set tutto sommato interessante composto da una bella villa molto anni ’80, la redazione della rivista che gestisce “Pussycat” e l’elemento disturbante del ragazzino voyeur che la spia dalla finestra, fantasticando su di lei.

A ben guardare, anche l’intreccio non è disprezzabile: Gioia, giovane e procace vedova, gestisce insieme ad una fida collaboratrice (Daria Nicolodi) una rivista per soli uomini. Ad un certo punto le sue modelle iniziano a venire uccise una ad una e l’assassino scatta loro delle foto in una sala di posa per inviarle alla protagonista. Lei sa che prima o poi verrà anche il suo turno. Via via che avvengono omicidi, il cerchio si restringe sino a che l’assassino non si rivela a Gioia, in maniera nemmeno troppo scontata e comunque parecchio perversa.

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Se possiamo dire bene di tutti gli altri attori, quella che stona maggiormente è di certo l’interpretazione della protagonista stessa. Al di là della ancora spiccata cantilena bolognese (che ovviamente adoro ma che non è il massimo in un film che non vuole essere narrazione di una città o di un mondo specifico) è veramente pessima in ogni sua espressione. Anche il cameo (se così possiamo definirlo) di Sabrina Salerno lascia molti dubbi; per fortuna Bava la rende efficace perché, al di là di dimenarsi nuda mentre viene attaccata dalle vespe molto altro non fa, con buona pace del pubblico interessato alle sempre perfette curve della Sabrinona nazionale. Comunque, al di là di queste interpretazioni a dir poco discutibili, gli altri attori se la cavano egregiamente. Anche la spesso criticata Daria Nicolodi appare in questo film molto convincente.

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Sono molto interessanti anche le modalità di ripresa in prima persona dal punto di vista dell’assassino, che vede ogni sua vittima come un mostruoso animale. Ricorda un po’ certe modalità di gioco delle console, cosa senza dubbio originale per l’epoca.

Insomma, se ancora le opere di Mario mi sfuggono, devo dire che questo film di Lamberto ha degli sprazzi interessanti e una trama coinvolgente. Non fraintendetemi, non è un bel film. In fondo si tratta di un B-Movie e se Lamberto non avesse avuto i mezzi che aveva di certo oggi lo definiremmo così. Però dico anche che non è tutto da scartare.

Buona visione!

La magia del non-detto. Non si sevizia un paperino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Non posso dimenticare la prima volta in cui vidi questo film. Era l’estate di qualche anno fa: caldo, zanzare, lo scorrere delle auto, il russare dei vicini. Insomma, tipica notte d’insonnia agostana. Ebbene, accendo la televisione nella mia cameretta, scorro i vari canali e tac, mi imbatto in una scena tipica dei film horror. Un bambino, perso in una foresta, viene assassinato da un losco figuro, ovviamente irriconoscibile.

Sono sempre stata attratta dai film horror. Li ho sempre guardati, anche quando ero troppo piccola per non rimanerne impressionata e dormire la notte serenamente. Non c’è nulla da fare, a me l’horror piace. Volevo persino fare la criminologa!

Al di là di questo, il film prosegue e la storia, architettata alla perfezione, mi cattura immediatamente. C’è tensione, c’è suspense, c’è soprattutto il non-detto. C’è questo paesino del sud Italia – Accendura- un luogo ideale, non reale ma tanto simile a uno qualunque di quei posti così.

Mura bianche, vicoli, ponti sospesi fra le montagne, simbolo di una modernità chiassosa in un mondo ancora retrogrado. Aa Accendura si crede nella magia, si è superstiziosi, maligni e nonostante questo ci si raccoglie tutti insieme la domenica, a messa.

Ad Accendura c’è Patrizia una ricca, giovane e bellissima ragazza (Barbara Bouchet) che viene spedita dal padre nel piccolo paese nella convinzione di poterla far vivere lontana dalle seduzioni della grande città contaminata. E arriverà anche Andrea (Tomas Milian) giornalista di nera attratto da un fatto avvenuto nel paese, il rapimento di un bambino con conseguente richiesta di riscatto. Immediatamente scattano le ricerche ma non ci vorrà molto tempo per scoprire che in realtà il bambino è stato ucciso e che la richiesta di riscatto era di certo un depistaggio. Si inizia così una caccia all’uomo, mentre queste immagini vengono intervallate dalla presenza di una donna che infilza con spilloni delle bambole dall’aspetto di bambini e ne seppellisce una. Questo misterioso personaggio è la maciara, interpretata da una sempre meravigliosa Florinda Bolkan. Vive ai margini della società e viene tacciata di essere una strega e quindi emarginata e derisa, mal vista da tutti, soprattutto dalle donne.

rapportoconfidenziale.org

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Purtroppo non posso parlare fino in fondo delle tematiche che lo attraversano perché altrimenti rivelerei il finale e, in questo caso, è bello che lo spettatore arrivi da solo a capire quale storia perversa si celi dietro al velo del perbenismo di Accendura. Posso solo dirvi che il finale non è scontato. E Non lo è soprattutto nell’Italia del 1972.

Posso dirvi che una delle scene più belle e brutali del film è quella in cui la maciara viene selvaggiamente linciata all’interno del cimitero. L’abbacinante bellezza di Florinda Bolkan, la leggerezza delle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, la pruriginosa violenza perpetrata a opera di uomini che non hanno nemmeno il coraggio di finirla ma che la faranno arrivare sino al ciglio della strada, dove macchine di famiglie di vacanzieri la lasciano morire, probabilmente senza nemmeno vederla.

E’ una scena forte, davvero forte. Non lo nascondo. Provo ancora un certo fastidio misto a rabbia e ad indignazione nel vederla. Quindi se non ve la sentite non guardate questo filmato.

https://www.youtube.com/watch?v=LjdKdsdi__Q

Poi c’è la scena dello scandalo, quella in cui una meravigliosa e completamente nuda Barbara Bouchet cerca di sedurre Michele, un ragazzino sui dieci o dodici anni, in una casa ultramoderna che da sola basterebbe come manuale di design d’interni dell’epoca. E’ un erotismo sfacciato e sottile allo stesso tempo, conturbante ed eccessivo ma perfettamente inserito nel contesto.

Insomma, il nostro Fulci è un regista che osa. E osa dall’inizio alla fine, con una coerenza ineccepibile. Osa proponendo un thriller alla tersa luce del mezzogiorno, lo ambienta in un paesino del sud sfiorato dalla modernità ma ancora arroccato in antiche superstizioni, osa coi protagonisti pur non creandone alcuno, legge fra le righe delle piaghe più nascoste di un Italia all’apparenza troppo per bene.

Anche in questo caso, come in molti altri casi, il titolo non rende giustizia al film. Pochissimi ne sarebbero attratti. Ed è un vero peccato perché Lucio Fulci realizza, ritengo, il suo film migliore. E non si tratta solo di un bel film, è soprattutto coraggioso, drammaticamente poetico, storicamente potente.

Come sempre, buona visione!

Una ghost story imperfetta. Un sussurro nel buio.

Articolo di Marilisa Mainardi.

 vecosel.it

“Un sussurro nel buio” è un film del 1976, diretto da Marcello Aliprandi.

Il film, che potremmo definire una ghost story con tutti i crismi, racconta di Martino e del suo amico immaginario o, per meglio dire, del suo mai nato fratello Luca, compagno di giochi e complice di scherzi, che non lo abbandona mai. La famiglia, turbata dall’atteggiamento di questo bambino, talvolta lo asseconda e talvolta lo rimprovera, senza però sortire alcun effetto. Le complici sorelle paiono vedere Luca come lo vede Martino; la madre, afflitta dai sensi di colpa, non nega ma nemmeno comprende fino in fondo; il padre gli farà iniziare una cura con uno psichiatra il quale poi verrà trovato morto proprio all’interno della villa.

Questo è, grossomodo, tutto quanto c’è da dire sulla trama del film.

Non accade davvero nulla.

L’idea di fondo del regista era probabilmente quella di permeare il film di una certa tensione che però non riesce a sostenere, banalizzandola in episodi perfettamente spiegabili con razionalità. Memorabile è, per esempio, l’attacco isterico che coglie l’amica americana, in preda a grida da sgozzamento e con il seno al vento a causa di una rana.

Al di là di questo, sembra un tentativo piuttosto naif di creare una grande ghost story sull’esempio di “The others” o di “Suspanse” (di cui parleremo a breve); tentativo mancato per l’assenza di thrilling.

Depongono a favore di questo film – ed è per questo che merita di essere visto- tre componenti.

Innanzitutto, la spettacolare ambientazione. Si tratta di villa Condulmer di Modigliano Veneto, in provincia di Treviso che oggi è stata trasformata in un hotel di lusso. Ebbene, questi ampi spazi, ariosi e allo stesso tempo austeri, lo splendido giardino con il lago e le vetrate dal gusto liberty creano una cornice perfetta per ospitare quest’inquietudine imperfetta.

La villa fa da sfondo alla scena che, a mio parere, è l’unica inquietante del film: si decide di ospitare una festa di carnevale per i bambini poveri e ad essi si mescolano gli adulti. Tra le musiche e le maschere con bautta si percepisce un effetto straniante e la sensazione di essere osservati e che qualcosa di terribile debba accadere da un momento all’altro.

Manco a dirlo, non accade assolutamente nulla, ma la scena merita tutto il film.

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Un’altra menzione deve essere fatta per la colonna sonora che viene firmata dall’eccellente Pino Donaggio, il quale probabilmente non si aspettava di avere tanto successo nel campo cinematografico ma considerate che subito dopo questo film verrà chiamato da Brian De Palma per “Carrie”. Sebbene la colonna sonora ricalchi grossomodo quelle che andavano di moda per questo genere di film, appare davvero ben fatta, soprattutto quella nenia che di tanto in tanto si sente e che sottolinea i momenti in cui la tensione è più Ed infine, va citata l’interpretazione di Alessandro Poggi, Martino nel film. Oltre a recitare oggettivamente molto bene la parte sembra essere nato appositamente per interpretarla. I suoi occhi, se da un lato esprimono pathos e inquietudine, dall’altro celano una calma imperturbabile, solo di rado sfiorata dalla preoccupazione o dalla paura. Davvero notevole.

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Ebbene, questo “Sussurro nel buio” merita di essere visto. Se non altro per questi tre elementi e perché credo che il cinema di quegli anni vada riscoperto e studiato. Sarebbe bello poter trarre spunto da queste pellicole per poter riavviare un tipo di cinema che in Italia non si fa più o lo si fa raramente e non sempre bene. Vediamola un po’ come Newton che disse che tutto ciò che ha potuto vedere è perché si trovava ad osservarlo da sopra le spalle di giganti.