“La pazza gioia”- 50 sfumature di pazzia

Articolo di Andrea Vallese

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Da anni sono un grande estimatore del cinema di Paolo Virzì. Trovo che come autore sia quello che, più di tutti, riesca a rappresentare la realtà del nostro Paese (e non solo) attraverso la commedia, senza ricorrere a situazioni farsesche o a personaggi troppo sopra le righe. Così è anche la sua ultima opera, “La Pazza Gioia“, che offre uno sguardo interessante e poetico al tempo stesso sul tema del disagio psichico, attraverso una storia tutta al femminile.

Le protagoniste, infatti, sono Beatrice e Donatella, due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a un regime di custodia giudiziaria. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi, qui nel ruolo più brillante della sua carriera divisa tra Italia e Francia) è una ex-contessa logorroica e viziata, che pensa di essere dieci passi avanti rispetto alle sue compagne di sventura e, per questo, non s’inserisce nel gruppo. Donatella (Micaela Ramazzotti, qui alle prese con un personaggio più drammatico rispetto alle donne interpretate nei film precedenti) è una ragazza madre (molto tatuata) particolarmente fragile, insicura, ma molto dolce, alla quale il tribunale ha tolto il figlio per darlo in affidamento ad un’altra famiglia. Nonostante la reciproca diversità di carattere, le due donne cominceranno a legare, sostenendosi (ognuna a modo suo) a vicenda, finché non avranno l’occasione per fuggire e svagarsi nel “mondo reale”, misurando la loro condizione sociale con il modo esterno.

Molti hanno, giustamente, paragonato il film a “Thelma e Louise” di Ridley Scott (1992). C’è solo una piccola differenza. Le protagoniste italiane sono considerate pazze e pericolose ancora prima di intraprendere il viaggio/fuga. Qui non c’è una presa d’atto di una condizione, quanto, piuttosto, il peso della consapevolezza che il mondo accetta la tua esistenza a patto che tu rimanga “confinata nei ranghi”, perché la tua libertà mette a rischio l’incolumità degli altri. Un ragionamento che non fa una piega. Sia Beatrice che Donatella hanno commesso degli errori. Conoscendo, però, pian piano il loro passato (e i personaggi strampalati che ne fanno parte), lo spettatore può rendersi conto che a nessuna delle due la vita e il contesto sociale hanno fornito gli strumenti per poter fare “la cosa giusta”. Anche quando i servizi le prendono in carico, vengono adottate nei loro confronti misure di contenimento, facendole passare (probabilmente in buona fede) per politiche di recupero sociale.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come le due donne (Beatrice, in particolare) siano riuscite a mantenere uno sguardo positivo e di fiducia verso un mondo che non le capisce e non le tollera, un mondo che, cercando ostinatamente di considerarsi normale, finisce per essere “più pazzo di loro”. Troppo spesso ci dimentichiamo che la follia è una componente essenziale della realtà, la colora, la ricopre di sfumature. Ersamo da Rotterdam diceva che “senza il condimento della follia non può esistere piacere alcuno”. E chi, aggiungo io, sano di mente, non farebbe follie per far entrare nella sua vita godimento, gioia e amore? Scusate il gioco di parole.

“Veloce come il vento”- Quando il cinema trova il nesso tra sport e vita

Articolo di Andrea Vallese

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Nella vita non mi ritengo uno sportivo. Cerco di tenermi in forma, ma è più una cosa legata al benessere. Di fatto non pratico sport e non li seguo neanche, incluse le corse. Per tali ragioni ho sempre molta diffidenza nei confronti di film che parlano di sport, anche perché ho paura di non capirli. Ci sono, però, delle pellicole, come questa di Matteo Rovere che, attraverso la rappresentazione dello sport, svelano delle verità sull’essere umano che ti fanno uscire dalla sala culturalmente più arricchito.

“Veloce come il vento” vuole essere un film di genere in stile americano (tra Rush e Fast and Furious), ma mantiene intatto, sia nel linguaggio che nell’ambientazione, il contesto italiano, emiliano, per la precisione. Prendendo spunto dalla storia vera del pilota Carlo Capone, il film segue le vicissitudini della famiglia De Martino, dove il sangue che scorre nelle vene è nero come la benzina delle auto da corsa. La protagonista è Giulia (Matilda De Angelis, giovane promessa del nostro cinema), diciassettenne pilota di rally che, dopo la morte del padre a causa di un infarto, si trova a fare da genitore al suo fratellino Nico e rischia lo sfratto a causa dei debiti del padre, che ha puntato anche la casa su di lei come futura campionessa. A complicare le cose, arriva anche il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi, mai così bravo dai tempi di Radiofreccia), ex pilota, ora più dedito alla droga. Loris, all’inizio, cerca di approfittare della situazione (essendo l’unico maggiorenne della famiglia) per insediarsi nella casa dove tanti anni prima era stato cacciato. Realizzando, poi, che il suo destino è legato ormai anche a quello della famiglia, decide di allenare la sorella, rispolverando quel talento perduto, ma mai dimenticato, per aiutare Giulia a diventare ciò che lui non può più essere.

Il vero “motore” di questa storia sulle corse è proprio il rapporto tra i due fratelli ritrovati, talmente diversi da essere complementari. Il loro rapporto è molto diretto. Non si esprime tramite gesti affettuosi, ma attraverso una franchezza che obbliga entrambi a prendere coscienza delle proprie criticità e ad affrontarle. Giulia, grazie agli insegnamenti del fratello (che la tratta come un pilota da corsa e non come una donna imprigionata in un mondo di uomini) riesce a sentire che il suo sogno è realizzabile, che ce la può fare. Loris, invece, in un mondo in cui tutti voltano le spalle a persone come lui, trova l’occasione per potersi impegnare in qualcosa di concreto, non tanto per il riscatto sociale, ma per dimostrare che c’è sempre il modo di fare “la cosa giusta”.

Dopo aver visto questo film ho capito che le corse (molto ben rappresentate e godibili, anche da un profano come me), sono solo un mezzo, una metafora, per raccontare un qualcosa che trascende lo sport. Nelle gare automobilistiche non c’è il senso della misura. Bisogna prendersi dei rischi, dare spazio all’istinto e “non pensare troppo”, come dice spesso Loris a Giulia. Forse questa filosofia si può estendere a diverse situazioni. Accettare il rischio come parte della vita ci aiuta a “mettere in moto” il nostro cervello e a predisporlo in maniera più diretta verso i nostri obbiettivi. Qualunque sia il risultato, la consapevolezza di avercela messa tutta non vanificherà il nostro operato, anzi ci renderà più forti e pronti per altre sfide.

“Perfetti sconosciuti” Il diritto ad avere segreti

[Articolo di Andrea Vallese]

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Perfetti Sconosciuti” di Paolo Genovese, l’ultima commedia italiana che in questo periodo sta avendo grande successo al botteghino, parte con una bellissima citazione di Gabriel Garcia Marquez: “ciascuno di noi ha tre vite, una pubblica, una privata e una segreta”. Il film, in maniera molto intelligente, ci fa notare come ai nostri giorni il raccoglitore o, per citare una battuta, “la scatola nera” della nostra vita segreta sia diventato lo Smartphone. Questo oggetto dal suo ruolo ufficiale di “facilitatore di comunicazione”, ci ha spinto inconsapevolmente a portare la sfera più intima del nostro quotidiano al dì fuori delle mura domestiche, per non dire “a braccetto” con la vita pubblica.

I protagonisti di questa storia sono sette amici di vecchia data (tre coppie e un single) che si riuniscono a cena in occasione di un’eclissi di Luna. Nel mezzo di una conversazione su quanto ognuno sa più o meno della vita degli altri, decidono di prestarsi ad un gioco apparentemente divertente, ma, al tempo stesso, sadico e masochista. Ciascuno di loro per tutta la serata metterà a disposizione degli altri il proprio cellulare, ovvero dovrà leggere i propri sms, le conversazioni whatsapp e ascoltare le telefonate ricevute in modalità vivavoce. Da questo momento si assiste ad un’escalation di rivelazioni.

All’inizio l’esperimento non sembra molto diverso dal classico “gioco della verità” (chi non ci ha mai giocato da ragazzo?) e cominciano a venire fuori quelle piccole sottigliezze di cui, forse, ognuno di noi, quando si trova con amici e parenti, si accorge: lo smartphone rivolto verso il basso, il gruppo di whatsapp di cui non si fa parte, i nomi fittizi nella rubrica, i giochi di ruolo tra estranei. Cose, tutto sommato, innocenti, ma che sono indicatori della nostra vulnerabilità e spianano la strada verso rivelazioni molto più significative: l’ingiustizia di un licenziamento, la difficoltà di fare coming out, lo scoprirsi omofobi latenti, la consapevolezza di essere il genitore meno in confidenza col figlio; per non parlare delle infedeltà di vario genere da quella occasionale a quella seriale, passando per quella virtuale. I personaggi (interpretati dai bravissimi Marco Giallini, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston) diventano i portavoce di tutti questi “lati oscuri” in cui lo spettatore, a modo suo, si riconosce, finendo inevitabilmente per ripensare al suo vissuto e a quello dei suoi cari. Personalmente, uscendo dal cinema, mi sono chiesto cosa dentro il mio smartphone è opportuno che ci sia e cosa no.

Spesso si definiscono i segreti inconfessabili degli “scheletri nell’armadio”. Non avevo mai pensato prima d’ora al significato di quest’espressione. Si sa, i sentimenti generati dalla vista di uno scheletro sono paura, orrore, ripugnanza. Oggi l’armadio che li rinchiude è lo smartphone, oggetto sicuramente più leggero, ma, sfortunatamente, più esposto al pubblico e alle “urla” che quei sentimenti potrebbero generare. Credo sia per questo che il regista abbia ripiegato su un finale alla Sliding Doors, per riportare lo spettatore ad un’amara quiete, ammonendolo su quanto sia pericoloso giocare (anche voyeuristicamente) con la propria intimità.

Per tornare alla citazione iniziale, credo che la parte segreta della nostra vita sia un qualcosa di estremamente prezioso. Non è solo una questione di privacy. Tenere i nostri cari fuori dagli aspetti più misteriosi della nostra vita è un modo per proteggerli, e la protezione è la manifestazione di affetto più significativa. Dobbiamo rivendicare il “diritto ad avere un po’ di mistero” anche perché è questo che accende negli altri un interesse nei nostri confronti.

A tempo debito

tempodebitoSegnaliamo un’interessante proiezione per gli amanti della settima arte.
In occasione della 22ma edizione del Festival Visioni Italiane, il prossimo venerdì 26 Febbraio alle 16.30, presso la Cineteca di Bologna potrete vedere “A tempo debito” (Italia/2015) di Christian Cinetto, film che illustra il dietro le quinte di una produzione cinematografica in carcere e l’incontro tra 15 detenuti di 7 nazionalità diverse attraverso lezioni di recitazione e di sceneggiatura.

Si è portati a pensare che i film ambientati in carcere parlino di carcere, di sbarre, di violenza, di soprusi.

Da un documentario ambientato in carcere ci si aspetta di vedere il lato oscuro di un luogo, di sentire parlare i detenuti sulla libertà o sulla presunzione di innocenza.

Tutto ciò è comprensibile, è anche confortevole come esperienza di spettatore allenato.

Eppure “A tempo debito” ha molto poco di tutto ciò.

Chi vorrà vederlo dovrà essere disposto ad uscire dalla sala facendosi delle domande scomode.

Non sul carcere, ma su se stesso.

81 minuti che cambiano la prospettiva.

Buona Visione!

La grande scommessa- Una lezione di economia (e di vita) alla portata di tutti

Articolo di Andrea Vallese

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Sarò sincero. Se “La Grande Scommessa” di Adam McKay non avesse ottenuto tante nomination agli Oscar non credo che avrebbe avuto la mia attenzione. L’economia e la finanza sono argomenti lontani anni luce dal mio interesse e non li ho mai ritenuti temi adatti allo spettacolo e all’intrattenimento. Comunque, dato che ripongo grande fiducia nelle scelte dell’Academy Award (cosa che mi ha sempre esposto alle critiche di molti), mi sono fatto coraggio e mi sono addentrato “nel fantastico mondo di Wall Street”.

La pellicola è ambientata nel periodo antecedente al crollo finanziario del 2008, anno in cui le strutture del capitalismo hanno cominciato a cedere per arrivare alla crisi economica che, prima in America, poi nel resto del mondo, ha segnato per sempre il destino di molti (se non di tutti). In questo scenario il film segue tre vicende. La prima è quella di Michael Blurry (un notevole Christian Bale), eccentrico e non convenzionale manager di un fondo d’investimento che, dopo aver notato la presenza eccessiva e sospetta di mutui ad alto rischio, decide di scommettere contro l’intero mercato immobiliare, mettendosi contro tutti gli investitori. Da questa scoperta il trader Mark Baum (Steve Carell), su segnalazione dell’impiegato bancario Jared Vennett (Ryan Gosling), scopre che nel mercato immobiliare le banche stanno vendendo in maniera spropositata delle obbligazioni di debito con la complicità (implicita o meno) delle agenzie di rating, mettendo a rischio tutto il sistema economico. A questa manovra si interessano due giovani investitori Charlie e Jamie che si faranno aiutare dal banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt) per entrare nell’operazione e scommettere così contro il sistema economico americano. Alla fine tutte le intuizioni dei personaggi si riveleranno azzeccate e ciascuno ne trarrà un grande profitto. Purtroppo ne conseguirà l’amara consapevolezza che il loro successo significherà la rovina economica e sociale di tanta gente.

Non è stato facile seguire tutte queste vicende, soprattutto per l’uso ingente di un linguaggio specifico fatto di termini conosciuti solo agli esperti di alta finanza. Nonostante questo “inconveniente tecnico”, prestando alla storia la dovuta attenzione ho assistito a un film interessante, ma anche piacevole, dove si alternano momenti drammatici e situazioni comiche. Ciò che ne viene fuori è una commedia che parla di eventi drammatici, ma con ironia. L’intuizione più riuscita è affidare alcune spiegazioni tecniche a personaggi famosi e non di mestiere (l’attrice Margot Robbie, il cuoco Anthony Bourdain, la cantante Selena Gomez), per dimostrare che la terminologia della finanza può essere illustrata a chiunque con gli esempi giusti. Grazie a questo espediente, i protagonisti della storia possono essere visti nel loro lato più umano e il regista ha potuto lavorare sul loro conflitto interiore, generato dal loro essere al tempo stesso profeti e “profittatori” dell’apocalisse dell’economia mondiale.

Più che essere spettatore di un film, mi sono sentito come cavia di un esperimento. Credo che “la grande scommessa” del regista sia dimostrare che tutto può essere compreso se diamo al nostro cervello la possibilità (e la fiducia) nel prestare attenzione. Non nego che quando sono uscito dal cinema sono rimasto un po’ frastornato, ma sono felice di aver “superato la prova”. Ho capito quanto sia importante soffermarsi sulle cose e capire ciò che succede, stando molto attenti a tutte le distrazioni a cui quotidianamente siamo sottoposti dai media (cartelloni pubblicitari, videoclip). Ovviamente ciascuno di noi è (e deve sentirsi) libero di impiegare la propria mente in ciò che gli interessa di più, ma è fondamentale sapere che la sua scelta può orientarsi tranquillamente su qualsiasi argomento.

Spectre – Un’occasione per mettere a confronto passato e presente.

Articolo di Andrea Vallese

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Ieri sono andato a vedere l’ultima fatica del più famoso e immortale eroe del cinema europeo. “IL SUO NOME E’ BOND…JAMES BOND”.

Mi sono avvicinato al mondo di 007 un po’ tardi, rispetto ad altre persone con le quali mi trovo spesso a parlare di cinema, precisamente nel 2006, quando uscì Casinò Royale che veniva presentato come un riavvio (reboot) della serie. Debbo dire che il personaggio in sé non mi ha mai attirato particolarmente, ma, proprio dalle polemiche nate dalla decisione dei produttori di “ricominciare da capo” e, a seguito della scelta del nuovo attore, Daniel Craig, dai fan giudicato inadatto al ruolo, mi ha convinto ad indagare di più su questo fenomeno di massa che dura da più di cinquant’anni.

Debbo dire che da allora le imprese dell’agente 007 hanno cominciato ad appassionarmi e non ho più perso un film. Non sono sicuramente dei “film da Oscar”, ma, per chi ama il genere, sono degli ottimi prodotti con storie accattivanti e personaggi con una psicologia interessante. Anche quest’ultimo si difende bene, nonostante il precedente film, Skyfall (2012), diretto dallo stesso regista, il premio Oscar Sam Mendes (American Beauty), sia, a mio giudizio, superiore, se non il migliore della nuova serie.

Dato che Spectre e CO. si porta alle spalle un passato glorioso e indelebile, mi è sembrato interessante cominciare a vedere i film precedenti, da Licenza di uccidere (1962) a La morte può attendere (2002). Non mi soffermerei molto sui film in cui James Bond è interpretato da Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan, perché, a parte qualche furba intuizione, sono tutte trame uguali a se stesse e, col passare degli anni, hanno subito prepotentemente il confronto con il “mostro sacro”, ovvero, Sean Connery, interprete dei primi sette film, a parte Al Servizio Segreto di sua Maestà del ’69, in cui veniva sostituito da George (chi?) Lazenby.

Ogni tanto si sente dire in qualche intervista che Sean Connery rimarrà per sempre l’unico vero insuperabile 007. Ciò è sicuramente dovuto allo scarso appeal dei suoi successori, ma da quando è arrivato Daniel Craig, non è più così vero. Infatti è proprio la veridicità che l’attore ha saputo dare all’agente segreto che ha reso lo 007 moderno molto più interessante, soprattutto a chi, come me, ha sempre trovato lo 007 storico eccessivamente iconico, troppo perfetto e, se mi è concesso dirlo, stereotipato. Non è un caso che dopo 007, Sean Connery abbia avuto modo di regalare prove d’attore molto più degne di nota e meno “leccate” (Gli Intoccabili, Il Nome della rosa, Indiana Jones e l’ultima crociata, Caccia a Ottobre Rosso). Credo che proprio da questi ruoli Daniel Craig abbia preso spunto per regalarci un James Bond più umano, che si evolve di film in film, capace di sbagliare e con il quale l’individuo comune può, a tratti, riconoscersi. Tutto questo senza mancare di rispetto al fascino che da sempre contraddistingue 007, amante del rischio, dei buoni drink e delle belle donne.

Proprio sulle Bond Girl ho notato un’altra evoluzione. Certo tutti ricordiamo quanto era bella Ursula Andress in bikini. Credo, però, che nessuno se la ricordi in altri ruoli, se non come madre di Tarabas nella serie tv di Fantaghirò. E le altre? Non sto ad elencare i nomi perché nessuna di loro è mai riuscita a superare quel breve momento di gloria nella propria carriera. Con questo non voglio certo dire che le ultime Bond Girl passeranno agli annali della storia del cinema, ma i personaggi che interpretano ci regalano figure femminili forti e fragili allo stesso tempo, che si lasciano cadere ai piedi del protagonista, ma compartecipando al gioco della seduzione, creando un’alchimia che si può trovare nelle moderne storie d’amore raccontate sul grande schermo.

La maggior corrispondenza con la realtà piuttosto che col mito, che si riscontra negli ultimi film di James Bond, dà allo spettatore una maggior consapevolezza di sé e del tempo in cui vive. E questo è molto importante perché penso a quante volte (nel cinema, ma anche nella vita) il passato ci è sempre parso come un fardello pesante, un qualcosa di insuperabile. Eppure guardo i film di oggi (e non parlo solo di 007) e mi accorgo che ci sono delle opere che non hanno nulla da invidiare all’epoca d’oro di Hollywood o Cinecittà. Allora penso che invece di trarre ispirazione dal passato, forse è il caso di guardare meglio dentro noi stessi, a quello che siamo e ad accettare di più ciò che abbiamo da offrire. Alla fine saranno i posteri a giudicare.

Leggendo questo articolo, forse qualcuno penserà che sono andato fuori tema, ma in fin dei conti, credo che una “lezione di cinema” sia in primis “una lezione di vita”.

“Inside Out”, o, l’arcobaleno emotivo.

Articolo di Giorgia Loi

inside outInside Out” è stato definito da molti il film più riuscito della Pixar, casa di produzione già di per sé molto apprezzata per i propri prodotti di animazione.

Faccio una premessa personale: con i film della Pixar, io, sono pessima.  Non ho visto quelli che vengono considerati i suoi capolavori. Mi sgridano tutti, provvederò al più presto, ma intanto non posso fare paragoni con Up o Wall-E e me ne scuso. Non li ho visti perché sono un cuore di pietra, che s’interessa spesso poco di pellicole ad alto contenuto di buoni sentimenti.

Cosa mi ha attratta di “Inside out”, quindi, rispetto ad altri film di rilievo della Pixar? Probabilmente Tristezza.

Sicuramente Tristezza.

Mi ci è voluto tutto il film per affezionarmi a Gioia (forse perchè ho visto il film in italiano, e non con la voce della strepitosa Amy Poehler), che all’inizio avrei invece chiamato “Buonismo”, mentre Tristezza mi ha fatto subito simpatia (passatemi l’ossimoro).

E quello che mi ha detto questo film è che avevo ragione, e che è normale, essendo adulta, che la vita mi abbia a questo punto insegnato ad apprezzare Tristezza.

Da qui in poi la recensione contiene spoiler.

La storia narra dell’orribilmente traumatica fine dell’infanzia, mette in scena quello che succede nella mente e, nonostante offra una specie di lieto fine, dà anche una piccola mazzata allo spettatore.

Tutto inizia con la nascita, di Riley e delle sue emozioni. Il primo sguardo sul mondo genera Gioia, che però è seguita a ruota da Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura. Queste sono le emozioni di base, e dispongono di una cabina di controllo sulla mente della bambina: da esse dipendono le sue reazioni e le sue interazioni con il mondo. Le emozioni si occupano anche di generare i ricordi, che sono sfere il cui colore è dato dall’emozione che li ha generati. Gialli sono i ricordi di Gioia, azzurri quelli di Tristezza, verdi quelli di Disgusto, rossi quelli di Rabbia, viola quelli di Paura.

Tutto va per il meglio, e durante i primi anni di vita l’archivio dei ricordi è pieno di sfere gialle.

Alcuni ricordi sono più importanti di altri: rappresentano quei momenti fondamentali nella costruzione della psiche, dai quali deriva un’attitudine alla vita ed un modo di essere. Sono i Ricordi Base, ed ognuno di essi va a costruire un’Isola della Personalità.

Riley, bambina felice e fortunata, fonda la sua psiche su 5 isole: la Famiglia, l’Amicizia, l’Onestà, l’Hockey su ghiaccio e la meravigliosa isola della Stupidera, hah!

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Viene spontaneo, in questa prima fase del film, andare a cercare nella propria memoria i Ricordi Base, chiedersi “cos’è che mi ha fatto diventare così?”. E credo che lo spettatore adulto si renda conto, nel momento in cui questo pensiero lo sfiora, che il film gli sta sferrando una specie di coltellata emotiva. Perché mah, boh, dove sta la mia Stupidera? Giocavo  a qualcosa da bambino? Sì, certo, ma dov’è il Ricordo Base? Non lo trovo! Sono una persona senza Gioia, dunque?

Beh, niente paura.. circa.

Il film ci spiega che le isole createsi durante l’infanzia sono bellissimi posti destinati a crollare e disintegrarsi in maniera orribile, traumatica e dolorosissima. Quindi, tutto normale, ecco perché non le troviamo, non ci sono più!

Ad un certo punto la vita di Riley viene presa ed accartocciata, strappata, rattoppata: la famiglia si deve trasferire dal Minnesota a San Francisco, senza che Riley (nè lo spettatore) ne sappia il motivo, senza possibilità di appello, senza un’adeguata preparazione.

La bambina si trova di fronte ad un nuovo mondo dove non ci sono certezze, non ci sono gli amici, non c’è la squadra di Hockey, non c’è più nemmeno la cameretta che il camion del trasloco ha accidentalmente portato altrove.

Gioia fa di tutto per vedere il lato positivo delle cose, ma continuano ad accadere cose che generano ricordi di rabbia, disgusto, paura.

Nel marasma generato da questo traumatico cambiamento, succede nella mente di Riley qualcosa di molto strano e nuovo.

Tristezza, come mossa da una forza più grande della propria stessa volontà, inizia a toccare alcune sfere di ricordi gioiosi, gialli, e questi diventano azzurri, tristi.

Questo succede mentre la ragazzina è costretta a presentarsi davanti a tutta la sua nuova classe e, nel raccontare le cose belle che caratterizzavano la sua vita in Minnesota, inizia ad intristirsi e scoppia a piangere. Noi, grandi, riconosciamo immediatamente l’arrivo dell’emozione della nostalgia, quel punto d’incontro tra una gioia ed il dolore di averla persa.

I due personaggi di Gioia e Tristezza dovranno attraversare tutto il mondo della mente di Riley per capire, per capirsi, per rendersi conto di non poter fare a meno l’una dell’altra.

Mentre le due esplorano, letteralmente, i meandri della mente, passando anche in un inquietante subconscio dove abita un gigantesco clown (creepy!!!), tutte le isole della personalità crollano rovinosamente, lasciando Riley preda di un’apatia che appare senza scampo.

Il dolore che vediamo in questa ragazzina (non più bambina) va a sfiorare, pur deviando prima di raggiungerlo, il tema della depressione. Non si tratta certamente di un film per soli bambini, le tematiche che si raccontano, con metafore affatto celate, sono struggenti, pungenti, e domandano allo spettatore di guardarsi dentro, di riconoscere la differenza tra la purezza dell’infanzia e la durezza della crescita, di identificare la malinconia che ricopre tutti i ricordi della fase più felice della vita, e di sapere che per crescere è stato necessario spazzarli via.

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Verso la fine del viaggio attraverso la mente, Gioia si rende conto che non può e non potrà più avere alcun successo senza l’aiuto di Tristezza: quest’ultima è colei che permette alla ragazzina di chiedere aiuto quando le cose non vanno bene, di mostrare la propria fragilità, di non nascondere i problemi ma affrontarne l’esistenza.

Il lieto fine consiste nella presa di coscienza del  fatto che le Emozioni devono collaborare, ogni ricordo può farne convivere al suo interno più di una, e lavorando insieme sarà possibile reagire alle situazioni che la vita porterà e ricreare sempre momenti di felicità.

Nel momento in cui Gioia abbraccia Tristezza, la nostalgia che Riley sta provando può essere espressa a parole. Non si annulla, non fa meno male, ma si elabora, e diventa la base su cui nasce una nuova Isola della Personalità, nella quale si condensano tutte le cose positive dell’infanzia, ridimensionate e riviste alla luce del passaggio ad una nuova fase della vita.

Apprendiamo poi che se ne formeranno altre, ma vediamo anche comparire una minaccia all’orizzonte, che porta il nome di “Pubertà”, e che, sappiamo bene, causerà una nuova distruzione e una nuova ricostruzione verso la vera età adulta. Insomma, pur nel lieto fine, non ci viene nascosto il fatto che “non è finita qui”.

“Emotional rollercoaster” è una definizione di questo film che ho letto in giro; un arcobaleno emotivo, aggiungerei.

Penso che il modo in cui è raccontata questa semplicissima, banalissima storia vada a sollecitare le emozioni in maniera profonda e primaria, facendo sì che la fruizione sia davvero molto diversa a seconda della persona e del suo vissuto.

Concludo con una menzione d’onore per i titoli di coda, che, con molta ironia e in maniera assolutamente azzeccata, vanno a completare le tematiche affrontate, mostrandoci in azione le emozioni di tutte le persone che abbiamo incontrato durante il film. E non solo delle persone.

Io rivedrei tutto il film anche solo per rivedere il meraviglioso cervello del gatto. Anche quello del cane, ma quello del gatto è quanto di più indovinato si potrebbe produrre!

Non so se “Inside out” sia il migliore tra i film della Pixar, non m’interessa particolarmente, ma è assolutamente consigliato!