Tra metafora e nero profondo. “Shadow”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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“Shadow” è un film del 2009 diretto da Federico Zampaglione, non nuovo a cimentarsi all’insidioso terreno del horror italiano contemporaneo poiché già regista due anni prima di Nero Bifamiliare, interessante pellicola che senza dubbio rappresenta un bel tuffo nel noir.

Questo film ricorda molto da vicino pellicole americane quali, in primis, “Un tranquillo weekend di paura” e “Non aprite quella porta” anche se Zampaglione non perde mai di vista le sue origini e cita, qua e là, Fulci e Argento.

L’inizio appare un po’ in salita o più che altro lascia, almeno per i primi venti minuti, la sensazione del “già visto” e fa persino innervosire lo spettatore per i momenti di sbadataggine dei due protagonisti, che lasciano tracce ovunque per essere certi di farsi trovare dai loro inseguitori.

La narrazione parte dal viaggio di David (Jake Muxworthy) che reduce dalla guerra in Iraq, si trova a fare mountain bike nel cuore dell’Europa. Qui, fermatosi in una malga di montagna, fa la conoscenza non solo di Angeline (Karina Testa) ma anche di due loschi individui, cacciatori armati fino ai denti, sboccati e violenti che esordiscono con fastidiose molestie di stampo sessista verso la ragazza. Da questi incontri scaturiscono due situazioni, l’inizio di una storia d’amore fra David e Angeline e l’inseguimento da parte dei due cacciatori attraverso la foresta.

Tra rocamboleschi inseguimenti e nottate in tenda, il film cambia completamente atmosfera quando i protagonisti si avventurano nel cuore della foresta, la Foresta dell’Ombra per l’appunto e la loro situazione nonché il ritmo del film cambiano.

Qui si entra in un’atmosfera claustrofobica, governata dall’inquietante presenza di un personaggio la cui essenza non si riesce ad inquadrare. Interpretato da Nuot Arquint, Mortis ha un’immagine fortemente disturbante. Non si esprime a parole ma solo attraverso gli sguardi; è un sadico di cui ci riesce difficile comprendere la presenza, fino alla svolta finale, fino a che non leggiamo il suo nome nei titoli di coda.

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Capita a volte di incontrare un bell’horror. Questo ha tutto il gusto oscuro dei tempi recenti, ha la retrospettiva psicologica che nei film degli anni 60 e ’70 per lo più mancava. Non vuole stupire con effetti speciali o quantità improbabili di sangue. Ha una dimensione onirica che però lo rende vicino a tutti noi, come se il sogno di David rappresentasse in un certo modo anche il nostro. Come se il rapporto di David con la morte, per quanto estremo data la sua esperienza di ex combattente, fosse simile a quello che tutti noi abbiamo. C’è ricerca, c’è estetismo, attenzione. Tutto in questo film ci fa pensare che non abbia nulla di meno rispetto a film americani le cui produzioni sono più costose, meglio distribuite e più blasonate.

Non stupisce che Federico Zampaglione, con soli tre film all’attivo, sia diventato ormai un regista di culto del genere horror. Va anche detto che lui è uno dei pochi che ha ancora il coraggio di farne.

Una nota di memorabile ilarità è la galleria di ritratti che si trova nel bunker nel quale i protagonisti vengono tenuti prigionieri: dopo un’immagine di Hitler e una di Stalin compare un imperturbabile George W. Bush.

A conclusione posso dire che è sì un esperimento ben riuscito, pecca nei dialoghi, probabilmente a causa di un montaggio che ha voluto accorciare molto il film e nella trama che non è troppo originale e percorre, sino alla conclusione almeno tre film molto noti.

Ad ogni modo è un buon film, uno dei pochi di genere prodotti in Italia in tempi recenti.
Buona visione!

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Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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5 film che non c’entrano niente col Natale (da guardare a Natale).

Articolo di Giorgia Loi

Chi mi conosce lo sa, non sono la più grande fan del Natale. Mi chiamano Grinch, e hanno ragione.

Ma se c’è una cosa assolutamente meravigliosa del Natale è il preziosissimo, impareggiabile tempo libero che regala alle persone, come me, abbastanza fortunate da poter pronunciare in quei giorni la dolcissima parola “ferie”.

Ferie da divano. Ferie dopo un anno di pesantissimo lavoro.

Ferie adatte ad una fantastica maratona di film!

Mentre la tv trasmette sempre le solite cose (alcune bellissime, per carità) a tema, quest’anno, per casualità o per gusto del momento, mi sono ritrovata a fare una maratona di film che vanno dal drammatico al thriller, passando per il dramma psicologico.

Buon Natale, dunque, con questo elenco di film, in ordine di visione, e con le reazioni che mi hanno suscitato.

1. “Freaks”- Tod Browning, 1932

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Capolavoro assoluto degli anni ’30, film talmente rilevante che le sue immagini hanno impregnato la storia dell’horror fino ai giorni nostri, Freaks non è certamente un film leggero.

Dura solo un’ora, ma basta ed avanza per consumare un complesso dramma, dalle potenti sfumature sociali e psicologiche.

Parla di mostri, laddove i mostri, i “freaks” appunto, sono persone nate con deformità o aberrazioni fisiche, che si guadagnano da vivere esibendo le proprie bizzarre fisicità al pubblico del circo. A tratti, questi personaggi vengono dipinti come bambini, attraverso la figura di una simbolica “mamma” (una donna “normale” che si prende cura di loro), ed attraverso la scelta dei due protagonisti, due nani dall’aspetto così delicato da sembrare bambini di 4 o 5 anni. Questa scelta, visivamente, è di certo funzionale alla trama. Visti come incapaci di volontà umana da una società che li relegava ad uno stato praticamente bestiale, sono anche visti come ingenui, ed appaiono innocenti e potenziali vittime predilette di malintenzionati e truffatori. Quando una truffa viene tentata ai danni di uno di loro, però, emerge, in maniera traumatica per lo spettatore, la natura non solo assolutamente adulta e smaliziata, ma anche crudele di questi personaggi, e la potenza della società creata da questi reietti, che hanno fatto del proprio isolamento un vessillo.

Chi se la prende con uno di loro,dovrà affrontarli tutti. E la vendetta sarà…beh, accidenti, ma davvero non l’avete visto?? Trovatelo, e guardatelo!!

2. “Black Swan”- Darren Aronofsky, 2010

10376048-1303394684-556260-CB3E-6D39-DA86.jpgEcco, benissimo, dopo la tragedia totalizzante di Freaks, perché non lasciarsi andare ad una storia in cui il dolore psichico e fisico accompagnano lo spettatore, minuto dopo minuto, a passo di danza?

Non avevo mai visto questo film, per quanto famoso, e devo ammettere che l’avevo preso per un thriller psicologico. In effetti è mascherato da thriller per alcuni versi, ma di fatto non è altro che la devastante storia di una disfunzione totale alla vita. La protagonista, Nina Sayers (Natalie Portman) in quanto personaggio, è dipinta a tratti tenui. La capiamo completamente solo alla fine (di cui non parlerò), ma durante tutto il film viviamo con lei un trauma non ben definito, uno stress reso condizione patologica, una vita inadeguata che non si può chiamare tale, ed, in tutto ciò, la danza. La danza non è altro che l’ossessione che racchiude tutto il resto, e che ha sempre permesso a questo personaggio di fuggire da tutto il resto.

Il film inizia in un momento, nella vita professionale della ballerina, di cambiamento. Il cambiamento destabilizza l’ordine fittizio della sua vita, e fa emergere tutte le problematiche che la permeano. I momenti di autolesionismo sanguinolento li ho mal tollerati, sarà che la cena della vigilia non era stata tra le più leggere, ma a volte ha minacciato di riemergere.

Agghiacciante e devastante, sostanzialmente.

3. “Requiem for a dream” – Darren Aronofsky, 2000

Requiem-For-A-DreamDopo Black Swan, perché non divertirsi con un altro simpatico film di Aronofsky? Ero stata avvertita rispetto a questo film. Il mio ragazzo mi aveva consigliato di fare attenzione: “E’ soltanto uno dei film più depressivi e senza speranza che abbia mai visto”, mi aveva detto.

Gli avevo creduto eh, ma l’ho guardato lo stesso. Evviva il Natale, no?

Ebbene: è uno dei film più depressivi e senza speranza che abbia mai visto! Il film fin da subito non ne fa mistero. Ogni personaggio che incontriamo è chiaramente circondato da così tanto dolore da essere irrimediabilmente destinato ad un’implosione totale. La cosa più evidente nell’assoluto dramma di questo film è la volontà di sottolineare un’assoluta, incolmabile solitudine che permea la vita di tutti. Ognuno di loro è guidato da un pensiero, il sogno di cui parla il titolo, che è in realtà un’ossessione, che vive di vita propria all’interno del personaggio, ma non riesce ad integrarsi con il resto del mondo. Ogni ossessione porterà il personaggio che la coltiva esattamente, o quasi, alla fine che ci si può aspettare quando li si incontra.

Non è un film di cui interessi la trama. E’ una lunga, terrificante catarsi nella quale immergersi quando si ha bisogno di un po’ di discesa agli inferi. Alla fine del film, viene spontaneo fare una telefonata alla mamma, per sentirsi gelare un po’ meno il sangue nelle vene. Beh, essendo natale, alla fine del film sono andata a cenare con la mamma. Anche se avevamo finito di pranzare poco prima che iniziassi a vederlo.

4. “The Prestige”- Christopher Nolan, 2006

PBrTAruZN_1339905942.jpgOk, riprendiamoci un po’ con un film più allegr… oh, ehm. Not so much, really.

Parliamo di Nolan, in fondo, che di norma non si fregia di fare film che facciano sghignazzare lo spettatore.

Il film è comunque godibilissimo: parla di maghi! Nell’800! A Londra! Tutti con un meraviglioso accento inglese! Maghi ed il loro trucchi… e le loro ossessioni, di nuovo.

Il film si apre con un processo per omicidio: il mago Alfred Borden (Christian Bale) è accusato di aver ucciso, sabotandone un trucco, l’altro mago, Robert Angier (Hugh Jackman). Da qui parte il racconto della storia della vita dei due, di come si sono conosciuti, di come siamo arrivati qui. Ci troviamo di fronte a due rivali, ognuno dei quali ha un fedele aiutante, ognuno dei quali ha una bella famiglia, ognuno dei quali ha dei segreti. Non faccio spoiler, perchè è un film pieno, pienissimo di sorprese, ma dico che l’ossessione per il “prestige”, il trucco magico perfetto, e l’ossessione per la vendetta che in questa si specchia, porteranno la trama a risvolti anche crudeli, psicologicamente forti, eticamente drammatici. Anche in questo film, i personaggi sono tutti “rotti”, broken, intrappolati in vite che non sono altro che pericolosi circoli viziosi senza via d’uscita. L’unica via d’uscita può essere il trucco magico perfetto..

Due cose da dire di questo film: la prima è che va visto almeno due volte, e dopo aver visto il finale si capisce il perchè. La seconda è: David Bowie!!

5.“Collateral”-Michael Mann, 2004

03Con Collateral ho un po’ cambiato genere. Se nei primi 4 film si ritrovano delle tematiche comuni, dall’ossessione alla vendetta, dal dramma psicologico alla solitudine esistenziale, qui torniamo ad una dimensione più classicamente d’azione, thriller-poliziesco. Anche se non si tratta proprio di un thriller classico. Gli elementi ci sono: un super-sicario in missione per conto di super-cattivi, un’indagine poliziesca, una trama fatta di omicidi e sparatorie, con tanto di agenti governativi.

Ma credo che di questo film colpisca in particolare la profonda caratterizzazione dei personaggi, la grande empatia che si viene a creare con entrambi i protagonisti, sia il “buono” che il “cattivo”, che durante il film “seguiamo” nelle vicende che si svolgono tutte nell’arco di una notte. Le riprese interamente notturne sono certamente d’impatto, e la colonna sonora ben strutturata e molto ricercata. Il clima generale del film crea uno strano contrasto tra la notte aperta della città, ed un senso di claustrofobia, che in realtà è esistenziale, ed emerge più dalle parole dei personaggi che dalle situazioni.

Non sono una fan di Tom Cruise, ma qui è notevole, come lo è il suo personaggio Vincent, che riesce costantemente, fino all’ultimo, a stupire con una profondità atipica (considerata la professione che svolge).

La mia maratona finisce qui… Copiatemi, se ci riuscite!

Buona visione!

PS. In realtà sto mentendo. Ho visto un altro film. Ho visto Star Wars, The force awakens, al cinema, posti prenotati da giorni. Ma mi sto ancora riprendendo da “quella cosa”, è troppo presto per parlarne!

La casa dalle finestre che ridono

Articolo di Marilisa Mainardi

Questo film è una storia di scheletri nell’armadio. E per questa volta, non si tratta di una metafora.

Buono Legnani è morto, ma aleggia sulle nostre teste, nelle nostre menti.

Tanto s’è scritto e tanto si scriverà ancora su questa pellicola del 1976, uscita un po’ in sordina e diventata cult negli anni a venire.

Questo è accaduto per molti motivi ma in realtà per uno solo: è un film molto bello.

Poi metteteci che in questa critica c’è anche l’amore per la mia terra (sono di Budrio) e per quei paesaggi fra la Bassa e il Polesine, portatrici di nebbiosi pensieri e subitanee melanconie. Comunque, va da sé che Pupi Avati, con questa suo primo thriller, incanta il pubblico.

La storia narrata doveva svolgersi inizialmente negli States, ma per fortuna Avati s’è ravveduto e ha deciso di filmare i paesaggi della sua infanzia, le cose a lui familiari, la seducente desolazione di una terra umida e brumosa.

Stefano, giovane restauratore, viene chiamato in un paesino del ferrarese per recuperare l’affresco di un autore locale, rinvenuto nella chiesa. Sin dal suo arrivo si palesano personaggi dai contorni bizzarri e molto forti. La maestra lasciva e chiacchierata, il conducente d’auto ubriacone (un favoloso Gianni Cavina, co-autore della sceneggiatura), il sindaco che copia il look ad Al Capone, la pensionante impicciona, lo scemo del villaggio, il prete conservatore, la paralitica. Ci sembrano macchiette, sì, ma tutte raccontate con attenzione, caratterizzate con una cura quasi felliniana. Questi personaggi si muovono nelle pianure sconfinate della Bassa, a contatto con un mondo semplice e famigliare, ma vagamente sudicio. Le case e la pensione non sono mai tinteggiate di fresco, le vettovaglie stantie, l’osteria ingombra di mosche.

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E’ in questo clima semplice e di poche pretese che nasce la storia d’amore tra Stefano e la giovane nuova maestra, Francesca. Un amore narrato in maniera forse superficiale, sebbene assuma immediatamente toni di importanza capitale. Credo che l’inserimento di questa storia d’amore venga posto a contrasto con l’inenarrabile perversione di Bruno Legnani, il pittore, e alla realtà in cui ha vissuto e che, per certi versi, continua ancora a vivere.

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Il finale è quanto di più inatteso ci si possa immaginare. Schioccante per moltissimi versi. Io non riesco più a sentire il nome “Laura” senza pensare alla inquietante e turbante scena conclusiva. Scena conclusiva cui lo stesso Avati ha dovuto porre rimedio dopo averla sottoposta ai produttori: la mano che vedete nell’ultima inquadratura, quella sull’albero, è la sua. Una scena girata e montata a parte. Necessaria – a detta dei critici dell’epoca- per lasciare un finale aperto.

Ma un finale aperto non serve. E’ la cieca e cupa disperazione che prende il protagonista a rendere questa conclusione un capolavoro assoluto. E’ l’omertà del paesino dove alla fine tutti si alleano nel nascondere un segreto truce e straziante, che tutti conoscono, ma che nessuno osa guardare alla luce del sole.

E la straziante bellezza d’un’assolata pianura, dove tutto è bello e limpido, rende ancora più forte –quasi per contrasto- la cupezza dell’animo umano.

Rarissimo trovare critiche negative ed impossibile, dal mio punto di vista, farne.

Forse forse sono un po’ troppo splatter e decisamente inutili le coltellate quasi sul finale; probabilmente dovevano rendere un pathos che in realtà realmente non si realizza perché, come spesso accade, sono molto più in inquietanti i film in cui non si versa nemmeno una goccia di sangue di quelli in cui ne scorre a fiumi.

I dialoghi sono ben costruiti così come i personaggi che li animano. Ottimo il ritmo, le musiche, il delizioso “Tema di Francesca”.

Nulla manca a questo film per essere incoronato come miglior thriller-horror (decidete voi il genere, anche se non credo abbia molta importanza) italiano.

Da allora molti ci sono andati vicino ma pochi hanno saputo ottenere lo stesso.

Con buona pace della Bassa, che se ne sta lì, languida, in attesa che qualcuno torni a farla parlare di sé.

Buona visione!

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Per favore.. mordimi sul collo!

rassegnavampiri5Salve a voi, oh creature della notte!

E’un grande piacere potervi invitare ad una serata che potrà saziare la vostra sete di sangue fresco: presso il Circolo G. Costa, durante la notte dei mostri e delle streghe, andranno in scena le origini di Nosferatu, attraverso la proiezione della pellicola del 1922 che lo vede protagonista.

La visione sarà accompagnata dalla degustazione di vino, rigorosamente rosso, e di leccornie e prodotti culinari, naturalmente, al sangue!

… e questo è solo l’inizio!

Durante la serata sarà presentata, infatti, la rassegna di 17 film “Mordimi sul collo“: un viaggio attraverso gli omaggi che la cinematografia ha reso alla figura del Vampiro nei decenni.

Affilate i vostri canini, avvolgetevi in un nero mantello, ed unitevi a noi!

Tra horror e fantastico: “Il mulino delle donne di pietra”

Articolo di Marilisa Mainardidvdessential.it

Il mulino delle donne di pietra” è un film del 1960 diretto da Giorgio Ferroni e di produzione italo-francese.

Sin dall’inizio si entra in una dimensione fantastica e a tratti melanconica. La maggior parte del film infatti è ambientata in un mulino – i cui interni somigliano però a quelli di un castello – che appare isolato dal resto del mondo. Sarà perché ci si può arrivare solo in traghetto o perché i personaggi che lo popolano sono a dir poco inquietanti.

Il protagonista, Hans (Pierre Brice), porta avanti una tesi di antropologia che prende in esami alcuni aspetti del folklore delle terre fiamminghe. Si ritrova dunque a vivere e lavorare per qualche giorno nella casa (il mulino) di un professore universitario scultore e gestore di una giostra le cui protagoniste sono celebri donne del passato per lo più accomunate da una fine orrenda. Questa giostra, che viene azionata giornalmente in quanto rappresenta una delle attrattive della zona, viene mossa dalle pale del mulino stesso. Ben presto Hans conosce Helfi, la giovane figlia del professor Wahl (Herbert Böhme), la quale però permane per lo più come una figura evanescente.

In realtà Helfi, interpetata da una bellissima Scilla Gabel, si rivela come una donna molto concreta, che sa bene come sedurre Hans che gli cede molto presto. Dopo una notte d’amore però, Hans si rende conto che quella per Helfi è solo una sbandata e si decide, grazie a questo, a rivelare il proprio amore alla dolce Liselotte (Dany Carrel), amica d’infanzia. Sin qui sembra la trama un po’ macabra di un romanzo rosa ed in effetti lo è, per lo meno fino a che, in un successivo momento di passione fra il protagonista e Helfi, la giovane muore, spingendo Hans a sentirsene responsabile.

E’ qui che entra in scena l’elemento fantastico che trasforma questo film horror in un film fantastico. In una specie di sperimentazione un po’ alla Frankenstein, si scopre che Helfi è malata di una raro morbo che la fa morire – spesso e forse persino volentieri- e che per salvarla l’unica possibilità è una trasfusione di sangue dal corpo di giovani donne che, manco a dirlo, trovano la morte. Il geniale professore, senza trascurare la sua indole artistica, trova come originale modo per impedire che le ragazze vengano trovate, quello di usarle come protagoniste della sua giostra.

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Ed è proprio questo l’elemento più suggestivo del film. La trama in sé e per sé è un po’ scontata, un “già visto”, mentre invece l’invenzione di questa giostra ammanta di surreale ma nel contempo di verisimile la storia narrata. Sono legate proprio a questa le scene più belle del film, sia quando la giostra entra in funzione, accompagnata dal motivetto simile ad un carillon, sia quando, all’atto conclusivo, il mulino va in fiamme e le donne – ormai sentite come corpi vivi e non di pietra, si liquefanno.

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Molto interessante è anche la sequenza nella quale Hans vive una specie di sogno, nel quale non sa se vede realmente o immagina quello che gli accade intorno. E’ una sorta di delirio conseguente al fatto che viene drogato, sono varie scene ben girate in cui l’aspetto onirico si fonde con la consapevolezza dello spettatore di aver capito quanto sta succedendo realmente e che cosa si nasconda nel mulino.

In conclusione, “Il mulino delle donne di pietra” è un buon film, il ritmo è abbastanza alto e i protagonisti rendono abbastanza bene. Sono di certo suggestive la fotografia e la scenografia, cornice perfetta per un racconto del genere.

Buona visione!

Quattro mosche di velluto grigio

Articolo di Marilisa Mainardi

creepyvisions.it

In questo nostro assolutamente non pretenzioso excursus nel cinema horror Made in Italy non poteva mancare un film di Dario Argento.

Quattro mosche di velluto grigio” è un film del 1971; lo si potrebbe definire un thriller, in realtà, e in questo senso lo preferisco di gran lunga a prodotti successivi del regista, nei quali si rasenta lo splatter e il sangue scorre a fiumi.

Il film ha come protagonista un giovane musicista Roberto, quasi a celebrare –manco a dirlo- l’ottima colonna sonora di Ennio Morricone, elemento che non viene mai trascurato nei film di Argento. Questi si muove prevalentemente nella sua moderna casa di città, mirabile esempio di architettura anni Settanta e una specie di porto fluviale, dove va a fare visita a Diomede – chiamato per lo più Dio- interpretato da un ruspante Bud Spencer e l’amico professore, Oreste Lionello, in realtà un coltissimo clochard.

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La prima cosa da dire è che la storia non è esattamente ben scritta. Nel senso che di fronte a capolavori come “Profondo rosso” si avverte una certa assenza di logica che spinge protagonisti e comprimari a comportarsi in una maniera assurda. Ad esempio ci appare molto scontata la fine che farà la domestica visto che decide di dare appuntamento all’assassino in un parco e, per essere proprio sicura di divenire una vittima a sua volta, lo attende fino a tarda sera e percorre strade strette e contorte proprio –evidentemente- per essere ammazzata.

Interessante l’escamotage che dà il via alla vicenda: Roberto è ossessionato da uno strano individuo, un signore di mezza età, molto distinto, che lo segue per la città. Deciso a scoprirne l’identità entra in un teatro deserto e, nel tentativo di liberarsi, lo uccide accidentalmente. Il problema è che la scena viene fotografata da uno strano personaggio mascherato da pupazzo (uno dei topoi dei film horror) che, a quel punto, comincia a ricattarlo. Tornato a casa dalla moglie Nina, con la quale Roberto ha un rapporto a dir poco glaciale, le confessa quanto accaduto e lei, preoccupata, di lì a poco deciderà di andarsene di casa. Roberto si farà allora aiutare dal suo bizzarro amico Diomede che assolderà per lui un investigatore privato famoso per non aver mai risolto un caso che però questa volta si rivelerà estremamente capace pur non facendo in tempo a dimostrarlo a nessuno.

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La sceneggiatura risulta fragile anche perché usando un po’ di logica, l’assassino si comprende sin dall’inizio, a meno che non consideriamo un povero inetto il nostro protagonista, così sciagurato da non chiudere la porta di casa dopo aver visto uccidere varie persone intorno a lui e aver subito minacce. Certo è vero, possiamo anche considerarlo così dato che non è che Michael Brandon brilli per le espressioni sveglie all’interno del film.

Quindi, a fronte di questa pochezza nella sceneggiatura, che sfocia nel surreale con l’antica favola della lettura della cornea per visualizzare l’ultima immagine vista da chi muore e svelare il mistero, va detto che ci sono alcune trovate molto particolari che rendono questo film un buon film.

Memorabile è senza dubbio l’interpretazione di Bud Spencer, l’amico un po’ matto e burbero del nostro protagonista, che si fa sempre più evanescente man mano che si procede nella vicenda. Il personaggio di Spencer, unito a quello del professore suo amico, rendono le scene che li riguardano intrise di una non forzata comicità e di un sapore un po’ alla Avati che alla Argento. C’è qualcosa di molto genuino e famigliare in queste scene, belle anche dal punto di vista della fotografia.

Finalmente c’è anche un bel titolo, appropriato all’opera. E’ sufficientemente intrigante e davvero collegato alla pellicola, un bel richiamo per il pubblico. Il tutto viene incastonato dal rock psichedelico ed eccitante della colonna sonora di Ennio Morricone.

Buona parte del fascino del film potrebbe essere stato legato alle sue vicende distributive: uscendo solo al cinema e non avendo mai avuto un seguito in VHS o DVD ed essendo sparito dalla televisione per ben 24 anni, forse ha goduto di un’aurea mitica che ne ha indorato i contorni, rendendolo più speciale di quello che è.

Detto questo, un film di Dario Argento lo si guarda sempre molto volentieri, anche nelle sue cadute di stile più significative, per cui non posso mal giudicare questo che è comunque gradevole. Piuttosto diciamo che non è fra i suoi migliori e spesso delude nell’agire troppo sciocco dei suoi protagonisti e una trama non particolarmente originale.

Sappiatemi dire se sbaglio e sono troppo cattiva col mio giudizio.

Buona visione!

quinlan.it

Horror ben fatto ed erotismo facile. Le foto di Gioia

Articolo di Marilisa Mainardi
filmtv.itMentre cerco ancora di barcamenarmi nella poetica del maestro del cinema horror, Mario Bava, sul quale ho ancora molte ombre, lo ammetto, parlerò di un film del figlio Lamberto.

Le foto di Gioia” è ben distante dall’essere un bel film ma merita, per certi versi, una trattazione.

Innanzitutto è un film che sa fare paura. E’ vero che la prima volta l’ho visto in tenera età, perciò ero più suggestionabile, ma è pur vero che, rivedendolo ora, ancora non riesco a farmelo del tutto dispiacere. Sarà perché è facile facile, perché a tratti fa ridere pur non volendo, perché tutto sommato è quell’oretta e mezzo di goliardica leggerezza che ben si sposa con le serate estive.

In questo film di Lamberto Bava del 1987 c’è innanzitutto una certa suspense. Purtroppo la si perde un po’ fra i mille lati negativi che ha. Ci sono innanzitutto due scene che fanno restare con il fiato sospeso: quella in cui la protagonista viene inseguita al cimitero e quella in cui l’assassino la segue all’interno dei grandi magazzini MAS di Roma (vero e proprio museo dello shopping d’antan anche attualmente).

Poi che dire, c’è Serena Grandi che invade con la sua carica di casereccio sex appeal e una pessima recitazione un set tutto sommato interessante composto da una bella villa molto anni ’80, la redazione della rivista che gestisce “Pussycat” e l’elemento disturbante del ragazzino voyeur che la spia dalla finestra, fantasticando su di lei.

A ben guardare, anche l’intreccio non è disprezzabile: Gioia, giovane e procace vedova, gestisce insieme ad una fida collaboratrice (Daria Nicolodi) una rivista per soli uomini. Ad un certo punto le sue modelle iniziano a venire uccise una ad una e l’assassino scatta loro delle foto in una sala di posa per inviarle alla protagonista. Lei sa che prima o poi verrà anche il suo turno. Via via che avvengono omicidi, il cerchio si restringe sino a che l’assassino non si rivela a Gioia, in maniera nemmeno troppo scontata e comunque parecchio perversa.

ivid.it

Se possiamo dire bene di tutti gli altri attori, quella che stona maggiormente è di certo l’interpretazione della protagonista stessa. Al di là della ancora spiccata cantilena bolognese (che ovviamente adoro ma che non è il massimo in un film che non vuole essere narrazione di una città o di un mondo specifico) è veramente pessima in ogni sua espressione. Anche il cameo (se così possiamo definirlo) di Sabrina Salerno lascia molti dubbi; per fortuna Bava la rende efficace perché, al di là di dimenarsi nuda mentre viene attaccata dalle vespe molto altro non fa, con buona pace del pubblico interessato alle sempre perfette curve della Sabrinona nazionale. Comunque, al di là di queste interpretazioni a dir poco discutibili, gli altri attori se la cavano egregiamente. Anche la spesso criticata Daria Nicolodi appare in questo film molto convincente.

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Sono molto interessanti anche le modalità di ripresa in prima persona dal punto di vista dell’assassino, che vede ogni sua vittima come un mostruoso animale. Ricorda un po’ certe modalità di gioco delle console, cosa senza dubbio originale per l’epoca.

Insomma, se ancora le opere di Mario mi sfuggono, devo dire che questo film di Lamberto ha degli sprazzi interessanti e una trama coinvolgente. Non fraintendetemi, non è un bel film. In fondo si tratta di un B-Movie e se Lamberto non avesse avuto i mezzi che aveva di certo oggi lo definiremmo così. Però dico anche che non è tutto da scartare.

Buona visione!

La magia del non-detto. Non si sevizia un paperino

Articolo di Marilisa Mainardi

locandina movieplayer.it

Non posso dimenticare la prima volta in cui vidi questo film. Era l’estate di qualche anno fa: caldo, zanzare, lo scorrere delle auto, il russare dei vicini. Insomma, tipica notte d’insonnia agostana. Ebbene, accendo la televisione nella mia cameretta, scorro i vari canali e tac, mi imbatto in una scena tipica dei film horror. Un bambino, perso in una foresta, viene assassinato da un losco figuro, ovviamente irriconoscibile.

Sono sempre stata attratta dai film horror. Li ho sempre guardati, anche quando ero troppo piccola per non rimanerne impressionata e dormire la notte serenamente. Non c’è nulla da fare, a me l’horror piace. Volevo persino fare la criminologa!

Al di là di questo, il film prosegue e la storia, architettata alla perfezione, mi cattura immediatamente. C’è tensione, c’è suspense, c’è soprattutto il non-detto. C’è questo paesino del sud Italia – Accendura- un luogo ideale, non reale ma tanto simile a uno qualunque di quei posti così.

Mura bianche, vicoli, ponti sospesi fra le montagne, simbolo di una modernità chiassosa in un mondo ancora retrogrado. Aa Accendura si crede nella magia, si è superstiziosi, maligni e nonostante questo ci si raccoglie tutti insieme la domenica, a messa.

Ad Accendura c’è Patrizia una ricca, giovane e bellissima ragazza (Barbara Bouchet) che viene spedita dal padre nel piccolo paese nella convinzione di poterla far vivere lontana dalle seduzioni della grande città contaminata. E arriverà anche Andrea (Tomas Milian) giornalista di nera attratto da un fatto avvenuto nel paese, il rapimento di un bambino con conseguente richiesta di riscatto. Immediatamente scattano le ricerche ma non ci vorrà molto tempo per scoprire che in realtà il bambino è stato ucciso e che la richiesta di riscatto era di certo un depistaggio. Si inizia così una caccia all’uomo, mentre queste immagini vengono intervallate dalla presenza di una donna che infilza con spilloni delle bambole dall’aspetto di bambini e ne seppellisce una. Questo misterioso personaggio è la maciara, interpretata da una sempre meravigliosa Florinda Bolkan. Vive ai margini della società e viene tacciata di essere una strega e quindi emarginata e derisa, mal vista da tutti, soprattutto dalle donne.

rapportoconfidenziale.org

movieplayer.it

Purtroppo non posso parlare fino in fondo delle tematiche che lo attraversano perché altrimenti rivelerei il finale e, in questo caso, è bello che lo spettatore arrivi da solo a capire quale storia perversa si celi dietro al velo del perbenismo di Accendura. Posso solo dirvi che il finale non è scontato. E Non lo è soprattutto nell’Italia del 1972.

Posso dirvi che una delle scene più belle e brutali del film è quella in cui la maciara viene selvaggiamente linciata all’interno del cimitero. L’abbacinante bellezza di Florinda Bolkan, la leggerezza delle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, la pruriginosa violenza perpetrata a opera di uomini che non hanno nemmeno il coraggio di finirla ma che la faranno arrivare sino al ciglio della strada, dove macchine di famiglie di vacanzieri la lasciano morire, probabilmente senza nemmeno vederla.

E’ una scena forte, davvero forte. Non lo nascondo. Provo ancora un certo fastidio misto a rabbia e ad indignazione nel vederla. Quindi se non ve la sentite non guardate questo filmato.

https://www.youtube.com/watch?v=LjdKdsdi__Q

Poi c’è la scena dello scandalo, quella in cui una meravigliosa e completamente nuda Barbara Bouchet cerca di sedurre Michele, un ragazzino sui dieci o dodici anni, in una casa ultramoderna che da sola basterebbe come manuale di design d’interni dell’epoca. E’ un erotismo sfacciato e sottile allo stesso tempo, conturbante ed eccessivo ma perfettamente inserito nel contesto.

Insomma, il nostro Fulci è un regista che osa. E osa dall’inizio alla fine, con una coerenza ineccepibile. Osa proponendo un thriller alla tersa luce del mezzogiorno, lo ambienta in un paesino del sud sfiorato dalla modernità ma ancora arroccato in antiche superstizioni, osa coi protagonisti pur non creandone alcuno, legge fra le righe delle piaghe più nascoste di un Italia all’apparenza troppo per bene.

Anche in questo caso, come in molti altri casi, il titolo non rende giustizia al film. Pochissimi ne sarebbero attratti. Ed è un vero peccato perché Lucio Fulci realizza, ritengo, il suo film migliore. E non si tratta solo di un bel film, è soprattutto coraggioso, drammaticamente poetico, storicamente potente.

Come sempre, buona visione!