“Fuocoammare”- La lenta ricostruzione della realtà senza sovrastrutture

Articolo di Andrea Vallese

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Per la prima volta nella storia degli Oscar, l’Italia sceglie come suo candidato/rappresentante per la categoria Miglior Film Straniero un documentario. Sicuramente un “signor-documentario”, dato che Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha già partecipato a numerosi eventi e vinto alcuni premi, tra cui l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Resta comunque una scelta coraggiosa, quanto azzardata, dato che l’Academy storicamente relega questa categoria di film ad un premio ad hoc, privilegiando da sempre storie di finzione, o meglio, film dove la realtà veniva filtrata da una sceneggiatura, messa poi in video da un regista che filma degli attori. Eppure Fuocoammare, nonostante ci mostri immagini assolutamente (e spesso drammaticamente) vere, riesce a mantenere uno sguardo “filmico”, scegliendo di raccontare il dramma, a tutti noto, dello sbarco senza fine dei migranti a Lampedusa, anteponendo alla cronaca il lato umano, come solo ogni film che si rispetti (o almeno io rispetto) sa fare.

Per raccontare questa realtà, Rosi è rimasto più di un anno sull’isola di Lampedusa. Il frutto del suo lavoro non è solo una minuziosa ricostruzione dell’emergenza-migranti, cosa che tanti altri giornalisti e autori di docu-fiction ci raccontano quotidianamente, ma è un viaggio alla scoperta di questo “piccolo punto” nel centro del Mediterraneo per dare un ritratto onesto e sincero di un luogo che, come ogni altro, ha e cerca di mantenere una sua identità. Il protagonista/testimone della quotidianità dell’isola è Samuele, un ragazzino di dodici anni, come tanti. Vive col padre e la nonna, va a scuola, ama esplorare i boschi a caccia di uccelli e giocare con la fionda, mentre ama meno andare in barca, dato che gli provoca spesso nausea. Attorno a lui si muovono altre figure, persone semplici, facenti parte di un’Italia più riconducibile agli anni ’50 che all’odierna realtà metropolitana. In alternanza, il film documenta le costanti attività di soccorso e accoglienza dei tanti migranti che in quel luogo “incontaminato dalla modernità” vedono la prospettiva di una vita migliore, trovando, però, spesso la morte in mare.

L’ “anello di congiunzione” tra questi due mondi è il Dr. Bartolo, il medico dell’isola, che, sia in un’ecografia a una donna in cinta appena salvata, sia nelle tante ispezioni cadaveriche, ci mette empatia e partecipazione emotiva allontanando qualsiasi possibilità di “professionale routine”. Attraverso la sua testimonianza, Lampedusa e i suoi abitanti danno voce alla loro cultura fatta di piccole cose, ma al tempo stesso incapace di rimanere indifferente alla drammaticità che riempie il mare che la circonda. Inevitabile a questo punto non cogliere l’enorme divario con il resto del mondo forse modernamente più avanti, ma assente (nel film come nella realtà) di fronte all’emergenza.

Questa consapevolezza, però, non è frutto di immagini shock della Tv del dolore, che inneggiano alla mancanza di sensibilità dell’Europa e del mondo di fronte a un mare che ha nei suoi fondali migliaia di cadaveri. Il regista si è preso il suo tempo per raccogliere e riunire tutto il materiale al fine di dare allo spettatore una visione limpida e onesta della realtà e lasciare a lui la responsabilità di farsi un’opinione sia oggettiva che soggettiva. Come l’ “occhio pigro” di Samuele, che ha bisogno di tempo e di lavoro per poter riacquisire funzionalità, così la realtà ha bisogno delle stesse cose per essere conosciuta e raccontata. Forse è per questo che i documentari, principali fautori di questo procedimento, sono così importanti. Ed io sono felice che l’Italia, in occasione degli Oscar, scelga di farsi portavoce di questo messaggio.

La grande scommessa- Una lezione di economia (e di vita) alla portata di tutti

Articolo di Andrea Vallese

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Sarò sincero. Se “La Grande Scommessa” di Adam McKay non avesse ottenuto tante nomination agli Oscar non credo che avrebbe avuto la mia attenzione. L’economia e la finanza sono argomenti lontani anni luce dal mio interesse e non li ho mai ritenuti temi adatti allo spettacolo e all’intrattenimento. Comunque, dato che ripongo grande fiducia nelle scelte dell’Academy Award (cosa che mi ha sempre esposto alle critiche di molti), mi sono fatto coraggio e mi sono addentrato “nel fantastico mondo di Wall Street”.

La pellicola è ambientata nel periodo antecedente al crollo finanziario del 2008, anno in cui le strutture del capitalismo hanno cominciato a cedere per arrivare alla crisi economica che, prima in America, poi nel resto del mondo, ha segnato per sempre il destino di molti (se non di tutti). In questo scenario il film segue tre vicende. La prima è quella di Michael Blurry (un notevole Christian Bale), eccentrico e non convenzionale manager di un fondo d’investimento che, dopo aver notato la presenza eccessiva e sospetta di mutui ad alto rischio, decide di scommettere contro l’intero mercato immobiliare, mettendosi contro tutti gli investitori. Da questa scoperta il trader Mark Baum (Steve Carell), su segnalazione dell’impiegato bancario Jared Vennett (Ryan Gosling), scopre che nel mercato immobiliare le banche stanno vendendo in maniera spropositata delle obbligazioni di debito con la complicità (implicita o meno) delle agenzie di rating, mettendo a rischio tutto il sistema economico. A questa manovra si interessano due giovani investitori Charlie e Jamie che si faranno aiutare dal banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt) per entrare nell’operazione e scommettere così contro il sistema economico americano. Alla fine tutte le intuizioni dei personaggi si riveleranno azzeccate e ciascuno ne trarrà un grande profitto. Purtroppo ne conseguirà l’amara consapevolezza che il loro successo significherà la rovina economica e sociale di tanta gente.

Non è stato facile seguire tutte queste vicende, soprattutto per l’uso ingente di un linguaggio specifico fatto di termini conosciuti solo agli esperti di alta finanza. Nonostante questo “inconveniente tecnico”, prestando alla storia la dovuta attenzione ho assistito a un film interessante, ma anche piacevole, dove si alternano momenti drammatici e situazioni comiche. Ciò che ne viene fuori è una commedia che parla di eventi drammatici, ma con ironia. L’intuizione più riuscita è affidare alcune spiegazioni tecniche a personaggi famosi e non di mestiere (l’attrice Margot Robbie, il cuoco Anthony Bourdain, la cantante Selena Gomez), per dimostrare che la terminologia della finanza può essere illustrata a chiunque con gli esempi giusti. Grazie a questo espediente, i protagonisti della storia possono essere visti nel loro lato più umano e il regista ha potuto lavorare sul loro conflitto interiore, generato dal loro essere al tempo stesso profeti e “profittatori” dell’apocalisse dell’economia mondiale.

Più che essere spettatore di un film, mi sono sentito come cavia di un esperimento. Credo che “la grande scommessa” del regista sia dimostrare che tutto può essere compreso se diamo al nostro cervello la possibilità (e la fiducia) nel prestare attenzione. Non nego che quando sono uscito dal cinema sono rimasto un po’ frastornato, ma sono felice di aver “superato la prova”. Ho capito quanto sia importante soffermarsi sulle cose e capire ciò che succede, stando molto attenti a tutte le distrazioni a cui quotidianamente siamo sottoposti dai media (cartelloni pubblicitari, videoclip). Ovviamente ciascuno di noi è (e deve sentirsi) libero di impiegare la propria mente in ciò che gli interessa di più, ma è fondamentale sapere che la sua scelta può orientarsi tranquillamente su qualsiasi argomento.