La parola ai giurati – La realtà ricoperta dai pregiudizi

Articolo di Andrea Vallese

giuristi

Non è che io mi creda di essere “chissà chi”, intendiamoci. Dato il mio rapporto “simbiotico” col cinema, però, ho sempre raggruppato i film in due macro-categorie: quelli realizzati prima che io nascessi e quelli realizzati dopo. Nella prima categoria ci sono dei film che vedo come un’eredità personale che ha contribuito a plasmare i miei valori e la mia cultura. Non che i film più recenti non lo facciano, ma un film appena uscito al cinema deve “farsi le ossa” per poter entrare di diritto tra i “Grandi Classici”. Invece un film del passato, come una persona anziana, al di là del giudizio critico, impone fin da subito un certo rispetto, in quanto ha avuto modo di comunicare il suo messaggio a generazioni diverse fino ad acquisire un valore storico. E senza la storia nessuno di noi avrebbe modo di capire chi è e dove sta andando.

Questa premessa serve per dire che il film del (mio) passato che occupa la pole position è “La Parola ai giurati” di Sidney Lumet , del 1957. E’ un film considerato, per l’epoca, singolare. In un periodo in cui si sfornavano kolossal epici, tipo “I Dieci comandamenti” o “Il Ponte sul fiume Kwai”, non deve essere stato facile far emergere un film ambientato in un’unica stanza dove tutto gioca sulla bravura dell’attore.

La trama è piuttosto semplice: 12 uomini, componenti di una giuria, sono chiamati a riunirsi, alla fine di un processo, per decidere sulla colpevolezza o innocenza di un giovane accusato dell’omicidio del padre. I giurati devono produrre un verdetto unanime, affinché il processo risulti valido, e sanno che, se il ragazzo sarà dichiarato colpevole, sarà condannato alla pena capitale. Se all’inizio del dibattimento sembra esserci, da parte di tutti i giurati, l’intenzione di dichiarare l’imputato colpevole, il n. 8 (un grande Henry Fonda), chiede agli altri membri di analizzare in profondità gli elementi del processo. I 12 giurati, che non si conoscono tra loro, inizieranno un’animata discussione con toni spesso molto accesi. Di volta in volta, ciascuno di loro, dopo aver esaminato ogni singola prova, si pronuncerà in favore dell’innocenza del ragazzo, arrivando così alla sua piena assoluzione.

I personaggi di questa storia sono diversissimi tra loro e l’interazione che si genera è un esempio perfetto di come si delineano le “dinamiche di gruppo”. Il percorso che porta la giuria a modificare la sentenza da “colpevole” ad “innocente” mette in evidenza, in alcuni di loro, quanto certe convinzioni siano il frutto di pregiudizi e superficialità piuttosto che di un attento ragionamento dei fatti. Ed è qui che sta la modernità di questo film.

Credo che sia capitato a tutti quanti di affidarsi agli stereotipi e ai pregiudizi per giudicare una persona o una situazione. E’ sicuramente la strada più facile e veloce. La gente non ha sempre tempo (e voglia) di guardare in profondità. E’ molto impegnativo e spesso si rischia un coinvolgimento emotivo che non tutti sono intenzionati a reggere. Il giurato n. 8, non adeguandosi alla maggioranza, costringe il gruppo ad abbandonare questa dinamica superficiale, perché crede che in alcune situazioni (come la vita di un individuo) sia più giusto analizzare a fondo per capire meglio.

A mio avviso, anche nella realtà odierna (cioè dopo quasi sessant’anni dal film) dove tutto è più veloce e “liquido”, risulta più facile categorizzare persone e cose piuttosto che fermarsi a conoscerle. Non è certo mia intenzione dire che approfondire sia un atto dovuto. Penso, però, che quando si decide di farlo si ha l’opportunità di intrecciare delle relazioni interessanti che ci arricchiscono, ma che, soprattutto, ci consentono di capire qualcosa di più su noi stessi. E credo che, verso sé stesso, nessuno ha interesse ad essere superficiale.