“Enemy” – Quando un film è alta letteratura

Articolo di Giorgia Loi

 

Le parole “tratto dal romanzo di Josè Saramago” mi sono bastate per decidere che sì, avrei guardato “Enemy”, questo film inserito tra le novità nella sezione on demand del mio abbonamento tv.

Non si tratta certamente di un film leggero, d’intrattenimento. Principalmente perchè è un film che può apparire basato sulla trama fino ad un certo punto, ma poi si rivela fortemente concettuale.

La trama ruota intorno al momento in cui la vita di un docente universitario di storia politica viene scossa irrimediabilmente dalla scoperta di avere un sosia, identico nel corpo e nella voce, in un attore di serie c-per non dire z.

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La scoperta diventa per lui un’ossessione, che lo porta a mettersi in contatto con l’altro lui e la moglie di questi. L’ossessione contagia tutti, i quali sono spaventati e disperati nell’apprendere la notizia dell’esistenza di due persone identiche.

Ma perchè la scoperta di un sosia dovrebbe essere qualcosa di diverso da un divertente momento “Ehi, guarda un po’!”? Stiamo veramente parlando di un sosia?

Oppure stiamo facendo un destabilizzante viaggio all’interno della psiche di un solo uomo, che ha “sdoppiato se stesso” perchè non è in grado di affrontare la propria vita?

Molti gli indizi che portano a propendere decisamente verso questa spiegazione, sebbene il film, come normalmente avviene in un romanzo di alta letteratura postmoderna, non fornisce una risposta completamente esplicita.

Dobbiamo prestare attenzione ai dettagli, ed in particolare alle reazioni della moglie del sosia/attore ed alla madre del sosia/professore, per darci conferma di questa interpretazione.

Far caso alle menzioni che l’attore fa del proprio lavoro di attore; ricordarsi di far caso ai mirtilli; guardare bene cosa succede quando la moglie del sosia/attore va a trovare il sosia/professore all’università, e notare le scelte registiche quando, dopo l’incontro, lei decide di telefonare al marito; ascoltare cosa dice la madre del professore rispetto alle condizioni di vita del figlio, ed al suo lavoro. Dobbiamo prestare attenzione a quanti mesi sono passati dall’ultima volta che sosia/attore ha avuto contatti con l’agenzia casting che lo impiega, ed ai mesi di gravidanza della moglie.

La regia è, oserei dire, perfetta (questo film ha il regista in comune con “Arrival”, Denis Villeneuve, che non è altri che il regista del nuovo Blade Runner in uscita: sapere che il film è in mano sua mi aiuta ad avere fiducia anche in questa operazione che inizialmente non mi convinceva, devo dire.).

Sebbene ad una seconda visione, o semplicemente ad un’analisi accurata alla ricerca della spiegazione, ci siano tutti gli elementi ben in vista, fino alla fine, caratterizzata da un enorme ragno momento WTF, si riesce a seguire il film come se fosse una sorta di thriller.

In realtà, e per giungere alla conclusione che esiste un solo uomo, che avrebbe voluto fare l’attore ma la sua carriera non è decollata, per cui si è rassegnato a fare il docente, e che ha una grande passione per le donne, ma si è sposato e aspetta un figlio e quindi deve tentare di dare un freno ai propri istinti, ammetto di essermi fatta aiutare da alcune interpretazioni del film trovate online, che mi hanno anche aiutato a capire come l’immagine del ragno sia una metafora chiave.

Ragno gigante che, ad un certo punto, si vede sormontare i palazzi di Toronto, città in cui è ambientata la pellicola, in quello che è forse il primo momento in cui si ha conferma che si sta guardando qualcosa di più di un fanta-thriller.

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Ragno, che, in un incubo, porta il corpo di donna; ragno che, di fatto, rappresenta la donna, nella mente di quest’uomo fragile, insicuro ed immaturo.

Le donne della sua vita sono una madre, una moglie incinta, ma anche un’amante, che non è la prima nè l’unica (cosa a cui sia la moglie che la madre alludono), e potenzialmente qualsiasi donna attraente passi di lì.

La donna fa paura, perchè come un ragno tesse una tela. La moglie, a quel punto, diventa il ragno che con la propria rete ha intrappolato questo uomo insetto,un po’ kafkiano.

Le altre donne del mondo, a loro volta, tessono le proprie tele nelle quali lui potrebbe cadere, e sente di non poterci fare nulla.

“Lui”, che si è sdoppiato in un marito amorevole, che però ha coltivato il proprio sogno di essere un attore, ed in una persona che ha scelto responsabilmente di fare l’insegnante perchè il suo sogno di fare l’attore non paga, ma in compenso è libero di avere relazioni non impegnate con le donne.

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Non si tratta, credo, di personalità multipla, ma semplicemente di un’elaborata operazione di fuga funzionale dalla realtà, e quello a cui assistiamo nel film è il ritorno alla presa di coscienza dell’essere uno, con tutti gli obblighi e le “reti” che la vita ha costruito intorno a lui.

Le due personalità si ricongiungono in un finale in cui, allo stesso tempo, risulta evidente come l’uomo riunificato che ne risulta non sarà mai in grado di uscire dai circoli viziosi che hanno caratterizzato e rovinato la vita sua e della sua famiglia.

Un film da vedere, capire, rivedere con attenzione, ed apprezzare realmente.

Io, intanto, vado a comprare il libro!

“Room- Potere all’immaginazione

Articolo di Andrea Vallese

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Ho sempre amato molto i film che raccontano le storie dal punto di vista dei bambini. Il loro modo di vedere, spiegare, raccontare è intriso di una sicurezza e determinazione che farebbero invidia a qualsiasi adulto. E sono spesso gli adulti a sottovalutare questo grande potenziale. Per questo se qualcosa crea disagio ad un adulto, giustamente, si ritiene che per un bambino può essere ancora più traumatico. Ecco perché quando ho iniziato a vedere Room (2015) di Lenny Abrahamson, adattamento del romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue ho pensato che sarebbe stato un film difficile da digerire, ma sono stato piacevolmente smentito.

Nella piccola stanza del titolo (in realtà un capanno in giardino con un solo lucernario sul soffitto a fare da filtro con l’esterno) vivono Jack (fin dalla sua nascita, cinque anni prima) e sua madre Ma’ (rapita e rinchiusa lì dentro da Old Nick due anni prima ancora). La giovane madre al fine di proteggere il figlio da questa verità angosciante e terribile, lo cresce nella convinzione che il mondo sia tutto nella stanza e che fuori c’è il “cosmo”. Il bimbo, attraverso quest’informazione distorta, elaborerà una realtà nella quale gli oggetti della stanza sono i suoi amici e la Tv la finestra per vedere il cosmo. Per lui tutto va bene, finché Ma’ al limite estremo di sopportazione rivela la verità al bambino che (con fatica) accetterà per consentire ad entrambi di progettare la loro fuga e riuscire così ad attuarla. Una volta che il mondo reale prende il posto della stanza sia Ma’ (ritornata ad essere Joy) che Jack dovranno fare i conti con una prospettiva nuova, ugualmente difficile per entrambi, ma con prospettive diverse.

Il regista, sia nella prima, ma soprattutto nella seconda parte della storia, costringe lo spettatore a barcamenarsi tra la consapevolezza per Ma’/Joy della sua adolescenza perduta e la capacità di Jack di riuscire a meravigliarsi di un mondo che diventa pian piano sempre più grande e ad accoglierlo. Una visione, quest’ultima, così inverosimile per un adulto, ma così efficace da convincere che quella prigione orribile possa rappresentare per un bambino il luogo di preparazione per un mondo meraviglioso che è li fuori che lo aspetta. Inutile sottolineare che tutto questo sarebbe impossibile senza l’ottima interpretazione di Brie Larson (premiata con l’Oscar l’anno scorso) e, soprattutto, del piccolo Jacob Tremblay (anch’egli meritevole di vincerlo).

Questo è un film che scuote sicuramente lo stato d’animo, ma che personalmente mi ha riportato ad una scena di un altro grande film L’Attimo Fuggente di Peter Weir (1989), quando il professore interpretato dal compianto Robin Williams comunicava ai suoi studenti da sopra una cattedra che il mondo va visto da angolazioni diverse. Ho sempre creduto vera quest’affermazione, ma solo dopo Room ho capito quanto il potere dell’immaginazione faciliti quest’ottica a livello esponenziale. Arrivato alla fine del film mi sono scoperto stupidamente memore di quando, da bambino, la mia camera riusciva ad arrivare a dimensioni e forme sconfinate. Solo chi ha visto il film può capire.

“Don Jon” – La bellezza del “trovarsi”

Articolo di Andrea Vallese

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Una qualità che apprezzo molto di un autore di cinema (e non solo) è il coraggio di affrontare temi delicati e controversi, sfidando molti tabù. Se l’autore in questione, poi, è al suo esordio alla regia, come nel caso di Joseph Gordon Levitt con Don Jon (2014), la mia ammirazione in questione diventa esponenziale. Decidere di dedicare il primo lungometraggio al problema della porno-dipendenza, scegliendo come genere la commedia, è una sfida a cui anche cineasti di lungo corso mostrerebbero delle perplessità. Invece, il nostro autore (che è anche attore protagonista) non solo riesce nel suo intento, ma utilizza questa tematica come “veicolo” per far riflettere sulle difficoltà di comunicazione tra uomini e donne, un problema che, prima o poi, tutti gli individui (consumatori di porno e non) affrontano.

Il protagonista è Jon Martello (soprannominato “Il Don” per la sua abilità nell’arte del rimorchio), ragazzo semplice la cui vita ruota attorno a poche e semplici cose: famiglia, casa, macchina, palestra, amici, donne e…porno. Quest’ultima componente rappresenta la sua più alta forma di piacere, tanto da ammettere (in un continuo dialogo con lo spettatore) di preferirlo al sesso. Nella sua vita capita, all’improvviso, Barbara (Scarlett Johansson), bellissima e formosa ragazza, per la quale scatta il colpo di fulmine. Nella mente di Jon si balena insistentemente la possibilità che sia quella giusta (ovvero quella che gli permetterà di avere una vita sessuale più soddisfacente del porno). Purtroppo anche con Barbara le aspettative vengono disattese, anche perché la ragazza ha un’attrazione morbosa per i film romantici che ritiene associabili alla vita vera. L’incontro con Esther (Julianne Moore), donna più matura con alle spalle un doloroso segreto, rappresenterà per Jon la possibilità di vivere un rapporto in cui dare e avere si equiparano (o, come dice lui, si perdono l’un l’altro) creando i presupposti per una relazione vera e appagante.

Ciò che colpisce subito di quest’opera è la schiettezza, non solo dei dialoghi, ma anche delle situazioni. I ricorrenti primi piani delle espressioni sul viso di Jon quando guarda filmati porno, ma anche di Barbara mentre si lascia incantare dalle scene romantiche al cinema, sono emblematici della grande responsabilità che i media hanno sulla distorsione della realtà, non solo riguardante il sesso, ma anche sui rapporti di coppia in generale. Jon e Barbara credono di cercare l’anima gemella, ma, senza saperlo, investono nell’altro la speranza di aver trovato nella vita vera ciò che ossessivamente guardano nei filmati di cui sono consumatori.

Lo sviluppo di queste dinamica relazionale permette allo spettatore di allontanarsi dalla questione morale legata alla porno-dipendenza, mettendo in luce un problema molto più ampio, ovvero la capacità delle persone di “sentirsi” reciprocamente, liberandosi delle proprie aspettative (spesso stereotipate dai media) e lasciando che gli altri ci diano quello che di autentico hanno da offrire. Sono questi, come dice Esther a Jon, i rapporti a doppio senso che fanno la differenza tra “scopare” e “fare l’amore”, dove per amore s’intende “io e te” senza la scenografia rosa dei film romantici.

E’ impressionante notare come le persone che riescono ad arrivare a questa autenticità nei sentimenti (come Esther) sono quelle che affrontano, senza inibizioni, argomenti-tabù o discorsi su cui la morale e la religione mettono un veto. Le persone più fragili e insicure, invece, a causa di questi tabù, sono costrette a soddisfare le proprie curiosità utilizzando forme di comunicazione sbagliate e distorte. Sia le une che le altre finiscono sempre col ritrovarsi sole e incomprese, le prime perché giudicate immorali, le seconde perché non sanno affrontare la realtà. Personalmente considero questo film come un inno alla bellezza del “trovarsi”, una sensazione stupenda ed appagante, sia dentro che fuori dal letto.

“La pazza gioia”- 50 sfumature di pazzia

Articolo di Andrea Vallese

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Da anni sono un grande estimatore del cinema di Paolo Virzì. Trovo che come autore sia quello che, più di tutti, riesca a rappresentare la realtà del nostro Paese (e non solo) attraverso la commedia, senza ricorrere a situazioni farsesche o a personaggi troppo sopra le righe. Così è anche la sua ultima opera, “La Pazza Gioia“, che offre uno sguardo interessante e poetico al tempo stesso sul tema del disagio psichico, attraverso una storia tutta al femminile.

Le protagoniste, infatti, sono Beatrice e Donatella, due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a un regime di custodia giudiziaria. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi, qui nel ruolo più brillante della sua carriera divisa tra Italia e Francia) è una ex-contessa logorroica e viziata, che pensa di essere dieci passi avanti rispetto alle sue compagne di sventura e, per questo, non s’inserisce nel gruppo. Donatella (Micaela Ramazzotti, qui alle prese con un personaggio più drammatico rispetto alle donne interpretate nei film precedenti) è una ragazza madre (molto tatuata) particolarmente fragile, insicura, ma molto dolce, alla quale il tribunale ha tolto il figlio per darlo in affidamento ad un’altra famiglia. Nonostante la reciproca diversità di carattere, le due donne cominceranno a legare, sostenendosi (ognuna a modo suo) a vicenda, finché non avranno l’occasione per fuggire e svagarsi nel “mondo reale”, misurando la loro condizione sociale con il modo esterno.

Molti hanno, giustamente, paragonato il film a “Thelma e Louise” di Ridley Scott (1992). C’è solo una piccola differenza. Le protagoniste italiane sono considerate pazze e pericolose ancora prima di intraprendere il viaggio/fuga. Qui non c’è una presa d’atto di una condizione, quanto, piuttosto, il peso della consapevolezza che il mondo accetta la tua esistenza a patto che tu rimanga “confinata nei ranghi”, perché la tua libertà mette a rischio l’incolumità degli altri. Un ragionamento che non fa una piega. Sia Beatrice che Donatella hanno commesso degli errori. Conoscendo, però, pian piano il loro passato (e i personaggi strampalati che ne fanno parte), lo spettatore può rendersi conto che a nessuna delle due la vita e il contesto sociale hanno fornito gli strumenti per poter fare “la cosa giusta”. Anche quando i servizi le prendono in carico, vengono adottate nei loro confronti misure di contenimento, facendole passare (probabilmente in buona fede) per politiche di recupero sociale.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come le due donne (Beatrice, in particolare) siano riuscite a mantenere uno sguardo positivo e di fiducia verso un mondo che non le capisce e non le tollera, un mondo che, cercando ostinatamente di considerarsi normale, finisce per essere “più pazzo di loro”. Troppo spesso ci dimentichiamo che la follia è una componente essenziale della realtà, la colora, la ricopre di sfumature. Ersamo da Rotterdam diceva che “senza il condimento della follia non può esistere piacere alcuno”. E chi, aggiungo io, sano di mente, non farebbe follie per far entrare nella sua vita godimento, gioia e amore? Scusate il gioco di parole.

“The Queen”Una sfida tra potere secolare e potere mediatico

Articolo di Andrea Vallese

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Da sempre il cinema ha cercato di dare una definizione al termine “potere”. Questo concetto nel corso della storia ha subito una mutazione di significato. Se un tempo esso contrassegnava la capacità di una persona di imporre la sua volontà, oggi lo si usa per capire l’abilità dell’individuo di trovare consenso da parte dei suoi simili. In sostanza, non più una dimostrazione di forza, quanto un’attitudine (soprattutto comunicativa) nel rendere legittima la propria autorità.

Considero il film “The Queen” the Stephen Frears (2006), come emblematico nella trattazione di questo argomento, così come lo è la protagonista, Elisabetta II d’Inghilterra, tutt’oggi massima esponente di una forma di potere che nel corso del tempo ha cambiato il suo significato, ma che permane tutt’ora, dal momento che nella cultura inglese la tradizione è il valore capostipite.

La trama racconta il momento in cui il potere della regina ha rischiato seriamente di vacillare, ovvero la settimana seguente alla tragica morte della Principessa Diana nel 1997. La scomparsa di quest’ultima, figura controversa per la famiglia reale, ma, allo stesso tempo, molto amata dal popolo britannico, getta l’intero regno nello sconforto e, di fatto, lo blocca. La Regina cercando di seguire il protocollo, come ha sempre fatto, tenta invano di mantenere privata la faccenda (dato che Diana non è più un membro della famiglia reale), ma la risonanza mediatica della nuora/rivale, resa ancora più forte dalla drammaticità della sua fine, faranno apparire la sovrana fredda e insensibile agli occhi dei suoi sudditi, delegittimando un potere che per mezzo secolo nessuno ha mai messo in discussione. Grazie all’aiuto del neo-eletto Primo Ministro Tony Blair, detto “il modernizzatore”, la Regina e la famiglia reale usciranno dal rifugio e si concederanno al “circo mediatico”, recuperando il consenso e il rispetto.

E’ evidente quanto sia difficile per i “non inglesi” comprendere una vicenda simile, soprattutto per un paese come l’Italia, dove il potere politico non rischia di vacillare neanche per fatti molto più seri di un “eccesso di conservatorismo”. Il regista dimostra un uso sapiente delle immagini di repertorio televisivo di Diana. Esse sono un intelligente contraltare alla narrazione delle vicissitudini della casa reale. Grazie a questa contrapposizione, lo spettatore assiste ad un vero e proprio duello: da una parte Diana, la “principessa del popolo”, forte della sua assenza, che con la sua morte diventa l’emblema di una sfida democratica al vecchio ordinamento, e, dall’altra, la Regina, figura stoica e inflessibile, sempre presente nel film e magistralmente interpretata da Helen Mirren (premiata con l’Oscar), che ha saputo cogliere il lato umano di una figura apparentemente rigida, ma in realtà “intrappolata” dal ruolo istituzionale e dai doveri costituzionali che le impediscono di esprimere davvero sé stessa, neanche nel messaggio di cordoglio televisivo che tutti conoscono. Attraverso gli occhi di Tony Blair (Michael Sheen), lo spettatore riesce a comprendere quanto modernità e tradizione siano concetti speculari uno dell’altro e, soprattutto, quanto sia importante che queste due idee convivano insieme per mantenere l’equilibrio.

Da persona giovane, che (si suppone) dovrebbe essere pro-modernità, debbo dire che questo film mi ha aperto gli occhi. Certo, non posso reputarmi un conservatore, ma ho molto rispetto per chi ha l’ingrato compito di tenere alta la tradizione. Sì, è un compito ingrato al giorno d’oggi, soprattutto perché c’è una tendenza esibizionistica nella realtà attuale che lascia ben poco spazio all’intimità, togliendo, poco a poco, veridicità ad ogni dimensione umana. La Regina ce lo dimostra contrapponendo alla sua “fasulla” partecipazione al funerale pubblico di Diana, un sobrio, ma sentito, omaggio alla morte del bellissimo cervo imperiale. Solo questo dimostra ancora una volta che la forma è sostanza e che il contegno e la dignità non sono valori obsoleti, ma qualità indispensabili che formano il carattere e che legittimano un vero leader.

Tra metafora e nero profondo. “Shadow”.

Articolo di Marilisa Mainardi

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“Shadow” è un film del 2009 diretto da Federico Zampaglione, non nuovo a cimentarsi all’insidioso terreno del horror italiano contemporaneo poiché già regista due anni prima di Nero Bifamiliare, interessante pellicola che senza dubbio rappresenta un bel tuffo nel noir.

Questo film ricorda molto da vicino pellicole americane quali, in primis, “Un tranquillo weekend di paura” e “Non aprite quella porta” anche se Zampaglione non perde mai di vista le sue origini e cita, qua e là, Fulci e Argento.

L’inizio appare un po’ in salita o più che altro lascia, almeno per i primi venti minuti, la sensazione del “già visto” e fa persino innervosire lo spettatore per i momenti di sbadataggine dei due protagonisti, che lasciano tracce ovunque per essere certi di farsi trovare dai loro inseguitori.

La narrazione parte dal viaggio di David (Jake Muxworthy) che reduce dalla guerra in Iraq, si trova a fare mountain bike nel cuore dell’Europa. Qui, fermatosi in una malga di montagna, fa la conoscenza non solo di Angeline (Karina Testa) ma anche di due loschi individui, cacciatori armati fino ai denti, sboccati e violenti che esordiscono con fastidiose molestie di stampo sessista verso la ragazza. Da questi incontri scaturiscono due situazioni, l’inizio di una storia d’amore fra David e Angeline e l’inseguimento da parte dei due cacciatori attraverso la foresta.

Tra rocamboleschi inseguimenti e nottate in tenda, il film cambia completamente atmosfera quando i protagonisti si avventurano nel cuore della foresta, la Foresta dell’Ombra per l’appunto e la loro situazione nonché il ritmo del film cambiano.

Qui si entra in un’atmosfera claustrofobica, governata dall’inquietante presenza di un personaggio la cui essenza non si riesce ad inquadrare. Interpretato da Nuot Arquint, Mortis ha un’immagine fortemente disturbante. Non si esprime a parole ma solo attraverso gli sguardi; è un sadico di cui ci riesce difficile comprendere la presenza, fino alla svolta finale, fino a che non leggiamo il suo nome nei titoli di coda.

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Capita a volte di incontrare un bell’horror. Questo ha tutto il gusto oscuro dei tempi recenti, ha la retrospettiva psicologica che nei film degli anni 60 e ’70 per lo più mancava. Non vuole stupire con effetti speciali o quantità improbabili di sangue. Ha una dimensione onirica che però lo rende vicino a tutti noi, come se il sogno di David rappresentasse in un certo modo anche il nostro. Come se il rapporto di David con la morte, per quanto estremo data la sua esperienza di ex combattente, fosse simile a quello che tutti noi abbiamo. C’è ricerca, c’è estetismo, attenzione. Tutto in questo film ci fa pensare che non abbia nulla di meno rispetto a film americani le cui produzioni sono più costose, meglio distribuite e più blasonate.

Non stupisce che Federico Zampaglione, con soli tre film all’attivo, sia diventato ormai un regista di culto del genere horror. Va anche detto che lui è uno dei pochi che ha ancora il coraggio di farne.

Una nota di memorabile ilarità è la galleria di ritratti che si trova nel bunker nel quale i protagonisti vengono tenuti prigionieri: dopo un’immagine di Hitler e una di Stalin compare un imperturbabile George W. Bush.

A conclusione posso dire che è sì un esperimento ben riuscito, pecca nei dialoghi, probabilmente a causa di un montaggio che ha voluto accorciare molto il film e nella trama che non è troppo originale e percorre, sino alla conclusione almeno tre film molto noti.

Ad ogni modo è un buon film, uno dei pochi di genere prodotti in Italia in tempi recenti.
Buona visione!

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“La forza del campione”. Il presente come forma tangibile di felicità

Articolo di Andrea Vallese

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 Il film di cui parlo in questo articolo in Italia non è mai uscito al cinema. E’ una pellicola del 2006 che nel nostro paese è uscita in DVD solo nel 2010. Io sono arrivato a conoscerlo guardandolo su Youtube, grazie alla gentile segnalazione di un’amica. E’ un peccato che la maggior parte della gente non lo conosca, se non altro per il grande messaggio umano ed esistenziale di cui è portatore.

La Forza del campione” di Victor Salva, in originale intitolato Peaceful Warrior (titolo decisamente migliore, come spesso accade nelle traduzioni inglese-italiano) è tratto dal romanzo semi-autobiografico di Dan MillmanLa via del guerriero di pace”. Dan (Scott Mechlowicz) è un giovane e molto promettente ginnasta, in procinto di partecipare alle Olimpiadi, che conduce una vita apparentemente felice. Bello, ricco, promettente negli studi, circondato da amici, attorniato da ragazze, passa la sua vita tra allenamenti e feste, impegnandosi, anima e corpo, ad essere sempre un vincente, il numero uno. Nonostante tutto, c’è qualcosa che lo turba e non lo fa dormire. Nei suoi vagabondaggi notturni incontra un anziano benzinaio che ha, però, un’ottima capacità atletica (insieme ad una non comune dialettica), cosa che cattura l’attenzione di Dan. Quest’uomo (magistralmente interpretato da un grande caratterista come Nick Nolte), dal nome fittizio Socrate, obbligherà il giovane atleta a porsi dei seri interrogativi sul reale significato della sua vita, appesa unicamente al raggiungimento dei suoi obiettivi agonistici. Attraverso un allenamento interiore, riconducibile ad una filosofia Zen, ma con un approccio più pragmatico, Dan impara ad assaporare il valore delle piccole cose che gli succedono intorno e ad apprezzare la vita per quello che è. Nel momento in cui Dan subisce un incidente motociclistico tale da compromettere la sua carriera olimpionica, egli riuscirà, con l’aiuto di Socrate, a lavorare sul superamento della mania del controllo degli eventi e a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni del momento. E sarà così che, nonostante lo scetticismo di tutti, Dan riuscirà a gareggiare alle Olimpiadi.

La bellezza di quest’opera sta nel rapporto “insegnante-discepolo” che si crea tra i due protagonisti. Come il suo famoso omonimo, Socrate utilizza il dialogo e frasi brevi, ma incisive per permettere a Dan di cambiare la sua prospettiva di vita. Un’espressione che mi ha particolarmente colpito è “elimina la spazzatura dalla tua vita”, dove per spazzatura s’intende tutti quei pensieri, timori e sensazioni (spesso indotti da altri) che influiscono sul pensiero e sull’azione del singolo, impedendogli di viversi la vita attimo per attimo. Credo che sia questo il significato dell’essere un “guerriero di pace”, ovvero sapersi battere per trovare l’amore e la felicità in ciò che si fa. Infatti, per gli antichi greci, il concetto di felicità è riconducibile ad uno stato d’animo di tranquillità, di pace.

Questo film, anche se non ha un grande peso cinematografico, è un manifesto importante del “qui ed ora”, un concetto a cui, a mio parere, la gente non presta la dovuta attenzione. Se ci si pensa questa cosa è alquanto bizzarra, poiché il “qui ed ora”, ossia il presente è ciò che abbiamo sempre vicino. Eppure l’uomo ripone troppa attenzione nel passato e nel futuro, forse perché crede che abbandonandosi ad un bel ricordo (che non c’è più) o immaginando la realizzazione di un sogno (le cui variabili sono molteplici e in balia degli eventi) si possa trovare la felicità. E’ solo il presente, però, l’unica cosa che possiamo toccare con mano, ma l’unico modo per farlo è vivere, nel senso di essere capaci di percepire il tempo come successione illimitata di istanti in cui si svolgono gli eventi, tutti portatori di diversi stati d’animo. Il presente è percezione sensoriale e solo dando valore alle nostre sensazioni che possiamo trovare la strada per un’esistenza serena e felice.

Metti una sera con Mario Bava e Ozzy Osbourne: “I tre volti della paura”

Articolo di Marilisa Mainardi

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In questo film, suddiviso in tre episodi, Mario Bava percorre tre topoi del cinema horror e di tensione. Vi sono infatti inquietanti assassini voyeur, vampiri e sedute spiritiche.

Se i primi due episodi non brillano per le sceneggiature, di certo il terzo “La goccia d’acqua” è invece uno splendido esempio del cinema della tensione.

Cerco di ricordare, ogni volta che vedo un film horror che ha circa 50 anni, di non far caso a imprecisioni o a effetti speciali di dubbio gusto cercando di riportarli alla sensazione che dovevano fare all’epoca in cui sono usciti nelle sale cinematografiche. Tuttavia si fatica a rassegnarsi, visivamente parlando, al compromesso fra innocenza e scarso senso estetico che pervade certe atmosfere ma che ritengo sia ragionevole ricondurre all’espressione di un momento storico e cinematografico ben preciso.

Detto questo, il film è gradevole nel ritmo e piuttosto innocente nelle trovate dell’intreccio, c’è una volontà di stupire che a volte appare un po’ forzata e stiracchia la trama già improbabile di per sé; soprattutto per quanto riguarda l’episodio centrale, “I Wurdalack”, dove un giovane viandante si innamora all’improvviso della biondissima abitante di una locanda tanto da morire per lei, il tutto condito da dialoghi opinabili. Va detto che questo episodio è stato tratto da un racconto di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, scrittore russo noto per le sue rappresentazioni delle steppe e delle scene di caccia. Al di là di questo, sono discutibili gli scenari dalle luci forzate, un profondersi di fuxia e blu, la ricostruzione di un antico monastero, così palesemente fatta in studio da strappare qualche sorriso. Allo stesso modo però brilla nel suo ruolo di Wurdalack un ottimo Boris Karloff, che è anche il narratore della cornice che Bava ha deciso di anteporre ai racconti, probabilmente per cercare di creare un effetto più terrorizzante.

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Ad alta tensione è il primo episodio, “Il telefono”, nel quale una bella ma non sempre perfetta Michèle Mercier subisce un vero e proprio stalking da un personaggio che resta ignoto sino alla fine, che non si mostra ma che ci fa intuire di essere molto vicino alla nostra protagonista, Rosy. Al di là del racconto in sé e per sé, comunque ben congeniato per quanto non originalissimo, fece discutere la non troppo sottile allusione al rapporto lesbico, oramai finito, tra la protagonista e un altro personaggio, Mary. Oggi la cosa ci fa sorridere ma all’epoca Bava fu costretto a girare alcune scene in più e a dare un taglio differente a questo episodio nella versione per il mercato statunitense.

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Infine, come già accennato, il terzo episodio, decisamente il più notevole. Colpiscono le ambientazioni, la tensione che percorre le scene in cui la protagonista si prende cura del cadavere di una sua assistita, in un palazzo decadente e abitato più da gatti che da umani. Il tormento generato dalla mosca (che a me ha ricordato molto Dario Argento) e dal ticchettio della goccia d’acqua che annebbia la mente della protagonista, rea di aver ceduto alla tentazione di rubare un prezioso anello alla defunta. Anche in questo caso fa sorridere il manichino utilizzato per interpretare e animare la defunta, probabilmente all’epoca dovette fare un certo effetto ma al giorno d’oggi, abituati agli horror d’oltreoceano o asiatici, ci appare molto innocente. Al di là di questo, resta il fatto che “La goccia d’acqua” è un episodio davvero ben costruito.

Spettacolare il finale del film: uno scanzonato Karloff si congeda dal pubblico mentre la telecamera allarga sull’effetto della finzione cinematografica. Una scena che rischiava di essere un autogol mentre invece viene riconosciuta come il vero colpo da maestro del film.

A distanza di cinquant’anni ci appare di certo come un film perfettibile ma tuttavia gradevolissimo, con ottimi spunti e alcuni importanti effetti scenici degni di Bava.

Di certo questa pellicola deve avere suscitato un certo clamore e un certo successo se la versione inglese, dal titolo “Black Sabbath”, ha ispirato proprio la arci-nota band a farne il proprio nome.

Sì, è proprio così.

Buona visione!

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Il capostipite dell’horror italiano: Sei donne per l’assassino

Articolo di Marilisa Mainardi

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Chi vedrà questo film ora per la prima volta avrà fatalmente un senso di déjà-vu. Assassini senza volto con impermeabile nero, guanti di pelle, una lunga serie di omicidi perpetrati con oggetti di uso quotidiano, donne succinte trascinate seminude per metri già cadaveri che se avevano poca importanza da vive, figuriamoci da morte. Eppure no, nessun già-visto, nessuna scopiazzatura perché “Sei donne per l’assassino” è il capostipite del genere thriller-horror italiano e come tale merita un posto di tutto rispetto nella cinematografia nazionale.

La trama è semplice quanto intrigante, il tutto prende il via dall’omicidio di una modella impiegata nella casa di moda di una ricca contessa cui ne seguirà un’altra serie, sempre compiuti con modalità differenti ma con pari efferatezza. Gli omicidi vengono perpetrati da un assassino senza volto, caratterizzato da impermeabile e guanti di pelle nera. A reggere la scena non è mai un unico protagonista ma piuttosto degli oggetti. Questo escamotage consente non solo di apprezzare una superba fotografia (Ubaldo Terzano) unita ad una scenografia inquietante al punto da essere disturbante. Si dall’inizio non si possono non notare la grande quantità di oggetti di colore rosso sparsi qua e là nelle scene, soprattutto nell’atelier. Così come non potrà sfuggire il dettaglio dei manichini così simili alle modelle che vengono via via assassinate. All’occhio attento non sfuggirà nemmeno il link fra la scena conclusiva e la scena iniziale, come un richiamo, un invito alla riflessione.

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Quando uscì, il film fu criticato per l’eccessivo sadismo. Va ricordato che era la prima metà degli anni ’60 e lo spettatore di oggi resterebbe assai deluso se partisse con la premessa di voler vedere un film splatter o con gli stessi toni di ascesa di orrore che si possono trovare ad esempio nel cinema di Argento o di altri autori d’oltreoceano.

Non traspaiono tuttavia tematiche sociali o psicologiche fortemente turbative come compaiono già in altri film comunque successivi ma non molto distanti nel tempo (ricordiamo ad esempio il già trattato “Non si sevizia un paperino” di Fulci).

Dall’esperienza maturata con il cinema di Bava – e ammetto che qui farò storcere il naso a parecchi estimatori – mi è occorso un po’ di tempo e parecchie cantonate prima di trovare un film di cui mi facesse piacere scrivere. “Sei donne per l’assassino” appartiene però al genere dei capolavori nel senso etimologico del termine. Ha mostrato una via dalla quale, a mio parere, soltanto negli anni ’90 si è cercato di prendere le distanze. Ricordiamoci anche che ormai l’horror in Italia non si fa più, è un genere che è andato via via consumandosi e pare che ora debba trarre linfa vitale da qualcosa che non esiste più e deve stare molto attento a non scimmiottare generi differenti o, ancor peggio, se stesso. Con questo film Mario Bava realizza un’opera unica nel suo genere che sarà d’ispirazione a registi come Tarantino, Scorsese e soprattutto Dario Argento, suo più noto e mainstream successore.

Sono certa che, per chi ancora non l’avesse visto, questo film rappresenti un importante tassello nella storia del cinema di genere in Italia e meriti la visione proprio per questa sua originalità e attenzione ai dettagli.

Buona visione!

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“Veloce come il vento”- Quando il cinema trova il nesso tra sport e vita

Articolo di Andrea Vallese

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Nella vita non mi ritengo uno sportivo. Cerco di tenermi in forma, ma è più una cosa legata al benessere. Di fatto non pratico sport e non li seguo neanche, incluse le corse. Per tali ragioni ho sempre molta diffidenza nei confronti di film che parlano di sport, anche perché ho paura di non capirli. Ci sono, però, delle pellicole, come questa di Matteo Rovere che, attraverso la rappresentazione dello sport, svelano delle verità sull’essere umano che ti fanno uscire dalla sala culturalmente più arricchito.

“Veloce come il vento” vuole essere un film di genere in stile americano (tra Rush e Fast and Furious), ma mantiene intatto, sia nel linguaggio che nell’ambientazione, il contesto italiano, emiliano, per la precisione. Prendendo spunto dalla storia vera del pilota Carlo Capone, il film segue le vicissitudini della famiglia De Martino, dove il sangue che scorre nelle vene è nero come la benzina delle auto da corsa. La protagonista è Giulia (Matilda De Angelis, giovane promessa del nostro cinema), diciassettenne pilota di rally che, dopo la morte del padre a causa di un infarto, si trova a fare da genitore al suo fratellino Nico e rischia lo sfratto a causa dei debiti del padre, che ha puntato anche la casa su di lei come futura campionessa. A complicare le cose, arriva anche il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi, mai così bravo dai tempi di Radiofreccia), ex pilota, ora più dedito alla droga. Loris, all’inizio, cerca di approfittare della situazione (essendo l’unico maggiorenne della famiglia) per insediarsi nella casa dove tanti anni prima era stato cacciato. Realizzando, poi, che il suo destino è legato ormai anche a quello della famiglia, decide di allenare la sorella, rispolverando quel talento perduto, ma mai dimenticato, per aiutare Giulia a diventare ciò che lui non può più essere.

Il vero “motore” di questa storia sulle corse è proprio il rapporto tra i due fratelli ritrovati, talmente diversi da essere complementari. Il loro rapporto è molto diretto. Non si esprime tramite gesti affettuosi, ma attraverso una franchezza che obbliga entrambi a prendere coscienza delle proprie criticità e ad affrontarle. Giulia, grazie agli insegnamenti del fratello (che la tratta come un pilota da corsa e non come una donna imprigionata in un mondo di uomini) riesce a sentire che il suo sogno è realizzabile, che ce la può fare. Loris, invece, in un mondo in cui tutti voltano le spalle a persone come lui, trova l’occasione per potersi impegnare in qualcosa di concreto, non tanto per il riscatto sociale, ma per dimostrare che c’è sempre il modo di fare “la cosa giusta”.

Dopo aver visto questo film ho capito che le corse (molto ben rappresentate e godibili, anche da un profano come me), sono solo un mezzo, una metafora, per raccontare un qualcosa che trascende lo sport. Nelle gare automobilistiche non c’è il senso della misura. Bisogna prendersi dei rischi, dare spazio all’istinto e “non pensare troppo”, come dice spesso Loris a Giulia. Forse questa filosofia si può estendere a diverse situazioni. Accettare il rischio come parte della vita ci aiuta a “mettere in moto” il nostro cervello e a predisporlo in maniera più diretta verso i nostri obbiettivi. Qualunque sia il risultato, la consapevolezza di avercela messa tutta non vanificherà il nostro operato, anzi ci renderà più forti e pronti per altre sfide.