“Veloce come il vento”- Quando il cinema trova il nesso tra sport e vita

Articolo di Andrea Vallese

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Nella vita non mi ritengo uno sportivo. Cerco di tenermi in forma, ma è più una cosa legata al benessere. Di fatto non pratico sport e non li seguo neanche, incluse le corse. Per tali ragioni ho sempre molta diffidenza nei confronti di film che parlano di sport, anche perché ho paura di non capirli. Ci sono, però, delle pellicole, come questa di Matteo Rovere che, attraverso la rappresentazione dello sport, svelano delle verità sull’essere umano che ti fanno uscire dalla sala culturalmente più arricchito.

“Veloce come il vento” vuole essere un film di genere in stile americano (tra Rush e Fast and Furious), ma mantiene intatto, sia nel linguaggio che nell’ambientazione, il contesto italiano, emiliano, per la precisione. Prendendo spunto dalla storia vera del pilota Carlo Capone, il film segue le vicissitudini della famiglia De Martino, dove il sangue che scorre nelle vene è nero come la benzina delle auto da corsa. La protagonista è Giulia (Matilda De Angelis, giovane promessa del nostro cinema), diciassettenne pilota di rally che, dopo la morte del padre a causa di un infarto, si trova a fare da genitore al suo fratellino Nico e rischia lo sfratto a causa dei debiti del padre, che ha puntato anche la casa su di lei come futura campionessa. A complicare le cose, arriva anche il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi, mai così bravo dai tempi di Radiofreccia), ex pilota, ora più dedito alla droga. Loris, all’inizio, cerca di approfittare della situazione (essendo l’unico maggiorenne della famiglia) per insediarsi nella casa dove tanti anni prima era stato cacciato. Realizzando, poi, che il suo destino è legato ormai anche a quello della famiglia, decide di allenare la sorella, rispolverando quel talento perduto, ma mai dimenticato, per aiutare Giulia a diventare ciò che lui non può più essere.

Il vero “motore” di questa storia sulle corse è proprio il rapporto tra i due fratelli ritrovati, talmente diversi da essere complementari. Il loro rapporto è molto diretto. Non si esprime tramite gesti affettuosi, ma attraverso una franchezza che obbliga entrambi a prendere coscienza delle proprie criticità e ad affrontarle. Giulia, grazie agli insegnamenti del fratello (che la tratta come un pilota da corsa e non come una donna imprigionata in un mondo di uomini) riesce a sentire che il suo sogno è realizzabile, che ce la può fare. Loris, invece, in un mondo in cui tutti voltano le spalle a persone come lui, trova l’occasione per potersi impegnare in qualcosa di concreto, non tanto per il riscatto sociale, ma per dimostrare che c’è sempre il modo di fare “la cosa giusta”.

Dopo aver visto questo film ho capito che le corse (molto ben rappresentate e godibili, anche da un profano come me), sono solo un mezzo, una metafora, per raccontare un qualcosa che trascende lo sport. Nelle gare automobilistiche non c’è il senso della misura. Bisogna prendersi dei rischi, dare spazio all’istinto e “non pensare troppo”, come dice spesso Loris a Giulia. Forse questa filosofia si può estendere a diverse situazioni. Accettare il rischio come parte della vita ci aiuta a “mettere in moto” il nostro cervello e a predisporlo in maniera più diretta verso i nostri obbiettivi. Qualunque sia il risultato, la consapevolezza di avercela messa tutta non vanificherà il nostro operato, anzi ci renderà più forti e pronti per altre sfide.