Quattro mosche di velluto grigio

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo nostro assolutamente non pretenzioso excursus nel cinema horror Made in Italy non poteva mancare un film di Dario Argento.

Quattro mosche di velluto grigio” è un film del 1971; lo si potrebbe definire un thriller, in realtà, e in questo senso lo preferisco di gran lunga a prodotti successivi del regista, nei quali si rasenta lo splatter e il sangue scorre a fiumi.

Il film ha come protagonista un giovane musicista Roberto, quasi a celebrare –manco a dirlo- l’ottima colonna sonora di Ennio Morricone, elemento che non viene mai trascurato nei film di Argento. Questi si muove prevalentemente nella sua moderna casa di città, mirabile esempio di architettura anni Settanta e una specie di porto fluviale, dove va a fare visita a Diomede – chiamato per lo più Dio- interpretato da un ruspante Bud Spencer e l’amico professore, Oreste Lionello, in realtà un coltissimo clochard.

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La prima cosa da dire è che la storia non è esattamente ben scritta. Nel senso che di fronte a capolavori come “Profondo rosso” si avverte una certa assenza di logica che spinge protagonisti e comprimari a comportarsi in una maniera assurda. Ad esempio ci appare molto scontata la fine che farà la domestica visto che decide di dare appuntamento all’assassino in un parco e, per essere proprio sicura di divenire una vittima a sua volta, lo attende fino a tarda sera e percorre strade strette e contorte proprio –evidentemente- per essere ammazzata.

Interessante l’escamotage che dà il via alla vicenda: Roberto è ossessionato da uno strano individuo, un signore di mezza età, molto distinto, che lo segue per la città. Deciso a scoprirne l’identità entra in un teatro deserto e, nel tentativo di liberarsi, lo uccide accidentalmente. Il problema è che la scena viene fotografata da uno strano personaggio mascherato da pupazzo (uno dei topoi dei film horror) che, a quel punto, comincia a ricattarlo. Tornato a casa dalla moglie Nina, con la quale Roberto ha un rapporto a dir poco glaciale, le confessa quanto accaduto e lei, preoccupata, di lì a poco deciderà di andarsene di casa. Roberto si farà allora aiutare dal suo bizzarro amico Diomede che assolderà per lui un investigatore privato famoso per non aver mai risolto un caso che però questa volta si rivelerà estremamente capace pur non facendo in tempo a dimostrarlo a nessuno.

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La sceneggiatura risulta fragile anche perché usando un po’ di logica, l’assassino si comprende sin dall’inizio, a meno che non consideriamo un povero inetto il nostro protagonista, così sciagurato da non chiudere la porta di casa dopo aver visto uccidere varie persone intorno a lui e aver subito minacce. Certo è vero, possiamo anche considerarlo così dato che non è che Michael Brandon brilli per le espressioni sveglie all’interno del film.

Quindi, a fronte di questa pochezza nella sceneggiatura, che sfocia nel surreale con l’antica favola della lettura della cornea per visualizzare l’ultima immagine vista da chi muore e svelare il mistero, va detto che ci sono alcune trovate molto particolari che rendono questo film un buon film.

Memorabile è senza dubbio l’interpretazione di Bud Spencer, l’amico un po’ matto e burbero del nostro protagonista, che si fa sempre più evanescente man mano che si procede nella vicenda. Il personaggio di Spencer, unito a quello del professore suo amico, rendono le scene che li riguardano intrise di una non forzata comicità e di un sapore un po’ alla Avati che alla Argento. C’è qualcosa di molto genuino e famigliare in queste scene, belle anche dal punto di vista della fotografia.

Finalmente c’è anche un bel titolo, appropriato all’opera. E’ sufficientemente intrigante e davvero collegato alla pellicola, un bel richiamo per il pubblico. Il tutto viene incastonato dal rock psichedelico ed eccitante della colonna sonora di Ennio Morricone.

Buona parte del fascino del film potrebbe essere stato legato alle sue vicende distributive: uscendo solo al cinema e non avendo mai avuto un seguito in VHS o DVD ed essendo sparito dalla televisione per ben 24 anni, forse ha goduto di un’aurea mitica che ne ha indorato i contorni, rendendolo più speciale di quello che è.

Detto questo, un film di Dario Argento lo si guarda sempre molto volentieri, anche nelle sue cadute di stile più significative, per cui non posso mal giudicare questo che è comunque gradevole. Piuttosto diciamo che non è fra i suoi migliori e spesso delude nell’agire troppo sciocco dei suoi protagonisti e una trama non particolarmente originale.

Sappiatemi dire se sbaglio e sono troppo cattiva col mio giudizio.

Buona visione!

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